QUANDO SCOPRI CHE UNA VITTORIA PUO’ AVERE IL SAPORE AMARO DI UNA SCONFITTA.

Flavio, 11 anni, vince le elezioni come rappresentante di classe, ma alcuni compagni si prendono gioco di lui. Riuscirà a cavarsela?

Questa è una storia vera. Una di quelle che non sentirai al telegiornale e non troverai nei libri di storia. Per questo ancora più preziosa. Sembrava una cosa bella quand’era accaduta, come quelle che vedi nei films. Aveva vinto le elezioni ed era stato eletto rappresentante di classe. L’idea di candidarsi non era stata sua, figurarsi! Lui, Flavio Pacifici, undici anni, non era di certo il ragazzino più popolare della classe, ma la maestra si era detta sicura che poteva rappresentare i compagni in modo degno.

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IO, LA MAMMA DELLA BAMBINA CONGELATA, TI RACCONTO IL MUTISMO SELETTIVO

Angela e Flavio si trovano in difficoltà con la loro bambina. Non riescono a comprenderla fin quando non scoprono che è affetta da mutismo selettivo.

Questa è una storia vera. Una di quelle che non sentirai al telegiornale, non troverai nei libri di storia e per questo tanto preziosa. Conosco Angela in una libreria, durante un circolo di lettura. È una persona composta, delicata nei gesti e nelle parole, ogni volta che ci incontriamo percepisco il suo bisogno di parlare. Un giorno scopro che ha una figlia e la invito a uno dei miei incontri con i bambini, ma Angela, in tono confidenziale, mi dice che la bambina non ama la confusione. Quella frase rimane appesa tra noi, così decido d’ incontrarla in libreria, scegliamo un angolo appartato e ordiniamo una tisana (sono fantastiche le librerie con la sala da tè!).

E se come mamma non sono in grado di capire mia figlia?

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SE LA MIA VOCE PUÒ DIVENTARE LA VOCE DI TANTI

Questa è una storia vera. Una di quelle che non sentirai al telegiornale, non troverai nei libri di storia. Una di quelle che raccontano la nostra quotidianità e per questo tanto preziosa.

Ti indico dove guardare.

Eccola lì. La nostra protagonista si affretta a uscire dalla fabbrica in cui lavora. Uno stabile in mezzo alla pianura, un cortile con macchine parcheggiate e lei cammina veloce, sistemando la lunga frangia bionda dietro le orecchie. Un uomo la chiama indietro.

Lei è Maria Grazia e l’uomo che la segue è Pino, un collega di lavoro.

Maria Grazia Nicotra,
la ragazza che semina messaggi di amore al mondo.

  “Ma non ti fermi? Non ti va di assistere allo scrutinio?”

Maria Grazia è sveglia dalle quattro del mattino, deve fare la spesa e andare a riprendere suo figlio Gabriele da scuola.  “Preferisco non esserci” risponde accennando un sorriso.

Sembra un giorno qualunque, ma non lo è.

Sale in macchina, avvia il motore e la strada si srotola tra i campi fuori città. Continua a chiedersi come diavolo le sia venuto in mente di candidarsi a rappresentante sindacale, in una fabbrica a predominanza maschile poi! Fino al giorno prima non aveva dubbi, ma ora che il momento della verità si avvicina la paura di dover affrontare una sfida sbagliata è un sasso nello stomaco. 

 “Ti sei candidata?” le avevano chiesto dei colleghi con un sorriso ambiguo. Il sottotesto diceva “Ma davvero pensi che qualcuno ti voterà?”

Una donna che voleva rappresentare degli uomini. Cosa mai le era saltato in mente?

Maria Grazia al lavoro.

Modena scorre fuori dai finestrini. E’ una giornata grigia, gli alberi nei campi sono spogli, un brivido di freddo la scuote, accende l’aria calda e poi lo stereo.  Canta insieme ai Negramaro. “E resto qui sul filo di un rasoio ad asciugar parole che oggi ho steso e mai dirò”, lei, da una vita in cerca di equilibrio.

Le due anime di Maria Grazia.
Sole e luna. Fragilità e forza.

Modena è la sua città di adozione. Vi è giunta a ventidue anni, in fuga da Giarre, un piccolo paese ai piedi dell’Etna, dove si sentiva la nota stonata del pentagramma, quella con le lentiggini e i capelli rossi in un mondo di chiome scure, quella con la famiglia incasinata, sempre sulla bocca di tutti. Sembrava dovesse scusarsi con il mondo per esserci. Aveva lasciato Giarre per lasciare dietro di sé la persona che altri avevano disegnato per lei. Voleva essere se stessa e Modena era il futuro. Non le importava dormire per sei mesi in un campeggio, svegliarsi alle tre del mattino per andare a lavorare nei campi, era libera di costruirsi, di immaginarsi, lontano dallo sguardo di chi pensava di sapere tutto di lei.

