SANGUE DEL TUO SANGUE

Sembra il titolo di una fiction sulla mafia o sulla camorra. Invece no, potrebbe essere tranquillamente il titolo di uno dei capitoli della mia vita.

La vera Famiglia non é fatta solo di legami di sangue… È fatta di quelle persone che farebbero di tutto per vederti felice.

Immagino conosciate tutti l’espressione “sangue del mio/tuo sangue” oppure “buon sangue non mente”, questo nella mia vita è lo stereotipo per eccellenza. Sono stata adottata 36 anni fa e ancora vedo, sento, percepisco il “distacco sanguinio”. Con gli anni sinceramente mi sono staccata anche io, o perlomeno mi sono abituata a non considerare il sangue o la genetica una componente fondamentale del comporre una famiglia. Tu vieni adottato ed è straordinario, entri a far parte di una famiglia, acquisisci nome, diritti; diventi figlio, fratello, cugino, nipote di qualcuno, legalmente hai tutto quello che la vita apparentemente sembrava averti tolto. Wow, ma poi? Emotivamente, sentimentalmente è davvero così?

Come in tutte le cose e situazioni c’è il rovescio della medaglia.

Esser figli adottivi è una gran cosa, come abbiamo detto prima, ti viene data una possibilità. il famoso piano B esiste realmente.

Ma cosa succede dentro di noi realmente? Veniamo abbandonati, veniamo parcheggiati da qualche parte in attesa che qualcuno si senta in grado di accoglierci come se fossimo figli loro, poi questo magicamente vieniamo catapultati in questa realtà tutta nuova, tutta da scoprire, dove non manca niente, dove tutti ci stanno intorno perchè siamo la novità perchè siamo apparentemente diversi. E’ un turbinio costante di emozioni.

Molti di voi penseranno che tutto questo avviene anche in condizioni “normali”, quando in una famiglia arriva un bimbo. Ma vi possi assicurare che solo analizzando tutto al microscopio noterete le sottili differenze che ci faranno da mantello per tutta la vita. 

Io ero molto piccola quando sono arrivata in Italia, avevo 6 mesi per l’esattezza il 25 dicembre 1985. Non mi sono accorta di molte cose. Ricollegandomi al mio articolo precedente, sulle foto, riesco a far riaffiorare qualche ricordo. Arrivati in aeroporto ad aspettarci c’era mio zio Matteo, il fratello di mia madre e ci siamo diretti alla casa in montagna, questo perchè dalla Lombardia eravamo molto più vicini. Vermiglio. Siamo arrivati e siamo stati accolti dai parenti di mia mamma. Cugini, zii, nonni. Era Natale e c’era un’atmosfera molto famigliare. Sono stata in braccio a mia madre tutto il tempo, mi sentivo al sicuro. Le persone non mi spaventavano, anzi, erano tutti molto dolci e affettuosi, ma volevo capire chi potesse trasmettermi quella sensazione in più di totale amore e protezione. L’imprinting avvenne con mia cugina Virna, sorrisi solamente a lei e mi staccai da mia madre solamente per stare i braccio a lei. Non c’era sangue, non c’era genetica, c’era solo quell’amore che si può spiegare poche volte nella vita, quella sensazione di certezza assoluta che non verrai mai più lasciato solo.

Quando ci si sceglie come sorelle, il sangue non c’entra nulla! Virna ed io!.

Tutt’ora è così,

21 FEBBRAIO

Una data che risuona nelle mie orecchie quasi come quella dell’11 settembre.

Ricordo esattamente cosa stavo facendo quel giorno. Erano le ore 14:00, ed io ero a casa in attesa di un esame ospedaliero il cui risultato è stato spiacevole. Dopo qualche ora la notizia su tutte le reti televisive del primo caso covid-19 positivo in Italia, il famoso “paziente zero”.

Credevo che non ci fosse un giorno peggiore di quello nel mio 2020, invece mi sbagliavo. Quel giorno ero già scioccata da una diagnosi personale e a complicare le cose il mio lavoro da infermiera. Nel frattempo sapevo che dopo il risultato dell’esame sarei dovuta stare a casa almeno per due settimane e fare altri controlli.

Sono state settimane piene di incubi e pensieri, settimane in cui mi sentivo vuota dentro ma con una grande quantità di energia fuori e, non sò come spiegarvelo, non vedevo l’ora di rientrare a lavoro per aiutare i miei nonni e di entrare nel “campo di battaglia” insieme ai miei colleghi.

immagine presa dal sito web pixabay

Nelle due settimane prima del mio rientro in struttura ricordo di avere fatto man bassa di “dpi” (dispositivi di protezione individuale) perché sapevo che la situazione generale a livello mondiale era inadeguata a sopperire tutte le esigenze dei sanitari. I costi erano schizzati alle stelle: 10 mascherine ffp3, le uniche trovate online, poi più viste per diversi mesi sul sito, alla “modica” cifra di 73 euro!

Rientro, con il primo decesso per covid-19. Ansia e un po’ di paura sono state le prime sensazioni provate.

Ricordo bene, e non si può dimenticare, tutta la procedura per la vestizione e la svestizione, tutti i cambiamenti causati dall’ approvvigionamento tempestivo di detergenti specifici, tute protettive, visiere, occhiali, guanti e detergenti alcoolici per le mani in quantità industriale. Oltre agli spogliatoi abbiamo dovuto adibire delle stanze apposite per la vestizione e la svestizione dei dpi, cambiare ogni giorno i piani di lavoro per le continue modifiche della situazione clinica dei nostri nonni, allestire una stanza per la decontaminazione degli indumenti con la macchina all’ozono, sospendere tutte le attività di vita comunitaria. Pensate a fare tutte queste cose da un giorno a quell’altro, ma soprattutto pensate a come è stato difficile per noi cercare di fare capire la situazione ai nonni, gli stessi nonni che non riuscivano bene a comprendere il perché non avrebbero più visto per mesi i loro figli, i loro nipoti, i loro cari.

