“NON VOLEVO ESSERE UNA PANCHINA ROSSA”

Ogni panchina rossa, colore del sangue, è il simbolo del femminicidio, è il simbolo di un posto occupato da una donna che non c’è più e che è stata portata via dalla violenza. UN VUOTO INCOLMABILE!

Foto dal web

A novembre, la ricorrenza per me più sentita è il giorno 25: Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne.
Giornata da me sentita in modo particolare perché  ho provato la violenza di tipo domestico sulla mia pelle e per diversi anni.

Le donne che subiscono violenza reagiscono tutte in modo diverso, probabilmente a seconda del maltrattamento subìto, ma una delle cose che accomuna tutte noi è la tendenza ad ISOLARSI dalla società e, senza rendersene effettivamente conto, ci si ritrova in quella che io chiamo una “bolla di sapone inquinata”, una routine che per noi diventa NORMALITÀ.

MODEL :IO , CREDIT PH : ANDREA SIMONE

Molte donne NON RICONOSCONO da subito la violenza, anzi, la tendenza è quella di giustificare, oppure, per questioni di tipo familiare, cercare di andare avanti lo stesso in quella situazione scomoda che si è creata.

È molto difficile prendere consapevolezza di ciò che stà accadendo, perciò ho deciso di raggruppare in maniera schematica le varie forme di violenza e poi parlarvi della mia storia.

Purtroppo il discorso violenza sulle donne è così vasto! In alcuni paesi del mondo è di tipo culturale o meramente punitivo: si pensi ad esempio alle donne sfigurate con l’acido, alle tantissime minori abusate o alle mutazioni genitali femminili; storie che sembrano appartenere ad un altro mondo, invece accadono proprio nel nostro e ancora oggi che siamo nel 2020!!

MODEL:IO , CREDIT PH :MONICA BURRASCHINI .
Le scarpe rosse :Elina Chauvet ha dato vita al movimento “zapatos rojos”; ogni paio di scarpe rappresenta una donna e la traccia della violenza subìta

Iniziamo a vedere  insieme quali sono le forme di violenza in modo da riconoscerle in modo tempestivo:

VIOLENZA FISICA: sul corpo umano, ma anche sugli animali parte integranti di quella famiglia, o etero-aggressività su oggetti inanimati. Si esprime con calci, pugni, schiaffi, spintonamento, ustioni, distruggere oggetti di proprietà della parte offesa, ferire o uccidere gli animali domestici

VIOLENZA PSICOLOGICA: tutto ciò che favorisce nella donna senso di colpa, perdita di autostima e che genera ansia, inquietudine, vergogna, depressione, paura, isolamento sociale.
In questo ampio scenario troviamo quindi gli insulti, le umiliazioni, offese, manipolazione, imposizioni, possessività, intimidazione (facendo ad esempio paura con sguardi), uso di minacce e coercizioni,  puntare un’arma o solo mostrarla, minacciare di lasciarla o di suicidarsi, costringerla a ritirare le denunce, costringerla a comportamenti illegali, minacciare di fare qualcosa a terze persone (amici, parenti), trattarla solo come una domestica e non come compagna di vita, escluderla dalle decisioni che solitamente si prendono con il partner, minimizzare o ridicolizzare o fingere che non siano mai avvenuti  gli episodi di violenza, dire che è stata lei a causare la violenza, minacciare di portarle via i figli ed infine rimproveri continui per qualsiasi cosa

VIOLENZA SESSUALE: costrizione ad atti sessuali NON CONSENZIENTI, abuso, colpevolizzare la donna rispetto alle/ai bambine/i, molestie, palpeggiamenti, battute a sfondo sessuale (sia a domicilio sia in ambito lavorativo)

-VIOLENZA ECONOMICA: impedire di ottenere o mantenere un lavoro, oppure fare in modo che la donna si faccia carico di tutte le questioni economiche mantenendo anche i vizi del partner, costringerla a chiedere denaro, portarle via il suo denaro, obbligarla ad assumere impegni economici, controllarla nelle spese, non farle fare spese per se stessa

STALKING: controllare gli spostamenti, fare continue telefonate, pedinamenti, coinvolgere terze persone per controllare gli spostamenti , insomma un vero e proprio atto persecutorio ripetuto nel tempo .

MODEL: IO, CREDIT PH :ANDREA SIMONE ;
“una donna in gabbia”

Diversi anni fa conobbi, ahimè, il finto amore.
A lui devo i miei 7 anni DI VITA NON VISSUTA.
Una persona che mi ha ingannata con belle parole e che ha manipolato tutti i miei pensieri.

Questi lunghi anni mi hanno distrutta moralmente, psicologicamente, fisicamente.
Avevo perso tutto: famiglia, gran parte degli amici, LA MIA AUTOSTIMA.
Non curavo più il mio aspetto estetico, ero molto trasandata anche ad uscire per andare a fare la spesa, così da non andare contro alle richieste del mio carceriere che ovviamente non voleva che qualcuno là fuori mi guardasse.

Non esistevano più le chiacchiere e le uscite in compagnia di amiche e le poche uscite con amici comuni erano così imbarazzanti! Anche perché fingere di essere una coppia felice era più facile sicuramente per lui più che per me e guai se destavo qualsiasi forma di sospetto!!

Il mio corpo era cambiato, ero ingrassata molti chili: CHILI DI SOLITUDINE ED ANGOSCIA.

Il cibo era l’unico sfogo, una delle poche cose che mi appagava anche perché, a parte lavorare, lavorare e lavorare per mantenere lui ed i suoi vizi, non avevo più hobbies.

La mia vita era nera come tutti gli abiti che indossavo per coprire quel corpo deformato dalle violenze fisiche e psicologiche.

Sul lavoro accampavo scuse di ogni genere, ogni livido sul mio corpo era un affronto a me stessa. non potevo credere che stesse succedendo proprio a me tutto ciò, provavo un senso di vergogna, perenni sensi di colpa che, grazie ad un percorso psicologico, ho capito non avessero la minima  giustificazione di esistere.

