“NON VOLEVO ESSERE UNA PANCHINA ROSSA”

Ogni panchina rossa, colore del sangue, è il simbolo del femminicidio, è il simbolo di un posto occupato da una donna che non c’è più e che è stata portata via dalla violenza. UN VUOTO INCOLMABILE!

Foto dal web

A novembre, la ricorrenza per me più sentita è il giorno 25: Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne.
Giornata da me sentita in modo particolare perché  ho provato la violenza di tipo domestico sulla mia pelle e per diversi anni.

Le donne che subiscono violenza reagiscono tutte in modo diverso, probabilmente a seconda del maltrattamento subìto, ma una delle cose che accomuna tutte noi è la tendenza ad ISOLARSI dalla società e, senza rendersene effettivamente conto, ci si ritrova in quella che io chiamo una “bolla di sapone inquinata”, una routine che per noi diventa NORMALITÀ.

MODEL :IO , CREDIT PH : ANDREA SIMONE

Molte donne NON RICONOSCONO da subito la violenza, anzi, la tendenza è quella di giustificare, oppure, per questioni di tipo familiare, cercare di andare avanti lo stesso in quella situazione scomoda che si è creata.

È molto difficile prendere consapevolezza di ciò che stà accadendo, perciò ho deciso di raggruppare in maniera schematica le varie forme di violenza e poi parlarvi della mia storia.

Purtroppo il discorso violenza sulle donne è così vasto! In alcuni paesi del mondo è di tipo culturale o meramente punitivo: si pensi ad esempio alle donne sfigurate con l’acido, alle tantissime minori abusate o alle mutazioni genitali femminili; storie che sembrano appartenere ad un altro mondo, invece accadono proprio nel nostro e ancora oggi che siamo nel 2020!!

MODEL:IO , CREDIT PH :MONICA BURRASCHINI .
Le scarpe rosse :Elina Chauvet ha dato vita al movimento “zapatos rojos”; ogni paio di scarpe rappresenta una donna e la traccia della violenza subìta

Iniziamo a vedere  insieme quali sono le forme di violenza in modo da riconoscerle in modo tempestivo:

VIOLENZA FISICA: sul corpo umano, ma anche sugli animali parte integranti di quella famiglia, o etero-aggressività su oggetti inanimati. Si esprime con calci, pugni, schiaffi, spintonamento, ustioni, distruggere oggetti di proprietà della parte offesa, ferire o uccidere gli animali domestici

VIOLENZA PSICOLOGICA: tutto ciò che favorisce nella donna senso di colpa, perdita di autostima e che genera ansia, inquietudine, vergogna, depressione, paura, isolamento sociale.
In questo ampio scenario troviamo quindi gli insulti, le umiliazioni, offese, manipolazione, imposizioni, possessività, intimidazione (facendo ad esempio paura con sguardi), uso di minacce e coercizioni,  puntare un’arma o solo mostrarla, minacciare di lasciarla o di suicidarsi, costringerla a ritirare le denunce, costringerla a comportamenti illegali, minacciare di fare qualcosa a terze persone (amici, parenti), trattarla solo come una domestica e non come compagna di vita, escluderla dalle decisioni che solitamente si prendono con il partner, minimizzare o ridicolizzare o fingere che non siano mai avvenuti  gli episodi di violenza, dire che è stata lei a causare la violenza, minacciare di portarle via i figli ed infine rimproveri continui per qualsiasi cosa

VIOLENZA SESSUALE: costrizione ad atti sessuali NON CONSENZIENTI, abuso, colpevolizzare la donna rispetto alle/ai bambine/i, molestie, palpeggiamenti, battute a sfondo sessuale (sia a domicilio sia in ambito lavorativo)

-VIOLENZA ECONOMICA: impedire di ottenere o mantenere un lavoro, oppure fare in modo che la donna si faccia carico di tutte le questioni economiche mantenendo anche i vizi del partner, costringerla a chiedere denaro, portarle via il suo denaro, obbligarla ad assumere impegni economici, controllarla nelle spese, non farle fare spese per se stessa

STALKING: controllare gli spostamenti, fare continue telefonate, pedinamenti, coinvolgere terze persone per controllare gli spostamenti , insomma un vero e proprio atto persecutorio ripetuto nel tempo .

MODEL: IO, CREDIT PH :ANDREA SIMONE ;
“una donna in gabbia”

Diversi anni fa conobbi, ahimè, il finto amore.
A lui devo i miei 7 anni DI VITA NON VISSUTA.
Una persona che mi ha ingannata con belle parole e che ha manipolato tutti i miei pensieri.

Questi lunghi anni mi hanno distrutta moralmente, psicologicamente, fisicamente.
Avevo perso tutto: famiglia, gran parte degli amici, LA MIA AUTOSTIMA.
Non curavo più il mio aspetto estetico, ero molto trasandata anche ad uscire per andare a fare la spesa, così da non andare contro alle richieste del mio carceriere che ovviamente non voleva che qualcuno là fuori mi guardasse.

Non esistevano più le chiacchiere e le uscite in compagnia di amiche e le poche uscite con amici comuni erano così imbarazzanti! Anche perché fingere di essere una coppia felice era più facile sicuramente per lui più che per me e guai se destavo qualsiasi forma di sospetto!!

Il mio corpo era cambiato, ero ingrassata molti chili: CHILI DI SOLITUDINE ED ANGOSCIA.

Il cibo era l’unico sfogo, una delle poche cose che mi appagava anche perché, a parte lavorare, lavorare e lavorare per mantenere lui ed i suoi vizi, non avevo più hobbies.

La mia vita era nera come tutti gli abiti che indossavo per coprire quel corpo deformato dalle violenze fisiche e psicologiche.

Sul lavoro accampavo scuse di ogni genere, ogni livido sul mio corpo era un affronto a me stessa. non potevo credere che stesse succedendo proprio a me tutto ciò, provavo un senso di vergogna, perenni sensi di colpa che, grazie ad un percorso psicologico, ho capito non avessero la minima  giustificazione di esistere.

Ho avuto FORTE CRISI DI IDENTITÀ prima di uscire da questo incubo in cui ho dovuto fare notevoli sforzi per ricostruire la “Laura di un tempo” anche perché, di tutte le categorie di forma di violenza riportate sopra, ho totalizzato un “bel punteggio di 4 su 5”.

Avevo così paura del giudizio degli altri!

model: IO, CREDIT PH MONICA BURRASCHINI

Quando ho deciso di dire BASTA non è stato per niente  semplice, ma lo rifarei altre 1000 volte! La LIBERTÀ e la VITA sono le cose più preziose a questo mondo e da proteggere con tutte le nostre forze, inoltre adesso sono sposata con un uomo MERAVIGLIOSO.

Vorrei un mondo in cui non sia necessario dover proteggere la nostra LIBERTÀ, LA NOSTRA DIGNITÀ, LA NOSTRA INCOLUMITÀ FISICA E PSICOLOGICA, ma ogni giorno sento storie di ogni tipo dai mass media e mi sembra che ci stiamo allontanando sempre di più dalla parola UMANITÀ, soprattutto in questo momento di LOCKDOWN, in cui sono aumentate notevolmente le richieste di alloggi sicuri da parte di molte donne costrette a rimanere al domicilio con i propri aguzzini.

Foto dal web
Foto dal web

A tutte le donne dico di SOSTENERSI e di stare attente alla MORBOSITÀ TRAVESTITA DA AMORE e che l’episodio di violenza non è, e non sarà MAI, UN SINGOLO EPISODIO.

Spero che sempre più donne denuncino i partner violenti!

Ci sono diversi aiuti di cui ogni donna può usufruire tra cui consultori, centri antiviolenza, case alloggio per donne e minori, sportelli per lo stalking, polizia, carabinieri, pronto soccorso, il numero 1522 attivo e gratuito 24 ore su 24 .

SCAPPATE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI E CHE IL MONDO SI RIEMPIA DI PANCHINE ROSSE!

