LETTERA PER LA MIA MAMMA…

Con grande emozione pubblichiamo la lettera che ci ha inviato Carmen, la figlia della nostra Socia/Staff/Blogger Valeria Menapace, per fare una sorpresa alla sua mamma. Le parole di Carmen toccano il cuore e sono di una maturità sconvolgente. La ringraziamo per averci coinvolti in questa sorpresa. Siamo felici che Curvy Pride sia diventata una famiglia per Valeria e Carmen, perché, come dice Carmen “immagina se fossimo tutti perfetti, non avremmo bisogno di nessuno, poiché sapremmo badare a noi stessi e non ci sarebbe bisogno di qualcuno che ci dia una dritta o una sua opinione, giusto? Ma una vita da soli è una vita triste”. Vi abbracciamo con tutto il nostro affetto felici di accogliere entrambe!

Cara Valeria,

Vorrei cominciare dicendo che per me sei una migliore amica e non solo una madre, avendo pochi anni di differenza. Sei più comprensiva ed è più facile avere un buon rapporto con te, posso parlarti di tutto senza alcun problema e so da chi andare per qualsiasi cosa.
Però ci tengo a sottolineare che è lo stesso per te. Siamo cresciute insieme e spesso durante momenti difficili io ero presente quindi che io fossi piccola o meno, abbiamo affrontato le cose in due e nonostante l’età che ho, alle cose ci arrivo facilmente, di conseguenza è più facile per te confidarti con me. Ti reputo una donna davvero forte, riesci sempre a rialzarti dopo ogni difficoltà e quando fai fatica ti aiuto come posso, o almeno ci provo. Mi capita di chiamarti bimba perché alla fine lo sei, sotto la donna forte e sicura di sé c’è una bimba che ha bisogno delle giuste attenzioni.
Ho deciso di scrivere a Curvy Pride perché ho notato che ti trovi molto bene, spesso hai sbalzi di autostima, passi da sentirti bellissima ad elencare ogni tuo difetto, ma a parere mio i difetti non esistono e nemmeno i pregi. Semplicemente una persona è come è, con le sue caratteristiche, caratteriali e fisiche. Chi ha deciso che l’uomo con il fisico scolpito è attraente e chi ha deciso che la donna in carne non lo è? Assolutamente nessuno. Immagina se fossimo tutti uguali, con gli stessi gusti, con le stesse capacità, con le stesse difficoltà. Io lo troverei estremamente noioso e posso fare un piccolo esempio, ma non banale: immagina se fossimo tutti perfetti, non avremmo bisogno di nessuno, poiché sapremmo badare a noi stessi e non ci sarebbe bisogno di qualcuno che ci dia una dritta o una sua opinione, giusto? Ma una vita da soli è una vita triste. Essere diversi non significa essere sbagliati.
Quindi mettiti in testa che sei perfetta così e nessuno ha il diritto di farti stare male evidenziando le tue caratteristiche, perché è ciò che sei che ti rende speciale. Questo percorso ti sta aiutando, è un po’ di tempo che ti vedo serena e in pace con te stessa, ti senti a casa e questo mi rende la figlia più felice di tutti, quindi Valeria continua così. Io sarò sempre qui a sostenerti.

tua Carmen

LA FELICITA’ IN UN PALLONCINO ROSSO

La felicità può essere un semplice palloncino rosso?

Fuori piove, c’è un vento fortissimo e inizio a guardare un film con mia figlia. Guardo Winnie Pooh e il ritorno al bosco dei 100 acri. La osservo, sorride e mi accorgo di quanto sia soggettivo il concetto di felicità. Un film insieme alla mamma ed i suoi occhi sono pieni di gioia.

Sono una mamma come tante, sempre impegnata e capita di sentirmi in difetto per questo. Il tempo che le dedico sarà sufficiente?

Durante la quarantena ho avuto il privilegio di stare molto di più con lei. Arrivata a sera mi sono sentita spesso “stanchissima”, perché fare tutto a casa, senza staccare: lavorare, insegnare le basi ad una bimba di prima elementare, divisa tra “aule virtuali”, “gruppo mamme Whatsapp”, farle capire che non può stare con le amichette, che non può passare il resto della giornata con la nonna materna, impegnare la sua stessa quotidianità con diverse attività, è stata dura. Soprattutto per una bimba come Benedetta così affettuosa, fisica, piena di interessi e abituata a vivere il più possibile gli spazi aperti.

Disegno realizzato da mia figlia Benedetta. Noi due insieme.

