Informazioni su silviamassaferro

Appassionata di antiquariato e fotografia. Attivista ecologista. Membro di Curvy Pride

LO SMARTPHONE NELLA CULLA

Lo smartphone.
Alzi la mano chi ne ha uno. L’avete alzata tutti vero? Niente di male, se non fosse che tra quelle mani alzate, tante sono manine piccine piccine.

Quante? Considerate che il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphone personale a partire dai 10 anni d’età * .
Ma qual è l’età giusta per dare in mano uno strumento tanto utile quanto pericoloso?
La generazione attuale o detta anche generazione Z è nata in un mondo dove è inconcepibile stare senza internet. Bambini abituati a vedere i genitori perdere la brocca quando il wifi in casa non funziona per mezza giornata.
Bambini “abbandonati” con un tablet in mano a guardare i cartoni mentre i familiari cenano al ristorante, perché così “il bambino sta buono”.
Bambini che se gli chiedi “chi è il tuo eroe” ti sparano nomi di youtuber più o meno conosciuti.

Se si chiede alle persone quale sia l’età giusta per dare un cellulare smartphone ad un bambino, la maggior parte dirà attorno ai 15/16 anni, come il buonsenso indicherebbe. Peccato che l’Ansa ci fornisca dati ben diversi: nonostante i buoni propositi genitoriali, all’età di 4-10 anni ne sono già in possesso il 12% dei minori, mentre nella fascia 11-17enni l’86,4% dei ragazzi è effettivamente proprietaria di uno smartphone.
Uno tra tutti però è il dato preoccupante, il 49,6% dei 4-17enni utilizza il proprio cellulare senza il controllo dei genitori.

Ma come avviene questo approccio allo smartphone nei minori?

Fascia età 4 – 6 anni: Questa è l’età in cui solitamente i bambini vengono in contatto con gli smartphone. Il cellulare viene usato come “pulsante di stop” per i pianti e i capricci. Gli schermi provocano sovrastimolazione, con produzione di dopamina e adrenalina nel cervello, ancora in fase di sviluppo. I bambini restano “imbambolati” davanti allo schermo, isolandosi dalla realtà. Per quanto la tentazione di “stoppare” i piagnistei per qualche minuto sia forte, bisogna cercare di evitare questo trucchetto onde evitare il crearsi del circolo vizioso “smatphone=appagamento“, un po’ come la cioccolata che si mangia quando si è giù di morale.

Fascia età 7 – 11 anni: I bambini sono più indipendenti e magari svolgono attività extra scolastiche o cominciano ad andare a casa degli amichetti. Questo spinge erroneamente molti genitori a pensare di acquistare uno smartphone al proprio figlio per “sapere sempre dov’è e come sta”.
Una fascia età però molto delicata dove iniziano i fenomeni di cyberbullismo. I bambini che navigano in internet sono esposti a mille insidie: dagli haters, dalla pedofilia, dai contenuti non idonei, da pericolose chat fino ad arrivare alle tristementi famose “challenge” che hanno portato alla morte alcuni piccoli utenti. Una buona idea sarebbe quella di fornire eventualmente un cellulare privo di navigazione web, così da essere utilizzato esclusivamente “per emergenze”.

Fascia età 14 -16 anni: lo smartphone ormai lo hanno tutti i compagni di classe, diventa quasi una questione di status, che se non lo hai sei out sei oggetto di scherno. Ok allo smartphone solo se l’adolescente è abbastanza maturo da gestirlo, ma attivate tutti i blocchi possibili ad app potenzialmente pericolose e sensibilizzate ad un utilizzo consapevole.

Quale dunque l’età giusta? Come il buon senso indicherebbe, nel periodo adolescenziale e non prima di questo, giusto per non escluderli socialmente in una fase della vita “delicata“, come strumento per la DAD e per dargli possibilità di contattare i genitori in ogni momento.

É opportuno però seguire delle regole generali per un sano utilizzo:


Mi permetto di aggiungere un’ ulteriore regola, che penso valga su tutte:

PARLARE con i propri figli. Un rapporto in cui la comunicazione genitore figlio è ottima permette di percepire subito se vi sono problemi insidiosi di cyberbullismo o adescamento di minori, così da affrontare insieme la cosa, senza abbandonarli a se stessi con uno smartphone in mano.

  • *(dati fonte ospedale Bambin Gesù)


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

IL POTERE DEL PERDONO

Il perdono.

Una parola spesso abusata o presa con leggerezza. Dietro al perdono invece si cela un enorme processo di accrescimento personale, di maturità, di percorso emotivo. Il perdono non è solo un dono per gli altri ma è terapeutico anche per se stessi 

Se cerchiamo il significato di perdono sul vocabolario troviamo la definizione:  compiere l’atto di concedere il dono della rinuncia alla rivendicazione del torto subito. Il perdono è dunque visto come una remissione concessa a chi ha commesso qualcosa che non avrebbe dovuto fare. 

Una remissione, mentre a mio parere il perdono è un gesto di grande coraggio, di forza, il perdono è una svolta affettiva di grande rilevanza e impatto psicologico rispetto al sentimento di vendetta o all’odio.

Spesso chi ha subito un grave torto, dopo la fase iniziale di profondo dolore, lascia che il tempo mitighi la sofferenza e “porti via tutto”. Quanto volte ci si è sentito dire lascia correre, dimentica?  Ma dimenticare, o meglio, archiviare è solo una consolazione temporanea ma non una soluzione.
Sappiamo bene come tutti quei “non detti” tutte le cose accumulate ed interiorizzate sfocino poi  con problemi di autostima, attacchi di panico, ansia, depressione.
Saper perdonare è pertanto terapeutico per se stessi, perché solo se si ama se stessi si riesce a comprendere l’altro e a perdonarlo. Significa saper riportare la quiete emotiva, sconvolta dal torto e dalla sofferenza provata da chi ci ha feriti.   
Per perdonare dunque, serve innanzitutto stima in se stessi. Ma quella non basta, serve anche empatia per capire cosa ha portato l’altro a farci un torto. La cattiveria gratuita spesso cela immaturità psicologica ed affettiva, a volte è un grido di aiuto. Comprendere l’altro ci rende non solo persone migliori, ma ci permette di aiutare anche colui che ha fatto un torto a conoscere una realtà diversa, priva di rancore, violenza, rabbia e piena di comprensione, gentilezza, pace.
  