Ho avuto FORTE CRISI DI IDENTITÀ prima di uscire da questo incubo in cui ho dovuto fare notevoli sforzi per ricostruire la “Laura di un tempo” anche perché, di tutte le categorie di forma di violenza riportate sopra, ho totalizzato un “bel punteggio di 4 su 5”.

Avevo così paura del giudizio degli altri!

model: IO, CREDIT PH MONICA BURRASCHINI

Quando ho deciso di dire BASTA non è stato per niente  semplice, ma lo rifarei altre 1000 volte! La LIBERTÀ e la VITA sono le cose più preziose a questo mondo e da proteggere con tutte le nostre forze, inoltre adesso sono sposata con un uomo MERAVIGLIOSO.

Vorrei un mondo in cui non sia necessario dover proteggere la nostra LIBERTÀ, LA NOSTRA DIGNITÀ, LA NOSTRA INCOLUMITÀ FISICA E PSICOLOGICA, ma ogni giorno sento storie di ogni tipo dai mass media e mi sembra che ci stiamo allontanando sempre di più dalla parola UMANITÀ, soprattutto in questo momento di LOCKDOWN, in cui sono aumentate notevolmente le richieste di alloggi sicuri da parte di molte donne costrette a rimanere al domicilio con i propri aguzzini.

Foto dal web
Foto dal web

A tutte le donne dico di SOSTENERSI e di stare attente alla MORBOSITÀ TRAVESTITA DA AMORE e che l’episodio di violenza non è, e non sarà MAI, UN SINGOLO EPISODIO.

Spero che sempre più donne denuncino i partner violenti!

Ci sono diversi aiuti di cui ogni donna può usufruire tra cui consultori, centri antiviolenza, case alloggio per donne e minori, sportelli per lo stalking, polizia, carabinieri, pronto soccorso, il numero 1522 attivo e gratuito 24 ore su 24 .

SCAPPATE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI E CHE IL MONDO SI RIEMPIA DI PANCHINE ROSSE!

Foto dal web
“NON DIMENTICHIAMOCI MAI DI TUTTE LE VITTIME DI VIOLENZA”

E’ ORA DI DIRE BASTA!

foto dal web. BASTA CON TUTTA QUESTA VIOLENZA!!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’AssociazioneCurvy Pride APS impegnandosi nel volontariato

INFERMIERA, FELICEMENTE SPOSATA. IL MIO MOTTO DI VITA E’ “SPQR: SORRIDI PER QUALSIASI RAGIONE ” mail : fairylaura83@gmail.com

UN’AVVENTURA CHIAMATA GRAVIDANZA

Avevo pensato di scrivere un altro tipo di articolo (e lo farò), ma oggi sono in una sala d’attesa, “mascherata” (causa Covid) e non molto distante da me gli occhi di una donna incinta. Sono così, mi emoziono, mille ricordi e tac, penso di condividerlo con voi.

Torno al punto. Guardo i suoi occhi, luminosi e radiosi, spuntare da quella mascherina e ricordo il mio panciotto. Ne ero quasi gelosa. Non mi piaceva quando gli estranei mi si avvicinavano e la toccavano. Avevo faticato tanto per rimanere incinta ed era una cosa intima. Avevo un rapporto speciale con la mia pancia. Si vedeva poco essendo io obesa, ma sentivo la presenza della mia piccola così prepotentemente. In più gravidanza a rischio, allettata praticamente quasi tutti gli ultimi 5 mesi in quanto la stavo perdendo. Chi diceva: “Eh, è una brutta gravidanza perché sei grassa!”; chi, come i medici, dava la “colpa” ad un utero “particolare”. In più diabete gestazionale, nausea e vomito fino allo sfinimento, fomentavano quel pensiero comune a tanti: “Vedi, dovevi dimagrire!”, ma quando chiedevi aiuto non c’era quasi nessuno e quei “tanti” alla fine erano i più intimi a restarti accanto.

Non ho quasi foto di quel periodo, ma ricordo ogni istante! Dall’emozione del risultato del test di gravidanza al pensiero tremendo di aver abortito durante la prima serata di Sanremo 2013. Il pianto ininterrotto per ore, rabbia e delusione fino al giorno dopo quando, nonostante una brutta emorragia, ebbi la conferma (con sorpresa e gioia) di essere ancora incinta!

Per tutti i primi mesi la pancia non si è vista ma la accarezzavo dolcemente e, crescendo, quelle coccole diventarono un filo conduttore tra di noi. Io la accarezzavo e lei tirava i calcetti ed ero felice perché sapevo che stava bene. Vivevo per quel momento, QUELLO DELL’INCONTRO DEI NOSTRI OCCHI! Quando fai fatica a rimanere incinta e ancor di più a mantenere una gravidanza, ogni piccola cosa è una conquista.

Tra visite private, almeno due volte alla settimana, il solco sul letto arrivai alla 36 esima settimana fino a quando il ginecologo mi disse: “Elisabetta, se vuoi, puoi cominciare a fare qualche passo, respirare un po’ di aria in mezzo alla gente!” E così feci, ma qualche giorno dopo svenni. L’ultimo ricordo che ho è di me in un bagno del Mc Donald, mentre mi rinfresco il volto. Corsa in ospedale con l’ansia che avesse subito traumi essendo ormai tutta pancia ed i lividi causati dalla caduta lo testimoniavano. Il medico di turno, vedendo la mia cartella clinica mi disse: “Signora, questa gravidanza è tutta un brivido!”. Direi più al cardiopalma!

Arrivò il giorno del parto e dopo 20 ore dalla rottura delle acque, Benedetta non voleva uscire! Si era addormentata! Assurdo eh?! Tanta fretta durante i mesi precedenti e poi non voleva uscire! Spingi di qua, prova di là e niente! “Esci Benedetta! Esci!” dicevo non proprio tra me e me mentre passeggiavo animatamente in sala parto (lol).