Ora, ha circa quaranta minuti per fare la spesa prima che Gabriele esca da scuola.

Negli anni, con maestria, ha organizzato la giornata intorno alle esigenze di suo figlio. La quotidianità è fatta di loro due, non può permettersi di lasciare nulla al caso.

Maria Grazia con suo figlio Gabriele, 12 anni.

Ferma la macchina fuori dal supermercato, getta uno sguardo di sfuggita sul cellulare, ma Pino non ha mandato alcun messaggio. Prende un carrello, le ruote faticano a scivolare sull’asfalto, la porta scorrevole si apre silenziosa e lei entra.

La filodiffusione ricorda le offerte del tre per due nella fantastica settimana di promozione. Maria Grazia sistema nel carrello un pacco di biscotti per Gabriele, mentre, con prepotenza, la voce di Laura, una collega magazziniera, si insinua tra i suoi pensieri. “Ti sei candidata? Ma pensa a tuo figlio! Che t’ immischi con la politica?” ha cercato di dissuaderla Laura, ricordandole le tante ore di lavoro e il peso di allevare da sola un figlio.

Maria Grazia, invece, ha deciso di candidarsi proprio per suo figlio, per mostrargli che se le cose non vanno bene non puoi rimanere a guardare, non puoi affidarti ad altri di cui non hai stima, devi muoverti tu. In prima persona. E ora, mentre sceglie un tubo di dentifricio tra decine di scatole simili, pensa alle sue ventiquattro colleghe. Una fabbrica di duecentocinquanta operai di cui solo venticinque donne. Il punto è che una donna agli occhi di un capo porta con sé problemi: si assenta con più facilità, vuoi per le mestruazioni, vuoi per le gravidanze, e poi non è mai al cento per cento con la testa sul lavoro, se un figlio la chiama al telefono, lei è persa, subito assente. Quante volte le era capitato di ascoltare questi discorsi farciti di pregiudizio? Quante volte era andata al lavoro, pur non stando bene, per non far parlare di sé?  Le capitava di assistere a delle ingiustizie: i colleghi retti nei loro comportamenti faticavano a emergere, vinceva sugli altri lo scaltro, il chiacchierone, quello che amava seminare discordia.

Lei era stanca delle discussioni nei corridoi.

Tutti si lamentavano e poi al momento dell’assemblea nessuno parlava. Se qualcuno avesse contestato e qualcun altro si fosse sommato nella protesta e uno più uno fa due, che poi si diventa in tre e poi in quattro, ecco! In questo modo qualcosa sarebbe cambiato, proprio lì, in un’assemblea sindacale che era il luogo deputato per il confronto, non nei corridoi.

Maria Grazia sosta in corsia, di fronte a un gigantesco tre per due di pacchi di pasta. Si guarda intorno, infila la mano nella borsa, prende un biglietto e lo lascia al posto del mezzo chilo di pasta che sistema nel carrello. Sorride tra sé, immaginando il volto dell’uomo o della donna che troveranno il biglietto. Sopra c’è scritto “Pensa come un protone: tutto al positivo!”

Sono anni che Maria Grazia semina pensieri di amore al mondo

Il primo lo aveva lasciato nella credenza della signora Teresa quando era una ragazzina. Per guadagnare qualche soldo, dopo scuola, andava a casa sua per aiutarla nelle faccende. Era una donna gentile con lei, così un giorno Maria Grazia mise, sotto il barattolo del caffè, il suo primo biglietto. “Quello che fai ti rende speciale! Io non lo dimenticherò mai” c’era scritto in bella calligrafia. L’indomani Teresa si svegliò, prese il barattolo del caffè e trovò, con sua grande sorpresa, il biglietto. Teresa le telefonò emozionata per ringraziarla e Maria Grazia rimase stupita che un piccolo gesto potesse regalare tanta gioia. Da allora Maria Grazia seminava biglietti ovunque e nella sua macchina c’era sempre un pacchetto di gessi colorati perché anche una scritta sul marciapiede può incoraggiare qualcuno.

La postazione dove lavora Maria Grazia.
I suoi messaggi motivazionali sono ovunque lei passi.

Finalmente torna in macchina, poggia le buste della spesa sul sedile posteriore. Accende lo stereo e parte.

La telefonata di Pino arriva mentre Gabriele esce da scuola. Lui si sofferma a parlare con dei compagni, le mani sulle bretelle dello zaino e lei ascolta Pino. “Hai vinto! Sei arrivata seconda, con quarantacinque voti, a soli quattro punti dal primo.”

