21 FEBBRAIO

Una data che risuona nelle mie orecchie quasi come quella dell’11 settembre.

Ricordo esattamente cosa stavo facendo quel giorno. Erano le ore 14:00, ed io ero a casa in attesa di un esame ospedaliero il cui risultato è stato spiacevole. Dopo qualche ora la notizia su tutte le reti televisive del primo caso covid-19 positivo in Italia, il famoso “paziente zero”.

Credevo che non ci fosse un giorno peggiore di quello nel mio 2020, invece mi sbagliavo. Quel giorno ero già scioccata da una diagnosi personale e a complicare le cose il mio lavoro da infermiera. Nel frattempo sapevo che dopo il risultato dell’esame sarei dovuta stare a casa almeno per due settimane e fare altri controlli.

Sono state settimane piene di incubi e pensieri, settimane in cui mi sentivo vuota dentro ma con una grande quantità di energia fuori e, non sò come spiegarvelo, non vedevo l’ora di rientrare a lavoro per aiutare i miei nonni e di entrare nel “campo di battaglia” insieme ai miei colleghi.

immagine presa dal sito web pixabay

Nelle due settimane prima del mio rientro in struttura ricordo di avere fatto man bassa di “dpi” (dispositivi di protezione individuale) perché sapevo che la situazione generale a livello mondiale era inadeguata a sopperire tutte le esigenze dei sanitari. I costi erano schizzati alle stelle: 10 mascherine ffp3, le uniche trovate online, poi più viste per diversi mesi sul sito, alla “modica” cifra di 73 euro!

Rientro, con il primo decesso per covid-19. Ansia e un po’ di paura sono state le prime sensazioni provate.

Ricordo bene, e non si può dimenticare, tutta la procedura per la vestizione e la svestizione, tutti i cambiamenti causati dall’ approvvigionamento tempestivo di detergenti specifici, tute protettive, visiere, occhiali, guanti e detergenti alcoolici per le mani in quantità industriale. Oltre agli spogliatoi abbiamo dovuto adibire delle stanze apposite per la vestizione e la svestizione dei dpi, cambiare ogni giorno i piani di lavoro per le continue modifiche della situazione clinica dei nostri nonni, allestire una stanza per la decontaminazione degli indumenti con la macchina all’ozono, sospendere tutte le attività di vita comunitaria. Pensate a fare tutte queste cose da un giorno a quell’altro, ma soprattutto pensate a come è stato difficile per noi cercare di fare capire la situazione ai nonni, gli stessi nonni che non riuscivano bene a comprendere il perché non avrebbero più visto per mesi i loro figli, i loro nipoti, i loro cari.

Oltretutto c’era già qualche mio collega positivo naturalmente a casa quindi da 6 infermieri ci siamo ritrovati a lavorare in 3. I turni erano irregolari, spesso di più ore rispetto al turno classico, spesso saltavamo i riposi e le attività non essenziali erano state sospese e quindi ci siamo trovati anche con meno personale (ad esempio l’animatore)  

Non credo di avere mai sudato così tanto come con quella tuta, nemmeno quando andavo in palestra. Mi immaginavo il mio corpo come un kebab con gocce di sudore che grondavo soprattutto sotto le braccia. Per non parlare poi dello sfregamento delle cosce che, già essendo in carne, era un problema pima figuriamoci dentro quella sauna umana. Mi è venuta la cistite perché non potevo andare in bagno per ore e la pelle sembrava squame perché non potendo né mangiare né bere fino a fine turno (parlo di turni di 10 ore e qualcuno forse anche di più) la disidratazione era dietro l’angolo. Non parliamo della visiera che seppur efficace mi faceva sempre tornare a casa con un gran mal di testa. Non eravamo abituati a queste cose, non eravamo “addestrati alla pandemia” ma ce l’abbiamo messa tutta.

Arrivavano tantissime telefonate al giorno da parte dei familiari giustamente terrorizzati dalla situazione, ai quali abbiamo sempre dimostrato vicinanza e che cercavamo di tranquillizzare con parole di conforto o se era possibile facendo sentire al telefono il proprio caro.