Foto dal web
“NON DIMENTICHIAMOCI MAI DI TUTTE LE VITTIME DI VIOLENZA”

E’ ORA DI DIRE BASTA!

foto dal web. BASTA CON TUTTA QUESTA VIOLENZA!!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’AssociazioneCurvy Pride APS impegnandosi nel volontariato

INFERMIERA, FELICEMENTE SPOSATA. IL MIO MOTTO DI VITA E’ “SPQR: SORRIDI PER QUALSIASI RAGIONE ” mail : fairylaura83@gmail.com

QUANDO LA LINGUA FERISCE

credits cover to: Workman Publishing e BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 

Recentemente sui social è apparsa un’immagine raffigurante due copertine dello stesso libro a confronto, “parent hacks” (letteralmente “trucchi/dritte per genitori”) che nel corrispondente italico è stato tradotto in “mamma no stress”, portando inevitabilmente ad accese discussioni su facebook sulla scelta del titolo definita dalla maggior parte degli utenti discriminante e sessista . 
Come mai si è deciso per questa traduzione? Possibile che nel nostro Paese non si riesca a discernere dall’idea che solo la donna si debba occupare della prole?
L’ho chiesto a Martina Russo, in quanto esperta del settore, a cui ho deciso di rivolgermi per darci lumi in merito. La sua competenza, unita alla sua propensione ad affrontare spesso tematiche sociali di discriminazione, mi ha portato a sceglierla come voce autorevole a cui porre le domande che necessitavano di una risposta.
Martina è una traduttrice, laureata nel 2018 alla Sapienza – Università di Roma con una tesi su “The Rocky Horror Picture Show” e la delicata questione del suo adattamento in italiano. Dopo la laurea ha iniziato subito a lavorare a dei piccoli progetti in vari ambiti, tra cui quello medico, quello web e quello legale. Ha lavorato anche in Australia, dove principalmente ha insegnato. E’ una traduttrice ed esperta linguista full time, molto attiva sui portali social come TikTok dove con il nome di Translationbites posta con intelligenza ed ironia delle pillole di traduzione, affronta tematiche linguistiche, racconta il suo percorso di traduttrice e fornisce utili consigli ai giovani appassionati che vogliono intraprendere questa carriera lavorativa troppo spesso sottovalutata.
Ho avuto modo di scambiare più volte qualche parola con lei tramite social, perché i suoi video (una piacevole ventata di cultura) li ho trovati subito il perfetto esempio di come anche TikTok possa divulgare sapere in modo smart e diretto, ma sempre con la leggerezza imposta dalla piattaforma.

Ciao Martina, innanzitutto grazie per darmi un tuo prezioso parere in merito.
Come mai secondo te è stata scelta questa traduzione anziché tradurre letteralmente il titolo?

Ciao Silvia. Prima di ogni cosa, ci tengo a dirti che spesso e volentieri non è il traduttore a decidere il titolo di un libro, dal momento che c’è un’azione di marketing dietro secondo cui il titolo viene selezionato per la vendibilità del prodotto. Probabilmente un traduttore può dare dei suggerimenti, e in questo caso un traduttore è liberissimo di fare le sue scelte, nel momento in cui le riesce a spiegare e giustificare. Sono consapevole che prima di “sparare a vista sui colleghi” (e alcune volte lo si vorrebbe fare davvero) si potrebbe discutere circa le motivazioni che hanno portato a una determinata scelta piuttosto che a un’altra. Per entrare nel vivo della questione, io vorrei tanto che la scelta traduttiva del titolo Parent Hacks mi stupisse, perché vorrebbe dire che a livello socioculturale avremmo fatto dei passi talmente avanti da riconoscere che certe questioni di genere sono totalmente sbagliate. Purtroppo, la lingua di un posto è direttamente legata alla cultura e all’assetto sociale di quel posto. Le parole, quindi, rappresentano anche una sorta di legittimazione politica e l’Italia è uno di quei paesi dalle basi patriarcali la cui lingua è una lingua fatta innanzitutto per gli uomini. E questo è vero nella misura in cui fino alla grande guerra, e anche dopo, anche la società italiana era prevalentemente fatta per gli uomini, mentre alle donne toccava una posizione fondamentale in quanto madri e donne, ma marginale. Questo, dopo le rivoluzioni femministe, il post-modernismo e le opposizioni della comunità LGBTQ+, ha iniziato a dare vita alla questione dei Gender Studies – in cui non entreremo in merito altrimenti questa intervista durerà 6 giorni- Fino ad allora, tutto ciò che riguarda il genere nella lingua italiana è una cosa normale, sia per fatto che certe parole non fossero di uso, sia perché si è trattato dello standard per molto tempo. Una donna che non poteva essere appellata avvocatessa, significa anche non poteva esserlo, tanto per iniziare. Le donne da un punto di vista sociale hanno sempre dovuto darsi da fare molto più degli uomini per essere riconosciute valide anche solo la metà di loro. Ma perché diciamo questo, cosa c’entra con Parent Hacks? Beh, direi tutto. C’entra col fatto che la traduzione del titolo con Mamma no stress è localizzata in una prospettiva sociale a cui forse non appartiene più. Io lo dico sempre nei miei video, la lingua cambia, si evolve costantemente, ogni settimana vengono coniate decine di parole nuove e ne muoiono altrettante: prendi per esempio parole come Vlog, postare, Social media manager, apericena, bordello, sono tutte parole che non hanno granché in comune se non il fatto che sono neologismi. E questo è giusto. Questo è indispensabile perché l’evoluzione della società lo richiede. Ma se noi, in una società dove esistono davvero famiglie di ogni tipo dalle “tradizionali” con mamma e papà, a quelle con due mamme, con due papà, con o solo una mamma o solo un papà, famiglie composte da nonni, zii, famiglie che ti scegli perché i tuoi genitori biologici non ci sono stati, famiglie allargatissime dove più mamme e più papà hanno raggiunto un’armonia, perché dovremmo localizzare il titolo di un libro, in territorio italiano, in un contesto che non rimanda più direttamente a quello scelto per questo titolo, in un’epoca storica in cui le possibilità sono infinite? Inoltre, se ci soffermiamo proprio sul titolo in italiano Mamma no stress non è solo un titolo che infila la donna nel suo ruolo ormai obsoleto di madre e basta, ma mette in una posizione marginale anche i papà, che sono ancora immaginati come quegli esseri mitologici che con la febbre a 37 chiamano il sacerdote per l’estrema unzione e che non hanno idea di come si cambi un pannolino o come si cucinino le lasagne. Sicuramente esistono ancora famiglie e genitori che si basano e affidano sulla visione della famiglia patriarcale degli anni ’50, ma sono UNA famiglia, una parte della fetta, non il tutto. Perché stiamo parlando di un libro. Andando oltre il suo contenuto che può essere utile o non utile, bello o brutto, condivisibile o meno, un libro scritto ed editato e distribuito ha uno scopo specifico: vendere. Ha bisogno di un biglietto da visita, ovvero il titolo, in cui le persone possono rivedersi, possono empatizzare, verso cui sono naturalmente attratte. Poi è vero che il titolo deve essere accattivante, deve essere facile da ricordare, deve essere Target Oriented per funzionare, ed è anche vero che “I trucchi in aiuto del genitore” perde la leggerezza, l’immediatezza e anche la sonorità della versione originale del titolo (cosa che invece con “Mamma non stress” si mantiene) ma ci sono anche altri modi accattivanti e che non toccano direttamente la sfera di “mamma e papà” e che avrebbero salvato capra e cavoli mantenendo l’attenzione sul vero protagonista del libro: il bambino.
Ho proposto ai miei followers, che sono traduttori professionali e non, studenti, o semplici appassionati (fascia d’età 17- 50 anni) e sono intervenuti con piacere, dando delle idee molto carine. Il dubbio che mi viene è se questa scelta sia stata effettuata proprio per fare “scandalo”. Siamo un po’ in un mondo che funziona al contrario ultimamente, no? Come per la modella non convenzionalmente bella scelta da Gucci. Potrebbe trattarsi di quella che in inglese viene definita una poor choice, una pessima scelta, ponderata per seguire il consiglio del caro Oscar Wilde che suggeriva che “bene o male basta che se ne parli”? Diciamo che una parte di me auspica a questo tipo di ragionamento.

Ti è mai capitato come traduttrice di affrontare tale situazione? Come hai preferito approcciarti: adattarti al contesto sociale o essere più rigida?