Ricordate quando ho detto che “vivevo” per vedere i suoi occhietti? Ecco, mi avevano detto di non mettere le lenti a contatto e di preferire gli occhiali (sono molto miope). Beh, me li tolsero e quando alla fine ci pensò il ginecologo di turno a far uscire la mia piccola, io, da “cecata” come la Signorina Carlo alias Marchesini, non li vidi!

Aspettavo da tempo di vedere quegli occhietti e non riuscii a vedere niente. Mi sentivo quasi in una bolla tra rumori e luci neon e mi veniva da piangere. Chiedevo a tutti: “Datemi gli occhiali! Voglio vederla!” Ero quasi arrabbiata perché non li trovavano più. Alla fine però, sorrisi al suono del suo pianto e quando la appoggiarono al mio petto mi avvicinai un po’ (tanto onestamente) e li vidi: sfocati, neri e tondi e capii il senso di tanto faticare. Mi fissava come per dire: “Beh, che vuoi? Ora che mi sono abituata, mi hai sfrattato!” Il mio medico privato non c’era, era impegnato, ma quando il giorno seguente si presentò, disse: “E’ stata dura, siamo stanchi ma ci siamo riusciti!”, io gli sorrisi e risposi: “Sì dottore, in effetti abbiamo partorito entrambi!”. Avrei voluto dire ad alta voce: “Esci da questa stanza dottore, esci!” Ah ah ah!

Il giorno dopo il parto.

E’ stata un’avventura, una di quelle per cui molte donne lottano e soffrono. Altre cadono in depressione, si smarriscono e sono stanche. Io ho provato davvero molte emozioni e sentimenti contrastanti, ma ciò che mi sento di dire è parlate, condividete le vostre paure, le vostre insicurezze, non solo le gioie!

Mi sono sentita spesso in colpa durante i 9 mesi pensando che le persone avessero ragione nel dire che tutti quei problemi fossero causati dai miei 100 kg abbondanti, eppure ero piena di gioia per la gravidanza, felice come non mai, grintosissima e razionalmente sapevo che quei disturbi non erano legati ai miei kg in più. Ogni volta che avrete perplessità chiedete e non lasciatevi intimidire, intimorire da chi punta solo il dito!

La maggior parte delle volte quelle persone guardano il dito stesso senza sapere dove punta e punta, ancora troppo spesso, davvero dritto al cuore!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvypride Blog.

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’Associazione Curvy Pride Aps impegnandosi nel volontariato.

Elisabetta Giordano, 38 anni. E’ mamma di una bimba di 7 anni. Fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/

SE SEI DONNA NON HAI NOME

credits image: Libero

Ho notato già da un po’ di tempo l’abitudine dei giornalisti di trattare in modo diverso sulle proprie testate, i politici donna rispetto a quelli uomo.

Se per un politico uomo troviamo le parole “determinato”, “irriducibile”, “inarrestabile”, “professionale”, “carismatico” per la donna abbiamo “la bruttina”, “grassottella”, “scandalosa”, ma non finisce qua.
No, perché se sei donna e sei in politica, perdi anche il tuo nome. Non sarai più l’Onorevole X, o il deputato Y, ma diverrai la “premier in carne”, “la moglie di…”, “la bionda Y”. Oppure ti faranno la gentilezza di usare il tuo nome, ma rigorosamente quello di battesimo. Così la senatrice (ed ora vice Presidente) Kamala Harris diverrà semplicemente Kamala o come peggio è successo su di una nota testata: “La Vice Mulatta”.

La vice mulatta. L’ho dovuto rileggere un paio di volte il titolo perché non riuscivo a crederci. Sì che come testata Libero è spesso stata contestata per i titoli infelici, ma qui tocchiamo livelli altissimi su più punti. Da cosa partire? Discriminazione sessista? Discriminazione Razziale? Non ho proprio parole.
Però, se da una parte una figura politica sull’onda della ribalda viene sminuita, io nel mio piccolo vorrei dire due parole sulla vice Presidente Kamala Harris.
Laureatasi alla Howard University di Washington D.C., conseguì due specializzazioni in scienze politiche ed economia. Nel 1989 conseguì lo Juris Doctor presso lo University of California, Hastings College of the Law di San Francisco. Superò l’esame di avvocato e ottenne l’ammissione allo State Bar of California il 14 giugno 1990.

Tra alcune delle sue iniziative vanno ricordate:
Lancio della Division of Recidivism Reduction and Re-Entry.  Nel novembre 2013 Harris lanciò la Division of Recidivism Reduction and Re-Entry del dipartimento di giustizia della California in collaborazione con gli uffici dei procuratori distrettuali di San Diego, Los Angeles, e della Contea di Alameda. I soggetti tra i 18 e i 30 anni condannati per la prima volta partecipavano al programma pilota di 24-30 mesi ricevendo istruzione attraverso una sinergia con il Los Angeles Community College District e servizi per il lavoro.

Contrasto alla Prop 8.  Nel 2008 fu approvata la Prop 8, un emendamento costituzionale secondo cui sono validi solo i matrimoni “tra un uomo e una donna”. Il provvedimento fu impugnato ben presto da vari oppositori. Nelle rispettive campagne del 2010, sia il procuratore generale della California Jerry Brown sia Harris si impegnarono a non difendere la Prop 8. Dopo essere stata eletta, Harris dichiarò che il suo ufficio non avrebbe difeso quel divieto matrimoniale e depositò uno scritto amicus curiae, in cui sosteneva che la Prop 8 fosse incostituzionale e che i sostenitori dell’iniziativa non avessero la legittimazione processuale per rappresentare gli interessi della California in giudizio davanti una corte federale   

Divieto della “difesa da panico gay/trans”. Nel 2014 la procuratrice generale Kamala Harris appoggiò la legiferazione volta a bandire la difesa da panico gay/trans dalle aule di giustizia, che fu approvata in California, facendone il primo Stato a dotarsi di siffatta normativa. Lo scopo di regole simili a questa è la repressione dei crimini di odio.