Stasera un film per bambini mi ha lasciato alcuni spunti per riflettere e voglio farlo con voi. Stasera, Winnie Pooh con il suo palloncino rosso ed il suo amico, dapprima piccolo poi adulto, con la sua cartella delle cose importanti, mi hanno fatto pensare cosa è davvero importante. Quali sono le mie priorità. Cos’è per me la felicità. Non ho mai chiesto a mia figlia cosa pensasse della felicità. E’ una bimba serena e sempre sorridente, ma non glielo ho mai domandato. Così la guardo e le chiedo: “Per te cos’è la felicità?” Pensavo mi rispondesse cose tipo “giocare con le amiche” o “andare al mare” ed invece lei mi ha risposto: STARE CON TE, MAMMA. NON IMPORTA DOVE MA STARE CON TE. Forse a voi sembra una risposta scontata, ma a me ha commosso. Ha risposto in qualche modo alla mia domanda ricorrente: “Sarà sufficiente il tempo che le dedico?“. Siamo così pieni di impegni, divisi tra lavoro, casa, famiglia che non ci accorgiamo di quanto siano importanti invece le piccole cose.

Winnie Pooh con il suo palloncino rosso, dopo aver litigato con il bimbo ormai adulto, si siede e lo aspetta guardando l’orizzonte.  “Il sole non smette mai di brillare”, dice. Il bimbo che è dentro noi si smarrisce a volte. Quello che sogniamo di essere da piccoli poi, da grandi, non sempre lo siamo. E quante volte le frustrazioni, il nervosismo li riversiamo in famiglia, sbagliando. Ma gli occhi dei nostri bambini e delle persone che amiamo ci riportano in qualche modo a casa. Ti accorgi di quanto sia importante passare del tempo di qualità con i figli perché non sempre la quantità è sufficiente per renderli sereni e felici. Esserci, connettersi con loro, sapere cosa provano e condividere momenti e stati d’animo è molto importante per la loro crescita.

La cartella della cose importanti ed il palloncino rosso realizzato dalla mia piccola Benedetta.

Avete mai pensato cosa mettereste nella “cartella delle cose importanti”?

Cosa vi rende felice?

Il lavoro è fondamentale, soprattutto in questo periodo storico, ma oltre a quello c’è il tempo che passa. C’è la vita: i figli, gli affetti, noi stessi.

Non si può fare a meno del lavoro ovviamente e così mi riprendo il mio piccolo tempo libero ed invece di pensare a cosa dovrò fare domani, mi fermo a sentire e vivere i minuti, il presente.

Oggi che giorno è? Oggi è oggi, dice Winnie Pooh.

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Elisabetta Giordano, 38 anni. E’ mamma di una bimba di 6 anni, fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/

IL MIO INCONTRO CON CURVY PRIDE

Questo incontro non è stato casuale, è stato voluto dal destino. Infatti, digitavo la parola “curvy”. Ed eccomi qui a scrivere il mio perché. Ho 46 anni e nella vita, fino adesso, ho fatto tante esperienze.

Il sorriso di una donna è il suo gioiello più prezioso!

Dopo gli studi sono stata alcuni anni all’estero a lavorare nei villaggi turistici. A 30 anni mi sono trasferita a Roma dove ho lavorato in banca, nelle agenzie di spettacolo, e come assistente onorevole. Ovviamente avevo anche un lato artistico e facevo il personaggio femminile in un trio comico di cabaret. Si andava in scena ogni mercoledì sera a teatro e nei fine settimana si facevano spettacoli in giro per l’Italia. Scrivevo per una testata giornalistica e in diversi blog. Una vita intensa insomma. Talmente intensa che da 75 chili sono diventata 125 chili. Ero vittima di me stessa. Molte persone mi telefonavano per avere contatti e non per cercare me, Barbara. Inoltre nel posto di lavoro di assistente onorevole le colleghe erano spietate. Me la prendevo con me stessa e mangiavo, mangiavo tanto. Sempre. Dolci, torte, panini, stuzzichini, pasta, carboidrati, proteine, zuccheri e chi più ne ha più ne metta.

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Prima e dopo l’intervento bariatrico.

Ero al limite. non ce la facevo più. A 40 anni sono ritornata in Veneto. Ho subito iniziato a lavorare al quotidiano “Il Resto del Carlino”, redazione di Rovigo; e al settimanale “Nuova Scintilla” della diocesi di Chioggia (Venezia). Un giorno sono stata alla casa di cura Madonna della Salute di Porto Viro, la mia città, per fare un’intervista al primario di chirurgia. Mi spiegava che la casa di cura si stava specializzanda in chirurgia bariatrica, la chirurgia dell’obesità. Ho quindi chiesto un appuntamento per fare una visita e ho fatto tutto il percorso per fare l’intervento bariatrico.