Personalmente non avendo tradotto ancora narrativa non mi sono trovata nella specifica situazione di dover tradurre titoli ufficiali, ma è sempre una scelta importante e difficile da compiere. Il titolo di un libro è come il nome di un figlio, una bella responsabilità. Spesso capita anche nei miei ambiti soliti di lavoro di dover fare delle scelte traduttive non semplici. Ti dico, però, che io non ho niente contro l’uso del maschile come neutro. In fin dei conti, l’italiano ha una base neolatina è ha perso il neutro nel corso degli anni, è una lingua di base patriarcale, che ha dei generi e che dal punto di vista sociale risente ancora di ideologie e “connotazioni” più vecchie. Non ti dico che sia giusto, solo che ne capisco il senso e la necessità in alcune situazioni. Non tutte .Per portarti un esempio concreto, proprio qualche mese fa traducevo del materiale informativo “Eng>Ita” per un target puramente femminile uso due generi e non 66 per pura praticità e convenzione con la lingua italiana. Ovviamente il mio neutro in quel caso era femminile, ma perché c’era un target specifico. Nel momento in cui il target è diventato un pubblico sì, prevalentemente femminile, ma con dei riferimenti specifici anche maschili, ho continuato a usare un neutro femminile, ma con l’aggiunta specifica di esempi che inglobassero gli uomini nel discorso. Dicono che la lingua sia più tagliente di una lama, ed è proprio vero. Basta un attimo ad incappare in convenzioni sociali scomode e a farsi travolgere da un sessismo più o meno intenzionale.

– Quindi la lingua può diventare (passami il termine) sessista a seconda del contesto in cui viene tradotta?

Il contesto è tutto. Sempre, nel lavoro, nella vita. Un contesto frainteso è come andare in pigiama in ufficio il giorno della riunione più importante dell’anno. Da traduttrice ti dico che ogni caso deve essere valutato per sé, e che abbiamo sempre la scelta tra essere fedeli alla lingua di partenza o quella di arrivo. Personalmente, io lavoro sempre Target Oriented perchè è la cosa più logica da fare per avvicinarsi al target appunto. Tradurre da una lingua che non ha genere a una lingua che li ha è un’arma a doppio taglio perché le convenzioni non possono certamente essere sottovalutate, e questo non vuole minare il politicamente corretto o i Gender Studies e nemmeno i Translation Studies, ma i traduttori, e le persone che scrivono in generale, hanno bisogno di una norma a cui attingere per il bene del testo. E se questa deve essere un neutro maschile o femminile nei casi specifici in cui è necessario, so be it. Bisogna affidarsi al contesto. Sta anche alla “sensibilità” del pubblico capire quando si stanno neutralizzando certi elementi perché è l’unica strada, e quando la scelta è consapevolmente sessista. A volte il traduttore non ci riflette abbastanza, ma altre volte diventa una questione di principio per l’audience. La linea è molto sottile.

E’ possibile che i traduttori si trovino in disaccordo con le scelte delle case editrici su come tradurre un titolo o hanno carta bianca?

Per quanto ne so, in generale se ci sono delle direttive particolari se ne discute. Per quanto riguarda l’elemento specifico del titolo, o viene già predisposto dalla casa editrice nel momento in cui decidono di affidarsi al traduttore X o Y, oppure si avanzano delle proposte e si discute a tavolino, sentendo anche il parere di chi si occupa della parte di marketing. Perché la scelta di un titolo è puramente commerciale.

Ringrazio infinitamente Martina, per avermi concesso il suo prezioso tempo ed essere stata ampiamente esaustiva nella sua spiegazione.
E ora mi rivolgo a Voi, cari lettori, come avreste tradotto questo titolo? Cosa ne pensate? Avete altri casi da sottoporci?
Noi di Curvy Pride siamo sempre pronti ad intavolare un confronto costruttivo ed intelligente, auspicando in un futuro più inclusivo, in un cambiamento che parta dalle radici della nostra società.

In foto: Martina Russo


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

UN’AVVENTURA CHIAMATA GRAVIDANZA

Avevo pensato di scrivere un altro tipo di articolo (e lo farò), ma oggi sono in una sala d’attesa, “mascherata” (causa Covid) e non molto distante da me gli occhi di una donna incinta. Sono così, mi emoziono, mille ricordi e tac, penso di condividerlo con voi.

Torno al punto. Guardo i suoi occhi, luminosi e radiosi, spuntare da quella mascherina e ricordo il mio panciotto. Ne ero quasi gelosa. Non mi piaceva quando gli estranei mi si avvicinavano e la toccavano. Avevo faticato tanto per rimanere incinta ed era una cosa intima. Avevo un rapporto speciale con la mia pancia. Si vedeva poco essendo io obesa, ma sentivo la presenza della mia piccola così prepotentemente. In più gravidanza a rischio, allettata praticamente quasi tutti gli ultimi 5 mesi in quanto la stavo perdendo. Chi diceva: “Eh, è una brutta gravidanza perché sei grassa!”; chi, come i medici, dava la “colpa” ad un utero “particolare”. In più diabete gestazionale, nausea e vomito fino allo sfinimento, fomentavano quel pensiero comune a tanti: “Vedi, dovevi dimagrire!”, ma quando chiedevi aiuto non c’era quasi nessuno e quei “tanti” alla fine erano i più intimi a restarti accanto.

Non ho quasi foto di quel periodo, ma ricordo ogni istante! Dall’emozione del risultato del test di gravidanza al pensiero tremendo di aver abortito durante la prima serata di Sanremo 2013. Il pianto ininterrotto per ore, rabbia e delusione fino al giorno dopo quando, nonostante una brutta emorragia, ebbi la conferma (con sorpresa e gioia) di essere ancora incinta!

Per tutti i primi mesi la pancia non si è vista ma la accarezzavo dolcemente e, crescendo, quelle coccole diventarono un filo conduttore tra di noi. Io la accarezzavo e lei tirava i calcetti ed ero felice perché sapevo che stava bene. Vivevo per quel momento, QUELLO DELL’INCONTRO DEI NOSTRI OCCHI! Quando fai fatica a rimanere incinta e ancor di più a mantenere una gravidanza, ogni piccola cosa è una conquista.

Tra visite private, almeno due volte alla settimana, il solco sul letto arrivai alla 36 esima settimana fino a quando il ginecologo mi disse: “Elisabetta, se vuoi, puoi cominciare a fare qualche passo, respirare un po’ di aria in mezzo alla gente!” E così feci, ma qualche giorno dopo svenni. L’ultimo ricordo che ho è di me in un bagno del Mc Donald, mentre mi rinfresco il volto. Corsa in ospedale con l’ansia che avesse subito traumi essendo ormai tutta pancia ed i lividi causati dalla caduta lo testimoniavano. Il medico di turno, vedendo la mia cartella clinica mi disse: “Signora, questa gravidanza è tutta un brivido!”. Direi più al cardiopalma!

Arrivò il giorno del parto e dopo 20 ore dalla rottura delle acque, Benedetta non voleva uscire! Si era addormentata! Assurdo eh?! Tanta fretta durante i mesi precedenti e poi non voleva uscire! Spingi di qua, prova di là e niente! “Esci Benedetta! Esci!” dicevo non proprio tra me e me mentre passeggiavo animatamente in sala parto (lol).

Ricordate quando ho detto che “vivevo” per vedere i suoi occhietti? Ecco, mi avevano detto di non mettere le lenti a contatto e di preferire gli occhiali (sono molto miope). Beh, me li tolsero e quando alla fine ci pensò il ginecologo di turno a far uscire la mia piccola, io, da “cecata” come la Signorina Carlo alias Marchesini, non li vidi!

Aspettavo da tempo di vedere quegli occhietti e non riuscii a vedere niente. Mi sentivo quasi in una bolla tra rumori e luci neon e mi veniva da piangere. Chiedevo a tutti: “Datemi gli occhiali! Voglio vederla!” Ero quasi arrabbiata perché non li trovavano più. Alla fine però, sorrisi al suono del suo pianto e quando la appoggiarono al mio petto mi avvicinai un po’ (tanto onestamente) e li vidi: sfocati, neri e tondi e capii il senso di tanto faticare. Mi fissava come per dire: “Beh, che vuoi? Ora che mi sono abituata, mi hai sfrattato!” Il mio medico privato non c’era, era impegnato, ma quando il giorno seguente si presentò, disse: “E’ stata dura, siamo stanchi ma ci siamo riusciti!”, io gli sorrisi e risposi: “Sì dottore, in effetti abbiamo partorito entrambi!”. Avrei voluto dire ad alta voce: “Esci da questa stanza dottore, esci!” Ah ah ah!

Il giorno dopo il parto.

E’ stata un’avventura, una di quelle per cui molte donne lottano e soffrono. Altre cadono in depressione, si smarriscono e sono stanche. Io ho provato davvero molte emozioni e sentimenti contrastanti, ma ciò che mi sento di dire è parlate, condividete le vostre paure, le vostre insicurezze, non solo le gioie!