Insomma, la vice Presidente Kamala Harris è una donna determinata, tenace, irriducibile, professionale e carismatica.

Ah, ed è anche la prima vicepresidente donna (e afroamericana) degli Stati Uniti.

Ma tutto questo non dovrebbe creare stupore in una società sana.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

ARCOBALENI E PALETTE

Questo articolo mi è stato ispirato da una bozza non pubblicata che aveva caricato sul nostro blog Valeria Menapace.

Valeria è una donna color cioccolato, una mamma, moglie, socia e staff di Curvy Pride.

È stata adottata quando era ancora molto piccola e da sempre vive a Trento per cui è molto simpatico vederla così colorata che parla con l’accento tipico trentino, questo aspetto aggiunge carattere alla sua figura che è già tanta bella roba, ve lo assicuro.

Valeria è un vulcano di gioia, allegria, cuore. Ha un sorriso contagioso e un’intelligenza creativa davvero top. Ogni tanto però Valeria perde di vista la vera se stessa, si intristisce un po’ e si chiude nel suo mondo, si siede in un angolino da sola al buio ed entra in una specie di piccolo letargo dell’anima: tutto diventa difficile, non si sente compresa, si convince di essere un peso e di non valere granché. È normale, tutti abbiamo i nostri momenti un po’ così e va bene, mica siamo macchine perfette! Il bello è quando hai intorno persone che ti vogliono bene e che ti tendono la mano per aiutarti a rialzarti da quell’angolino e ti accompagnano fuori, al sole caldo e luminoso della vita di sempre.

Questo articolo comincia con le sue parole, scritte in prima persona: “È molto difficile socializzare sapendo o credendo di essere diversi. Cominci a notare cose che prima non avevano nessun tipo di rilevanza, voglio dire: ho due gambe, due braccia, un naso, una bocca, due orecchie… cosa avrò mai di strano? Ah già, il colore della mia pelle! Ogni tanto il mio lato poetico esce e mi scopro a pensare che l’arcobaleno è pieno di colori e piace a tutti, perché le persone non possono essere come gli arcobaleni?”

Questi bellissimi pensieri di Valeria mi hanno dato lo spunto per alcune riflessioni: com’ è possibile che dopo più di duemila anni passati su questa Terra gli Uomini facciano ancora di queste differenze?

Perché un arcobaleno di colori, tutti diversi, tutti vicini, viene visto come un miracolo della Natura e invece un arcobaleno di colori di pelle no? Proprio come quelli su nel cielo, anche noi, grazie alla nostra diversità, possiamo creare un abbraccio, una sinergia di luce che riempie gli occhi e fa bene al cuore!

Perché DIVERSO è male? Diverso da chi, da cosa? Cosa crediamo che significhi se Valeria e le donne cioccolato come lei hanno molta melanina in più rispetto ai bianchi? E se fossimo noi bianchi ad avere troppa poca melanina? Se fossimo noi bianchi ad avere le labbra troppo sottili, i capelli troppo lisci e il naso troppo stretto? Chi ha deciso che io vado bene perché sono bianca e invece la Valeria di turno va tollerata perché di un altro colore?

Persino nell’arte, nel design, nell’arredamento, nel trucco esistono le palette: gruppi di colori in nuance o in contrasto che stanno benissimo insieme, si esaltano a vicenda e creano soluzioni ottiche vincenti e d’impatto.

Bene, da oggi, dopo aver scritto queste parole, considererò il mondo Curvy Pride come la mia grande, meravigliosa PALETTE! Un contenitore dove persone diverse, con gusti diversi, origini e stili diversi possono realmente stare insieme e non soltanto perché insieme vanno bene ma perché insieme vanno MEGLIO! Ciascuno di noi porta con sé qualcosa che è soltanto suo e che è una grande ricchezza per gli altri: il mio punto di vista può essere utile o interessante, ok, allora cosa succede nel momento in cui il mio punto di vista si sposa con quello utile e interessante di altre cento, mille persone?

Te lo dico subito, succede Curvy Pride! Te l’ho già detto che insieme siamo più forti e andiamo più lontano, vero?

Dedicato alla mia dolce Valeria, compagna di viaggio e donna che merita di più, molto di più.

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Fabiana Sacco che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

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Fabiana Sacco è stata consulente di bellezza per più di 25 anni nei quali ha raccolto le confidenze, le paure e i sogni di centinaia di donne. Il suo cammino di crescita l’ha portata a diventare una coach e la sua più grande passione è aiutare tutte le donne che vogliono stare bene nella loro forma fisica, qualunque essa sia.
“Curvy Pride rispecchia alla perfezione i miei valori ed esserne membro è per me un onore, tutte insieme cambieremo il mondo”!
MAIL fabythecurvycoach@gmail.com o mi trovi su IG https://www.instagram.com/faby_the_curvy_coach/?hl=it

LETTERA PER LA MIA MAMMA…

Con grande emozione pubblichiamo la lettera che ci ha inviato Carmen, la figlia della nostra Socia/Staff/Blogger Valeria Menapace, per fare una sorpresa alla sua mamma. Le parole di Carmen toccano il cuore e sono di una maturità sconvolgente. La ringraziamo per averci coinvolti in questa sorpresa. Siamo felici che Curvy Pride sia diventata una famiglia per Valeria e Carmen, perché, come dice Carmen “immagina se fossimo tutti perfetti, non avremmo bisogno di nessuno, poiché sapremmo badare a noi stessi e non ci sarebbe bisogno di qualcuno che ci dia una dritta o una sua opinione, giusto? Ma una vita da soli è una vita triste”. Vi abbracciamo con tutto il nostro affetto felici di accogliere entrambe!