Oltretutto c’era già qualche mio collega positivo naturalmente a casa quindi da 6 infermieri ci siamo ritrovati a lavorare in 3. I turni erano irregolari, spesso di più ore rispetto al turno classico, spesso saltavamo i riposi e le attività non essenziali erano state sospese e quindi ci siamo trovati anche con meno personale (ad esempio l’animatore)  

Non credo di avere mai sudato così tanto come con quella tuta, nemmeno quando andavo in palestra. Mi immaginavo il mio corpo come un kebab con gocce di sudore che grondavo soprattutto sotto le braccia. Per non parlare poi dello sfregamento delle cosce che, già essendo in carne, era un problema pima figuriamoci dentro quella sauna umana. Mi è venuta la cistite perché non potevo andare in bagno per ore e la pelle sembrava squame perché non potendo né mangiare né bere fino a fine turno (parlo di turni di 10 ore e qualcuno forse anche di più) la disidratazione era dietro l’angolo. Non parliamo della visiera che seppur efficace mi faceva sempre tornare a casa con un gran mal di testa. Non eravamo abituati a queste cose, non eravamo “addestrati alla pandemia” ma ce l’abbiamo messa tutta.

Arrivavano tantissime telefonate al giorno da parte dei familiari giustamente terrorizzati dalla situazione, ai quali abbiamo sempre dimostrato vicinanza e che cercavamo di tranquillizzare con parole di conforto o se era possibile facendo sentire al telefono il proprio caro.

Ero sempre più ossessionata dall’igiene e la pulizia tanto che dopo mesi mi sono resa conto che dovevo tagliarmi i miei lunghissimi capelli super rovinati da quel periodo fatto di soluzioni alcooliche a lavoro, a casa, perfino in macchina.

la mia mano al primo giorno di utilizzo di soluzioni alcooliche

Nel susseguirsi delle giornate ho provato tantissimi sentimenti rabbia, sconforto, paura, l’impotenza di non poter fare di più di quello che già facevamo con le risorse di cui disponevamo, la tristezza nel vedere i miei nonni che soffrivano la solitudine dei familiari e della ormai inesistente vita comunitaria che riempiva le loro giornate;  evito di parlarvi di quando c’era un decesso: gli occhiali si riempivano di lacrime in un attimo, sentivo dei macigni nello stomaco e ancora ad oggi quei letti io li ricordo con il nome di chi non cè più.

Sotto la divisa noi sanitari siamo persone umane come tutte le altre e, forse non in tutti i casi, anche più sensibili nei confronti della vita delle persone ma anche nel momento di accompagnarli verso il fine vita.

Ad un certo punto, presa dalla moda delle mascherine fashion che noi non potevamo indossare, mi è venuto in mente che, per portare un sorriso ai nonni che non ci riconoscevano nemmeno sotto quelle armature, potevo disegnare un sorriso sulle mascherine (la mascherina naturalmente chirurgica quella che stava sopra alla ffp3) e così ho fatto! Io ero abituata a mettere sempre un rossetto molto acceso a lavoro o rosso o rosa fluo e così facendo i miei nonni mi riconoscevano. Non sapete come era bello per me sentire pronunciare il mio nome dalle loro labbra! Mi riconoscevano! Si sentivano rassicurati! E non c’era cosa più bella per me.

Ho sofferto molto anche la separazione da mio marito, l’isolamento obbligato durato per mesi. Mi ricordo ancora che un giorno gli ho chiesto se si ricordava ancora della mia faccia. Non avrei mai pensato di fare una domanda del genere a mio marito. Mi mancava tantissimo! Mi mancava baciarlo, mi mancava toccargli i piedi nel letto o abbracciarci mentre dormivamo, mi mancava tutto perfino stare in cucina a preparare da mangiare per due.

La sedia vuota, il letto senza un lenzuolo fuori posto, la solitudine nel cuore.

Sono stati momenti difficili che non dimenticherò mai e che spero non si verifichino più.

Nel buio è stato comunque bello vedere tutti quei gesti di solidarietà nel mondo, i canti dal balcone, centinaia di messaggi che mi arrivavano, i commenti solidali e di coraggio nei post di facebook, i disegni che mi mandavano. Tutte queste piccole cose mi davano da sperare nell’umanità ritrovata (ad oggi posso dire a malincuore che è durata davvero poco)

Spero che ogni persona abbia il buon senso di seguire le regole, anche se si è stufi lo sò bene, ma questa bestia ha annientato tante persone che tutti noi vorremmo ora avere vicino.

 Al di là di quello che ogni persona crede sull’esistenza del covid o meno, non sono qui a discuterne. Semplicemente vi porto la mia esperienza ed io posso solo dirvi che i miei occhi non dimenticheranno mai le cose vissute in questo triste periodo e che l’amore vince sempre sulla paura ed io continuerò ad occuparmi dei miei pazienti come ho sempre fatto con amore, dedizione, professionalità, un sorriso ed ancora più grinta e preparazione infermieristica.

Vi lascio con una bellissima lettera che ci hanno scritto i familiari di un nostro nonno deceduto proprio in quel periodo.

Mi raccomando siate prudenti e amate il dono più prezioso che potete avere: LA VITA!

(le foto sono personali)

-Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog

un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’associazione Curvy Pride-aps impegnandosi nel volontariato

Chiapparini Laura, curvy model per passione ed infermiera
mail :fairylaura83@gmail.com instagram: laura_kitty_1

INCONTRARCI A TRASTEVERE GRAZIE A CURVY PRIDE

È passato esattamente un anno da quando sono diventata socia di Curvy Pride. A distanza di dodici mesi la mia vita è alquanto cambiata, nonostante il 2020 sia stato un anno che proprio non ha aiutato!

Cosa c’è di diverso nella mia vita? Prima di tutto le persone. Ho conosciuto decine di persone nuove e nella rubrica del mio telefono ci sono almeno 100 nomi e numeri in più. Con alcune di loro ci siamo conosciute di persona ma la stragrande maggioranza sono conoscenze virtuali e ho scoperto che in un ambiente come l’Associazione questo non cambia nulla. Non siamo meno vicine, meno in confidenza o andiamo meno d’accordo perché non ci siamo mai toccate: è come se ci conoscessimo da sempre e lavorare insieme è molto piacevole e divertente.

Con mia figlia Alessia, turiste davanti alla Fontana di Trevi

Questo aspetto l’ho toccato con mano la scorsa estate, quando ho organizzato le mie vacanze a Roma. È bastato un messaggio nel gruppo dello staff: “RAGAZZE, IO A LUGLIO VENGO A ROMA PER QUALCHE GIORNO, CHE DITE, RIUSCIAMO A VEDERCI?” Credevo rispondessero solo le romane, invece tutte mi hanno subito presa in parola! Io da Alba, in Piemonte, Valeria da Trento, Melania da Perugia eravamo quelle più lontane. Abbiamo organizzato una reunion in piena regola! La sera del mio compleanno, in un ristorantino di Trastevere, ho abbracciato per la prima volta Simona, Valeria, Melania e Laura! Credetemi quando vi dico che è stato come ritornare in famiglia, nonostante ci fossimo sempre solo viste in videochiamata e parlate al telefono.