E’ stata la mia benedizione. Da 125 chili sono arrivata a 79. Prima di operarmi avevo espresso il desiderio di fare la modella curvy. Un sogno che porto da tutta la vita dentro di me. E così è stato. Quindi, digitando curvy, nei vari social, ho incontrato l’associazione Curvy Pride e ne sono rimasta colpita. Lo scorso ottobre sono stata a Bologna all’evento “Pizza e Curvy” dove ho conosciuto tante splendide ragazze e donne.

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Una meravigliosa serata tutta in fucsia!

Poi ho continuato a seguire…. a guardare i social…. ed eccomi qui, in questo magico contesto a raccontarmi. Ognuno ha una storia, ognuno ha un percorso più o meno tortuoso, ognuno ha un modo di affrontare la vita. Io l’affronto sempre con le 3F “Forze, Fede, Fiducia”.

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Con Marianna Lo Preiato, presidentessa di Curvy Pride

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Barbara Braghin che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’ASSOCIAZIONE CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Barbara Braghin è giornalista e blogger. Adora la moda, i film con Marilyn Monroe anche se il suo preferito rimane sempre Pretty Woman. Da sempre fan di Madonna, adora il fucsia e ha una filosofia di vita molto strong: SE INSISTI E PERSISTI RAGGIUNGI E CONQUISTI.

STORIA VERA: UNA PERSONA CHIAMATA “SASSO”

Mi chiamo LAURA ed è da quando ho ricordi delle  scuole elementari che provo sulla mia pelle il body shaming .

Ho sempre avuto la “forma tonda” ed  anche da piccola ero la bambina più in carne della classe.

Sicuramente anche la costituzione conta molto ma ancora non lo capivo, anzi, a dire il vero sono stati  i “grandi” a farmi sentire inadeguata a quell’epoca.

Ricordo ad esempio alcune frasi dette da qualche adulto nelle partite di basket, che peraltro mi piaceva come sport, frasi del tipo: “al massimo potrà fare la raccattapalle” evidenziando sia la scarsa agilità, sia  la bassa statura.

Una cosa che mi aveva messo in imbarazzo e che mi ha fatto odiare poi tutta l’attività ginnica e sportiva è stato quando, in quarta elementare, ho iniziato un corso di nuoto ed ero stata messa nella categoria dei “sassi” ossia oggetti tondi e pesanti che non riescono a galleggiare perché non ne sono in grado .

Ecco come sentirsi umiliati in mezzo secondo! oltretutto eravamo lì per imparare a nuotare e non per fare gare olimpioniche!

Con il tempo ho capito che a volte anche solo certi nomi possono fare la differenza sull’ apprendimento di un bambino, tanto è vero che, se già avevo vergogna a mettermi in costume, figuriamoci a frequentare le lezioni di nuoto!

Morale: non ho mai imparato a nuotare ; e tutto per colpa di una stupida categoria in cui ero stata inserita.

A mia mamma alcune amiche dicevano che avevo un bel viso che ha ma avrei dovuto dimagrire un po’ e questa è stata la frase epica da sempre!! Provavo un fastidio inaudito  e perché ero piccola, altrimenti adesso saprei io come rispondere …

Non parliamo poi dell’adolescenza che è stata disastrosa! Soffrivo di desquamazione cutanea al cuoio capelluto , probabilmente per la fase di sviluppo  e ho dovuto tagliare i miei lunghi capelli a “caschetto” (per favorirne la pulizia quotidiana anche con shampoo secco ) quando hanno ricominciato a crescere  crescevano in larghezza e non in lunghezza .. praticamente il nome “testa di fungo” mi ha seguito per un intero anno scolastico .

Alle medie giravo per i corridoi della scuola con un cappotto verde e blu, peraltro di seconda mano  per nascondere il mio corpo che visualizzavo come un  grosso cumolo di grasso .

Anche in quel caso non avevo ancora capito che, essendo l’ unica a portare un cappotto in pieno corridoio, invece di diventare invisibile agli occhi degli altri  ero quella più soggetta a derisione e facce disgustate .

Alle superiori il body shaming è passato dal corpo al cervello… ero molto brava a scuola  e c’erano diverse   ragazze che mi odiavano per questo .. in una occasione mi hanno picchiato perché non suggerivo nei compiti in classe.

Poi il mio corpo si è trasformato  quando, più consapevole di me stessa, con una dieta e il prezioso sostegno di mia mamma (che dalle elementari mi ha sempre seguita perché i primi disturbi alimentari li ho avuti da molto piccola), ho assunto un’alimentazione corretta  ed uno stile di vita più sano.