Cara Valeria,

Vorrei cominciare dicendo che per me sei una migliore amica e non solo una madre, avendo pochi anni di differenza. Sei più comprensiva ed è più facile avere un buon rapporto con te, posso parlarti di tutto senza alcun problema e so da chi andare per qualsiasi cosa.
Però ci tengo a sottolineare che è lo stesso per te. Siamo cresciute insieme e spesso durante momenti difficili io ero presente quindi che io fossi piccola o meno, abbiamo affrontato le cose in due e nonostante l’età che ho, alle cose ci arrivo facilmente, di conseguenza è più facile per te confidarti con me. Ti reputo una donna davvero forte, riesci sempre a rialzarti dopo ogni difficoltà e quando fai fatica ti aiuto come posso, o almeno ci provo. Mi capita di chiamarti bimba perché alla fine lo sei, sotto la donna forte e sicura di sé c’è una bimba che ha bisogno delle giuste attenzioni.
Ho deciso di scrivere a Curvy Pride perché ho notato che ti trovi molto bene, spesso hai sbalzi di autostima, passi da sentirti bellissima ad elencare ogni tuo difetto, ma a parere mio i difetti non esistono e nemmeno i pregi. Semplicemente una persona è come è, con le sue caratteristiche, caratteriali e fisiche. Chi ha deciso che l’uomo con il fisico scolpito è attraente e chi ha deciso che la donna in carne non lo è? Assolutamente nessuno. Immagina se fossimo tutti uguali, con gli stessi gusti, con le stesse capacità, con le stesse difficoltà. Io lo troverei estremamente noioso e posso fare un piccolo esempio, ma non banale: immagina se fossimo tutti perfetti, non avremmo bisogno di nessuno, poiché sapremmo badare a noi stessi e non ci sarebbe bisogno di qualcuno che ci dia una dritta o una sua opinione, giusto? Ma una vita da soli è una vita triste. Essere diversi non significa essere sbagliati.
Quindi mettiti in testa che sei perfetta così e nessuno ha il diritto di farti stare male evidenziando le tue caratteristiche, perché è ciò che sei che ti rende speciale. Questo percorso ti sta aiutando, è un po’ di tempo che ti vedo serena e in pace con te stessa, ti senti a casa e questo mi rende la figlia più felice di tutti, quindi Valeria continua così. Io sarò sempre qui a sostenerti.

tua Carmen

LA FELICITA’ IN UN PALLONCINO ROSSO

La felicità può essere un semplice palloncino rosso?

Fuori piove, c’è un vento fortissimo e inizio a guardare un film con mia figlia. Guardo Winnie Pooh e il ritorno al bosco dei 100 acri. La osservo, sorride e mi accorgo di quanto sia soggettivo il concetto di felicità. Un film insieme alla mamma ed i suoi occhi sono pieni di gioia.

Sono una mamma come tante, sempre impegnata e capita di sentirmi in difetto per questo. Il tempo che le dedico sarà sufficiente?

Durante la quarantena ho avuto il privilegio di stare molto di più con lei. Arrivata a sera mi sono sentita spesso “stanchissima”, perché fare tutto a casa, senza staccare: lavorare, insegnare le basi ad una bimba di prima elementare, divisa tra “aule virtuali”, “gruppo mamme Whatsapp”, farle capire che non può stare con le amichette, che non può passare il resto della giornata con la nonna materna, impegnare la sua stessa quotidianità con diverse attività, è stata dura. Soprattutto per una bimba come Benedetta così affettuosa, fisica, piena di interessi e abituata a vivere il più possibile gli spazi aperti.

Disegno realizzato da mia figlia Benedetta. Noi due insieme.

Stasera un film per bambini mi ha lasciato alcuni spunti per riflettere e voglio farlo con voi. Stasera, Winnie Pooh con il suo palloncino rosso ed il suo amico, dapprima piccolo poi adulto, con la sua cartella delle cose importanti, mi hanno fatto pensare cosa è davvero importante. Quali sono le mie priorità. Cos’è per me la felicità. Non ho mai chiesto a mia figlia cosa pensasse della felicità. E’ una bimba serena e sempre sorridente, ma non glielo ho mai domandato. Così la guardo e le chiedo: “Per te cos’è la felicità?” Pensavo mi rispondesse cose tipo “giocare con le amiche” o “andare al mare” ed invece lei mi ha risposto: STARE CON TE, MAMMA. NON IMPORTA DOVE MA STARE CON TE. Forse a voi sembra una risposta scontata, ma a me ha commosso. Ha risposto in qualche modo alla mia domanda ricorrente: “Sarà sufficiente il tempo che le dedico?“. Siamo così pieni di impegni, divisi tra lavoro, casa, famiglia che non ci accorgiamo di quanto siano importanti invece le piccole cose.

Winnie Pooh con il suo palloncino rosso, dopo aver litigato con il bimbo ormai adulto, si siede e lo aspetta guardando l’orizzonte.  “Il sole non smette mai di brillare”, dice. Il bimbo che è dentro noi si smarrisce a volte. Quello che sogniamo di essere da piccoli poi, da grandi, non sempre lo siamo. E quante volte le frustrazioni, il nervosismo li riversiamo in famiglia, sbagliando. Ma gli occhi dei nostri bambini e delle persone che amiamo ci riportano in qualche modo a casa. Ti accorgi di quanto sia importante passare del tempo di qualità con i figli perché non sempre la quantità è sufficiente per renderli sereni e felici. Esserci, connettersi con loro, sapere cosa provano e condividere momenti e stati d’animo è molto importante per la loro crescita.

La cartella della cose importanti ed il palloncino rosso realizzato dalla mia piccola Benedetta.

Avete mai pensato cosa mettereste nella “cartella delle cose importanti”?

Cosa vi rende felice?

Il lavoro è fondamentale, soprattutto in questo periodo storico, ma oltre a quello c’è il tempo che passa. C’è la vita: i figli, gli affetti, noi stessi.

Non si può fare a meno del lavoro ovviamente e così mi riprendo il mio piccolo tempo libero ed invece di pensare a cosa dovrò fare domani, mi fermo a sentire e vivere i minuti, il presente.