La pasta alla Gricia, una bontà!

Una calda serata romana, l’atmosfera unica della Città Eterna, i profumi delle delizie della cucina tipica, i tavoli all’aperto, le risate, le chiacchiere della gente, il rumore dei “caciaroni” che parlavano ad alta voce (lo dico con affetto, ovviamente); tutto questo ha fatto da contorno alla nostra tavolata. Abbiamo parlato tanto, ci siamo scattate decine di foto, girato video e fatto anche una diretta nella community. Ci siamo guardate, per la prima volta tutte intere. Ci siamo riconosciute.

Eccoci qua, tutte insieme!

Ecco perché vorrei che tutti facessero parte di questo mondo: a chi non farebbe bene un’atmosfera così? A chi non farebbe piacere avere amici sempre pronti a sostenerti, ad ascoltare le tue idee, a creare con te un mondo più giusto per tutti? Persone con cui condividi valori e con cui impari a sognare in grande!

Questa è Curvy Pride! Questa è la vera sensazione che si prova entrando in questo mondo dove nessuno è giudicato, dove i valori che ci accomunano fanno da collante, ci spingono ad aprirci, a guarire dalle nostre piccole grandi ferite e a diventare migliori grazie a chi ci è vicino. Se potessi farei un monumento al giorno in cui ho deciso di entrare in Curvy Pride.

La maglietta della felicità è la nostra bandiera!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Fabiana Sacco che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

Fabiana Sacco è stata consulente di bellezza per più di 25 anni nei quali ha raccolto le confidenze, le paure e i sogni di centinaia di donne. Il suo cammino di crescita l’ha portata a diventare una Coach e il suo lavoro è aiutare tutte le donne che vogliono stare bene nella loro forma fisica, qualunque essa sia.
“Curvy Pride rispecchia alla perfezione i miei valori ed esserne membro è per me un onore, tutte insieme cambieremo il mondo!”
MAIL fabythecurvycoach@gmail.com, mi trovi anche su FB
https://www.facebook.com/fabianasaccocurvycoach
e su IG https://www.instagram.com/faby_the_curvy_coach/?hl=it

PASSATO, PRESENTE, FUTURO.

Come ti senti quando guardi una tua immagine del passato? Per esempio una foto di quando eri piccola/o. Quanti sentimenti esplodono contemporaneamente? Malinconia, rabbia, gioia, nostalgia, amore, stupore… Ma sono emozioni e sentimenti che proviamo in base a ciò che ricordiamo oppure rivedendo l’immagine potrebbe riaffiorare altro? Siamo sicuri che quello che vediamo nella nostra mente sia poi con certezza quello che il fermo immagine di quel periodo potrebbe rivelarci ancora? Io ho deciso di percorrere questa staffetta temporale e scoperchiare il vado di pandora delle emozioni.

Alcune frasi dovrebbero diventare uno stile di vita.

Qualche mese fa mio padre mi ha portato una serie di DVD, dicendo che erano tutti i filmini fatti quando ero piccola. Non ci potevo credere. Inizialmente ero convinta che fossero delle riprese così, pezzetti di vita assemblati in un qualche modo e raccolti nei DVD per non perderli. Ma quando ho iniziato a guardare, l’emozione ha letteralmente preso il sopravvento. Accidenti, quella ero io. Avevo dimenticato di essere stata piccola, avevo dimenticato quella parte della mia vita, eppure è stata bellissima. Il mio sorriso la faceva letteralmente da padrone. Non esistevano colori della pelle o adozioni o diversità di altro genere, esistevo solo io e la vita che mi era stata regalata. Ero felice, ero spensierata, ero desiderosa di scoprire il mondo. Quello che stavo vivendo  in quegli anni, mi piaceva e ne avevo le prove. Improvvisamente i profumi, i rumori e le sensazioni si erano concretizzati dentro di me. La voce di mia madre, la risata di mio padre, la mia cameretta, i miei giochi e le vacanze al mare; era tutto lì. Stavo avendo la possibilità di tornare indietro nel tempo.

Mentre mi osservavo però sentivo che qualcosa non funzionava, alcune scene le riguardavo attentamente, scrutandomi e studiandomi. Non mi facevo abbracciare da nessuno, non sentivo il bisogno di manifestazioni d’affetto particolari e non le cercavo. Rispodevo alle domande di mio padre sorridendo e consapevole del suo affetto nei miei confronti ma io non ricordo nessuna emozione di quel tipo. Mia madre mi chiamava ed era la vce più dolce del mondo, ma io non ricordo di aver provato qualcosa di particolare. Quindi mi chiedo, non lo ricordo o realmente non lo provavo? Mi è servito tanto per comprendere alcuni miei atteggiamenti del presente, alcuni miei pensieri. Sono convinta che rivedermi mi abbia fatto capire meglio cosa possa essere successo dentro di me fin dall’inizio. Oggi sono grande, sono madre e posso capire l’amore di un genitore verso un figlio, ma ancora mi è oscuro il contrario anche se so di volere ai miei genitori un bene assoluto. Manca qualcosa!

Ho infilato tutti quei ricordi in un cassetto remoto della mia vita, andando oltre. Ho deciso quindi di sfruttare questo viaggio a ritroso per conoscermi ancora un pochino. Volevo rimettere insieme i pezzi e scavare per trovare qualcos’altro di interessante che mi riguardasse. La mia personale terapia d’urto per i momenti di totale sconforto e confusione.