Non c’è un momento giusto o sbagliato per perdonare. Ognuno ha i suoi tempi, anche in base alla gravità del torto subito. C’è un momento in cui scatterà il desiderio di porre fine ad un dolore che non ci appartiene più, con la consapevolezza che se questa è l’unica vita che dobbiamo vivere sia meglio lasciare amore e comprensione sul nostro cammino.  

Il perdono non sempre avviene davanti a chi ci ha fatto il torto, a volte è solo un processo interiore. Sicuramente, il confronto a viso aperto con l’altra parte è il tipo di perdono più potente perché porrà l’altro a farsi domande su quanto fatto e quanto donato.
 

Ho potuto tastare con mano il potere del perdono. Dopo anni di insicurezze nate dalle esperienze di bullismo a scuola presi la decisione di perdonare chi mi aveva fatto dei torti. La cosa sconvolgente, di come il cosmo ti ripaghi, è che una volta presa la decisione di perdonare chi mi bullizzava non sono neanche dovuta andare a cercarli. Per un caso fortuito del destino sono venuti loro da me, e hanno chiesto loro il mio perdono. Loro erano pronti a chiederlo ed io a darlo.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


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LE APP DA MANEGGIARE CON CURA

Impazzano, ultimamente, le app che sostituiscono il proprio volto a quello di star famose in brevi videoclip. Le più usate al momento sono dubliapp e faceapp che offrono un risultato decisamente realistico e di buona qualità, tanto che a volte si ha difficoltà a discernere la realtà dalla finzione.

Incuriosita da tutte le clip che vedevo postate quotidianamente sui social dai miei contatti, ho voluto provare anche io.

Se in un primo momento sembrava un’idea carina, fatta per strappare una risata, il mio cervello è andato in “crash di sistema” quando ha visto il mio volto su di un corpo che rivorrei, e che post gravidanza non sono più riuscita a recuperare. È stata una mazzata, che mi ha portato a malumore ed autocommiserazione. Nonostante questo non riuscivo a fare a meno di guardare quelle immagini, perché erano così realistiche, così vere…come guardare in uno specchio dove “Ehi la vedi quella? Quella sei tu con una vita migliore perché magra” (si sa, il cervello quanto vuole è peggio di tutto il cast di Mean Girls)

Ho voluto disinstallarla, perché avevo difficoltà a guardarmi allo specchio allo stesso modo. Perché non ero nella realtà come in quei video? Perché la mia pelle non era così perfetta, il corpo snello, i capelli favolosi??

Che è successo? Perché vedere quelle immagini mi hanno creato confusione?

In pratica, vedere quei video mi ha dato un assaggio di quel un fenomeno chiamato dismorfia o dismorfismo corporeo, una condizione psicologica per cui ci si fissa su una caratteristica o su più caratteristiche del proprio aspetto esteriore, notando imperfezioni o difetti che per altre persone appaiono magari minimi o inesistenti. Può essere una condizione angosciante, che causa ulteriori problemi di salute mentale come ansia e depressione.

La dismorfia può colpire chiunque, ma è più frequente negli adolescenti e nei giovani. Non è un fattori di vanità, chi ne viene colpito percepisce se stesso come imperfetto esagerando dei piccoli dettagli.

Ora, il mio è stato un evento sporadico, ma cercando maggiori informazioni in merito, ho trovato quali sono i sintomi della dismorfia, molti dei quali li ho ricollegati al periodo adolescenziale:
– Confrontare spesso il proprio aspetto con quello degli altri
– Preoccuparsi per una parte specifica del proprio corpo
– Fare di tutto per coprire le imperfezioni percepite
– Pensare che altre persone stiano giudicando o deridendo il proprio aspetto
– Evitare le situazioni sociali
– Una forte convinzione di essere brutti 
– Continua ricerca di rassicurazioni da parte degli altri sul proprio aspetto


La dismorfia, inoltre, conduce spesso a quelli che sono poi i disturbi alimentari di anoressia e bulimia.

Quindi mi sono chiesta: che effetto può avere sui più giovani, in fase adolescenziale questo tipo di app? Ho chiesto un po’ in giro per farmi un’idea di come hanno reagito le ragazze ed i ragazzi in generale. Se pochissimi di loro l’hanno vista come uno spunto a migliorarsi per cercare di assomigliare a quell’utopica immagine, la stragrande maggioranza, in particolare ragazze, ha avuto reazioni simili alla mia:“E’ come vorrei essere, ma non lo sono e mi fa sentire male”, “Fossi così sarei felice”, “io non riesco più a guardarmi allo specchio” , etc.

Penso che tali app vadano usate con moderazione giusto per divertimento o non usate affatto, dipende molto dalla fragilità dell’utente che le utilizza e dallo scopo per cui le utilizza. Ottime per farsi due risate ridoppiando delle scene famose dei film, per fare comici remake, ma assolutamente sconsigliate se si ha semplicemente la curiosità di vedersi finalmente diversi.
Quindi un invito ai genitori: se vedete i vostri figli troppo ossessionati da alcune app, parlateci, capite perché ne hanno bisogno e perché non riescano a farne a meno. Parlate con loro e cercate di capire se li rendono ansiosi o depressi o se sono semplice e sano svago come dovrebbero essere. Parlate con i vostri figli, perché spesso dietro ad uno smartphone c’è tanta insicurezza.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


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Il virus della cattiveria

Credits image: curvypride

Si era detto che l’esperienza della pandemia, del virus, ci avrebbe reso persone migliori, più sensibili ed attente al prossimo. Invece pare che la cattiveria sui social ne sia uscita rafforzata, come nel caso di Giulia Medea Oriani.