Oggi che giorno è? Oggi è oggi, dice Winnie Pooh.

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Elisabetta Giordano, 38 anni. E’ mamma di una bimba di 6 anni, fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/

IL MIO INCONTRO CON CURVY PRIDE

Questo incontro non è stato casuale, è stato voluto dal destino. Infatti, digitavo la parola “curvy”. Ed eccomi qui a scrivere il mio perché. Ho 46 anni e nella vita, fino adesso, ho fatto tante esperienze.

Il sorriso di una donna è il suo gioiello più prezioso!

Dopo gli studi sono stata alcuni anni all’estero a lavorare nei villaggi turistici. A 30 anni mi sono trasferita a Roma dove ho lavorato in banca, nelle agenzie di spettacolo, e come assistente onorevole. Ovviamente avevo anche un lato artistico e facevo il personaggio femminile in un trio comico di cabaret. Si andava in scena ogni mercoledì sera a teatro e nei fine settimana si facevano spettacoli in giro per l’Italia. Scrivevo per una testata giornalistica e in diversi blog. Una vita intensa insomma. Talmente intensa che da 75 chili sono diventata 125 chili. Ero vittima di me stessa. Molte persone mi telefonavano per avere contatti e non per cercare me, Barbara. Inoltre nel posto di lavoro di assistente onorevole le colleghe erano spietate. Me la prendevo con me stessa e mangiavo, mangiavo tanto. Sempre. Dolci, torte, panini, stuzzichini, pasta, carboidrati, proteine, zuccheri e chi più ne ha più ne metta.

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Prima e dopo l’intervento bariatrico.

Ero al limite. non ce la facevo più. A 40 anni sono ritornata in Veneto. Ho subito iniziato a lavorare al quotidiano “Il Resto del Carlino”, redazione di Rovigo; e al settimanale “Nuova Scintilla” della diocesi di Chioggia (Venezia). Un giorno sono stata alla casa di cura Madonna della Salute di Porto Viro, la mia città, per fare un’intervista al primario di chirurgia. Mi spiegava che la casa di cura si stava specializzanda in chirurgia bariatrica, la chirurgia dell’obesità. Ho quindi chiesto un appuntamento per fare una visita e ho fatto tutto il percorso per fare l’intervento bariatrico.

E’ stata la mia benedizione. Da 125 chili sono arrivata a 79. Prima di operarmi avevo espresso il desiderio di fare la modella curvy. Un sogno che porto da tutta la vita dentro di me. E così è stato. Quindi, digitando curvy, nei vari social, ho incontrato l’associazione Curvy Pride e ne sono rimasta colpita. Lo scorso ottobre sono stata a Bologna all’evento “Pizza e Curvy” dove ho conosciuto tante splendide ragazze e donne.

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Una meravigliosa serata tutta in fucsia!

Poi ho continuato a seguire…. a guardare i social…. ed eccomi qui, in questo magico contesto a raccontarmi. Ognuno ha una storia, ognuno ha un percorso più o meno tortuoso, ognuno ha un modo di affrontare la vita. Io l’affronto sempre con le 3F “Forze, Fede, Fiducia”.

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Con Marianna Lo Preiato, presidentessa di Curvy Pride

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Barbara Braghin che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’ASSOCIAZIONE CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Barbara Braghin è giornalista e blogger. Adora la moda, i film con Marilyn Monroe anche se il suo preferito rimane sempre Pretty Woman. Da sempre fan di Madonna, adora il fucsia e ha una filosofia di vita molto strong: SE INSISTI E PERSISTI RAGGIUNGI E CONQUISTI.

STORIA VERA: UNA PERSONA CHIAMATA “SASSO”

Mi chiamo LAURA ed è da quando ho ricordi delle  scuole elementari che provo sulla mia pelle il body shaming .

Ho sempre avuto la “forma tonda” ed  anche da piccola ero la bambina più in carne della classe.

Sicuramente anche la costituzione conta molto ma ancora non lo capivo, anzi, a dire il vero sono stati  i “grandi” a farmi sentire inadeguata a quell’epoca.

Ricordo ad esempio alcune frasi dette da qualche adulto nelle partite di basket, che peraltro mi piaceva come sport, frasi del tipo: “al massimo potrà fare la raccattapalle” evidenziando sia la scarsa agilità, sia  la bassa statura.

Una cosa che mi aveva messo in imbarazzo e che mi ha fatto odiare poi tutta l’attività ginnica e sportiva è stato quando, in quarta elementare, ho iniziato un corso di nuoto ed ero stata messa nella categoria dei “sassi” ossia oggetti tondi e pesanti che non riescono a galleggiare perché non ne sono in grado .

Ecco come sentirsi umiliati in mezzo secondo! oltretutto eravamo lì per imparare a nuotare e non per fare gare olimpioniche!

Con il tempo ho capito che a volte anche solo certi nomi possono fare la differenza sull’ apprendimento di un bambino, tanto è vero che, se già avevo vergogna a mettermi in costume, figuriamoci a frequentare le lezioni di nuoto!

Morale: non ho mai imparato a nuotare ; e tutto per colpa di una stupida categoria in cui ero stata inserita.

A mia mamma alcune amiche dicevano che avevo un bel viso che ha ma avrei dovuto dimagrire un po’ e questa è stata la frase epica da sempre!! Provavo un fastidio inaudito  e perché ero piccola, altrimenti adesso saprei io come rispondere …

Non parliamo poi dell’adolescenza che è stata disastrosa! Soffrivo di desquamazione cutanea al cuoio capelluto , probabilmente per la fase di sviluppo  e ho dovuto tagliare i miei lunghi capelli a “caschetto” (per favorirne la pulizia quotidiana anche con shampoo secco ) quando hanno ricominciato a crescere  crescevano in larghezza e non in lunghezza .. praticamente il nome “testa di fungo” mi ha seguito per un intero anno scolastico .