Passiamo tantissimo tempo ad occuparci del presente, improntati verso un futuro radioso e positivo. Programmiamo, decidiamo, disfiamo e ricominciamo tutto da capo oggi per migliorare il domani. E’ vero, oggettivamente il passato non s può cambiare quindi che senso ha ritornarci sopra? Ma la domanda vera è: come può il passato essere di aiuto per il presente o per il futuro? e ancora, come posso servirmi delle immagini per capire qualcosa di me? Molto spesso le persone guardano una mia foto di quando ero piccola e dicono: “Vale, non sei cambiata per niente!!” Ma com’è possibile? Indubbiamente alcuni dei tratti somatici saranno invariati ma a volte mi sembra di aver vissuto parecchio di più dei miei 36 anni e non mi spiego come sul mio viso non sia presente tutto questo (al di là dell’ invecchiamento temporale) o come non si percepisca. La verità è che ciò che abbiamo vissuto davvero sta dentro di noi e tutte le emozioni e sensazioni possiamo ritrovarle scavando nell’anima e perchè no guardando qualche immagine. Forse dovremmo sederci, prenderci del tempo e farlo tutti.

CurvyPride ha una community fantastica su Facebook, un luogo protetto dove le persone possono esprimersi liberamente, dando libero sfogo ai propri pensieri, alle proprie emozioni. Così ho preso una mia foto e l’ho postata, lanciando una challenge e “sfidando” i membri a commentare con una loro foto, scrivendo l’anno. Devo dire che mi sono emozionata moltissimo cercando di immaginare tutte/e loro. Siamo stati piccoli anche noi e nel bene o nel male abbiamo vissuto cose che ci hanno portato ad essere ciò che siamo oggi.

“L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita. Arrivare a non avere più paura, questa è la metà ultima dell’uomo.” Cit. Italo Calvino
Grazie ai membri della community per aver contribuito alla realizzazione di questo collage.

Noi siamo tutto ciò che serve per capire che direzione prendere. Forse ci rivediamo nei nostri figli, forse ci rispecchiano in qualche frase dei nostri genitori o forse ricordiamo qualcosa tornando a casa da mamma e papà la domenica. Ma chi eravamo e cosa provavamo davvero lo ricordiamo? Io oggi faccio un sacco di video e di foto di tutto e tutti. Perchè? Non saprei ma… Fermare il tempo attraverso una foto o un video oggi, ci aiuterà domani?

CurvyPride Community on Facebook

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”
Vale

CONTRO LE MOLESTIE IN LUOGHI PUBBLICI

Ho avuto modo di partecipare ad uno dei webinar del progetto “Stand Up” di L’Oreal Paris in collaborazione con Hollaback, arrivato in Italia grazie al Corriere della Sera e in collaborazione con l’associazione Alice Onlus. I webinair vengono tenuti da formatori esperti in violenza di genere, tra cui Stefania Andreoli (Presidente di Associazione Alice Onlus) e Cristina Obber (scrittrice, giornalista ed esperta in violenza di genere) e da altre professioniste psicologhe e psicoterapeute (Valentina Tollardo, Marina Zanotta e Laura Brambilla).

credit: sito standup

Il webinair, della durata di circa un’ora, è stata strutturato con domande interattive in cui i partecipanti potevano rispondere e dare il loro contributo; infatti al quesito ‘a quali molestie hai subito?” Non ho esitato sulla mia risposta tra le ipotesi.

In passato, soprattutto da ragazza ho incontrato vari uomini dai comportamenti dubbi come un compagno di classe arrivato alle minacce perché solo i compiti insieme a lui non bastavano, pedinamenti da gruppi di ragazzi pedinamenti da gruppi di ragazzi in auto, pedinamenti per raggiungere il luogo di lavoro, stalking con messaggi e chiamate dopo la fine di una relazione, oltre a sguardi e commenti sgradevoli al parco in città o in discoteca con amici.

Nel gruppo non ero sola: ben il 70% ha scelto tra le opzioni “gli sguardi indesiderati e fischi e versi di animali”. Queste tra le esperienze  più frequenti vissute dai partecipanti al webinar.

Il mio passato non ha avuto eccessive ripercussioni psicologiche anche se esperienze molto intense posso peggiorare il tenore di vita. Dopo aver incontrato amicizie e uomini “pericolosi” ho iniziato ad avere paura di strade buie e di uscire da sola. Per anni mi facevo sempre accompagnare e le rare volte che rientravo da sola andavo a passo svelto con le chiavi in mano o avvisavo che ero nei paraggi del ritorno.

Nei sondaggi del webinair è che il 44% dei partecipanti ritenesse che ansia, depressione, disturbo da stress post traumatico fossero tra i sintomi possibili che una donna molestata può provare, oltre che a peggioramento della qualità della vita con la conseguenza di assentarsi da scuola o lavoro.

Hollaback ha appurato il metodo delle 5D nel caso in cui siamo testimoni/ spettatori di una molestia su altri. 

1.     Distrarre: mettere in attivo un diversivo, che crei confusione e che interrompa l’episodio;

2.     Delegare: chiedere aiuto a qualcun altro, costruire una rete di persone che possono intervenire

3.     Documentare: documentando quello che sta avvenendo (in Italia con la legge della privacy è bene fare attenzione a filmare e fare foto senza il consenso degli interessati)

4.     Dare sostegno: confortare la persona che a subito una molestia, in modo che non si senta sola 

5.     Dire: intervento in prima persona, interrompendo a molestia con una frase.

credit: 1 slide del webinar

Abbiamo tutti la responsabilità di fare qualcosa quando assistiamo a molestie per strada, ma troppo spesso ci congeliamo. Non sappiamo cosa fare. L’intervento degli astanti ci fornisce gli strumenti per intervenire senza compromettere la nostra sicurezza.

Ma se invece siamo noi a subire? Nel webinair viene affrontato anche il tema del cosa fare nel caso in cui sia tu a subire una molestia ma prima ancora l’idea che in ogni caso non sia mai colpa di chi subisce una molestia ma solo di chi la commette. Su questo c’è ancora tanto da fare per cambiare il punto di vista culturale e anche in questo ognuno di noi può essere portavoce.

Sempre per parlare della mia esperienza, io ho reagito agli episodi di molestia chiedendo aiuto (nelle situazioni più critiche) ad amici fidati riuscendo a placare gli atteggiamenti molesti nei miei confronti ma non ho ricordi su fatti accaduti ad altri non so se per mancanza di percezione o se evidentemente non sono mai stata spettatrice. Ocorre in ogni caso prendersi cura di sé.

Ricordiamoci che la molestia è in ogni caso un reato.

Ringraziamo la psicologia e psicoterapeuta Valentina Tollardo per averci aiutato nella stesura di questo articolo e vi anticipiamo che il progetto è stato rinnovato nel 2021 con ben 160 webinar gratuiti.