Ammetto che non sapevo nulla di questa donna colpita dal Coronavirus.
Quando avevo letto distrattamente le notizie in merito avevo pensato fosse l’ennesima storia di triste esperienza avuta con questa tragica pandemia, ma poi il risvolto inaspettato: da caso covid19 a caso di body shaming. Com’ è possibile? In che modo il coronavirus può essere abbinato allo sfottò sul fisico?

Come raccontato dalla protagonista stessa, il tutto è partito da quando, una volta superata la malattia, ha scelto di raccontare tutta la sua esperienza su Facebook. Il post diventa virale. Tanti messaggi di affetto e poi la shit storm la travolge.
“Brutta”. “Fai schifo”. “Influencer low cost”. “Cicciona di merda”. “Con quel fisico”. “La tua stazza”. “Grassona”. “Fatti un altro panino alla mortadella”. “Non sei certo la Ferragni”.

Commenti scritti soprattutto da donne. Donne contro donne. Ci battiamo tanto per far crollare pregiudizi, per essere libere di essere noi stesse e poi siamo le prime ad alimentare la macchina delle critiche.

Giulia Medea Oriani però non si abbassa al livello gretto di chi le sputa veleno sulla home page, no, risponde a tutti con il garbo e la gentilezza che la contraddistinguono.
Ecco quanto scritto da lei stessa:
“Ho raccontato la mia storia, la mia malattia, argomentato temi abbastanza delicati, e qualcuno ha preferito soffermarsi sulla mia immagine. Questi “qualcuno” sono prevalentemente DONNE. Donne che scelgono di attaccare pesantemente un’altra donna sul suo aspetto fisico, ignare delle conseguenze anche gravi che tali parole potrebbero avere. Il body shaming è denunciabile alla polizia postale, oltre che essere ignobile e inaccettabile da persone adulte e, si suppone, mature. Oggi sono una donna di 30 anni e ci rido su, ma non posso negare che l’adolescente che vive ancora dentro di me in un primo momento ci sia rimasta male. Molto. Perché io sono stata bullizzata per tutti gli anni di scuola dell’obbligo, e la sofferenza provata è ancora presente, da qualche parte, dentro di me. Negli ultimi giorni sono entrata involontariamente in un mondo che sapevo avrebbe potuto ferirmi; per fortuna sono cresciuta e sono cambiata. Nel condividere quello che mi è successo ho deciso di metterci la faccia, ed è stata insultata; io rispondo condividendo un’altra storia.Non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo: sono stata una bambina e una ragazzina che tornava a casa piangendo perché i compagni la prendevano in giro nei modi più fantasiosi possibili; sono poi diventata un’adolescente che si vergognava a piangere ancora per certe cose, che non riusciva a dire ad alta voce quanto gli altri la disprezzassero, e che ha trovato un altro modo per esprimere il disagio, un modo più subdolo e complicato, su cui è stato più difficile intervenire, rispetto alle lacrime per le quali bastava un fazzoletto. Me la sono presa con il mio corpo. Quel corpo che tanti prendevano in giro, che io non riuscivo a guardare, è diventato il mio bersaglio preferito; l’ho ferito e distrutto come potevo. Per anni.Gli adolescenti sono, appunto, adolescenti: deridono, offendono, scherzano sugli altri spesso senza neanche rendersi conto delle conseguenze delle loro azioni; io non recrimino niente. Quando sono andata all’università e sono entrata nel mondo degli adulti, le offese sono terminate e ho scoperto che anche io potevo piacere agli altri. Le cose però nella mia testa non sono cambiate per lungo tempo. Ho passato anni ad odiarmi, a cercare di nascondermi, a pensare di non valere niente nonostante l’amore mi circondasse. Perché per me il mio valore era un numero su una bilancia, e lo è stato per molto, troppo tempo. Oggi sono, fortunatamente, cambiata; grazie ad un percorso impegnativo ho capito che il mio valore va oltre la taglia dei miei pantaloni. Ho capito di avere un cervello funzionante, capacità argomentative, senso dell’amicizia, e tante altre qualità che mi rendono una persona apprezzabile. Ho scelto di rendere la mia PERSONA, e non il mio FISICO, il mio biglietto da visita. Certo, non posso dire di amare il mio corpo, ma non è ciò che mi rende più o meno bella, è solo un valore aggiunto che può piacere, come può non piacere. Mi piacerebbe essere come Chiara Ferragni, ovviamente sì, anche se la mia preferita rimane Scarlett Johansson; purtroppo, quando Dio distribuiva la figaggine, sono arrivata tardi ed ho trovato chiuso. Peccato. Ho imparato con il tempo che chi non è in grado di reggere un confronto sul piano intellettivo, sceglie di attaccare dove è più facile, dove sa di poter fare più male, dove crede che si trovino i punti più deboli dell’altro. A me avete dato invece il coraggio di scavare più a fondo, di andare a cercare la ragazzina sofferente che sono stata, di prenderla per mano e asciugarle le lacrime. Ma provate a chiedervi cosa sarebbe successo a quella ragazzina se avesse letto certe parole. Una persona che dopo essere stata offesa da una decina di persone, si è autodistrutta per più di dieci anni, come avrebbe reagito a centinaia di offese a volte pesantissime? Quante giovani donne si sono tolte la vita, sopraffatte dal peso dell’odio e dell’ignoranza distribuiti da certa gente? E se fosse vostra figlia, vostra sorella, vostra nipote? Io e le mie cicce, alla fine, ci siamo fatte una bella risata, e abbiamo anche voluto immortalarla. Peccato avessi finito la mortadella.”