Ero sempre più ossessionata dall’igiene e la pulizia tanto che dopo mesi mi sono resa conto che dovevo tagliarmi i miei lunghissimi capelli super rovinati da quel periodo fatto di soluzioni alcooliche a lavoro, a casa, perfino in macchina.

la mia mano al primo giorno di utilizzo di soluzioni alcooliche

Nel susseguirsi delle giornate ho provato tantissimi sentimenti rabbia, sconforto, paura, l’impotenza di non poter fare di più di quello che già facevamo con le risorse di cui disponevamo, la tristezza nel vedere i miei nonni che soffrivano la solitudine dei familiari e della ormai inesistente vita comunitaria che riempiva le loro giornate;  evito di parlarvi di quando c’era un decesso: gli occhiali si riempivano di lacrime in un attimo, sentivo dei macigni nello stomaco e ancora ad oggi quei letti io li ricordo con il nome di chi non cè più.

Sotto la divisa noi sanitari siamo persone umane come tutte le altre e, forse non in tutti i casi, anche più sensibili nei confronti della vita delle persone ma anche nel momento di accompagnarli verso il fine vita.

Ad un certo punto, presa dalla moda delle mascherine fashion che noi non potevamo indossare, mi è venuto in mente che, per portare un sorriso ai nonni che non ci riconoscevano nemmeno sotto quelle armature, potevo disegnare un sorriso sulle mascherine (la mascherina naturalmente chirurgica quella che stava sopra alla ffp3) e così ho fatto! Io ero abituata a mettere sempre un rossetto molto acceso a lavoro o rosso o rosa fluo e così facendo i miei nonni mi riconoscevano. Non sapete come era bello per me sentire pronunciare il mio nome dalle loro labbra! Mi riconoscevano! Si sentivano rassicurati! E non c’era cosa più bella per me.

Ho sofferto molto anche la separazione da mio marito, l’isolamento obbligato durato per mesi. Mi ricordo ancora che un giorno gli ho chiesto se si ricordava ancora della mia faccia. Non avrei mai pensato di fare una domanda del genere a mio marito. Mi mancava tantissimo! Mi mancava baciarlo, mi mancava toccargli i piedi nel letto o abbracciarci mentre dormivamo, mi mancava tutto perfino stare in cucina a preparare da mangiare per due.

La sedia vuota, il letto senza un lenzuolo fuori posto, la solitudine nel cuore.

Sono stati momenti difficili che non dimenticherò mai e che spero non si verifichino più.

Nel buio è stato comunque bello vedere tutti quei gesti di solidarietà nel mondo, i canti dal balcone, centinaia di messaggi che mi arrivavano, i commenti solidali e di coraggio nei post di facebook, i disegni che mi mandavano. Tutte queste piccole cose mi davano da sperare nell’umanità ritrovata (ad oggi posso dire a malincuore che è durata davvero poco)

Spero che ogni persona abbia il buon senso di seguire le regole, anche se si è stufi lo sò bene, ma questa bestia ha annientato tante persone che tutti noi vorremmo ora avere vicino.

 Al di là di quello che ogni persona crede sull’esistenza del covid o meno, non sono qui a discuterne. Semplicemente vi porto la mia esperienza ed io posso solo dirvi che i miei occhi non dimenticheranno mai le cose vissute in questo triste periodo e che l’amore vince sempre sulla paura ed io continuerò ad occuparmi dei miei pazienti come ho sempre fatto con amore, dedizione, professionalità, un sorriso ed ancora più grinta e preparazione infermieristica.

Vi lascio con una bellissima lettera che ci hanno scritto i familiari di un nostro nonno deceduto proprio in quel periodo.

Mi raccomando siate prudenti e amate il dono più prezioso che potete avere: LA VITA!

(le foto sono personali)

-Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog

un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’associazione Curvy Pride-aps impegnandosi nel volontariato

Chiapparini Laura, curvy model per passione ed infermiera
mail :fairylaura83@gmail.com instagram: laura_kitty_1

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