Ero felice, ma sempre con quella idea che dovevo piacere agli altri e non a me stessa.

Di conseguenza, una volta che da bozzolo sono divenuta farfalla, ecco che ho subìto bullismo al contrario! In pratica, a detta di qualche mia compagna di classe,  io avevo i bei voti dei professori perché ero piacente e con un bel sorriso e non perché passavo ore ed ore sui libri a studiare! Così come per il lavoro che sembra sempre che se sei più carina sia più facile trovare il posto; beh, oggi sono infermiera e garantisco che non serve essere una “gnocca” ma serve essere pronti a tutto , professionisti preparati in tecniche di ogni tipo e avere molta molta pazienza e umanità.

L’ultimo atto di body shaming che ricordo risale a qualche anno fa, quando, ad una sfilata di moda curvy e non, un ragazzo si è coperto gli occhi con le mani mentre sfilavo in passerella e mi sentivo molto orgogliosa di me e del mio corpo che oggi amo.

Non mi sono arrabbiata, mi sono solo molto rattristata per lui, perché  ho capito che nella sua testa non aveva ancora accettato che la bellezza sta nella diversità  e che ognuno di noi è “portatore sano” di qualità e caratteristiche uniche e meravigliose!!

E voi avete la vostra storia da raccontare? Vi ritrovate nel racconto che ho scritto? È capitata anche a voi questa discriminazione per il vostro corpo ?

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Ringraziamo tutti i soci e le socie che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

LAURA CHIAPPARINI, INFERMIERA E FELICEMENTE SPOSATA. IL MIO MOTTO DI VITA è “SPQR”: SORRIDI PER QUALSIASI RAGIONE !!!

DIARIO DI UNA TRENTENNE SINGLE

Fine marzo 2020
Parla Conte: tutti chiusi in casa. Chiudono anche le aziende.
“Apposto! Non posso più nemmeno vedere le mie colleghe!” penso e dopo un pianto semi disperato, razionalizzo e ammetto che quello che è capitato a me, in confronto a quello che purtroppo sta accadendo nel mondo, è nulla. Cerco di farmi forza.

Ci provo ma la reclusione non aiuta.
Il pensiero è fisso a Lui che qualche mese prima mi ha lasciata per una gnocca (si potrà dire “gnocca” su un blog? ma sì e poi è gnocca per davvero)!
Penso a Lui che ora sta con lei. Penso a Lui che mi ha rimpiazzato con una con 12.000 followers su Instagram, che è bella da morire. E piango. Dovrei fregarmene, fare la superiore, essere arrabbiata per come si è comportato ma non ci riesco. Lo amo e mi manca.

Lo so, potrò sembrare patetica, cinica o egoista: c’è una pandemia mondiale e io soffro il mal d’amore.
Razionalmente lo so che sono una persona fortunata, sono sana e al sicuro in casa mia ma a tratti prevale la mia parte irrazionale ed esce il melodramma. Soffro, piango, mi dispero e mangio kg di gelato.
Sola in casa e senza le mie amiche a supportarmi sono disperata e devo trovare un diversivo.

Primi giorni di Aprile 2020
Non so nemmeno più da quanti giorni siamo in reclusione.
E’ sera. Sono seduta sul mio divano, ci ho messo mezz’ora a scegliere un film che non sto seguendo perchè io ovviamente sono su Instagram.
Guardo quelle foto, loro insieme, Lui. Lei sempre bella e perfetta, statuaria…
Ma come fa? E’ stragnocca pure in quarantena!
Io in questi giorni sto sfoggiando i miei outfit peggiori di sempre, ho lo smalto smangiato e i capelli perennemente arruffati.
Guardo un’altra foto, mangio una cucchiaiata di gelato, la trilionesima, e non riesco a smettere di piangere. Mi alzo dal divano a prendere un fazzoletto col naso che mi cola. La stanza è illuminata solo dalla luce della tv e non vedo lo sportello della piattaia che avevo lasciato aperto e ci sbatto contro. Una testata che a confronto quella di Zidane a Materazzi nel 2006 è una carezza. Un dolore atroce. Attimo di spaesamento…
Corro verso lo specchio del bagno e vedo me: capelli arruffati, mascara colato, occhi gonfi, viso arrossato dalla botta, occhiaie. Mi vedo orribile, mi sento orribile. Mi guardo, tra le lacrime mi lavo il viso e intanto penso che non posso andare avanti così.