È proprio perchè non accadano più storie come questa che Curvy Pride si batte ogni giorno, cercando di combattere i pregiudizi, le discriminazioni ed il bullismo attraverso il blog, la Community, i canali social, gli eventi. Tutte noi socie di Curvy Pride siamo unite da storie come quella di Giulia Medea Oriani ed unite portiamo fiere le nostre magliette fucsia, simbolo di accettazione e rispetto per la pluralità dell’essere, raccontando le nostre storie perché nessuna si senta sola nell’affrontare i pregiudizi che la società ci pone sul nostro cammino.

Sull’accaduto a Giulia Medea Oriani penso non vi sia altro da aggiungere ma tanto su cui ragionare.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

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COSTRUIAMO INSIEME LA CASETTA DI BABBO NATALE

Si sa, ogni anno la voglia del Natale arriva sempre prima e quest’anno, come non mai, con la questione Covid19 che ci ha colpiti tutti (chi più chi meno) c’è voglia di un po’ di quella magia che solo il Natale riesce a donarci.

Qualche mese fa avevo visto un tutorial per realizzare la “casa delle fate”, che vi linko qui: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3630166960340687&id=1041224195901656&sfnsn=scwspwa
Così ho pensato di modificare alcuni passaggi, semplificandoli, ed apportare delle modifiche al progetto per realizzare la Casetta di Babbo Natale.

cartone da uova sminuzzato e cartoncini ritagliati

Come prima cosa vi elenco l’occorrente per il progetto:
– scatole di cartone varie
– contenitore di cartone delle uova
– colla vinilica
– pennelli
– colori acrilici (io ho usato nero, bianco, rosso, verde, marrone e metallizzato ma dipende da voi)
– pistola colla a caldo
– decorazioni di natale varie di riciclo
– lucine led
– opzionale: sughero, fiocchi di neve finta, sassi e tutto quello che si vuol riciclare!

Per prima cosa si sminuzza la confezione delle uova in tanti pezzettini (fatelo fare ai bambini, si divertiranno!) e tagliate un bel po’ di cartoncini in tanti rettangolini. Non serve essere precisi, anzi, più sono imperfetti e più sembreranno realistici una volta terminato.

le sagome della casa

Successivamente si prendono delle scatole un po’ grandi, tipo quelle da scarpe, si realizzano le facciate della casa  (Io ho optato per fare finestre su ogni lato ma qui sta al gusto personale, potete fare anche più finestre affiancate, finestre tonde, finestre piccole, a voi la scelta!), e i due lati del tetto facendo attenzione di tagliare la parte più alta un po’ a mezza luna.
Ho poi ritagliato quella che sarebbe diventata la porta, un piccolo tetto per l’ingresso e tenuto da parte delle strisce lunghe per fare il camino.

Successivamente si procede ad assemblare il tutto con la colla a caldo e a realizzare il camino (per farlo un po’ storto realizzatelo in due segmenti distinti).

assemblata

Fatto questo, con l’ausilio di un pennello, spalmate colla vinilica sulla superfice del tetto e su tutti i lati della casa. Sul tetto andremo ad applicare i rettangolini di cartone precedentemente tagliati che diverranno le tegole, mentre su tutti i lati della casa applicheremo i pezzetti del cartone delle uova che simuleranno una facciata in pietra.

Una volta asciutto il tutto si procede con la pittura.

Io ho steso una mano di rosso su tutto il tetto e di nero su tutto il resto della casa.
Ho poi dato profondità aggiungendo tocchi di chiaro/scuro  “sporcando “ con marrone, beige e verde il tetto, mentre per dare bene l’effetto pietra alla facciata ho aggiunto del grigio e qualche macchia marrone e verde.
Per il camino invece ho usato una base nere che ho poi sporcato a pennello asciutto con una pittura acrilica metallizzata, la stessa che ho usato per fare le finiture metalliche sulla porta.

Si passa a decorare!

Ho forato l’interno della casa e ho fatto passare delle lucine led a pile lungo il camino, tenendone una parte all’interno della casa, realizzando una specie di “fumo magico” sul quale ho applicato delle letterine per Babbo Natale. L’idea era quella che le letterine volino verso la casa di Babbo Natale e magicamente scendano lungo il camino per raggiungere la destinazione. Nel portico ho applicato altre lucine led, in questo caso multicolori.

Esternamente ho applicato i geloni al tetto, facendo colare della colla a caldo su di una teglia antiaderente, poi staccati ed applicati sulla casa una volta raffreddati. Per la neve ho applicato dei piccoli fiocchi di neve decorativi, e per dare un tocco natalizio ho aggiunto delle decorazioni a tema sulla porta ed un piccolo zerbino realizzato tagliando del nastro da regalo.

All’interno ho dipinto tutto di marrone ed applicato, per simulare una tappezzeria, i bordi decorativi adesivi che si usano sulle pareti e che vendono nei colorifici. Ne avevo un po’ di avanzo in casa e mi è sembrato perfetto per lo scopo. Ho poi appeso qualche decoro di natale e messo un alberello mini di Natale su cui ho appoggiato l’avanzo delle luci.

Il tutto è stato fissato su di una base in poliplat, ma potete usare anche un pezzo di cartone. Ho poi abbellito l’esterno con pezzi di sughero e sassi. Per fare l’effetto neve a terra ho fatto dei mucchietti di colla a caldo su cui ho versato della sabbietta bianca decorativa e dei fiocchi di neve.