L’Associazione CURVY PRIDE – APS sostiene iniziative importanti come questa. Essere informati su come comportarsi in caso di molestie, anche come spettatori, è un diritto ma soprattutto un dovere per poter dire BASTA! Vi suggeriamo di visitare il sito Molestie sessuali, come difendersi: il webinar di Stand Up – Corriere.it (webinarspro.it) oppure tenervi aggiornati sulla pagina di Associazione Alice Onlus Facebook (@aliceonlusMilano) e instagram (@associazionealiceonlus).


Dott.ssa Valentina Tollardo Psicologa e Psicoterapeuta www.dottoressatollardo.it
Vice PresidenteAssociazione Alice Onlus

www.aliceonlus.org

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Valentina Parenti che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.


Valentina Parenti https://www.instagram.com/valentina_incolors/ sogna un mondo senza stereotipi di genere, positivo e attento all’integrazione sociale, per questo è membro Curvy Pride, BodyPositiveCatWalk e ha creato @FelicitàFormosa su Parma. Valentina educa i suoi figli ad una “vita a colori” ed è il segreto della felicità #educareallafelicità.

LA BOLLA DELLA PAURA

Non respiro. Mi sento quasi in una bolla d’acqua. Faccio fatica a capire cosa dicono le persone intorno a me… Voglio andare via… scappare. Ma andare, dove?

Inizio così questo articolo. Descrivendo un momento, uno stato d’ansia particolarmente pesante che mi è capitato di provare. Ero bloccata dalla paura. Una come me, organizzata, super attiva, positiva, che non sapeva improvvisamente cosa fare se non “scappare”, ma le gambe, tremanti, non riuscivano nemmeno a muoversi! Con l’ansia spesso ci si convive, ma gli attacchi di panico sono un’altra cosa.

Purtroppo, la vita, la realtà, ci insegnano che non si può scappare dai problemi. Dalle preoccupazioni. E questo periodo ne è maestro. E allora, ti prendi un attimo. Quello che serve per capire chi siamo. Mettere in ordine le idee e tentare di capire cosa fare. Non sempre ne capiremo i “perché”, ma ci siamo. È il momento di scoppiare quella “bolla” e nuotare nel mare, prima che il panico ci “inghiotta”.

Come si fa?

Non credo ci sia un manuale. Ognuno affronta la paura come riesce. Io ho iniziato con la respirazione. Respirare quando si è in crisi è davvero difficile. A volte parlo da sola, quasi mi dessi “due schiaffi metaforici”, mi calmo effettuando una respirazione profonda e lenta tentando di svuotare la mente concentrandomi proprio sul respiro. Poi mi focalizzo sugli aspetti positivi della vita e quando ti trovi lì, tra la paura e la consapevolezza, vai avanti. Credo sopraggiunga una forza interiore che nessuno crede di avere fino a quando tocca il fondo. E poi ci sono i pianti liberatori, le camminate e le corse in solitudine. La musica nelle orecchie e l’esplosione nel cuore.

Nei momenti difficili ci sentiamo spesso circondati da persone che dicono: “Non ti preoccupare, passerà!” o “Tanto tu sei forte, riuscirai a superare anche questa!“, ancora: “È la vita, è successo anche a me...”. Poche persone stanno in silenzio. Ti prendono la mano e ti accompagnano. Ma ne basta una, basta il sorriso di un figlio per donare forza. Basta l’abbraccio di un amore che sia compagno, genitore o amico. Basta poco eppure sembra così tanto. L’anno appena finito ci ha fatto capire quanto tutto possa essere relativo. Il 2020, iniziato sotto tutti i soliti buoni propositi, poi, si è rivelato diverso per la maggior parte di noi. Ma se c’è una cosa che ci ha lasciato e, credo sia un dono fondamentale, è l’IMPORTANZA DELL’ALTRO. Di un abbraccio, di un sorriso sincero e spontaneo. L’IMPORTANZA DEL TEMPO.

La paura troppo spesso ci blocca se non ne usciamo fuori con la respirazione, con lo yoga, le camminate, le corse e tutto quello che ci permette di sfogarci. A volte, si impossessa di noi, non ci rende lucidi, ci isola.

E allora penso… “Non respiro, è vero”. Ma se non riesco a scoppiare io stessa la “bolla della paura”, ci sei tu che lo fai con me perché l’amore penetra qualunque dolore. Qualunque incertezza. Qualunque inquietudine. E di amore ne siamo circondati, basta guardarci intorno: dalle persone care alle associazioni di volontariato che offrono tempo ed esperienza. La forza deve venire principalmente ed inevitabilmente da noi, ma condividere e non respingere la mano protesa verso noi aiuta molto e “puff..” la bolla magari scoppia!

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Elisabetta Giordano, 39 anni. E’ mamma di una bimba di 7 anni, fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/

AMICA DEL MIO EX

Siamo nel 2020, separazioni e divorzi ormai fanno parte del nostro quotidiano, che sia un’amica, un parente o noi stessi, almeno una volta ne siamo stati coinvolti. Non è bello da dire! Sono decisioni difficili da prendere soprattutto quando ci sono di mezzo i figli. Non vorresti trascinarli mai in queste faide di coppia, ma come potevamo sapere che quella si sarebbe rivelata la scelta sbagliata, o, quanto meno, che noi saremmo cambiati a tal punto da non riconoscere più quella realtà?
Ecco che prende il via quel valzer di domande assordanti, ma logiche: starò prendendo la decisione giusta? riuscirò a cavarmela? i miei figli cresceranno bene ugualmente? cosa penseranno le altre persone? ho fallito? mai trascinarlo oltre.
Un matrimonio finito in un qualche modo rappresenta un fallimento personale, un qualcosa che non siamo riusciti a portare a termine, ma allora come si può trasformare una cosa di questo tipo in un fatto positivo? Quello che è certo, è che sono scelte importanti e soprattutto NOSTRE.
Avevo 18 anni appena compiuti, le regole non mi piacevano e, anche se le boicottavo in maniera elegante e poco chiassosa, l’adolescenza regnava ancora sovrana nel mio io. Ricordo ancora quando ho salutato la mia Trento. Avevo una valigia enorme piena di tutto ciò che una ragazza di quell’età poteva avere, insieme a speranze e sogni. Indossavo un paio di Jeans larghi e una maglietta a maniche corte bianca. Mi ero truccata leggermente, e mi ero raccolta i capelli. Volevo entrare nella mia nuova vita al meglio. Volevo scendere dal treno e sentirmi straordinariamente all’altezza! La musica mi accompagnava, avevo scelto i Backstreet Boys. Chiusi gli occhi e mi allontanai. Pensavo che andarmene da casa fosse la soluzione ai miei problemi, credevo che io ed io soltanto avrei saputo cosa fare della mia vita.
Conoscere il mio ex marito mi ha dato lo sprint giusto. 18 anni io, 36 lui e Roma, la città più bella del mondo. Per la prima volta mi sentivo accettata desiderata e amata. Nessuno mi impediva di essere me stessa. Arrivai alla stazione e lo vidi, mi calmai subito. Non lo vedevo da un mese ed ero agitatissima. Faceva molto caldo. Lo abbracciai consapevole che mi sarei più guardata indietro, consapevole che per molto tempo non avrei rivisto i miei genitori, i miei amici le mie compagne di pallavolo e tutta la mia routine. Indossava una maglietta gialla e un paio di Jeans attillati, mi sorrise come se non aspettasse altro dalla vita. Quel “ben arrivata amó” fece tutto il resto!