La mattina dopo mi sveglio, pensando a come fare a dare una svolta alla situazione; faccio colazione e mentre mi lavo i denti guardo la mia faccia: ho un livido che parte dalla fronte fino al mento. “Non male” penso tra me e me “ora si che sei carina!”.
Mi sale un pò di tristezza ma mi sono fatta una promessa, allora mi guardo di nuovo e mi sorrido.
Chiamo le mie amiche per raccontare loro l’accaduto e durante quella telefonata il lampo di genio: scaricare un’app di incontri.

Un pò titubante, qualche ora dopo, scarico l’app, scelgo una foto supergnocca e creo il profilo.

NOME? porca miseria, già il primo problema…su una piattaforma così se ci scrivo che mi chiamo Santa è la fine. Pensa che ripensa, opto per Gaia un mio vecchio soprannome.
Apro il profilo e inizia la mia avventura….

Quando racconto le mie “disavventure” alle mie amiche o colleghe, la maggior parte di loro si trattiene dal ridere e con espressioni miste tra stupore e incredulità, il più delle volte, esordisce con:
Beh Santa potresti scriverci un libro!”.

Dai oggi dai domani, senza la pretesa di scriverci davvero un libro, ho deciso di raccontare, non più solo alle mie amiche ma anche a molte altre donne, le mie cosiddette disavventure. Ho deciso di farlo soprattutto perché, nel mio caso, ma credo anche in molti altri, il confronto e lo scambio siano fondamentali. Parlare delle proprie esperienze, dei propri disagi, delle proprie disavventure sia importante e soprattutto, il più delle volte, ci aiuta a sentirci più simili e meno sole.

Se vi va potete scrivermi e raccontarmi anche le vostre storie o disavventure.
Mi trovate all’email santapentangelo27@gmail.com o sul mio Instagram santa.pentangelo

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Santa Pentangelo che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Trentenne single, eterna sognatrice. Innamorata dell’amore e della vita che secondo lei merita di essere vissuta al meglio.
Ci mette sempre il cuore e cerca il lato positivo in tutto ciò che accade!

mail santapentangelo27@gmail.com
@misssemplicementecurvy

UN CIOCCOLATINO RIPIENO!

Vi e mai capitato di staccarvi dal vostro corpo ed andare a ritroso nel tempo, così tanto per ripercorrere tutto, in particolare alcuni tratti particolarmente tortuosi? A me sì, molto spesso… a volte in modo al dir poco maniacale. Vero! Ma io ho assolutamente bisogno di capire perché mi sono trovata in determinate situazioni, perché mi sono sentita in determinati modi e ancora perché mai è capitato più di una volta.

Trovo stancante cercare a tutti i costi di far parte di qualcosa, di un mondo che magari nemmeno ti appartiene.

Ero alle superiori, frequentavo una scuola privata, quindi … “ero al pari tutti” eppure i conti non tornavano… Ricordo molto bene che eravamo pochissimi in classe, quindi i famosi gruppetti non erano fattibili, ma un gruppone singolo sì! Un gruppo grande, ben assortito del quale non avrei mai fatto parte. Per una ragione a me sconosciuta non ne ero degna… Lo spettro del colore della pelle tornò a bussare nella mia mente, ero già una taglia forte (le mie compagne erano “perfette”) quindi pensai di non avere la taglia giusta per calzare l’abito dell’accettazione. Avevo anche un anno più degli altri essendo stata bocciata al primo anno in un’altra scuola.

Anche a casa la situazione non era delle migliori, volevo andarmene, così mia madre decise di iscrivermi anche in convitto nello stesso istituto, nonostante non ce ne fosse la necessità abitando vicina. Ma come si dice? Meglio in convitto che chissà dove. Iniziai la mia avventura credendo di essere nella giusta condizione. Iniziai a fare le prime conoscenze, erano tutti simpatici e con le mie compagne di convitto iniziavo a trovare un equilibrio! Insomma, entrare in un contesto già avviato non era e non è semplice, ma in quel caso mi sentivo a mio agio e ben corrisposta!

L’adolescenza, gioie e dolori

Col tempo però cominciai ad avere la sensazione che le mie amiche con me si annoiassero. Entravo in camera e smettevano di parlare, mi sedevo con loro in saletta relax e se ne andavano… ma che stava succedendo? Tutti mi dicevano di stare tranquilla e di non preoccuparmi, ma… se c’ era da scegliere qualcuno per l’attività sportiva, non ero di certo io, se c’era da parlare di qualcosa, non ero interessante! Non capivo e tutto questo mi turbò moltissimo, scombussolando e rimettendo di nuovo in discussione tutto.