Mi sono sentita spesso in colpa durante i 9 mesi pensando che le persone avessero ragione nel dire che tutti quei problemi fossero causati dai miei 100 kg abbondanti, eppure ero piena di gioia per la gravidanza, felice come non mai, grintosissima e razionalmente sapevo che quei disturbi non erano legati ai miei kg in più. Ogni volta che avrete perplessità chiedete e non lasciatevi intimidire, intimorire da chi punta solo il dito!

La maggior parte delle volte quelle persone guardano il dito stesso senza sapere dove punta e punta, ancora troppo spesso, davvero dritto al cuore!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvypride Blog.

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’Associazione Curvy Pride Aps impegnandosi nel volontariato.

Elisabetta Giordano, 38 anni. E’ mamma di una bimba di 7 anni. Fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/

LUCERTOLE

Durante la scorsa estate mi sono concessa un weekend marittimo dal quale sono scaturite le riflessioni che leggerete qui di seguito.

Le persone passano ore sotto il sole per arrivare ad avere un colore dorato se non addirittura abbrustolito, sfoggiando il costume più bello e colorato, gli accessori più ricercati, un’eterna competizione su chi si abbronza meglio. I tavolini degli ombrelloni si riempiono di creme e spray auto abbronzanti nella speranza che il colorito FATICOSAMENTE ottenuto durante il soggiorno, rimanga fino all’estate successiva, ma non fatevi ingannare, ci sono almeno due mesi di lampade pregressi. Ed ecco a voi il LucertolaTime.

Tutto questo fa parte di un disegno naturale e psicologico. “Indubbiamente” scuro è meglio, stanno meglio i colori, gli accessori il make up ed è tutto molto avvincente, finché a farlo non sono io, insieme alla mia fantastica amica Majuli. Ma partiamo dal principio, ci siamo regalate un fine settimana al mare, siamo partite alla volta del Mar Adriatico con le nostre valigie, la speranza di rilassarci e la nostra tavolozza di colore incorporato. Ebbene si, Maju ed io siamo cioccolatose, mi spiego non siamo né nere come la notte né mulatte come la crema di arachidi, siamo proprio CIOCCOLATO FONDENTE, ma non al 80%, direi un 60%, ANCORA ABBRONZABILI, e qui scatta la domanda da PREMIO NOBEL: “MA VOI VI ABBRONZATE?”. Non lo so, è pelle, ph, cellule, melanina, non è una tuta di amianto impermeabile che non subisce oscillazioni climatiche. Dirò di più, tenetevi forte, CI SCHIARIAMO. Le persone rimangono basite, come se gli avessi appena detto che in realtà la Terra è piatta (non sono una scienziata, mi attengo alle informazioni che ci vengono date da secoli ormai). Due donne, MARRONI, questo é il colore corretto, un’ Africana ed una Brasiliana, che prendono il sole, fanno il bagno, si divertono (rullo di tamburi) destano scalpore. Veniamo guardate come fenomeni da baraccone o come se, in quanto di colore, fossimo obbligate a fare le treccine alle vostre figlie, ma quando io vi guardo non penso che dobbiate vendermi il cocco a tutti i costi (di solito i “cocco bello” sono bianchi e italiani).

Questo articolo è nato perché ad un certo punto durante questo fine settimana marittimo mi sono sentita osservata e giudicata. L’episodio che ci ha più spiazzate è stato renderci conto che un gruppo di persone si è fermato a guardarci all’ interno del nostro alloggio, come fossimo scimmie in gabbia. Non sono una che sta lì tanto a formalizzarsi, ma quando lei ha notato la stessa cosa, allora ho realizzato che queste sensazioni erano reali. Ho realizzato che essere nel 2020 non conta nulla, ho realizzato che i bambini vengono cresciuti con questa forma mentis della diversità, che non tutte le persone sono pronte. Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio. A Trento entrambe abbiamo una vita sociale, lavorativa, famigliare quindi di certo non andremo in crisi per questo episodio, ma non lascerò che comunque questo discorso passi in sordina. Tornerò nello stesso luogo, con mio marito e le mie figlie, e so per certo che le cose andranno diversamente: VI AGGIORNO.

CURIOSITÀ: La pelle scura è un colore della pelle UMANA RICCO di pigmenti di melanina, in particolare l’eumalanina. Le persone con la pelle molto scura sono spesso definite persone di colore, sebbene questo uso possa essere ambiguo (dovremmo fare un articolo solo sull’ aggettivo ambiguo) in alcuni paesi viene usato per riferirsi specificatamente a diverse etnie o popolazioni. Prendendo il mio caso specifico, inoltre aggiungo che da 35 anni la mia pelle gestisce il clima occidentale di conseguenza l’inverno tendo a schiarirmi, PROPRIO COME VOI. Che notizia entusiasmante!!!

Stigma Pregiudizio Ignoranza Ironia

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”
Vale

SE SEI DONNA NON HAI NOME

credits image: Libero

Ho notato già da un po’ di tempo l’abitudine dei giornalisti di trattare in modo diverso sulle proprie testate, i politici donna rispetto a quelli uomo.

Se per un politico uomo troviamo le parole “determinato”, “irriducibile”, “inarrestabile”, “professionale”, “carismatico” per la donna abbiamo “la bruttina”, “grassottella”, “scandalosa”, ma non finisce qua.
No, perché se sei donna e sei in politica, perdi anche il tuo nome. Non sarai più l’Onorevole X, o il deputato Y, ma diverrai la “premier in carne”, “la moglie di…”, “la bionda Y”. Oppure ti faranno la gentilezza di usare il tuo nome, ma rigorosamente quello di battesimo. Così la senatrice (ed ora vice Presidente) Kamala Harris diverrà semplicemente Kamala o come peggio è successo su di una nota testata: “La Vice Mulatta”.

La vice mulatta. L’ho dovuto rileggere un paio di volte il titolo perché non riuscivo a crederci. Sì che come testata Libero è spesso stata contestata per i titoli infelici, ma qui tocchiamo livelli altissimi su più punti. Da cosa partire? Discriminazione sessista? Discriminazione Razziale? Non ho proprio parole.
Però, se da una parte una figura politica sull’onda della ribalda viene sminuita, io nel mio piccolo vorrei dire due parole sulla vice Presidente Kamala Harris.
Laureatasi alla Howard University di Washington D.C., conseguì due specializzazioni in scienze politiche ed economia. Nel 1989 conseguì lo Juris Doctor presso lo University of California, Hastings College of the Law di San Francisco. Superò l’esame di avvocato e ottenne l’ammissione allo State Bar of California il 14 giugno 1990.

Tra alcune delle sue iniziative vanno ricordate:
Lancio della Division of Recidivism Reduction and Re-Entry.  Nel novembre 2013 Harris lanciò la Division of Recidivism Reduction and Re-Entry del dipartimento di giustizia della California in collaborazione con gli uffici dei procuratori distrettuali di San Diego, Los Angeles, e della Contea di Alameda. I soggetti tra i 18 e i 30 anni condannati per la prima volta partecipavano al programma pilota di 24-30 mesi ricevendo istruzione attraverso una sinergia con il Los Angeles Community College District e servizi per il lavoro.

Contrasto alla Prop 8.  Nel 2008 fu approvata la Prop 8, un emendamento costituzionale secondo cui sono validi solo i matrimoni “tra un uomo e una donna”. Il provvedimento fu impugnato ben presto da vari oppositori. Nelle rispettive campagne del 2010, sia il procuratore generale della California Jerry Brown sia Harris si impegnarono a non difendere la Prop 8. Dopo essere stata eletta, Harris dichiarò che il suo ufficio non avrebbe difeso quel divieto matrimoniale e depositò uno scritto amicus curiae, in cui sosteneva che la Prop 8 fosse incostituzionale e che i sostenitori dell’iniziativa non avessero la legittimazione processuale per rappresentare gli interessi della California in giudizio davanti una corte federale   

Divieto della “difesa da panico gay/trans”. Nel 2014 la procuratrice generale Kamala Harris appoggiò la legiferazione volta a bandire la difesa da panico gay/trans dalle aule di giustizia, che fu approvata in California, facendone il primo Stato a dotarsi di siffatta normativa. Lo scopo di regole simili a questa è la repressione dei crimini di odio.

Insomma, la vice Presidente Kamala Harris è una donna determinata, tenace, irriducibile, professionale e carismatica.

Ah, ed è anche la prima vicepresidente donna (e afroamericana) degli Stati Uniti.

