CHIAMATELA ANORESSIA, IO LA CHIAMO TRAMPOLINO DI VITA

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Elisa Picconi, educatrice e laureanda ventiseienne di Roma. Dopo aver assistito a una presentazione del nostro ultimo libro MI RACCONTO PER TE, Elisa ha trovato l’ispirazione per scrivere e inviarci la sua toccante storia di vita. Storia che è stata scelta per essere pubblicata nella rubrica di Curvy Pride sulla nuova rivista online di RADIO RID96.8, dal titolo DONNE DI OGGI BUSINESS & LIFE.

La rubrica di Curvy Pride, DIAMO VOCE AL CUORE, proporrà ad ogni uscita articoli, racconti, interviste legati agli argomenti sociali e inclusivi che sono il nostro messaggio e la nostra missione. Ringraziamo quindi RADIO RID96.8 e in particolare Michelle Marie Castiello per aver voluto fortemente la nostra partecipazione al progetto. Grazie anche alla nostra nuova amica Elisa che ha avuto la grande sorpresa di essere pubblicata non solo qui sul blog, ma ancor prima, come racconto inedito, su DONNE DI OGGI. Ecco il racconto completo.

“Mi chiamo Elisa. Vivo a Roma e alla mia nascita pesavo 2.4 chili: pesavo poco ancora prima di conoscere il mondo.

Elisa Picconi, di Roma, è educatrice e sta per prendere una seconda laurea in Scienze della Formazione Primaria.

Quante volte avete vissuto nella vostra vita? Forse molti penseranno: “Ma che domanda è?” Io sinceramente non le ho contate, ma sono state molte.

La sveglia suonava, mi alzavo, mi vestivo, bevevo solo un caffè per colazione e uscivo di casa per frequentare l’ultimo anno del liceo. La giornata a scuola procedeva come sempre: spiegazione noiosa, ricreazione noiosa, uscita noiosa. Ritornavo a casa e pranzavo al volo per sbrigarmi a fare i compiti. Era talmente tanta la fretta che per pranzo mi bastava anche solo una mela. Dopo i compiti mi rifugiavo nel mio mondo. Era un mondo stupendo, ascoltavo musica -per lo più deprimente- sul mio letto e guardavo il soffitto. Beh, in realtà non guardavo letteralmente il soffitto ma tutti i miei pensieri che proiettavo lì in alto.

Oggettivamente non era un mondo così tanto stupendo, ma lo era per me, perché potevo finalmente essere me stessa, senza nessuno che si intromettesse con domande o argomenti di vario genere. Per cena un boccone -o forse bocconcino come lo avrebbero definito i miei- e poi di nuovo in camera. La sera era la parte che preferivo perché chiudevo gli occhi e i pensieri si fermavano. La mia vita in quel momento si bloccava. Sembrava come se finisse e la mia mente cancellava tutto quello che avevo visto o vissuto. Forse vissuto non è nemmeno il termine appropriato, dal momento che vivere è tutt’altra cosa. Insomma, passava la notte e poi ero di nuovo sveglia. Mi alzavo e facevo tutto quello che avevo fatto il giorno precedente ma in un modo totalmente nuovo. Era come se la strada che percorrevo sempre l’avessero costruita durante la notte: avevo la sensazione che fosse la prima volta che posavo i piedi su quell’asfalto. Così come anche tutti gli edifici, le piante, gli alberi, tutto!

Ed ecco qui che vivevo la mia seconda vita. Anche se in realtà non si poteva definire vivere. Era tutto noioso, piatto, inanimato, semplicemente perché i miei occhi erano inanimati e non avevo nessun tipo di entusiasmo nel fare le cose. Quindi anche il mio cuore era inanimato. Ero praticamente una persona cieca con un cuore di latta. Mi sentivo strana in questo mondo, come se non mi appartenesse. O forse ero io che non appartenevo a lui. Beh, qualcuno era sbagliato e visto che non mi sentivo accettata da nessuno, nemmeno dalle emozioni, pensai che fossi io il problema.

Così decisi di far scomparire tutto il mondo dalla mia vita. Allontanai gli amici e persino la felicità, l’amore, la soddisfazione. Soprattutto decisi di scomparire io. Scomparire, nel vero senso della parola. I miei pasti già non erano molto abbondanti, ero particolarmente nervosa e mi passava l’appetito, così non mi era difficile scomparire. Riempivo il mio stomaco di rabbia e nervosismo e più mi guardavo allo specchio più ero convinta che qualcosa in me fosse sbagliato. Non riconoscevo più il mio volto riflesso. Salivo sulla bilancia e ogni settimana vedevo il numero che si abbassava di mezzo chilo. Era diventata una sfida contro me stessa. Più dimagrivo più scomparivo.

Vivevo l’ossessione del peso e la soddisfazione dei chili che scomparivano per far scomparire il mio corpo.

Poi le persone cominciarono a notarmi, ma per la mia magrezza. Da una parte ero soddisfatta perché volevo diventare invisibile (fisicamente) ma d’altra parte non volevo essere invisibile (emotivamente). Avrei voluto che qualcuno guardasse il mio stomaco pieno di tante piccole mine esplosive, ma soprattutto volevo che qualcuno notasse il mio cuore di latta e lo cambiasse con un cuore vero. Il problema più grande è che avevo talmente tanto casino in testa, troppi pensieri, che non sapevo da dove cominciare a sistemate le cose dentro di me. Così scelsi la strada più semplice: rimanere in silenzio aspettando che qualcuno mi capisse. Semplice no? Anche perché non ero in grado di spiegare tutto quello che avevo dentro e speravo che qualcuno comprendesse quel mucchio di emozioni dolorose e taglienti come lame. Non fu però così tanto semplice come speravo. Le mie mille vite noiose passavano, giorno dopo giorno, e io mi guardavo sempre di più allo specchio notando il veloce cambiamento che avveniva nel mio fisico. Era incredibile che un corpicino così piccolo dentro contenesse una bomba a orologeria.