I risultati dello scrutinio: Maria Grazia è rappresentante sindacale.

“Non è vero!” risponde lei incredula, ma un attimo dopo le arriva una fotografia sul cellulare. I dati dello scrutinio. Ha vinto davvero. Quarantacinque persone hanno scelto lei per essere rappresentati di fronte al loro datore di lavoro. Non era mai accaduto prima. Che una donna si candidasse RSU nel reparto officina della fabbrica, che una donna vincesse.

“E’ successo qualcosa di bello, mamma?” le chiede Gabriele ora davanti a lei.

Qualcosa di bello.

E lei di colpo lo vede.

La ragazzina dai capelli rossi, scappata da una famiglia instabile, dal suo paese e anni dopo da un uomo violento, era la stessa che aveva trovato la forza per denunciarlo quell’uomo, la stessa che piangeva di fronte a un tramonto e seminava messaggi di amore, certa che tutti abbiano bisogno di carezze.

Per la prima volta si sente completa. Per la prima volta si vede bella.

Ecco. La vittoria, ora, è di quella lì. Di quella donna che ha saputo ricostruirsi perché anche il dolore più grande le è servito per salvarsi. Ha usato tutto di sé. Non ha buttato nulla.  La donna che non si è lasciata piegare dalle offese, dalle prepotenze, persino dalle botte, ora ha vinto per tutte le donne che non si sono mai arrese. Tanto salda che altre persone decidono di farsi rappresentare da lei.

Guarda suo figlio. Un giorno sarà un uomo anche lui. Vuole che sia un uomo rispettoso, che non abbia bisogno di dominare per sentirsi forte.

“E’ successo che ho vinto, amore mio. Posso essere la voce di chi non parlava.”

Lei, la nota stonata del pentagramma, potrà scrivere la sua ballata.

La bellezza di un sorriso condiviso.

Ringrazio Maria Grazia Nicotra per avermi donato questo racconto di vita.

Questo articolo è pubblicato dalla socia e scrittrice Catia Proietti che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Di formazione assistente sociale ed educatore degli adulti, vive a Roma, con marito, figli, due tartarughe e un cane in affido congiunto con dei buoni vicini. Scrive libri per ragazzi, cura la collana Extraordinario della casa editrice Albero delle Matite ed è responsabile del Progetto Scrittura di Curvy Pride. Da anni organizza incontri per la promozione della lettura da un anno di vita e collabora con le realtà territoriali per una cultura libera da pregiudizi. Se hai una storia, una domanda, una riflessione che vuoi condividere con lei scrivile a proietti.catia@libero.it, oppure contattala sulla sua pagina Facebook https://www.facebook.com/catiaproiettiautrice . Instagram catia_proietti_

COMINCIO DA ME

Sono stata una quattrocchi sparapidocchi”.

Avevo dieci anni, la tendenza a insaccare il collo nelle spalle e occhiali troppo grandi per il mio volto.

Io e i miei occhialoni a 12 anni.

Se sei stata una “quattrocchi sparapidocchi” ti rimane dentro un’anima incerta. Ogni giorno della tua vita dovrai confrontarti con il pregiudizio più grande: quello che rivolgerai a te stessa.

Non sarai mai all’altezza. Ti sentirai inadeguata. Ti sentirai diversa.

Ma diversa perché in fondo? Perché hai gli occhiali? Sei grassa? Sei nera? Balbetti?

Diversa da chi?

Quando siamo bambini attraverso l’insiemistica ci vengono insegnate le basi della matematica: cerchia con un pennarello rosso tutti gli animali, tutti gli oggetti colorati di bleu, tutte le farfalle con le ali verdi. L’oggetto incongruente viene lasciato fuori. Ma questo non è possibile con gli esseri umani in quanto non esiste un parametro oggettivo di misurazione.

Ciò che percepiamo come diverso, quando parliamo di persone, è un dato del tutto soggettivo e per questo sfugge alla logica, alla ragione e diventa quindi una valutazione pericolosa.

Io a 10 anni. La ginnastica posturale non è servita a molto, ancora oggi ho questo atteggiamento scoliotico.

E’ percepito come diverso un ragazzo rumeno in un gruppo di ragazzi italiani o un uomo di colore all’interno di una comunità di bianchi. Ma ecco che un ragazzo italiano partecipa a un progetto Erasmus in Romania, un uomo bianco trova lavoro in Kenya, e la percezione si stravolge, la diversità si evidenzia come un semplice punto di vista.

Il prezzo che l’uomo paga per questa distorsione di veduta è alto.

