CURVY PRIDE 1 ANNO DOPO: QUANDO LA VITA TI PROPONE DI RIEMPIRE I VUOTI DEL CUORE

Ricordo molto bene il giorno in cui ho cliccato sul link del sito di Curvy Pride. Era un momento di fragilità estrema e la presentazione di quest’associazione sembrava parlare con me. Ho passato la mia vita a cercare punti di riferimento solidi. Pensavo che far parte di un qualcosa potesse farmi bene, ma non credevo che quel qualcosa riuscisse diventare parte della mia famiglia.

Non amo gli spazi vuoti nel cuore, così ne ho scelto uno che facesse spazio a me.

Mi capita molto spesso di obbligare la mia mente a tornare indietro nel tempo e ispezionare i punti salienti, per capire se ho tralasciato qualcosa, per capire se posso rubare qualche altra informazione utile per proseguire meglio che posso in questa vita. Devo dire che il materiale è tantissimo. Molti mi dicono che sono troppo psicologica, che mi conosco troppo bene e che dovrei allentare un pochino la morsa su di me. Lasciarmi andare e non voler sempre avere il controllo su tutto. Per natura mi isolo e mi chiudo nel mio mondo.

Quando sono entrata a far parte di Curvy Pride ero concentrata sul fare qualcosa per me, qualcosa che riguardasse me solamente e che non implicasse l’affezionarsi a nessuno o che mi dovesse legare anche solo in minima parte. Chi mi conosce sa che io faccio amicizia anche coi sassi e che difficilmente non mi affeziono, ma in questo caso sentivo di aver bisogno di focalizzarmi solo su me stessa.

Ovviamente non avevo considerato quello che io chiamo l’effetto Curvy Pride. Uno sciame di donne straordinarie che volano inarrestabili verso un unico obbiettivo.

Era aprile 2020 e cercavo di capire cosa fare, visto l’arrivo improvviso di questo tsunami epidemiologico. In giro c’era molta apprensione, inquietudine e fragilità. Andavo al lavoro e a fare la spesa, poi mi chiudevo in casa e aspettavo che la camionetta dei vigili del fuoco segnalasse il coprifuoco e le raccomandazioni. In alcuni momenti della giornata il silenzio in strada era assordante. Non stavo male, ma in quel momento decisi di occuparmi di qualcuno che avevo trascurato per troppo tempo. ME!!

Il primo evento Curvy Pride a cui partecipai fu “PIZZA E CURVE”. Feci le mie pizze, le fotografai e pubblicai sui social. Forse non aveva senso ma fui guidata dal desiderio irrefrenabile di avere degli obbiettivi e di dare un senso alle cose. Mi avvicinai a Curvy Pride perché “curvy” era di tendenza. Le persone mi avevano insegnato che tutto girava intorno all’aspetto fisico e da sola non ero arrivata alla conclusione che prima di tutto sono una persona con dei sentimenti, con delle idee, dei pensieri.

La primissima mossa è stata quella di entrare nella Community di Facebook e iniziare a scrivere di me come se finalmente potessi parlare con delle amiche, sentivo che era un luogo protetto ed ero libera di esprimermi. Mi sono associata e mi è arrivata la maglietta, che ormai è uno status simbol.

Ovviamente, la tecnologia regnava sovrana in quel momento data la situazione e quindi, la prima zoom è stata rivelatrice, ho conosciuto lo Staff. Ho pensato: wow ma che cavolo succede? Da dove arrivano queste donne? Per quale assurdo motivo sembra che mi leggano nella mente? Non ho saputo dare delle risposte immediate, ma mi sono fatta travolgere senza restrizioni. Ho deciso per una volta di non farmi troppe domande e lasciarmi trasportare dalla nave degli eventi. Che navigata ragazzi… e senza mal di mare!!