Ogni volta che mi mettevo a tavola mi guardavano tutti in modo strano e osservavano quante forchettate mettevo in bocca, per non parlare della quantità di cibo in ogni forchettata. Nei volti dei miei genitori sembrava esserci stampato “Beh? Solo quello?” Così per evitare gli sguardi costanti decisi di mangiare lontano dalla famiglia, in tempi diversi: il mio pranzo era alle 12 mentre la mia cena alle 19. Sempre e solo insalata o frutta. Poi ero anche controllata da medici, il che non migliorava molto le cose: ero costretta a rispettare una dieta che non mi piaceva proprio ma non per la qualità del cibo piuttosto per la quantità. Io volevo solo scomparire e lo volevo fare da sola. Non capivo perché gli altri me lo impedivano. Avrei solo fatto un favore al mondo intero visto che non mi accettava. Una volta, prima di andarmi a pesare dal medico, bevvi non so quanta acqua per pesare qualche etto in più, anche se diventai un acquario vivente. Avevo barato, però riuscii ad arrivare al mio scopo. Il grande Macchiavelli diceva “Il fine giustifica i mezzi!” e se dobbiamo imparare dalla storia io sono una brava allieva.

Davanti ai miei occhi non erano fette biscottate con la marmellata, ma tante calorie che mi facevano diventare grassa.

Tutto cambiò il 18 luglio del 2015 quando ero a pranzo in famiglia per festeggiare il mio compleanno e come sempre mettevo il limone ovunque. Avevo questa fissa del limone perché ero convinta che mi aiutasse a digerire quelle poche cose che ingerivo. Lo feci anche quel giorno, mettendolo sulle patate lesse. Fu allora che mio padre batté un pugno sul tavolo e cominciò a gridarmi contro. In pochi minuti aveva descritto tutte le mie mille vite malnutrite. Ma non fu questo che mi sconvolse. Fu il suo tono di voce e soprattutto il suo sguardo.

Era arrabbiato ma nella sua voce si sentiva qualcosa di rotto, qualche parola che non riusciva a buttarmi addosso perché aveva un magone in gola. Poi lo guardai e i suoi occhi non erano così tanto arrabbiati ma tristi e molto preoccupati. Vedevo quella luce di tristezza che non avevo mai visto in mio padre. Una luce che rese i suoi occhi bagnati, anche se il fiume delle sue emozioni non straripò. Così oltre al magone in gola, vidi tutto il peso nel suo cuore in un ammasso di paura, nervosismo, tristezza…tutto quello che avevo io dentro lo vedevo nel suo cuore. Io lo avevo a causa del mio posto sbagliato nel mondo e lui lo aveva per causa mia. Eravamo più simili di quello che avessi pensato. Non potevo sopportare che il dolore che non tolleravo più dentro di me lo avevo creato anche alle persone che più amavo. Lo avevo creato io! Ero così delusa da me stessa che mi alzai e me ne andai in camera. Dopo qualche minuto sola e rinchiusa nelle mie quattro mura, arrivarono a turno mio nonno, mia nonna e mia madre. Vidi in loro lo stesso dolore straziante che vidi in mio padre.

Pensavo di aver già toccato il fondo, ma quello fu un teletrasporto negli abissi dell’oceano. Non so come, ma tutto mi fu più chiaro. Mi accorsi del mondo intorno a me, lo sentivo. Percepivo intorno a me un campo arido e ghiacciato del nord Europa, con quel silenzio inquietante e il fruscio del vento che ti terrorizza. Quello scenario lo potevo cambiare solo io e lo volevo fare da subito. Scegliere la strada più semplice dell’invisibilità aveva solo peggiorato le cose. Se volevo una vita, UNA SOLA vita e viverla con un cuore vero, dovevo cambiare me stessa, dovevo io mettere ordine dentro di me senza avere fretta di sistemare tutto e subito.

Cominciai a sistemare un po’ di pensieri con l’aiuto delle persone che amavo. Dopo aver messo ordine dentro di me dovevo solo fare un altro piccolo passo: dare voce a quei pensieri. Solo così me ne sarei liberata del tutto. Così parlai con una psicologa e iniziai a vivere, senza limiti, ogni istante facendolo diventare la mia filosofia di vita: vivere l’infinito nel finito.

E poi riuscii a vedere finalmente le piante, gli alberi e la strada che percorrevo ogni giorno. Avete presente quel cerchio cinese bianco e nero? Lo Yin e lo Yang? Bene. Se sono ciò che sono è perché mi ero persa in quella parte nera. Ero talmente smarrita che il mio unico appiglio era quella piccola pallina bianca, quell’energia positiva che mi ha cullato. Ho visto la parte peggiore, ora apprezzo e voglio vivere solo la parte migliore”.

Credere nell’infinito del finito che caratterizza ogni istante. Vivere veramente la vita.

Ringraziamo tutte le persone che dedicano il loro tempo alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato

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