Alle medie giravo per i corridoi della scuola con un cappotto verde e blu, peraltro di seconda mano  per nascondere il mio corpo che visualizzavo come un  grosso cumolo di grasso .

Anche in quel caso non avevo ancora capito che, essendo l’ unica a portare un cappotto in pieno corridoio, invece di diventare invisibile agli occhi degli altri  ero quella più soggetta a derisione e facce disgustate .

Alle superiori il body shaming è passato dal corpo al cervello… ero molto brava a scuola  e c’erano diverse   ragazze che mi odiavano per questo .. in una occasione mi hanno picchiato perché non suggerivo nei compiti in classe.

Poi il mio corpo si è trasformato  quando, più consapevole di me stessa, con una dieta e il prezioso sostegno di mia mamma (che dalle elementari mi ha sempre seguita perché i primi disturbi alimentari li ho avuti da molto piccola), ho assunto un’alimentazione corretta  ed uno stile di vita più sano.

Ero felice, ma sempre con quella idea che dovevo piacere agli altri e non a me stessa.

Di conseguenza, una volta che da bozzolo sono divenuta farfalla, ecco che ho subìto bullismo al contrario! In pratica, a detta di qualche mia compagna di classe,  io avevo i bei voti dei professori perché ero piacente e con un bel sorriso e non perché passavo ore ed ore sui libri a studiare! Così come per il lavoro che sembra sempre che se sei più carina sia più facile trovare il posto; beh, oggi sono infermiera e garantisco che non serve essere una “gnocca” ma serve essere pronti a tutto , professionisti preparati in tecniche di ogni tipo e avere molta molta pazienza e umanità.

L’ultimo atto di body shaming che ricordo risale a qualche anno fa, quando, ad una sfilata di moda curvy e non, un ragazzo si è coperto gli occhi con le mani mentre sfilavo in passerella e mi sentivo molto orgogliosa di me e del mio corpo che oggi amo.

Non mi sono arrabbiata, mi sono solo molto rattristata per lui, perché  ho capito che nella sua testa non aveva ancora accettato che la bellezza sta nella diversità  e che ognuno di noi è “portatore sano” di qualità e caratteristiche uniche e meravigliose!!

E voi avete la vostra storia da raccontare? Vi ritrovate nel racconto che ho scritto? È capitata anche a voi questa discriminazione per il vostro corpo ?

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Ringraziamo tutti i soci e le socie che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

LAURA CHIAPPARINI, INFERMIERA E FELICEMENTE SPOSATA. IL MIO MOTTO DI VITA è “SPQR”: SORRIDI PER QUALSIASI RAGIONE !!!

DIARIO DI UNA TRENTENNE SINGLE

Fine marzo 2020
Parla Conte: tutti chiusi in casa. Chiudono anche le aziende.
“Apposto! Non posso più nemmeno vedere le mie colleghe!” penso e dopo un pianto semi disperato, razionalizzo e ammetto che quello che è capitato a me, in confronto a quello che purtroppo sta accadendo nel mondo, è nulla. Cerco di farmi forza.

Ci provo ma la reclusione non aiuta.
Il pensiero è fisso a Lui che qualche mese prima mi ha lasciata per una gnocca (si potrà dire “gnocca” su un blog? ma sì e poi è gnocca per davvero)!
Penso a Lui che ora sta con lei. Penso a Lui che mi ha rimpiazzato con una con 12.000 followers su Instagram, che è bella da morire. E piango. Dovrei fregarmene, fare la superiore, essere arrabbiata per come si è comportato ma non ci riesco. Lo amo e mi manca.

Lo so, potrò sembrare patetica, cinica o egoista: c’è una pandemia mondiale e io soffro il mal d’amore.
Razionalmente lo so che sono una persona fortunata, sono sana e al sicuro in casa mia ma a tratti prevale la mia parte irrazionale ed esce il melodramma. Soffro, piango, mi dispero e mangio kg di gelato.
Sola in casa e senza le mie amiche a supportarmi sono disperata e devo trovare un diversivo.

Primi giorni di Aprile 2020
Non so nemmeno più da quanti giorni siamo in reclusione.
E’ sera. Sono seduta sul mio divano, ci ho messo mezz’ora a scegliere un film che non sto seguendo perchè io ovviamente sono su Instagram.
Guardo quelle foto, loro insieme, Lui. Lei sempre bella e perfetta, statuaria…
Ma come fa? E’ stragnocca pure in quarantena!
Io in questi giorni sto sfoggiando i miei outfit peggiori di sempre, ho lo smalto smangiato e i capelli perennemente arruffati.
Guardo un’altra foto, mangio una cucchiaiata di gelato, la trilionesima, e non riesco a smettere di piangere. Mi alzo dal divano a prendere un fazzoletto col naso che mi cola. La stanza è illuminata solo dalla luce della tv e non vedo lo sportello della piattaia che avevo lasciato aperto e ci sbatto contro. Una testata che a confronto quella di Zidane a Materazzi nel 2006 è una carezza. Un dolore atroce. Attimo di spaesamento…
Corro verso lo specchio del bagno e vedo me: capelli arruffati, mascara colato, occhi gonfi, viso arrossato dalla botta, occhiaie. Mi vedo orribile, mi sento orribile. Mi guardo, tra le lacrime mi lavo il viso e intanto penso che non posso andare avanti così.

La mattina dopo mi sveglio, pensando a come fare a dare una svolta alla situazione; faccio colazione e mentre mi lavo i denti guardo la mia faccia: ho un livido che parte dalla fronte fino al mento. “Non male” penso tra me e me “ora si che sei carina!”.
Mi sale un pò di tristezza ma mi sono fatta una promessa, allora mi guardo di nuovo e mi sorrido.
Chiamo le mie amiche per raccontare loro l’accaduto e durante quella telefonata il lampo di genio: scaricare un’app di incontri.

Un pò titubante, qualche ora dopo, scarico l’app, scelgo una foto supergnocca e creo il profilo.