Et voilà, un po’ di magia di Natale finalmente!

ecco il risultato finale! credits per le foto Silvia Massaferro


Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.


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QUANDO LA LINGUA FERISCE

credits cover to: Workman Publishing e BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 

Recentemente sui social è apparsa un’immagine raffigurante due copertine dello stesso libro a confronto, “parent hacks” (letteralmente “trucchi/dritte per genitori”) che nel corrispondente italico è stato tradotto in “mamma no stress”, portando inevitabilmente ad accese discussioni su facebook sulla scelta del titolo definita dalla maggior parte degli utenti discriminante e sessista . 
Come mai si è deciso per questa traduzione? Possibile che nel nostro Paese non si riesca a discernere dall’idea che solo la donna si debba occupare della prole?
L’ho chiesto a Martina Russo, in quanto esperta del settore, a cui ho deciso di rivolgermi per darci lumi in merito. La sua competenza, unita alla sua propensione ad affrontare spesso tematiche sociali di discriminazione, mi ha portato a sceglierla come voce autorevole a cui porre le domande che necessitavano di una risposta.
Martina è una traduttrice, laureata nel 2018 alla Sapienza – Università di Roma con una tesi su “The Rocky Horror Picture Show” e la delicata questione del suo adattamento in italiano. Dopo la laurea ha iniziato subito a lavorare a dei piccoli progetti in vari ambiti, tra cui quello medico, quello web e quello legale. Ha lavorato anche in Australia, dove principalmente ha insegnato. E’ una traduttrice ed esperta linguista full time, molto attiva sui portali social come TikTok dove con il nome di Translationbites posta con intelligenza ed ironia delle pillole di traduzione, affronta tematiche linguistiche, racconta il suo percorso di traduttrice e fornisce utili consigli ai giovani appassionati che vogliono intraprendere questa carriera lavorativa troppo spesso sottovalutata.
Ho avuto modo di scambiare più volte qualche parola con lei tramite social, perché i suoi video (una piacevole ventata di cultura) li ho trovati subito il perfetto esempio di come anche TikTok possa divulgare sapere in modo smart e diretto, ma sempre con la leggerezza imposta dalla piattaforma.

Ciao Martina, innanzitutto grazie per darmi un tuo prezioso parere in merito.
Come mai secondo te è stata scelta questa traduzione anziché tradurre letteralmente il titolo?

Ciao Silvia. Prima di ogni cosa, ci tengo a dirti che spesso e volentieri non è il traduttore a decidere il titolo di un libro, dal momento che c’è un’azione di marketing dietro secondo cui il titolo viene selezionato per la vendibilità del prodotto. Probabilmente un traduttore può dare dei suggerimenti, e in questo caso un traduttore è liberissimo di fare le sue scelte, nel momento in cui le riesce a spiegare e giustificare. Sono consapevole che prima di “sparare a vista sui colleghi” (e alcune volte lo si vorrebbe fare davvero) si potrebbe discutere circa le motivazioni che hanno portato a una determinata scelta piuttosto che a un’altra. Per entrare nel vivo della questione, io vorrei tanto che la scelta traduttiva del titolo Parent Hacks mi stupisse, perché vorrebbe dire che a livello socioculturale avremmo fatto dei passi talmente avanti da riconoscere che certe questioni di genere sono totalmente sbagliate. Purtroppo, la lingua di un posto è direttamente legata alla cultura e all’assetto sociale di quel posto. Le parole, quindi, rappresentano anche una sorta di legittimazione politica e l’Italia è uno di quei paesi dalle basi patriarcali la cui lingua è una lingua fatta innanzitutto per gli uomini. E questo è vero nella misura in cui fino alla grande guerra, e anche dopo, anche la società italiana era prevalentemente fatta per gli uomini, mentre alle donne toccava una posizione fondamentale in quanto madri e donne, ma marginale. Questo, dopo le rivoluzioni femministe, il post-modernismo e le opposizioni della comunità LGBTQ+, ha iniziato a dare vita alla questione dei Gender Studies – in cui non entreremo in merito altrimenti questa intervista durerà 6 giorni- Fino ad allora, tutto ciò che riguarda il genere nella lingua italiana è una cosa normale, sia per fatto che certe parole non fossero di uso, sia perché si è trattato dello standard per molto tempo. Una donna che non poteva essere appellata avvocatessa, significa anche non poteva esserlo, tanto per iniziare. Le donne da un punto di vista sociale hanno sempre dovuto darsi da fare molto più degli uomini per essere riconosciute valide anche solo la metà di loro. Ma perché diciamo questo, cosa c’entra con Parent Hacks? Beh, direi tutto. C’entra col fatto che la traduzione del titolo con Mamma no stress è localizzata in una prospettiva sociale a cui forse non appartiene più. Io lo dico sempre nei miei video, la lingua cambia, si evolve costantemente, ogni settimana vengono coniate decine di parole nuove e ne muoiono altrettante: prendi per esempio parole come Vlog, postare, Social media manager, apericena, bordello, sono tutte parole che non hanno granché in comune se non il fatto che sono neologismi. E questo è giusto. Questo è indispensabile perché l’evoluzione della società lo richiede. Ma se noi, in una società dove esistono davvero famiglie di ogni tipo dalle “tradizionali” con mamma e papà, a quelle con due mamme, con due papà, con o solo una mamma o solo un papà, famiglie composte da nonni, zii, famiglie che ti scegli perché i tuoi genitori biologici non ci sono stati, famiglie allargatissime dove più mamme e più papà hanno raggiunto un’armonia, perché dovremmo localizzare il titolo di un libro, in territorio italiano, in un contesto che non rimanda più direttamente a quello scelto per questo titolo, in un’epoca storica in cui le possibilità sono infinite? Inoltre, se ci soffermiamo proprio sul titolo in italiano Mamma no stress non è solo un titolo che infila la donna nel suo ruolo ormai obsoleto di madre e basta, ma mette in una posizione marginale anche i papà, che sono ancora immaginati come quegli esseri mitologici che con la febbre a 37 chiamano il sacerdote per l’estrema unzione e che non hanno idea di come si cambi un pannolino o come si cucinino le lasagne. Sicuramente esistono ancora famiglie e genitori che si basano e affidano sulla visione della famiglia patriarcale degli anni ’50, ma sono UNA famiglia, una parte della fetta, non il tutto. Perché stiamo parlando di un libro. Andando oltre il suo contenuto che può essere utile o non utile, bello o brutto, condivisibile o meno, un libro scritto ed editato e distribuito ha uno scopo specifico: vendere. Ha bisogno di un biglietto da visita, ovvero il titolo, in cui le persone possono rivedersi, possono empatizzare, verso cui sono naturalmente attratte. Poi è vero che il titolo deve essere accattivante, deve essere facile da ricordare, deve essere Target Oriented per funzionare, ed è anche vero che “I trucchi in aiuto del genitore” perde la leggerezza, l’immediatezza e anche la sonorità della versione originale del titolo (cosa che invece con “Mamma non stress” si mantiene) ma ci sono anche altri modi accattivanti e che non toccano direttamente la sfera di “mamma e papà” e che avrebbero salvato capra e cavoli mantenendo l’attenzione sul vero protagonista del libro: il bambino.
Ho proposto ai miei followers, che sono traduttori professionali e non, studenti, o semplici appassionati (fascia d’età 17- 50 anni) e sono intervenuti con piacere, dando delle idee molto carine. Il dubbio che mi viene è se questa scelta sia stata effettuata proprio per fare “scandalo”. Siamo un po’ in un mondo che funziona al contrario ultimamente, no? Come per la modella non convenzionalmente bella scelta da Gucci. Potrebbe trattarsi di quella che in inglese viene definita una poor choice, una pessima scelta, ponderata per seguire il consiglio del caro Oscar Wilde che suggeriva che “bene o male basta che se ne parli”? Diciamo che una parte di me auspica a questo tipo di ragionamento.