Ma tutto questo non dovrebbe creare stupore in una società sana.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

SE NON SEI BELLA NON PUOI ESSERE FELICE

Ovviamente il titolo è provocatorio! Se mi conosci sai che non potrei mai essere d’accordo con una simile affermazione, se non mi conosci mi presento: sono Fabiana, Curvy Coach. Che significa? Che aiuto le donne a vivere bene la loro forma, qualunque essa sia.

Leggendo la mia presentazione verrebbe subito da pensare che le donne che si rivolgono a me siano tutte quelle in sovrappeso, che si rispecchiano nella mia esperienza e che trovano in me una persona affine, qualcuno che le capisce a fondo e non le giudica per il loro aspetto. Certo, questa è una grande fetta del mio target ma recentemente ho avuto modo di fare delle coaching con alcune donne che, pur essendo dimagrite o avendo risolto ciò che per loro era un difetto estetico, non erano comunque felici come avevano immaginato!

Noi donne tendiamo ad avere degli ideali di bellezza molto chiari e francamente un po’ impossibili. Abbiamo come modello le donne copertina, quelle alte, magre, toniche, sorridenti e felici e crediamo che se anche noi fossimo come loro saremmo altrettanto felici. In questa meravigliosa fantasia non teniamo conto, però, di alcuni fattori che sono super importanti.

QUALCOSA CHE FORSE NON TIENI IN CONSIDERAZIONE

Le pose fanno la differenza nelle foto

Innanzitutto le donne copertina non sempre sono come appaiono: già trent’anni fa si parlava di Photoshop e dei suoi miracoli. Le foto che ci propongono sono ritoccate! Lo so che lo sai, ma forse non sai quanto siano ritoccate! Ho scoperto su Instagram una influencer che mostra esattamente come fanno le modelle ad ottimizzare gli scatti già solo con le pose e ti assicuro che sono rimasta basita da quanto saper posare sia fondamentale per sembrare al top! Mettici poi un sapiente uso delle luci di scena, del trucco e del ritocco digitale ed ecco qui che anche un popò moscio, cellulitico con smagliature può diventare un sedere da favola.

Secondo punto: le modelle nascono modelle, almeno per alcune caratteristiche: l’altezza che se non ce l’hai non c’è santo che possa regalartela! Da che mondo è mondo un abito sta visivamente meglio su una donna alta 1,80 che su una alta 1,50. La conformazione ossea, le gambe lunghe, le caviglie sottili, la distribuzione del grasso corporeo (sì perché anche quelle magre hanno del tessuto sottocutaneo che disegna le forme del corpo, se non si affamano per diventare asciutte), sono tutte caratteristiche che elargisce la Natura e, anche volendo rivolgersi al chirurgo migliore del mondo, non si possono cambiare (o forse sì ma a che prezzo?).

Terzo punto: le modelle sono modelle per lavoro. Quindi già nasci con determinate caratteristiche e in più ti pagano per mantenerti al top: una modella di professione non passa ore seduta alla scrivania o al banco di un bar a servire clienti per poi dedicare un quarto d’ora di corsa ogni tanto alla sua bellezza! Da quando si sveglia a quando va a dormire tutte le sue azioni sono mirate al mantenimento e all’incremento del suo appeal. Capisci bene che ciascuna di noi, con tutti i nostri difetti, se vivesse la sua vita così sarebbe già una strafiga! Magari una strafiga alta 1,60, ma comunque super curata, palestrata, in peso forma, mani e piedi sempre top, depilata, con trucco e parrucco impeccabili, rendo l’idea?

Quarto punto: CHI TI DICE CHE LE MODELLE CHE TU VEDI BELLE, SORRIDENTI IN COPERTINA SIANO DAVVERO FELICI? Abbiamo decine di casi di donne meravigliose che, nonostante il loro talento e la loro incredibile bellezza non erano felici, tanto da decidere di togliersi la vita o di rovinarsela con alcool, droghe e spesso subendo violenze psicologiche dai loro compagni o dalla loro famiglia.

La mia preferita era Whitney Houston: con la sua una voce angelica e col suo carisma ha incantato intere generazioni di adolescenti, una donna tanto bella fuori quanto fragile dentro che purtroppo non ha resistito alla durezza del mondo che la circondava tanto da perdersi nell’abisso della droga e dell’alcol fino a rimanerne vittima.

Whitney Houston, una voce indimenticabile credit: web

Una donna che apparentemente aveva tutto ma a cui evidentemente mancava ciò che per lei era fondamentale.

Questo è un caso estremo, ma serve per ricordarci che non tutto ciò che luccica è oro, sarebbe più utile non delegare la nostra felicità al solo aspetto fisico, perché è un’illusione.

L’aspetto fisico da solo non basta ad essere felici! Quante volte avrai pensato: “Se solo potessi essere magra! Se solo potessi essere più bella, più alta, con più seno, senza cellulite, senza pancia, allora sì che sarei felice!”

Sicuramente aiuterebbe molto! Saresti più sicura di te ma non sarebbe abbastanza.

DIPENDE DA TE? SE TI FA STARE BENE FALLO!

Vuoi essere più magra, più tonica e con meno cellulite? Ok, lavorandoci puoi ottenere questi risultati, se sono davvero giusti e importanti per te alzati e valli a prendere.

Vuoi avere più seno o il naso dritto? C’è la chirurgia, se pensi che sia la strada giusta per essere più felice ben venga, rivolgiti ad un buon chirurgo e risolvi quel difetto che non puoi migliorare da sola, ma sempre con la consapevolezza che non sarà SOLO quello a renderti felice.

Potrebbe essere più utile cominciare a guardare queste meravigliose donne per ciò che sono: donne che prestano la loro immagine per ispirarci a migliorare alcuni aspetti di noi, magari decidendo di fare un po’ di attività fisica per essere più sciolte, più flessibili e magari perdere qualche chilo se necessario, magari scegliere una pettinatura alla moda, un bel rossetto, un vestito che ci stia bene o un paio di scarpe da urlo.

SEI SICURA CHE LA TUA FELICITÀ DIPENDA DAL TUO ASPETTO? Smettiamo di credere che tutte le altre siano perfette tranne noi! Cominciamo a leggere tra le righe, è proprio lì che potremmo trovare un po’ della nostra autostima!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Fabiana Sacco che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

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Fabiana Sacco è stata consulente di bellezza per più di 25 anni nei quali ha raccolto le confidenze, le paure e i sogni di centinaia di donne. Il suo cammino di crescita l’ha portata a diventare una coach e la sua più grande passione è aiutare tutte le donne che vogliono stare bene nella loro forma fisica, qualunque essa sia.
“Curvy Pride rispecchia alla perfezione i miei valori ed esserne membro è per me un onore, tutte insieme cambieremo il mondo”!
MAIL fabythecurvycoach@gmail.com o mi trovi su IG https://www.instagram.com/faby_the_curvy_coach/?hl=it

Il mio mondo in Pink!

Per aggiungere colore e gioia alla mia vita ho iniziato a accettare colori a me ostili..

Se penso al passato avevo una vera è propria fobia verso alcuni colori.. in particolar modo per il rosa! Vi chiederete ma come mai?

Beh, non è poi così difficile. Da bambina avevo interesse per diverse cose soprattutto maschili. Avrei voluto giochi come la pista da macchinine e intraprendere una carriera da motociclista. In famiglia però tutto questo non era ben visto perché ero una femmina. Il sentirmi dire “No, sei una bambina”, e no, “sei una donna” mi ha portato ad amare l’azzurro considerandolo nel subconscio un colore da uomo e di fatto fino ai 25 anni anche il mio armadio era monocolore.

Per chi mi conosce ora, che mi vede sempre con colori accesi e vivaci, è sicuramente una scoperta.

Facciamo qualche cenno di storia: Spesso non si ricorda l’origine del significato del colore perché scivola nel folclore e nella convinzione che “è sempre stato cosi” come il blu per i maschi e il rosa per le femmine. Questa scelta si ripete cosi spesso da sembrare naturale, e biologicamente predisposta ma in realtà è molto più recente. Per secoli, in Europa e in America i BAMBINI NON INDOSSAVANO ALCUN COLORE, portavano camice bianche. Era una questione legata alla praticità. il bianco si poteva pulire e disinfettare più facilmente con la candeggina prima che si imparasse ad usare il bagno in autonomia.

All’inizio del XX secolo, bambini e bambine iniziarono ad indossare i colori, il BLU era considerato delicato e appropriato alle femmine mentre il ROSA (essendo associato al rosso ovvero alla mascolinità) era ritenuto un colore più forte ed audace e, quindi, più adatto ai maschi.

