AL DOLORE BISOGNA ABITUARSI, PERÒ C’È IL SOLE

Come si sta in un corpo pesante e affaticato? Andrea ce lo racconta nei particolari ma nonostante il dolore riesce a vedere il sole.

Questa storia di vita l’ha scritta per noi Andrea Zuffa, uno degli autori del nostro libro antologia #dilloacurvypride e grande amico dell’Associazione.

La sveglia suona alle 6.30. Apro gli occhi sui secondi che anticipano l’assolo di The Chain dei Fleetwood Mac. Il giro di basso meriterebbe l’inizio di una futura giornata da ricordare eppure è una giornata qualunque, un giorno come un altro.

Mi tiro su e mi metto a sedere cercando le ciabatte vecchie e sformate ai piedi del letto. Ogni giorno di più le guardo pensando che sarebbe ora di comprarne un altro paio.

Torno da lavoro e le indosso subito ma il mio piede non è stato avvolto in morbido cotone, protetto da un delicato camoscio non ha calpestato lucidi pavimenti e morbide moquettes, rannicchiato in un tubolare imprigionato da pesanti scarponi ha arrancato tra terra, sassi e rovi. Fossi le ciabatte sarei io a sentirmi offeso.

Cerco di sciogliere l’intorpidimento del braccio destro. Cerco di non pensare all’ intenso prurito delle punture del parassita dell’acaro del legno, sul ventre fino in fondo l’ ombelico. Quando mi lamentavo delle zanzare non sapevo di cosa stessi parlando. Scricchiolo ormai anche nel camminare verso il bagno. La caviglia destra, quella sinistra e il ginocchio sulla stessa gamba. Ho un corpo pesante, affaticato, che non trova una mente che gli vuole bene. Me lo fa capire ormai tutti i giorni. È sempre stato il mio specchio rivelatore, il ritratto di Dorian Gray dei miei pensieri più intimi, delle mie paure più profonde

Da bambino, dopo i trattamenti di crioterapia, mi guardavo i palmi delle mani e speravo di non vedere mai più ricomparire quelle orride verruche. Le detestavo, cercavo di “strapparle” a piccoli morsi da coniglio e il risultato finale era sempre un cratere informe, innaturale e ne avevo le mani piene. Le incidevo più possibile con le forbicine, spesso fino a bagnarne le punte con una goccia di sangue. Non ricordo quante sedute feci, ci vollero mesi e se ne andarono solo con un trattamento a base di calce viva e qualche settimana di psicofarmaci.  Ora cerco di proteggere le mani il più possibile, a pensarci è uno dei pochi doni reali che mi faccio. Indosso due paia di guanti a lavoro per tutelarle dalle spine delle giovani acacie. Aghi lunghi e rigidi che sembrano cercare a tutti i costi una parte di te. 

Assonnato, mi siedo al tavolo della colazione dopo aver acceso il fornello con sopra la moka sopra già pronta: è sicuramente una cosa sbagliata per l’umidità che “intacca” il caffè durante la notte ma tutto deve essere lesto al mattino, lesinando anche sulla qualità delle cose belle.

Non riesco ad aprire un vasetto di marmellata. Non perché il tappo sia troppo stretto ma perché non riesco a stringergli le dita attorno senza sentire una fitta al gomito e le dita non riescono a piegarsi più di così. Della prima estate in cui dovetti fare i conti con l’epicondilite ricordo una mattina passata a cercare di raccogliere ciliegie, tentando di stringere i piccioli e staccarli dal ramo senza far cadere il frutto, spesso senza riuscirci. Rallentando ancora di più in confronto alla madre di Tommy che sentiva di essere in competizione con chiunque raccogliesse in compagnia sua e di suo marito.

Quella stessa estate, raccogliendo fiori di zucca, non esattamente casse di patate, mi bloccai con la schiena in mezzo all’orto. Di solito succede quando due vertebre si toccano, dove la cartilagine ormai non c’è più. Una violenta scossa elettrica lungo tutto il corpo che ti paralizza. 

Provai a fare stretching sdraiato sull’erba, troppo tardi, andava fatto molto prima.

Un po’ per il dolore, un po’ perché a parte qualche giorno di malessere non avevo mai più avuto un episodio simile, mi ritrovai in lacrime a raccogliere cinque panieri di pomodori, strisciando sulle ginocchia, appoggiandomi al manico. Sarà anche per questo che guardo con animosità le persone che vaneggiano di vivere una meravigliosa vita da Mulino Bianco in cambio della loro grigia vita da ufficio.

In fondo non mi sto lamentando. Uno potrebbe chiamarla sfortuna ma sarebbe falso e preferisco comunque scricchiolare che trovarmi a piangere al supermercato, o a spasso col cane come succedeva qualche settimana fa, prima di ricominciare a lavorare. La vita sa essere grigia anche in campagna.

“Al dolore bisogna abituarsi” mi ha detto una volta mia madre. Forse l’ho presa troppo alla lettera.

Stringo i lacci degli scarponi per quanto mi permettono le mani. Quando esco dalla porta l’aria fresca mi punge il volto ma il cielo è già azzurro e presto si alzerà il sole.

È un giorno come un altro, una giornata qualunque. 

Però c’è il sole.



Andrea Zuffa

Riceviamo e pubblichiamo con piacere questo articolo. Un grazie a tutte le persone, le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

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