Ti è mai capitato come traduttrice di affrontare tale situazione? Come hai preferito approcciarti: adattarti al contesto sociale o essere più rigida?

Personalmente non avendo tradotto ancora narrativa non mi sono trovata nella specifica situazione di dover tradurre titoli ufficiali, ma è sempre una scelta importante e difficile da compiere. Il titolo di un libro è come il nome di un figlio, una bella responsabilità. Spesso capita anche nei miei ambiti soliti di lavoro di dover fare delle scelte traduttive non semplici. Ti dico, però, che io non ho niente contro l’uso del maschile come neutro. In fin dei conti, l’italiano ha una base neolatina è ha perso il neutro nel corso degli anni, è una lingua di base patriarcale, che ha dei generi e che dal punto di vista sociale risente ancora di ideologie e “connotazioni” più vecchie. Non ti dico che sia giusto, solo che ne capisco il senso e la necessità in alcune situazioni. Non tutte .Per portarti un esempio concreto, proprio qualche mese fa traducevo del materiale informativo “Eng>Ita” per un target puramente femminile uso due generi e non 66 per pura praticità e convenzione con la lingua italiana. Ovviamente il mio neutro in quel caso era femminile, ma perché c’era un target specifico. Nel momento in cui il target è diventato un pubblico sì, prevalentemente femminile, ma con dei riferimenti specifici anche maschili, ho continuato a usare un neutro femminile, ma con l’aggiunta specifica di esempi che inglobassero gli uomini nel discorso. Dicono che la lingua sia più tagliente di una lama, ed è proprio vero. Basta un attimo ad incappare in convenzioni sociali scomode e a farsi travolgere da un sessismo più o meno intenzionale.

– Quindi la lingua può diventare (passami il termine) sessista a seconda del contesto in cui viene tradotta?

Il contesto è tutto. Sempre, nel lavoro, nella vita. Un contesto frainteso è come andare in pigiama in ufficio il giorno della riunione più importante dell’anno. Da traduttrice ti dico che ogni caso deve essere valutato per sé, e che abbiamo sempre la scelta tra essere fedeli alla lingua di partenza o quella di arrivo. Personalmente, io lavoro sempre Target Oriented perchè è la cosa più logica da fare per avvicinarsi al target appunto. Tradurre da una lingua che non ha genere a una lingua che li ha è un’arma a doppio taglio perché le convenzioni non possono certamente essere sottovalutate, e questo non vuole minare il politicamente corretto o i Gender Studies e nemmeno i Translation Studies, ma i traduttori, e le persone che scrivono in generale, hanno bisogno di una norma a cui attingere per il bene del testo. E se questa deve essere un neutro maschile o femminile nei casi specifici in cui è necessario, so be it. Bisogna affidarsi al contesto. Sta anche alla “sensibilità” del pubblico capire quando si stanno neutralizzando certi elementi perché è l’unica strada, e quando la scelta è consapevolmente sessista. A volte il traduttore non ci riflette abbastanza, ma altre volte diventa una questione di principio per l’audience. La linea è molto sottile.

E’ possibile che i traduttori si trovino in disaccordo con le scelte delle case editrici su come tradurre un titolo o hanno carta bianca?

Per quanto ne so, in generale se ci sono delle direttive particolari se ne discute. Per quanto riguarda l’elemento specifico del titolo, o viene già predisposto dalla casa editrice nel momento in cui decidono di affidarsi al traduttore X o Y, oppure si avanzano delle proposte e si discute a tavolino, sentendo anche il parere di chi si occupa della parte di marketing. Perché la scelta di un titolo è puramente commerciale.