Dopo la seconda guerra mondiale, alla fine degli anni ’40, tutto questo si ribaltò. Il perché resta un po’ un mistero, ma sembrerebbe che un grande magazzino americano lanciò una campagna a favore del rosa per le femmine e del blu per i maschi. Una vera campagna di marketing che rese più facile la produzione di merce in DUE COLORI e questo divise il mondo tra rosa e azzurro.

Ma la storia del rosa non finisce qui e approfondiremo, magari, in un altro articolo.

Tutto questo per dirvi che, inconsciamente, avevo maturato un odio profondo per il rosa perché veniva considerato da “femminuccia” e io non volevo essere etichettata tale. Le mie amiche lo adoravano, io lo ritenevo ripugnante.

Col tempo poi ho maturato attrazione per il colore rosso (un colore mascolino) associato non solo alle sensuali pin-up della Coca-Cola, ma anche a moto, e auto (tanto che la prima auto che mi regalarono fu una 500 rosso Ferrari)

Con gli anni l’ approccio nei confronti del mondo dei colori cambiò e un fattore determinante è stato l’incontro con CurvyPride e la sua maglietta fucsia. Non nego che all’inizio ero un po’ riluttante in questa tonalità, ma mi accorsi che quel tipo di colore, con grande stupore, mi donava, ravvivando perfino il colore dei miei occhi e a poco a poco ho iniziato a fare pace con il rosa, amandone ogni sfumatura.

Da allora, dal 2018, a poco a poco ho iniziato a introdurlo nella mia quotidianità con vasi per i fiori, scarpe col tacco, cappotto, nelle pareti della lavanderia, nelle persiane della mia casa. Incuriosita da questi cambiamenti di me stessa ho iniziato a studiare la psicologia dei colori e a chiedermi: quali colori mi fanno sentire felice?

Durante la ristrutturazione della mia casa ho riflettuto su quali colori utilizzare per infondere ricordi allegri e felici. Il modo in cui vediamo il mondo plasma chi scegliamo di essere e scegliere determinati colori avvincenti può cambiarci la vita in meglio. Pensando a come arredare casa sono arrivata alla conclusione che il colore bianco sporco delle pareti mi dà fastidio e ho iniziato a desiderare ambienti più luminosi, ma non solo per ragioni estetiche, ovvero ho notato gli effetti positivi e negativi che il colore ha sulle emozioni, mie soprattutto: il blu mi fa sentire calma, il rosso mi da energia, il verde mi rigenera a mente, il fucsia mi dà allegria e i monotoni (grigi, beige) mi fanno sentire priva di ispirazione o addirittura triste.

Dopo aver letto la mia esperienza vi sfido a raccontarmi quale colore considerate nemico e perché? Cosa vi evoca, quali emozioni? Parlarne con qualcuno potrebbe inaspettatamente farvi cambiare idea.


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Il presente articolo è stato scritto dalla socia e collaboratrice dello staff Valentina Parenti che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

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Valentina Parenti (@momincolors ) sogna un mondo senza stereotipi di genere, positivo e attento all’integrazione sociale per questo è membro Curvy Pride, BodyPositiveCatWalk e da poco ha creato @FelicitàFormosa su Parma.

Valentina educa i suoi figli ad una “vita a colori” ed è il segreto della felicità #educareallafelicità.

POSSONO ESISTERE DAVVERO I CANONI DI BELLEZZA?

Sin da piccole, noi donne soprattutto, veniamo cresciute con l’idea che il bello e la bellezza siano strettamente collegati a dei canoni di bellezza definiti cui fare riferimento. Basti pensare alla bambola più famosa al mondo con cui da decenni migliaia di bambine giocano e si immedesimano: Barbie.

Barbie, la famosa bambola della Mattel.

Crescendo, però, ogni piccola bambina che sogna di assomigliare alla sua bambola preferita si renderà conto che la realtà è ben diversa e che quei canoni prestabiliti, cui fare riferimento, non possono esistere e che sono una menzogna, falsata dalla società, dalla cultura e dal tempo.

Nulla come il corpo femminile, infatti, è stato interpretato, rappresentato e simbolizzato nel corso delle epoche storiche, generando modelli iconici che sono diventati popolari per poi passare di moda con un soffio di vento.
La società, da sempre, chiede alle donne di apparire in un determinato modo, delineando, secondo canoni prestabiliti dal contesto epocale, una sorta di corpo “ideale e perfetto” il cui paradigma è in continuo cambiamento.
Si è scritta, così, una storia complessa che passa attraverso l’arte e la moda ma, purtroppo, anche attraverso la malattia mentale e la sofferenza psicologica, che vede coinvolte sempre un maggior numero di donne.

Il corpo femminile è, molto spesso, oggetto di discussione e fonte d’ispirazione per grandi artisti e letterati, sin da tempi immemori, che lo hanno rappresentato sotto ogni forma d’arte possibile, sotto diversi punti di vista e con caratteri differenziali, talvolta opposti e dissonanti tra di essi.
Questa continua esposizione, negli anni, del corpo femminile come “oggetto idealizzato”, ha portato la donna ad una ricerca continua di perfezione e bellezza.
Non esiste, però, una definizione univoca e costante della bellezza.
Se proviamo a definire il bello, si può dire che bello sia qualcosa che attrae, che colpisce, che spinge a soffermare lo sguardo senza reprimere un senso di meraviglia, addirittura di estasi, ma resta comunque difficile stabilire cosa sia realmente la bellezza e soprattutto : essa potrebbe essere definita come “una proprietà dei corpi”, proprietà che viene studiata da sempre e che ancora non si è riusciti a comprendere appieno, né a definire in modo univoco.
Alla luce di ciò, le donne, da sempre, hanno desiderato essere belle, risultare piacevoli agli occhi di chi guarda e essere apprezzate, ma di certo mai come oggi.
Nella società odierna, infatti, si è affermato un vero e proprio culto del corpo e la bellezza esteriore. In determinati casi, sembra essere più importante l’aspetto e l’apparire delle qualità morali ed intellettive. Per alcune donne è una vera e propria ossessione, un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, ricorrendo se necessario, a misure estreme quali diete drastiche, ove presente qualche rotondità, allenamenti eccessivi o addirittura lifting e ritocchi a parti del viso, fino a veri e propri interventi chirurgici per assottigliare alcune parti o riempirne altre.
Tutto ciò è dettato dalla percezione che le donne stesse hanno del proprio corpo e come lo vivono, quanto esse tendano a confrontarlo con altri corpi ma anche come esso è visto e presentato dagli altri.
La questione è proprio questa: gli altri e come ci vedono.
L’altrui giudizio, infatti, può influenzare, fin dall’infanzia, la visione che si ha di noi stessi. Visione che, se distorta, può sfociare in atteggiamenti dannosi e autolesionistici, quali disturbi alimentari, come bulimia e anoressia, scarsa autostima, disturbi somatici, fobia sociale, manie compulsive ossessive e altre patologie, quali la dismorfofobia o disturbo da dismorfismo corporeo, ovvero quella fobia che nasce da una visione distorta che si ha del proprio aspetto esteriore, causata da un’eccessiva preoccupazione della propria immagine corporea. Tali disturbi, che si presentano già nei primi anni dell’adolescenza, hanno conseguenze che si possono protrarre sino all’età adulta, talvolta irreparabili. La percezione che ogni individuo ha di se stesso e del proprio corpo può condizionare un’intera esistenza: conflitti con se stessi, difficoltà negli approcci con gli altri, insicurezze, paure nell’agire sono tra le più comuni problematiche, ma non le sole che, chi vive un rapporto poco sano col proprio corpo, incontrerà nel corso della vita.

Fondamentale, perciò, è educare sin dall’infanzia a comprendere il senso e ad amare il proprio corpo e il proprio essere, con le varie sfaccettature che esso presenta. La realtà odierna e la società nella quale ci apprestiamo a vivere, purtroppo però, presentando canoni di bellezza sempre più idealizzati, non supporta famiglie ed educatori in questo processo educativo anzi talvolta il contesto fruisce da vero e proprio ostacolo. È, infatti, proprio il contesto sociale in cui l’individuo vive a influire nella percezione che si ha di se, quindi, noi tutti e in questo la nostra associazione, dobbiamo impegnarci a promuovere, non più canoni di bellezza idealizzati e irraggiungibili e, soprattutto, non più canoni univoci cui fare riferimento, ma la pluralità della bellezza, educare alla bellezza in tutte le sue forme e soprattutto educare all’amore, verso noi stessi e gli altri.
Solo così potremo abbattere i canoni di bellezza e tutto ciò che di sbagliato e negativo comportano.