Farmi accettare diventò una missione che occupava la maggior parte del mio tempo. Era così fondamentale che passare per bugiarda, per falsa, ruffiana, senza carattere, non avrebbe avuto alcuna importanza perché in questo modo avrei ottenuto ciò che volevo: IL CONSENSO, LA BENEDIZIONE DEL PROSSIMO E SOPRATTUTTO L’AFFETTO. Non sapevo che a nulla sarebbe valso il mio sacrificio, avevano già deciso tutto, ma io non lo sapevo, o forse si, ma era davvero troppo doloroso ammetterlo. Spendevo soldi per le loro merende, sperando che prima o poi questo mi desse il diritto di far parte delle loro vite, portavo le loro borse, sperando di potermi sedere con loro in mensa.

Avevo perso interesse per qualunque cosa, volevo solo farmi accettare. “PUZZI DI CIPOLLA, LAVATI”, “MA COME TI SEI VESTITA?”, “MA STAI ZITTA CHE NON CI INTERESSA”! E mille risatine… La sera in convitto per passare il tempo insegnavo coreografie di hip pop improvvisato alle mie coinquiline, mi facevano i complimenti, si divertivano ed io mi sentivo speciale ed amata, ma…. “LO DICONO TUTTE CHE A BALLARE FAI SCHIFO”!

A quel punto ero stanchissima, mi sembrava di aver corso per chilometri senza mai raggiungere la mia metà. Smisi di parlare, giocare a pallavolo, studiare e credere in qualsiasi cosa. Ero un enorme CIOCCOLATINO RIPIENO: amore, gioia di vivere e fiducia nel prossimo… ora ero ancora più piena… stanchezza, sfiducia, e lacrime! Me ne andai senza voltarmi, consapevole che avrei lottato ancora e ancora ma che prima o poi sarei diventata un CIOCCOLATINO RIPIENO DI ME!

Adolescenza Diversità Solitudine

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”
Vale

SCELTE DI VITA: LA MIA STORIA DI MAMMA SINGLE

Siamo donne, ragazze, madri, compagne, mogli, figlie, imprenditrici, dipendenti o casalinghe, ricopriamo tanti ruoli, non siamo mai soltanto una cosa sola. La nostra vita è senz’altro disseminata di momenti che ci hanno segnate, di scelte che abbiamo fatto, di paure che in qualche maniera abbiamo dovuto superare.

Conosco donne che erano terrorizzate dall’idea dei dolori del parto e poi, nonostante li abbiano provati, hanno avuto altri figli. Conosco donne che hanno fatto scelte coraggiose, magari avendo tutti contro, eppure hanno seguito il loro cuore o il loro cervello.

A ben pensarci tutti i giorni scegliamo: dalla cosa apparentemente più insignificante, tipo “Cosa mi metto oggi?” a quella più complessa tipo “Come gestisco quel cliente?” la nostra vita è una continua oscillazione tra ciò che potremmo fare, desideriamo fare, dobbiamo fare, vogliamo fare e speriamo di fare. Spesso decidiamo senza neanche rendercene conto.

Anch’io per molti anni ho pensato di aver fatto certe cose nella mia vita perché non avevo scelta. Dopo essere diventata mamma, a 27 anni, mi sono separata quasi subito. Il mio ex marito se n’è andato, lasciandomi con la piccola di 9 mesi. Oggi le cose sono sistemate, non ce l’ho con lui, lo racconto soltanto per contestualizzare il periodo.

Ero già abituata a gestirla io in tutto e per tutto perché allattavo ed ero in maternità, avevo modo di seguire la bimba nei suoi orari e al mattino potevo dormire un po’ di più se anche lei dormiva. Quello che ho vissuto separandomi è stato come un brusco risveglio: dopo tanti anni in cui ero parte di una coppia, avevo bene o male sempre una persona su cui poter contare, qualcuno a cui poter delegare le incombenze che non volevo, mi sono trovata SOLA. Ora dovevo pensare io a tutto.

Alessia a 3 anni dopo la merenda con la Nutella!

Ho sempre lavorato a tempo pieno per cui mi ero dovuta muovere per trovare un nido, iscriverla, fare l’inserimento coi relativi sensi di colpa prima di riprendere il lavoro. Al mattino ci svegliavamo presto, facevamo colazione, preparavo lei e me e la portavo all’asilo per poi andare a lavorare. Nel pomeriggio la riprendevo intorno alle 18 e poi cominciava la seconda parte della giornata in cui giocavamo, facevo la spesa, cucinavo, pulivo, bagnetto, pigiamino, coccole, favole e nanna. Era diventata una routine tenera e al contempo micidiale.