Ringrazio infinitamente Martina, per avermi concesso il suo prezioso tempo ed essere stata ampiamente esaustiva nella sua spiegazione.
E ora mi rivolgo a Voi, cari lettori, come avreste tradotto questo titolo? Cosa ne pensate? Avete altri casi da sottoporci?
Noi di Curvy Pride siamo sempre pronti ad intavolare un confronto costruttivo ed intelligente, auspicando in un futuro più inclusivo, in un cambiamento che parta dalle radici della nostra società.

In foto: Martina Russo


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

SE SEI DONNA NON HAI NOME

credits image: Libero

Ho notato già da un po’ di tempo l’abitudine dei giornalisti di trattare in modo diverso sulle proprie testate, i politici donna rispetto a quelli uomo.

Se per un politico uomo troviamo le parole “determinato”, “irriducibile”, “inarrestabile”, “professionale”, “carismatico” per la donna abbiamo “la bruttina”, “grassottella”, “scandalosa”, ma non finisce qua.
No, perché se sei donna e sei in politica, perdi anche il tuo nome. Non sarai più l’Onorevole X, o il deputato Y, ma diverrai la “premier in carne”, “la moglie di…”, “la bionda Y”. Oppure ti faranno la gentilezza di usare il tuo nome, ma rigorosamente quello di battesimo. Così la senatrice (ed ora vice Presidente) Kamala Harris diverrà semplicemente Kamala o come peggio è successo su di una nota testata: “La Vice Mulatta”.

La vice mulatta. L’ho dovuto rileggere un paio di volte il titolo perché non riuscivo a crederci. Sì che come testata Libero è spesso stata contestata per i titoli infelici, ma qui tocchiamo livelli altissimi su più punti. Da cosa partire? Discriminazione sessista? Discriminazione Razziale? Non ho proprio parole.
Però, se da una parte una figura politica sull’onda della ribalda viene sminuita, io nel mio piccolo vorrei dire due parole sulla vice Presidente Kamala Harris.
Laureatasi alla Howard University di Washington D.C., conseguì due specializzazioni in scienze politiche ed economia. Nel 1989 conseguì lo Juris Doctor presso lo University of California, Hastings College of the Law di San Francisco. Superò l’esame di avvocato e ottenne l’ammissione allo State Bar of California il 14 giugno 1990.

Tra alcune delle sue iniziative vanno ricordate:
Lancio della Division of Recidivism Reduction and Re-Entry.  Nel novembre 2013 Harris lanciò la Division of Recidivism Reduction and Re-Entry del dipartimento di giustizia della California in collaborazione con gli uffici dei procuratori distrettuali di San Diego, Los Angeles, e della Contea di Alameda. I soggetti tra i 18 e i 30 anni condannati per la prima volta partecipavano al programma pilota di 24-30 mesi ricevendo istruzione attraverso una sinergia con il Los Angeles Community College District e servizi per il lavoro.

Contrasto alla Prop 8.  Nel 2008 fu approvata la Prop 8, un emendamento costituzionale secondo cui sono validi solo i matrimoni “tra un uomo e una donna”. Il provvedimento fu impugnato ben presto da vari oppositori. Nelle rispettive campagne del 2010, sia il procuratore generale della California Jerry Brown sia Harris si impegnarono a non difendere la Prop 8. Dopo essere stata eletta, Harris dichiarò che il suo ufficio non avrebbe difeso quel divieto matrimoniale e depositò uno scritto amicus curiae, in cui sosteneva che la Prop 8 fosse incostituzionale e che i sostenitori dell’iniziativa non avessero la legittimazione processuale per rappresentare gli interessi della California in giudizio davanti una corte federale   

Divieto della “difesa da panico gay/trans”. Nel 2014 la procuratrice generale Kamala Harris appoggiò la legiferazione volta a bandire la difesa da panico gay/trans dalle aule di giustizia, che fu approvata in California, facendone il primo Stato a dotarsi di siffatta normativa. Lo scopo di regole simili a questa è la repressione dei crimini di odio.

Insomma, la vice Presidente Kamala Harris è una donna determinata, tenace, irriducibile, professionale e carismatica.

Ah, ed è anche la prima vicepresidente donna (e afroamericana) degli Stati Uniti.

Ma tutto questo non dovrebbe creare stupore in una società sana.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


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Percorso Home Fitness

Eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeh uno due tre quattro, uno due tre quattro, su le gambe, su le gambe e uno due tre quattro!
Alzi la mano chi in quarantena si è lanciato nell’home fitness.
Chi perché in crisi per la chiusura delle palestre, chi perché preso dal sacro furore di muoversi, chi perché ha capito che forse l’impepata di cozze a giorni alterni non è che facesse poi tanto bene.

Pure io ci son finita dentro. E’ partita prima con mio marito che già si allenava di suo, così tanto per fare qualcosa insieme, alzando un po’ di pesi.
Poi la noia, le gnocche fotoniche su instagram che ti scorrono in bacheca ogni giorno e lo shopping on line…ed ecco che ora in camera ho step idraulico, mini cyclette, tappetino yoga e vogatore.

Precisiamo una cosa: se siete un po’ pesaculo come me, non è facilissimo approcciarsi all’home fitness. Perché siamo dei pessimi coach di noi stessi, ci diamo le pausette premio di più minuti rispetto al dovuto, gli sconti ripetizione… Non siamo severi abbastanza.
Non possiamo paragonarci ad un personal trainer e non possiamo pretendere di avere la qualità di una palestra vera.
Ma se affrontiamo il tutto con il giusto atteggiamento mentale, ce la si può fare anche così ad ottenere dei buoni risultati.