Se vi va potete scrivermi e raccontarmi di voi, possiamo confrontarci e parlare.
Mi trovate all’email santapentangelo27@gmail.com o sul mio Instagram santa.pentangelo

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Santa Pentangelo che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Trentenne, eterna sognatrice. Innamorata dell’amore e della vita che secondo lei merita di essere vissuta al meglio. Ci mette sempre il cuore e cerca il lato positivo in tutto ciò che accade!

DOLCETTO O SCHERZETTO?

Nel 2020 il virus ci ha giocato un bello scherzetto, e per questo i nostri bimbi non potranno andare a bussare di porta in porta chiedendo dolcetti (ammetto che gran parte del bottino poi lo avrei mangiato io!)
Possiamo però rendere questa ricorrenza divertente, e soprattutto gustosa, anche a casa nostra! Come fare?

Partiamo dall’ inizio, cosa significa Halloween? Non si tratta di una “festa satanica” come alcune persone credono, ma semplicemente dall’abbreviazione di “All Hallow’s Eve” che tradotto sta per “Notte degli spiriti sacri”: la vigilia di Ognissanti.
L’origine di “dolcetto o scherzetto” (trick or treat) deriva dall’usanza medievale di elemosinare di porta in porta la vigilia di Ognissanti.

Al giorno d’oggi i bambini si vestono in maschera e di porta in porta chiedono dolciumi, in caso contrario faranno uno scherzetto.
Ha origine da un’antica festività pagana e deriva dalle tradizioni celtiche e precristiane. Halloween ha inoltre radici nelle tradizioni della Roma antica, la ricorrenza è legata alla dea dei frutti e dei semi Pomona, e alle feste dedicate ai defunti, i Parentalia.
Si può dire che sia un’usanza partita da Roma, che ha fatto il giro del mondo nel corso dei secoli, per poi tornare in Italia!

Personalmente ho sempre amato questa ricorrenza, la festeggiavo già in tempi non sospetti organizzando feste a tema, la prima addirittura nel 1995! Ricordo che molti genitori non autorizzavano i propri figli a partecipare temendo che facessimo qualcosa di pericoloso legato a rituali esoterici, in realtà era un modo per trovarsi in compagnia, vestirsi in maschera e preparare e mangiare molti manicaretti “a tema”. Un giorno ho persino “preso in prestito” l’orologio a pendolo preferito di mio nonno per aggiungerlo alla scenografia, insieme a ragnatele finte, pipistrelli di cartone, e vasi di vetro riempiti di acqua colorata con etichette di pozioni fantasiose. Una delle feste più riuscite è stata nel 2004, nella foto mi vedete vestita da strega con il mio ragazzo vampiro.
True Fact: non guardo i film horror perché mi impressionano.

Festa del 2004
La festa del 2004, io e il mio ragazzo vampiro!

Voi non avrete bisogno di rubare il pendolo del nonno per festeggiare Halloween a casa! Bastano dei semplicissimi accorgimenti per entrare nel mood. Di seguito vi elenco alcuni semplici consigli, trovate comunque moltissimi spunti sul web.
MOOD:
– Decorate la casa con ragnatele finte, pipistrelli di cartoncino sulle finestre, i colori tipici sono il nero e l’arancione, date spazio alla fantasia! Se avete bambini ( vostri o “acquisiti”, prima di diventare mamma prendevo in prestito le cuginette o i bambini delle vicine ) fatevi aiutare da loro, vi stupiranno con le loro idee geniali!
– Per un effetto decadente, tagliate dei vegetali, metteteli in barattoli di vetro e riempite con acqua colorata, etichettate. Ecco che un finocchio con acqua rossa diventa un “musculus cordis” un cavolo rosso tagliato a metà un “pulmo porci”, uova sode o rape rosse sembrano bulbi oculari galleggianti…e così via…
– Se non amate le decorazioni a tema horror, optate per decorazioni a tema autunnale, zucche, pannocchie, castagne, non dimenticate le collane di aglio o cipolle intrecciate “per tener lontano i vampiri”
– In entrambi i casi la zucca è d’obbligo. Potete scavarla e ritagliarla a forma di faccia (la classica zucca di Halloween) o semplicemente con dei fori geometrici e creare dei lumini.
– Cambiate le lampadine con lampadine colorate rosse o arancioni
– Create dei segnaposto a forma di fantasmino, o dei menù a forma di bara che si apre.
Date dei nomi fantasiosi e a tema alle pietanze, non state servendo un piatto di spaghetti al pomodoro bensì un “Piatto di vermi saprofagi al sangue!”
– In caso di buffet, corredate i piatti con dei cartellini e nomi fantasiosi, il tutto scritto con un font possibilmente gotico o antico. Il diavolo sta nei dettagli 😉
– Nulla vi vieta di fare una festa in famiglia seguendo un tema specifico (Harry Potter, la Famiglia Addams, Hansel e Gretel…)
– Se amate il cinema via libera alla visione di film horror attuali o “classici” o di cartoni animati adatti all’età di tutti i presenti

FOOD
– Utilizzate la polpa delle zucche che avete svuotato per le vostre ricette dolci e salate!
– Decorate gli stuzzichini facendoli sembrare degli insetti
– Se servite risotto o pasta corta , mettete due mozzarelline ciliegine con due olive nere, sembrerà che due occhi stiano fissando il commensale
– Usate dei tagliapasta a forma di pipistrello, gatto, fantasma, zucca… per i vostri biscotti
– Allo stesso modo potete utilizzare degli stampi in silicone a tema per fare i cioccolatini
– Preparate dei muffin, metteteli a testa in giù ( con la parte larga verso il basso ) e ricopriteli con glassa bianca o con pasta di zucchero bianca, due pezzetti di cioccolato o chiodi di garofano, et voila ecco i fantasmini!
– Mele cotte al forno, cospargetele con marmellata di frutti rossi e create un vermetto verde con marzapane o pasta di zucchero, Ecco a voi una fantastica mela marcia
– Se avete bambini, preparate le mele caramellate con caramello rosso, stile strega di Biancaneve
– Create un “dolcetto o scherzetto” in casa, o nascondete i dolcetti creando una caccia al tesoro per i vostri bambini

Ecco due ricette che sono solita preparare per Halloween!
La prima è la classica ricetta americana dei Chocolate Chip Cookies, la seconda è una ricetta alternativa (ma ugualmente buona) per i Brownies: si tratta di una ricetta senza glutine o lattosio, vegetariana e vegana, adatta quindi anche a persone che possono avere delle intolleranze.

Chocolate chips cookies

CHOCOLATE CHIP COOKIES
Un classico che non può mancare ad Halloween!

Ingredienti
– 200 g farina Manitoba
– 1/2 cucchiaino di bicarbonato di sodio
– sale
– 100g di burro a temperatura ambiente
– 200g zucchero
– 1 cucchiaio di melassa o di miele scuro forte (es. castagno)
– 1 uovo
– 200 g gocce di cioccolato ( personalmente preferisco tagliare una tavoletta di cioccolato fondente grossolanamente )
– 130 g di noci o nocciole tritate

PREPARAZIONE
Preriscaldare il forno a 150°
In una ciotola mescolate farina, bicarbonato e una presa di sale, mettete da parte.
In un’altra ciotola lavorate il burro, lo zucchero e la melassa per circa 2 minuti, fino a ottenere una crema soffice e spumosa. Aggiungete l’uovo. Versate il composto con la farina dentro alla crema e uova e incorporare con un cucchiaio, amalgamare bene ma evitate di lavorare l’impasto troppo a lungo. Versate il cioccolato e le noci/nocciole tritate.
Formate delle palline di circa 4 cm di diametro e mettetele su una placca rivestita di carta da forno ad almeno 8 cm di distanza l’una dall’altra.
Infornate per circa 18/20 minuti e se necessario procedete con più infornate. Lasciate intiepidire i biscotti per qualche minuto prima di trasferirli a raffreddare.
Assaggiare. Ripetutamente!