Non sapevo nulla dell’amore, non sapevo nulla della vita, né tanto meno di cosa avessi effettivamente bisogno, ma pensai che quella situazione mi faceva stare bene e scelsi di viverla a 360° senza razionalizzare.
Non avevo paura e a mio avviso non avevo nulla da perdere. Stava accadendo tutto alla velocità della luce. Quando scoprii di aspettare la mia prima figlia mi sentivo grande e responsabile, forte e capace. Lui era accanto a me e, anche se non era semplice, ci stavamo conoscendo e insieme cercavamo di capire come riuscire ad andare avanti. Trascorsi sei anni però capii che avevo voluto fare la grande troppo in fretta e che, nonostante il bene che ci volevamo fosse molto forte, ormai ci guardavamo con occhi diversi.
Avevo 24 anni. Rifeci le valigie e tornai a casa. Ricominciai tutto da capo insieme a mia figlia. Voltai pagina e lui fece la stessa cosa. Inizialmente ci sentivamo solo per parlare di Carmen, anche se poi vederlo mi emozionava ancora soprattutto i primi periodi.
Avevo capito che non poteva esserci rancore. Dal giorno in cui me ne sono andata da Roma sono passati esattamente 11 anni.
Ho scelto, abbiamo scelto, di non uscire dalle nostre vite perché il bene reciproco era più forte. Abbiamo trascinato con noi i nostri attuali coniugi che, dopo un primo momento di perplessità, si sono lasciati travolgere da quest’idea che tutto potesse funzionare ugualmente.
Sono AMICA DEL MIO EX perché in quei sei anni è stato la mia famiglia.
Sono AMICA DEL MIO EX perché se posso non circondarmi di odio sono più contenta. Sono AMICA DEL MIO EX perché è il papà della mia prima figlia.

Ho 35 anni, un’altra storia d’amore, un altro matrimonio e un’altra figlia. Le valigie sono nell’armadio ed io ho raggiunto il mio equilibrio.

Ogni tanto guardo mia figlia grande, il frutto di quell’amore così folle e poco equilibrato, Carmen ha 16 anni e si ritrova una madre e un padre che scherzano e ridono come se non fosse mai accaduto nulla. Giulia, che ha 8 anni, la figlia che ho avuto da Roberto, il mio secondo marito la vive in maniera semplice e gioiosa considerando tutto come un gioco!

Io, Marcello (ex marito), Katia(moglie del mio ex marito), Roberto (mio marito) perché le cose semplici, non fanno per noi.

Ho scelto di avere una famiglia allargata, perché nella mia vita nulla è mai stato normale.
Ho scelto di avere una famiglia allargata perché quando vuoi bene alle persone è uno spreco di energia fare finta che non sia così solo perché lo prevede la società.
Ho scelto di avere una famiglia allargata perché chi è accanto a noi ci ha dato il coraggio di farlo.
Non sempre è possibile, non sempre gli ingranaggi funzionano bene e nella stessa direzione, ma se ci sono le condizioni, perché no?!

Grazie alla vita che mi ha fatto questo regalo.

Divorzio, Amicizia, Famiglia allargata, Amore

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.
Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”
Vale

C’ERA UNA VOLTA

Mi manca molto festeggiare il natale “come una volta”! sento ancora il profumo dei marubini fatti in casa dalla nonna e perfino il caldo della stufa a legna sulla mia pelle!

La vigilia era una giornata di raccoglimento e riposo. Quando ero piccola, insieme ai miei fratelli, andavamo a letto al pomeriggio per potere andare alla Santa Messa di mezzanotte  fatta di canti, luci di candele, presepe vivente; era anche un momento di ritrovo con gli amici del paese e scambio di auguri sul sagrato della chiesa.

foto presa dal web

Era bello perfino quando faceva molto freddo o nevicava.

Già nei secoli scorsi la cena della vigilia era “di magro” quindi ci si alimentava con pietanze leggere. Ricordo a esempio cibi preparati con olio anzichè con il burro, pesce sott’aceto, anguilla marinata. A chi piaceva venivano anche preparate le lumache che allora si trovavano nei propri orti, giardini, strade di campagna.

Dopo la cena, in attesa della mezzanotte, si guardavano i cartoni di Walt Disney e poi ci si infilava quei bei giubbottoni pesanti, guanti e berretto e si usciva, con ancora un po’ di sonno e magia negli occhi.

Perfino il fuoco aveva un ruolo importante: veniva tenuto il ceppo più grande “el sòch de Nadàal ”(dialetto cremonese) che scaldava la casa per tutta la cena e per tutta la notte.

foto presa dal web

In questa serata in alcune case si lasciava preparata la tavola, così che i morti di casa sarebbero tornati per passare le feste in famiglia, ma questa usanza è ora riconducibile alla sera del 1 novembre.

Prima della vigilia c’erano grandi preparativi per gli addobbi che venivano fatti da fine novembre in poi.

Era quasi un rito fare il presepe ed ogni anno nella mia famiglia c’era l’usanza di comprare una nuova statuina; ognuna aveva la sua storia. Si andava a cercare il muschio, si facevano i laghetti con la carta stagnola, che bei momenti! Tornati dalla messa della vigilia il bambin Gesù era magicamente già nato perché la nonna a mezzanotte si preoccupava di inserire quella speciale statuina nella capanna.