La quarantena ha anche aiutato, perché ogni 15 minuti qualche influencer era in diretta a fare la sua routine fitness, quindi non ti sentivi solo.
Poi il vantaggio di non aver sguardi di commiserazione da parte di altri utenti della palestra è un incentivo.
Ma come dicevo, serve forza di volontà.
E’ tutta una questione di approccio mentale, se pensate di stare in pigiama e ciabatte per allenarvi potete anche tornare a letto, non avrete risultati.
Dovete invece ingannare il vostro cervello, vestirvi come se doveste andare davvero in palestra. Togliere distrazioni di tv e cellulare e focalizzarvi sul movimento e sull’esercizio da fare.

E’ un percorso lungo (mai lungo quanto mantenere la posizione durante il plank) ma se vi ci mettete di impegno ne gioverete sicuramente! Vi sentirete pieni di energia e magari, perchè no, perderete anche qualche chiletto.

Ce la sto facendo pure io, il che è tutto dire!

Curvy Pride sostiene la pluralità della bellezza e dell’essere, spronando ad apprezzare la propria fisicità ed unicità, prendendosi cura di se stessi e valorizzandosi.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

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“Quella tua maglietta fina…” Anzi no, meglio se ti copri

Ah, le sere d’estate, il caldo, l’appicicaticcio sulla pelle, le zanzare, la musica di Baglioni che risuona lontana, lo scemo di turno che ti fa notare che sei fuori forma…

Ah, che bella l’estate.

No invece. Odio l’estate. La mia carnagione da Maria Antonietta dovrebbe esserne già un segnale. Odio il caldo ma soprattutto odio il senso di inadeguatezza che mi porta la stagione più amata dagli italiani.

La prova costume. La che? Già da dicembre mi avete martellato con pubblicità sui social “pronta per la prova costume?” o “quest’anno in spiaggia stupiscili”.

Guarda come ti stupisco tutti: non ci vado in spiaggia, ecco.

Va detto che per chi è curvy non è semplicissimo trovare capi estivi che non ti facciano sembrare un tendone. Gli stilisti poi che si lanciano in fantasie a fiori tropicali e tucani non aiutano molto. Per fortuna ci sono boutique dedicate e alcuni siti che offrono una discreta scelta di modelli studiati appositamente per valorizzarci.

Però non so voi, a me spesso è capitato di prepararmi al mattino, mettere un vestito carino estivo, uscire, e rientrare per cacciarmi sopra una maglia più “coprente”.

Sì perché la grassofobia è sempre in agguato, e se non è il vicino che ti scannerizza manco fosse una guardia al supermercato, è il tuo riflesso nel portone di ingresso del palazzo o di una vetrina che ti fa tornare a casa a cambiarti. Sì, spesso siamo grassofobici noi per primi. Lo siamo con noi stessi. Questo perché fin da piccoli veniamo educati che la pancetta non va bene, la società ci ha sempre insegnato che se sei cicciottella “ti devi coprire”.
Non oserai metterti dei pantaloncini con quelle cosce???!!

Bada bene. Una cosa è il buongusto nel vestire, e su qui posso dare anche ragione. Un’altra è demonizzare un paio di gambe con la cellulite in vista perché si stanno indossando dei pantaloni corti. Cioè se ho la cellulite devo morire di caldo per far contento te?

Con questo costante “coprire” e “nascondere’ stiamo facendo la fine dei mucchietti di polvere sotto i tappeti. Ma vi svelo un segreto: anche se sotto il tappeto la “montagnetta tonda” si vede lo stesso.

Quindi via alle cosce libere, alle braccia a tendina, respiriamo! Che la cosa davvero schifosa dell’estate semmai sono le ascelle che puzzano!

Curvy Pride sostiene la pluralità della bellezza e dell’essere, e si impegna a contrastare i fenomeni di bullismo, discriminazione e body shaming. Perché tutte/i possano imparare ad apprezzare la propria fisicità ed unicità.

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Estate senza filtri

Una bella notizia è arrivata per il gruppo di volontari della #walkforcleanplanet, progetto di sensibilizzazione ambientale volto a fare salutari camminate e pulire le spiagge. Da questa estate, vige il divieto di fumare sulle spiagge della cittadina ligure di Loano!
Una nobile presa di coscienza ambientale che ha riempito di gioia i cuori dei volontari che si sono prodigati a sensibilizzare postando sui vari social la situazione di emergenza in cui versavano le spiagge.

Nelle varie uscite del gruppo, erano stati di fatto raccolti bicchieri e secchi interi di mozziconi di sigaretta, fotografati e postati sui vari social, portando alla luce una situazione di pericoloso impatto per l’ambiente.


I mozziconi di sigaretta infatti  hanno effetti devastanti sui mari e probabilmente inquinano più delle plastiche monouso. Ogni anno vengono prodotti 5,6 trilioni di sigarette e 4,5 trilioni di filtri vengono abbandonati nell’ambiente, rendendo i mozziconi di sigarette la principale causa di inquinamento plastico nel mondo. (fonte: greenme) I filtri delle sigarette sono solitamente prodotti con acetato di cellulosa, un materiale plastico che impiega oltre dieci anni a decomporsi. Per non parlare delle sostanze tossiche contenute nel tabacco.
E poi, vuoi mettere goderti il sole e il mare senza tabacco? Respirare la salsedine e scansarti dalla pelle la sabbia anziché la cenere della sigaretta?

Quindi, un doveroso grazie al Comune di Loano che ha posto il divieto di fumo in spiaggia, con la speranza che altri comuni seguano ben presto il loro esempio, così da avere in futuro bambini impegnati a fare castelli di sola sabbia e non mozziconi!

Curvy Pride sostiene i progetti delle proprie socie e aiuta a sviluppare il potenziale di ognuna di loro. Ti piace il progetto di #walkforcleanplanet? Vuoi saperne di più e diventare referente per la tua città? Contattaci e ti daremo maggiori info!


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