I deliziosi Brownies

BLACK BEAN BROWNIES – gluten free – lactose free – vegan
I Brownies sono un altro dolcetto facile e veloce da preparare. In questa versione sono adatti anche alle persone intolleranti al glutine, ai vegani e vegetariani.
Questi brownies presentano un ingrediente che può apparire insolito: i fagioli neri! Vi assicuro invece che rendono l’impasto morbidissimo, per un risultato strepitoso.
Sono stata indecisa fino all’ultimo perchè c’è un’altra buonissima ricetta con la patata dolce al posto dei fagioli, ma ho pensato che i fagioli fossero più facili da reperire e che così vi evitavo di prendere le patate, bollirle, sbucciarle e ridurle in purea.
* In caso vogliate la ricetta con la patata dolce, scrivetemi!*

INGREDIENTI
– 250 g di fagioli neri sgocciolati (in alternativa usate i cannellini)
– 2 cucchiai di cacao amaro in polvere
– 40g di fiocchi d’avena (meglio quelli piccoli, sulle confezioni trovate scritto “quick oats”)
– un pizzico di sale
– 75 g di sciroppo d’acero ( in alternativa sciroppo d’agave o miele )
– 2 cucchiai di zucchero di canna ( se non volete usare zucchero, aumentate lo sciroppo a 110g invece di 75 g )
– 40 g di olio di cocco o altro olio vegetale ( es. di semi, di arachidi… )
– 2 cucchiai di polvere di vaniglia – se non la trovate, una bustina di vanillina
– 1/2 cucchiaio di lievito
– 80/100 g di gocce di cioccolato o cioccolata in pezzi ( a vostro piacimento se ne volete di più o di meno )
– Tenete da parte alcuni pezzetti di cioccolata da spargere sulla superficie dei biscotti

PREPARAZIONE
Preriscaldare il forno a 175°C
Mescolare tutti gli ingredienti, TRANNE i pezzetti di cioccolata, in un robot da cucina con le lame o frullatore potente. L’impasto deve essere omogeneo e cremoso, fermare il robot e controllare di tanto in tanto.
Aggiungere i pezzetti di cioccolata ( tranne alcuni che metteremo sulla superficie ), mescolare con un cucchiaio.
Versare in una teglia quadrata di 20 x 20 cm ( altezza 5 cm ). La teglia deve essere antiaderente, oppure oliatela. Guarnire con i restanti pezzetti di cioccolata.
Infornare per 15/18 minuti e LASCIAR RAFFREDDARE prima di estrarli dalla teglia e tagliarli (altrimenti si rompono). La quantità basta per tagliare 9/12 brownies.
Se l’impasto vi sembra poco cotto, metterli in frigo durante la notte e magicamente avranno la consistenza giusta!
* Un trucco: prima servite i brownies, e solo dopo svelate l’ingrediente segreto, nessuno immaginerà che li avete preparati con i fagioli!
* Se lo desiderate potete aggiungere qualche goccia di olio essenziale o aroma all’impasto, paticolarmente indicati menta piperita, arancia, cannella…

Buon appetito e buon Halloween!

Il presente articolo è stato scritto dalla socia, staff e blogger Martina Giraldi che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’ASSOCIAZIONE CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

MAMMA, MODELLA CURVY E APPASSIONATA DI CUCINA E BENESSERE
In lotta con la bilancia da quando aveva 14 anni, prova tutte le diete e le ricette possibili ed immaginabili che le promettono un miraggio di dimagrimento (fallendo miseramente nel suo intento, ma al contempo migliorando il suo stile di vita).
A 38 anni incontra la filosofia Bodypositive e Curvy Pride: è amore a prima vista!
Butta la bilancia, ma fa tesoro di tutte le informazioni, le ricette ed i trucchi wellness appresi.
L’importante è stare bene, BEAUTY AND HEALTH HAVE NO SIZE-
Bellezza e salute non hanno taglia





QUATTRO RAGAZZE DI CURVY PRIDE NEL CALENDARIO ‘SENSUALITY CURVY’

BRESCIA – Quattro ragazze dell’associazione “Curvy Pride” fanno parte del calendario 2021 intitolato “Sensuality Curvy” ideato dal fotografo delle donne curvy Piero Beghi. Sono Laura Tagliaferro, Silvia Sannino, Laura Chiapparini, e Barbara Braghin. Anche il fotografo fa parte dell’Associazione.

Il Calendario è una splendida idea personale e professionale di Piero Beghi, totalmente slegato dall’Associazione CURVY PRIDE.

Quale messaggio vuole dare con questo calendario?

Lo spirito di questo lavoro è rivolto ancora a quelle donne che vengono ormai conosciute come curvy, donne che non devono sentirsi meno belle o mettere in dubbio la loro femminilità solo perché sono un po’ sovrappeso. Le curvy hanno il loro fascino e la loro sensualità e il calendario intende proprio dimostrarlo.

Come sarà il calendario?

“Sensuality Curvy” sarà un calendario molto curato, tutto in bianco e nero proprio per evocare grazia ed eleganza. Quest’anno, infatti, gli scatti che verranno realizzati si prefiggono innanzitutto di far vedere il fascino e la sensualità delle nostre curvy che, proprio per questo saranno ritratte in lingerie. Non ci sarà però nulla di volgare, ma l’immagine proposta sarà sempre molto glamour e giustamente sexy, affascinante, ma senza mai andare oltre.

È un parametro di bellezza diverso rispetto alle classiche modelle?

Sì e con questo calendario voglio trasmettere una riflessione che è rivolta innanzitutto proprio alle stesse curvy. Donne che presentano qualche etto in più rispetto a certi parametri che vanno per la maggiore e, purtroppo, sono duri da cancellare. Questo calendario, invece, vuole sottolineare la bellezza e il fascino delle curvy, indipendentemente da quello che sembra dire o meno la bilancia. In questo senso mi piace sottolineare un aspetto che è emerso sin dal casting che abbiamo realizzato per individuare le modelle per le diverse fotografie.

Le curvy si sono quindi messe in gioco, ci racconti qualche curiosità…

Le donne che si sono prestate o, in alcuni casi, hanno espressamente chiesto di partecipare, innanzitutto, si sono divertite nel posare davanti alla macchina fotografica. Si sono messe in gioco con grande disponibilità ed entusiasmo ed hanno ricevuto una bella iniezione di autoconvinzione. Mi sembra che proprio questo sia l’elemento più importante che mi ha portato a presentare la seconda edizione del calendario che, è bene ribadirlo, ha il fondamentale obiettivo di valorizzare la donna formosa, donne di diverse età, tutte maggiorenni, naturalmente (la più grande ha 53 anni), con l’unico requisito di portare una taglia dal 46 in su.

Come è stato preparato il casting?

Con una preparazione minuziosa e curata. Visto l’anno del tutto particolare che stiamo vivendo, l’invito a partecipare al casting è partito soprattutto via social. Devo dire che l’interesse suscitato è stato davvero notevole, se solo si considera che, alla fine, è stata coinvolta nell’iniziativa una cinquantina di modelle. Dall’inizio di luglio sino al 9 agosto, complice la necessità di rispettare le distanze e i protocolli di sicurezza (obbligo che ha finito per dilatare i tempi del nostro progetto), abbiamo lavorato nel mio studio per una prima selezione che mi ha portato ad individuare venticinque modelle.

Da dove sono arrivate le modelle curvy?

Come già è accaduto per l’edizione 2020, anche quest’anno si sono presentate modelle provenienti veramente da tutta Italia, dal nord e dal sud, e mi piace segnalare che in questo calendario 2021 ci saranno anche due curvy bresciane (lo scorso anno ce n’era una)”.

Quando farà gli scatti per il calendario 2021?

Domenica 25 e lunedì 26 ottobre nel mio studio definirò immagini e dettagli di tutti i mesi che comporranno il calendario.

Dove sarà presentato il calendario?

L’anno scorso il calendario curvy è stato presentato a Milano. Per questo 2020, complice l’emergenza sanitaria e la necessità di seguire la sua evoluzione, non sono state ancora definite le modalità di presentazione.

Dove sarà in vendita?

“Sensuality Curvy” sarà in vendita sui social e sul sito web. Non si tratta ovviamente di un progetto commerciale, ma di un’opera che vuole schierarsi dalla parte delle curvy. I chili in più non devono mai diventare un problema o una causa di mortificazione. Le donne formose hanno fascino e sensualità in gran quantità. Io voglio dimostrarlo grazie all’obiettivo della mia macchina fotografica e farlo sapere al maggior numero possibile di persone, a cominciare, naturalmente, dalle vere protagoniste di questo lavoro, le curvy stesse.

                   

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Barbara Braghin che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’ASSOCIAZIONE CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Barbara Braghin è giornalista e blogger. Adora la moda, i film con Marilyn Monroe anche se il suo preferito rimane sempre Pretty Woman. Da sempre fan di Madonna, adora il fucsia e ha una filosofia di vita molto strong: SE INSISTI E PERSISTI RAGGIUNGI E CONQUISTI.