NOME? porca miseria, già il primo problema…su una piattaforma così se ci scrivo che mi chiamo Santa è la fine. Pensa che ripensa, opto per Gaia un mio vecchio soprannome.
Apro il profilo e inizia la mia avventura….

Quando racconto le mie “disavventure” alle mie amiche o colleghe, la maggior parte di loro si trattiene dal ridere e con espressioni miste tra stupore e incredulità, il più delle volte, esordisce con:
Beh Santa potresti scriverci un libro!”.

Dai oggi dai domani, senza la pretesa di scriverci davvero un libro, ho deciso di raccontare, non più solo alle mie amiche ma anche a molte altre donne, le mie cosiddette disavventure. Ho deciso di farlo soprattutto perché, nel mio caso, ma credo anche in molti altri, il confronto e lo scambio siano fondamentali. Parlare delle proprie esperienze, dei propri disagi, delle proprie disavventure sia importante e soprattutto, il più delle volte, ci aiuta a sentirci più simili e meno sole.

Se vi va potete scrivermi e raccontarmi anche le vostre storie o disavventure.
Mi trovate all’email santapentangelo27@gmail.com o sul mio Instagram santa.pentangelo

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Santa Pentangelo che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Trentenne single, eterna sognatrice. Innamorata dell’amore e della vita che secondo lei merita di essere vissuta al meglio.
Ci mette sempre il cuore e cerca il lato positivo in tutto ciò che accade!

mail santapentangelo27@gmail.com
@misssemplicementecurvy

UN CIOCCOLATINO RIPIENO!

Vi e mai capitato di staccarvi dal vostro corpo ed andare a ritroso nel tempo, così tanto per ripercorrere tutto, in particolare alcuni tratti particolarmente tortuosi? A me sì, molto spesso… a volte in modo al dir poco maniacale. Vero! Ma io ho assolutamente bisogno di capire perché mi sono trovata in determinate situazioni, perché mi sono sentita in determinati modi e ancora perché mai è capitato più di una volta.

Trovo stancante cercare a tutti i costi di far parte di qualcosa, di un mondo che magari nemmeno ti appartiene.

Ero alle superiori, frequentavo una scuola privata, quindi … “ero al pari tutti” eppure i conti non tornavano… Ricordo molto bene che eravamo pochissimi in classe, quindi i famosi gruppetti non erano fattibili, ma un gruppone singolo sì! Un gruppo grande, ben assortito del quale non avrei mai fatto parte. Per una ragione a me sconosciuta non ne ero degna… Lo spettro del colore della pelle tornò a bussare nella mia mente, ero già una taglia forte (le mie compagne erano “perfette”) quindi pensai di non avere la taglia giusta per calzare l’abito dell’accettazione. Avevo anche un anno più degli altri essendo stata bocciata al primo anno in un’altra scuola.

Anche a casa la situazione non era delle migliori, volevo andarmene, così mia madre decise di iscrivermi anche in convitto nello stesso istituto, nonostante non ce ne fosse la necessità abitando vicina. Ma come si dice? Meglio in convitto che chissà dove. Iniziai la mia avventura credendo di essere nella giusta condizione. Iniziai a fare le prime conoscenze, erano tutti simpatici e con le mie compagne di convitto iniziavo a trovare un equilibrio! Insomma, entrare in un contesto già avviato non era e non è semplice, ma in quel caso mi sentivo a mio agio e ben corrisposta!

L’adolescenza, gioie e dolori

Col tempo però cominciai ad avere la sensazione che le mie amiche con me si annoiassero. Entravo in camera e smettevano di parlare, mi sedevo con loro in saletta relax e se ne andavano… ma che stava succedendo? Tutti mi dicevano di stare tranquilla e di non preoccuparmi, ma… se c’ era da scegliere qualcuno per l’attività sportiva, non ero di certo io, se c’era da parlare di qualcosa, non ero interessante! Non capivo e tutto questo mi turbò moltissimo, scombussolando e rimettendo di nuovo in discussione tutto.

Farmi accettare diventò una missione che occupava la maggior parte del mio tempo. Era così fondamentale che passare per bugiarda, per falsa, ruffiana, senza carattere, non avrebbe avuto alcuna importanza perché in questo modo avrei ottenuto ciò che volevo: IL CONSENSO, LA BENEDIZIONE DEL PROSSIMO E SOPRATTUTTO L’AFFETTO. Non sapevo che a nulla sarebbe valso il mio sacrificio, avevano già deciso tutto, ma io non lo sapevo, o forse si, ma era davvero troppo doloroso ammetterlo. Spendevo soldi per le loro merende, sperando che prima o poi questo mi desse il diritto di far parte delle loro vite, portavo le loro borse, sperando di potermi sedere con loro in mensa.

Avevo perso interesse per qualunque cosa, volevo solo farmi accettare. “PUZZI DI CIPOLLA, LAVATI”, “MA COME TI SEI VESTITA?”, “MA STAI ZITTA CHE NON CI INTERESSA”! E mille risatine… La sera in convitto per passare il tempo insegnavo coreografie di hip pop improvvisato alle mie coinquiline, mi facevano i complimenti, si divertivano ed io mi sentivo speciale ed amata, ma…. “LO DICONO TUTTE CHE A BALLARE FAI SCHIFO”!

A quel punto ero stanchissima, mi sembrava di aver corso per chilometri senza mai raggiungere la mia metà. Smisi di parlare, giocare a pallavolo, studiare e credere in qualsiasi cosa. Ero un enorme CIOCCOLATINO RIPIENO: amore, gioia di vivere e fiducia nel prossimo… ora ero ancora più piena… stanchezza, sfiducia, e lacrime! Me ne andai senza voltarmi, consapevole che avrei lottato ancora e ancora ma che prima o poi sarei diventata un CIOCCOLATINO RIPIENO DI ME!

Adolescenza Diversità Solitudine

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”
Vale