Ogni etichetta, attribuita a un individuo da un singolo o da un gruppo, viola il diritto di essere se stessi. Obbliga al conformismo, crea esseri monchi e infelici.

La cultura dominante crea dei modelli a cui gli individui fanno riferimento. Su questo dobbiamo interrogarci. Quali sono i modelli che la nostra cultura propone? Non parlo solo di canoni estetici, ma anche di un certo modo di parlare, di relazionarci all’altro. Oggi ha grande visibilità mediatica il ragazzo furbo, dall’atteggiamento provocatorio e scaltro, rimbalzano sui telefonini video di improbabili celebrità che stupiscono per la loro arroganza. Con facilità si diventa vittime di discriminazione, di pubbliche offese sui social-media, basta una fotografia, una frase, un’opinione fuori dal coro per essere attaccati in modo spietato.

Liceo Righi, con i ragazzi dell’associazione Boncompagni, un timbro per ricordarci di “Non fermarci all’etichetta.” Sei grasso. Sei una che la dà facile. Sei timido. Tu non sei l’etichetta che ti hanno dato.

Ma ognuno di noi ha un ruolo in tutto questo. Anche quando si pone come semplice spettatore e non interviene in difesa di chi subisce la prepotenza.

Noi possiamo scegliere il nostro agire e trasformare l’energia che si muove tra le persone. Ed ecco allora che la rivalità può divenire cooperazione e il conflitto mutare nella comune risoluzione di un problema.

Esercitiamoci a divenire “esploratori di emozioni”, non giudici, come suggerisce Emma Baugmaster, psicologa sociale dello sviluppo e della ricerca educativa.

Ogni volta che siamo di fronte a una persona per noi nuova, chiediamoci “Con quale atteggiamento mi sto avvicinando a questa persona?” In questo modo alleniamo il nostro pensiero a un atteggiamento di curiosità, come farebbe un buon esploratore, e cominciamo a considerare le emozioni degli individui come informazioni sul loro modo di essere, non come degli “errori”.

Spogliandoci della toga da giudice, impariamo a guardare oltre.

Con Sotto-Sopra Movimento Giovani per Save The Children, evento “UP-PREZZAMI, NON FERMARTI ALL’ETICHETTA”.

Oltre gli occhiali di quella bambina soprannominata “quattrocchi sparapidocchi”,c’era una grande passione per la lettura. Tanto grande da farla nascondere a leggere, sotto le coperte, fino a tardi, quando il libro le cadeva sul volto svegliandola di soprassalto. Tanto grande da farle scegliere come regalo di compleanno dei libri perché nulla poteva essere altrettanto prezioso.

Ho impiegato anni per volere bene a quella bambina. Ero arrabbiata con lei, per quella sua incapacità di rispondere a tono all’offesa, per quel battito cardiaco fuori controllo ogni volta che doveva mostrarsi. Ma le emozioni non sono permanenti, la realtà è per sua natura mutevole, così a un certo punto l’ho guardata negli occhi, l’ho presa per mano, le ho chiesto di aiutarmi a dire al mondo quello che mi soffocava.  

La mia “quattrocchi sparapidocchi” mi ha regalato il sogno di un mondo in cui le persone siano libere di essere ciò che sono, ma non posso realizzarlo da sola.

Questa rubrica nasce per interrogarci, per metterci in discussione e lasciare che le radici di questo sogno si aggrappino salde alla terra. Perché, vedete, è un errore pensare al sogno come qualcosa di evanescente, è piuttosto una dimensione legata al fare, al mondo di realtà. Il sogno si costruisce, giorno dopo giorno, con grande fatica.

“Ma tu ci credi davvero che le cose possano cambiare? Che le persone possano cambiare?” mi chiedono i ragazzi che incontro nelle scuole e, dietro l’ironia di chi non crede ai miracoli, colgo un lampo di speranza. Allora sorrido.

Certo che ci credo.

Io ci credo e comincio da me.

Con Curvy Pride: per il diritto di essere se stessi.

Questo articolo è pubblicato dalla socia e scrittrice Catia Proietti che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Di formazione assistente sociale ed educatore degli adulti, vive a Roma, con marito, figli, due tartarughe e un cane in affido congiunto con dei buoni vicini. Scrive libri per ragazzi, cura la collana Extraordinario della casa editrice Albero delle Matite ed è responsabile del Progetto Scrittura di Curvy Pride. Da anni organizza incontri per la promozione della lettura da un anno di vita e collabora con le realtà territoriali per una cultura libera da pregiudizi. Se hai una storia, una domanda, una riflessione che vuoi condividere con lei scrivile a proietti.catia@libero.it, oppure contattala sulla sua pagina Facebook https://www.facebook.com/catiaproiettiautrice . Instagram catia_proietti_