La mia fortuna sono stati i nonni, tutti e quattro: su di loro ho sempre potuto contare. Il venerdì il nonno paterno andava a prenderla all’asilo e la teneva a dormire da loro, per cui avevo una serata alla settimana in cui ero “libera”. Talvolta uscivo e mi regalavo un po’ di tempo non da mamma, ero solo Fabiana, potevo uscire a cena con gli amici, potevo andare in discoteca, potevo fare quello che non facevo quando c’era lei. La realtà era che il più delle volte ero talmente stanca che me ne stavo a casa, considerando anche il fatto che all’epoca i miei amici erano in situazioni diverse dalla mia: i miei coetanei erano fidanzati o appena sposati e uscivano con le coppie, delle mie amiche single non riuscivo a tenere il passo, loro avevano altri interessi e poi magari arrivavano tardi perché il sabato non lavoravano, io alle 9 del mattino dovevo presentarmi al lavoro in buono stato e presente a me stessa, per cui evitavo di folleggiare come loro (non le giudico, lo avrei fatto se il mio giorno di riposo fosse stato il sabato). Avrei potuto farmi tenere la bambina qualche volta nei fine settimana ma già la vedevo poco, lei stava più volentieri con me e io ero felice di coccolarmela, in più ho sempre pensato che se fai i figli poi te li devi anche smazzare, non me la sentivo di “mollarla” per andarmi a divertire. Giusto o sbagliato che sia, ho fatto quello che mi sembrava buono in quel momento.

Io e Alessia quando aveva 4 anni

Io sono stata la prima a sposarmi, avevo appena 22 anni. Ho fatto tutto prima degli altri: quando a 30 ero già mamma di una bimba di 3 anni e separata da un po’ c’era chi si doveva sposare, chi era single, chi aveva appena trovato lavoro e chi passava il suo tempo libero a prenotare tavolini in discoteca. Mi sentivo fuori dal mondo. Io dovevo far quadrare i conti, litigando col mio ex, facendo bella faccia davanti ai miei genitori perché non volevo preoccuparli, dovevo pensare a tutte quelle cose che avevo sempre delegato a lui: il bollo, il tagliando, l’assicurazione, la revisione. Affitto da rinnovare, burocrazia da sbrigare, insomma, tutte cose che detestavo (infatti mi è successo di scordarmene, pagando multe che non mi potevo permettere).

La Fabiana di oggi gestirebbe certe cose in maniera diversa, sarebbe molto più brava con la burocrazia, si sarebbe appoggiata di più agli amici, alle persone care, avrebbe chiesto aiuto e si sarebbe confidata coi genitori ma la Fabiana di oggi ha 18 anni di esperienza in più, sa molte più cose, è meno rigida con se stessa ed è un’altra persona!

Perché vi racconto tutto questo? Perché sono certa che qualcuno di voi, leggendo la mia storia, starà pensando che sono stata brava, che ho avuto tanta forza, che sono una persona che, nonostante le difficoltà, si è fatta coraggio e ha tirato su una figlia praticamente da sola, una figlia che oggi, alla soglia dei 18 anni, è una ragazza meravigliosa, matura, che mi sostiene e mi adora, con cui ho un rapporto splendido e unico e di cui io vado fiera, per usare un eufemismo.

Il nostro rapporto giocoso

Per anni ho pensato di non aver fatto poi granché. Quando qualcuno mi faceva notare queste cose per farmi un complimento io rispondevo: ” E che altro avrei potuto fare? Non avevo scelta! Dovevo fare ciò che ho fatto, non c’erano opzioni”. Solo da poco ho invece capito che c’erano eccome le opzioni! Avrei potuto fare tutto diversamente!

In primo luogo avrei potuto smettere di pagare un affitto e tornare dai miei, non mi avrebbero mai detto di no. Avrei avuto un grande aiuto ma io questo non l’ho mai preso in considerazione: avrei rinunciato a quel po’ di indipendenza che avevo, avrei dovuto rinunciare al mio tempo esclusivo con mia figlia, non saremmo state mai solo io e lei e poi avrei pesato troppo sulla vita dei miei. Mia mamma era in pensione, si poteva godere un po’ la sua vita dopo 40 anni di fabbrica, con che cuore le avrei sconvolto la vita? (Lo avrebbe fatto, è la mamma più meravigliosa del mondo).

Avrei potuto mollarla nei fine settimana, come facevano molte mie clienti: mi invitavano con loro a week end al mare, in giro per negozi, a divertirmi. Io non avevo né i soldi né il cuore per farlo, se pensavo che mentre io ero in piscina a chiacchierare mia figlia era piazzata davanti alla tv dai nonni, per cui me la tenevo sempre con me quando non ero al lavoro. Ero felice così.