Ogni anno andavamo a vedere il presepe dai Francescani, come era ben curato! Suggestivo il passaggio, animato dalle luci, dal giorno alla notte, oppure il movimento di ogni statuina dal fabbro, alla lavandaia, al pastorello. Era un momento magico.

immagine presa dal web

Il nostro albero di natale doveva avere, oltre alle classiche palline, anche dei cioccolatini a forma di babbo natale o pupazzo di neve che immancabilmente non arrivavano mai al 25 dicembre perché venivano mangiati prima!

foto presa dal web

Eravamo una famiglia numerosa, in 7 per la precisione, ed ogni 25 dicembre la tavola era imbandita come un pranzo per re e regine. I piatti tipici, oltre ai marubini, erano la gallina lessa, la gallina con il ripieno, bolliti di maiale e per dolce, come da tradizione cremonese, non potevano mancare il torrone, la mostarda e il panettone di cui si teneva una piccola porzione da mangiare al 3 febbraio (festa di S.Biagio protettore dei malanni alla gola)  

 A Cremona, nella città dove sono nata, era meno sentito il natale a “livello commerciale” in quanto arrivava prima la famosissima Santa Lucia che portava davvero molti doni. Solo sporadicamente c’era qualche persona travestita da babbo natale in piazza del Duomo che regalava ai bambini le sorprese degli ovetti al cioccolato, contenuti in grandi ceste.

Com’è il mio Natale adesso?

foto personale

Le tradizioni non sono del tutto andate perse, soprattutto quelle culinarie! Ormai sono grande e Santa Lucia non passa più, allora il mio albero è sempre pieno di doni che difficilmente scarto alla vigilia perché quasi tutti gli anni lavoro. Il presepe viene fatto ancora “in grande” utilizzando prodotti che trovo in casa, la stagnola per i fiumi, i sassi, la farina gialla per simulare il deserto e così via.

Mi piace molto anche avere la tavola ben abbinata con tovaglia e stoviglie apposite per la serata color oro o rosso; la grossa differenza è che da 7 persone a cui ero abituata adesso preparo per 2, io e mio marito; almeno non rischiamo il tanto temuto “assembramento” di questo strambo 2020.

foto personale: io e mio marito

Vi lascio con qualche proverbio in dialetto cremonese “Nadàal sot e Pàasqua bagnàada l’è ‘l segnàal de na brota  anàada” : se a Natale c’è il sole e a Pasqua piove i raccolti andranno male : infatti significa che le stagioni non seguono il corso normale.

Oppure “per Nadàal  toti i uzei  i stà al so gnàal”: per Natale tutti, anch egli uccelli, restano nel loro nido.

 E voi, che tradizioni, ricordi o aneddoti avete da raccontare?

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’associazione Curvy Pride-aps impegnandosi nel volontariato

Laura Chiapparini, 37 anni , infermiera e curvymodel.
il mio motto di vita è SPQR: “sorridi per qualsiasi ragione” fairylaura83@gmail.com

Il virus della cattiveria

Credits image: curvypride

Si era detto che l’esperienza della pandemia, del virus, ci avrebbe reso persone migliori, più sensibili ed attente al prossimo. Invece pare che la cattiveria sui social ne sia uscita rafforzata, come nel caso di Giulia Medea Oriani.

Ammetto che non sapevo nulla di questa donna colpita dal Coronavirus.
Quando avevo letto distrattamente le notizie in merito avevo pensato fosse l’ennesima storia di triste esperienza avuta con questa tragica pandemia, ma poi il risvolto inaspettato: da caso covid19 a caso di body shaming. Com’ è possibile? In che modo il coronavirus può essere abbinato allo sfottò sul fisico?

Come raccontato dalla protagonista stessa, il tutto è partito da quando, una volta superata la malattia, ha scelto di raccontare tutta la sua esperienza su Facebook. Il post diventa virale. Tanti messaggi di affetto e poi la shit storm la travolge.
“Brutta”. “Fai schifo”. “Influencer low cost”. “Cicciona di merda”. “Con quel fisico”. “La tua stazza”. “Grassona”. “Fatti un altro panino alla mortadella”. “Non sei certo la Ferragni”.

Commenti scritti soprattutto da donne. Donne contro donne. Ci battiamo tanto per far crollare pregiudizi, per essere libere di essere noi stesse e poi siamo le prime ad alimentare la macchina delle critiche.

Giulia Medea Oriani però non si abbassa al livello gretto di chi le sputa veleno sulla home page, no, risponde a tutti con il garbo e la gentilezza che la contraddistinguono.
Ecco quanto scritto da lei stessa:
“Ho raccontato la mia storia, la mia malattia, argomentato temi abbastanza delicati, e qualcuno ha preferito soffermarsi sulla mia immagine. Questi “qualcuno” sono prevalentemente DONNE. Donne che scelgono di attaccare pesantemente un’altra donna sul suo aspetto fisico, ignare delle conseguenze anche gravi che tali parole potrebbero avere. Il body shaming è denunciabile alla polizia postale, oltre che essere ignobile e inaccettabile da persone adulte e, si suppone, mature. Oggi sono una donna di 30 anni e ci rido su, ma non posso negare che l’adolescente che vive ancora dentro di me in un primo momento ci sia rimasta male. Molto. Perché io sono stata bullizzata per tutti gli anni di scuola dell’obbligo, e la sofferenza provata è ancora presente, da qualche parte, dentro di me. Negli ultimi giorni sono entrata involontariamente in un mondo che sapevo avrebbe potuto ferirmi; per fortuna sono cresciuta e sono cambiata. Nel condividere quello che mi è successo ho deciso di metterci la faccia, ed è stata insultata; io rispondo condividendo un’altra storia.Non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo: sono stata una bambina e una ragazzina che tornava a casa piangendo perché i compagni la prendevano in giro nei modi più fantasiosi possibili; sono poi diventata un’adolescente che si vergognava a piangere ancora per certe cose, che non riusciva a dire ad alta voce quanto gli altri la disprezzassero, e che ha trovato un altro modo per esprimere il disagio, un modo più subdolo e complicato, su cui è stato più difficile intervenire, rispetto alle lacrime per le quali bastava un fazzoletto. Me la sono presa con il mio corpo. Quel corpo che tanti prendevano in giro, che io non riuscivo a guardare, è diventato il mio bersaglio preferito; l’ho ferito e distrutto come potevo. Per anni.Gli adolescenti sono, appunto, adolescenti: deridono, offendono, scherzano sugli altri spesso senza neanche rendersi conto delle conseguenze delle loro azioni; io non recrimino niente. Quando sono andata all’università e sono entrata nel mondo degli adulti, le offese sono terminate e ho scoperto che anche io potevo piacere agli altri. Le cose però nella mia testa non sono cambiate per lungo tempo. Ho passato anni ad odiarmi, a cercare di nascondermi, a pensare di non valere niente nonostante l’amore mi circondasse. Perché per me il mio valore era un numero su una bilancia, e lo è stato per molto, troppo tempo. Oggi sono, fortunatamente, cambiata; grazie ad un percorso impegnativo ho capito che il mio valore va oltre la taglia dei miei pantaloni. Ho capito di avere un cervello funzionante, capacità argomentative, senso dell’amicizia, e tante altre qualità che mi rendono una persona apprezzabile. Ho scelto di rendere la mia PERSONA, e non il mio FISICO, il mio biglietto da visita. Certo, non posso dire di amare il mio corpo, ma non è ciò che mi rende più o meno bella, è solo un valore aggiunto che può piacere, come può non piacere. Mi piacerebbe essere come Chiara Ferragni, ovviamente sì, anche se la mia preferita rimane Scarlett Johansson; purtroppo, quando Dio distribuiva la figaggine, sono arrivata tardi ed ho trovato chiuso. Peccato. Ho imparato con il tempo che chi non è in grado di reggere un confronto sul piano intellettivo, sceglie di attaccare dove è più facile, dove sa di poter fare più male, dove crede che si trovino i punti più deboli dell’altro. A me avete dato invece il coraggio di scavare più a fondo, di andare a cercare la ragazzina sofferente che sono stata, di prenderla per mano e asciugarle le lacrime. Ma provate a chiedervi cosa sarebbe successo a quella ragazzina se avesse letto certe parole. Una persona che dopo essere stata offesa da una decina di persone, si è autodistrutta per più di dieci anni, come avrebbe reagito a centinaia di offese a volte pesantissime? Quante giovani donne si sono tolte la vita, sopraffatte dal peso dell’odio e dell’ignoranza distribuiti da certa gente? E se fosse vostra figlia, vostra sorella, vostra nipote? Io e le mie cicce, alla fine, ci siamo fatte una bella risata, e abbiamo anche voluto immortalarla. Peccato avessi finito la mortadella.”

È proprio perchè non accadano più storie come questa che Curvy Pride si batte ogni giorno, cercando di combattere i pregiudizi, le discriminazioni ed il bullismo attraverso il blog, la Community, i canali social, gli eventi. Tutte noi socie di Curvy Pride siamo unite da storie come quella di Giulia Medea Oriani ed unite portiamo fiere le nostre magliette fucsia, simbolo di accettazione e rispetto per la pluralità dell’essere, raccontando le nostre storie perché nessuna si senta sola nell’affrontare i pregiudizi che la società ci pone sul nostro cammino.

Sull’accaduto a Giulia Medea Oriani penso non vi sia altro da aggiungere ma tanto su cui ragionare.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

UNA MASCHERINA SOTTO L’ALBERO

Era Novembre ed era anche un giorno come un altro, o almeno COSÌ CREDEVO!

Quel giorno dovevo andare a fare la spesa e, presa dalla noia più totale del lockdown, mi recai al centro commerciale.

In realtà sapevo già che quel giorno sarebbe stato un po’ diverso perché non dovevo solo fare la classica spesa per la casa, ma dovevo anche compiere una missione importante: cercare il regalo di Natale per una nonnina. Stavo infatti partecipando ad un bellissimo progetto di un’associazione che conosco, progetto in cui vengono raccolti i desideri di Natale di molti anziani d’Italia che abitano in case di riposo. Tramite le strutture vengono scelti regali da destinare e spedire agli anziani. Un gesto meraviglioso non trovate?

Entrai quindi in un negozio per cercare il regalo per “nonna F.” e trovai una bella coperta in pile con orsacchiotti natalizi che mi diede subito una sensazione di calore. Vicino alla cassa vidi inoltre un cesto pieno di mascherine tutte colorate a tema natalizio, mi ci fiondai immediatamente a guardarle una ad una!

Il mio desiderio, essendo infermiera, è sempre stato quello di donare un sorriso ed un po’ di atmosfera natalizia ai miei nonni della Rsa, tanto che tutti gli anni indosso cerchietti con simpatiche renne, maglie di Babbo Natale e così via. Quest’anno ovviamente l’oggetto “cult” è la mascherina.

Presi quindi la coperta di pile, la mascherina e mi recai a pagare. Senza accorgermi e pensando ad alta voce dissi :”Tanto lavorerò anche questo Natale”. Il commesso mi guardò e mi chiese che lavoro facessi, io risposi: “INFERMIERA” sfoderando un orgoglioso sorriso che si percepiva anche da sotto la mia mascherina.

Mi guardò di nuovo con un’espressione dolcissima del viso e mi disse: “Se non si offende, gliela vorrei regalare. Grazie per tutto quello che fate e non solo ora”

fotografia personale di Chiapparini Laura

Giuro che a momenti piangevo, avevo gli occhi pieni di commozione per quelle parole; con il nodo in gola lo ringraziai e gli promisi che l’avrei indossata anche pensando a lui ed alla sua salute.

Credevo che quel giorno sarebbe stato diverso, ma non così tanto! Entrare in un negozio per comprare un regalo solidale per una nonna sconosciuta e ritrovarsi un regalo così prezioso tra le mani, veramente non ha prezzo!

Ringrazio le persone come questo commesso che credono ancora nei gesti di bontà e gentilezza e che, nonostante la forte crisi economica in atto, contribuiscono senza accorgersi alla felicità di altre persone.

RICORDATEVI DI DIFFONDERE AMORE, NON SOLO A NATALE!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger LAURA CHIAPPARINI che dedica parte del suo tempo personale alla crescita del CURVYPRIDEBLOG

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’associazione Curvy Pride-APS impegnandosi nel volontariato

Chiapparini Laura, infermiera, blogger e Curvy model .
Il mio motto di vita è SPQR: “sorridi per qualsiai ragione”