In effetti, ripensandoci, avevo eccome la scelta, solo che in quegli anni non la vedevo, il mio cervello non la percepiva. Questo è ciò che voglio dire a tutte voi meravigliose donne che credete di non fare niente di grande: ogni giorno facciamo qualcosa di grande, e se cominciassimo a prendercene il merito?

Se cominciassimo a prendere atto che quello che facciamo è grande, è importante? È fondamentale essere noi per prime a riconoscerci il nostro valore altrimenti nessuno intorno a noi lo farà! Non aspettiamo che il mondo si accorga di quanto valiamo, scriviamocelo in faccia e mostriamolo con orgoglio. Non per vanto, non per essere meglio degli altri ma per essere d’ispirazione, per aiutare chi ha bisogno di un’iniezione di autostima, chi ha bisogno di vedere che se l’ho fatto io allora puoi farlo anche tu.

Riconosciamo tutte le nostre doti e mostriamole con dignità, con tenerezza e con la forza aggraziata di cui siamo capaci noi donne e il mondo sarà da subito un posto un po’ più bello per tutti.

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello staff Fabiana Sacco che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Fabiana Sacco è stata consulente di bellezza per più di 25 anni nei quali ha raccolto le confidenze, le paure e i sogni di centinaia di donne. Il suo cammino di crescita l’ha portata a diventare una coach e la sua più grande passione è aiutare tutte le donne che vogliono stare bene nella loro forma fisica, qualunque essa sia.
Curvy Pride rispecchia alla perfezione i miei valori ed esserne membro è per me un onore, tutte insieme cambieremo il mondo”!
MAIL fabythecurvycoach@gmail.com o mi trovi su IG https://www.instagram.com/faby_the_curvy_coach/?hl=it



IO E I MIEI COLORI

L’integrazione è un tema molto difficile e molto sentito, soprattutto all’epoca in cui ci troviamo attualmente! Una volta era tutto molto meno evidente: non avevamo i social a tenerci aggiornati, non era possibile vedere le foto, i video e comunque documentare in tempo reale ciò che accadeva, di conseguenza non c’era occasione di parlare di moltissimi argomenti che invece oggigiorno sono abituali.

Se per me, bimba “straniera” e di colore, 25 anni fa iniziare la scuola poteva scuotere gli animi, la storia che vi racconterò complicherà ancora di più le cose….

Io…

13 maggio 1993, era il mio ottavo compleanno! Mia madre, come ogni anno, invitata tutti i miei compagni di scuola. Preparava buffet meravigliosi e organizzava ogni tipo di distrazione. Casa nostra era circondata da un enorme giardino che permetteva a noi bimbi di inventarci ogni tipo di gioco, era davvero entusiasmante!

Sembrava che lo sconcerto iniziale del mio arrivo si fosse esaurito col passare del tempo e che quindi io potessi procedere indisturbata con la mia vita!

Avevamo da poco iniziato un nuovo gioco “LA CAMPANA” , a tutti i bambini piace saltare, dopo un po’ sentii la necessità di andare in bagno… Ok qualcosa non andava!! I miei slip erano macchiati di sangue, ma io stavo benissimo. Andai da mia madre con aria colpevole, convinta di aver di nuovo sbagliato qualcosa, temendo riguardasse solo me e che per questo avrei avuto un altro motivo per sentirmi diversa. Mia madre mi guardò allibita, aumentando la mia confusione e la mia preoccupazione.

Mi fece avvicinare e mi disse che da quel momento sarei stata diversa dalle mie compagne…Come?? Oh no!! Un’altra volta? Prima il colore della pelle, ora quello sugli slip. Ma i colori non erano una cosa bella? Ogni volta che si parla di colori è una tragedia… Accidenti, io coloro i disegni e guardo il mondo attraverso i colori, com’è possibile? Guardai mia madre perplessa con un’espressione da punto interrogativo.

Iniziò a parlarmi di seno grande, trasformazioni, assorbenti e di uno pseudo rapporto coi maschietti. Non capivo assolutamente niente… Seno? Quello della Barbie? Maschietti? Quelli con i quali io e le mie amichette giochiamo a rincorrerci e a fare la battaglia con gli spazzolini da denti? Ok!

In poco tempo scoprii che giocare non sempre mi andava. In poco tempo scoprii che il mio corpo stava cambiando. In poco tempo scoprii che spesso il mio umore era altalenante. In poco tempo capii che i colori posso assumere significati diversi. Il mio primo ciclo, che sarà mai? Nulla, ma avevo 8 anni volevo giocare, andare a scuola ed essere spensierata… misi via le bambole, non era roba per me…. e ANCORA una volta mi sentii un ALIENO! (continua…)

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”
Vale