In men che non si dica, sono approdata sul blog di Curvy Pride ed ho iniziato a scrivere i miei pensieri. Racconti di vissuto, stralci di una vita piena di sfumature. Adozione e razzismo i principali argomenti. Ma come, non si parla di peso e di corpi grossi? Daje! Ma allora non avete capito. Sono una persona e questa è un’associazione fatta da persone, vi dirò di più, puntiamo tutto sulle persone. Dicono che per vivere una vita serena ci vuole l’ingrediente segreto. Sapete qual è? NOI. Presi singolarmente siamo una forza, ma insieme possiamo spostare montagne.

Nel frattempo sono nate amicizie. Non lo credevo possibile. Attraverso pc, tablet e cellulari ho scoperto i tesori più belli. Ah dimenticavo, sono entrata nello Staff anche io, era talmente forte l’entusiasmo che mi sembrava di fare carriera. Sicuramente una carriera personale. Mi sentivo più forte e sempre più a mio agio con me stessa e anche i momenti di difficoltà sembravano trovare soluzione nella dedizione a Curvy Pride.

Sentivo che la mia vita si colorava di fucsia e ad un certo punto, appena è stato possibile, ci siamo incontrate a Roma. Dovrei scrivere un articolo su ognuna di loro e magari un giorno lo farò ma per ora vi dico che è stata un’emozione indescrivibile. Sembrava che fossimo amiche da una vita o sorelle ritrovate. Ho abbracciato Simona, parlato e dormito con Melania, riso e scherzato con Fabiana e parlato con Tiziana e Laura come se non ci fosse un domani. Anche venendo da posti diversi dell’ Italia sembrava che vivessimo tutte nella stessa città e che a dividerci fosse stata solo una fastidiosa casualità.

Tornata a casa, avevo capito che quella era diventata parte della mia famiglia. Mi mancavano e volevo di più. L’associazione ingranava e prendeva sempre più piede. Progetti, Zoom, sogni e desideri. Curvy Pride è una realtà a cui molti ormai fanno capolino. Assorbiamo tutto quello che possiamo e lo trasformiamo in qualcosa di bellissimo. A dicembre è uscita la nostra Antologia “Dillo a Curvy Pride”, e all’interno c’era uno dei miei racconti, una delle mie sfumature. Sono diventata coordinatrice delle Blogger la mia mente ha sfornato tanti progetti che hanno preso il vita. Sono orgogliosa di tutti noi perché ogni giorno cresciamo individualmente e collettivamente.

Buon anniversario a me che da un anno esatto vivo questa realtà, buon anniversario a Curvy Pride che mi ha restituito tanto di me e buon anniversario a tutti voi: vi auguro di festeggiare presto con noi.

Curvy Pride è un’Associazione di Promozione Sociale. Promuoviamo la pluralità dell’essere contro ogni forma di bullismo, discriminazione e stereotipo.

Visita il nostro sito www.curvypride.it e iscriviti alla Newsletter per restare sempre connessa/o con noi e i nostri progetti. Vieni a trovarci sulle pagine di Instagram e Facebook ed entra nella Community.

365 GRAZIE

Una piccola parte di ciò che Curvy Pride rappresenta per me.

Questo articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”

CHE BRUTTA CERA

Ho aperto gli occhi ed ero sola, il sole batteva forte sulla mia pelle, scottavo! Provai ad emettere un suono e fui pervasa da una sensazione strana. Provavo ad urlare più forte ma non sapevo ancora cos’ero e come dovevo iniziare a far funzionare questa macchina assurda chiamata corpo. Decisi di staccarmi e guardarmi da fuori… “Ah ok! Ora capisco! Ehy bella, devi urlare più forte, come pensi che si accorgano di te: sei piccola, scura e beh, hai proprio una brutta cera. Dai su fai andare quelle corde vocali, sei di colore, dovresti avere il canto in gola.” Qualcuno si accorse e mi prese e mi mise in salvo. Dovevo essere disgustosa, l’espressione del suo viso non era promettente… piccola o marrone, a voi la scelta, e da diverse ore in mezzo alle immondizie… tragicomico vero? Non so quanto tempo passò esattamente ma ad un certo punto due persone… bianche, vennero a prendermi. Wow quanta dolcezza e voglia di vedermi felice in loro.

Papà

Mi lasciai trascinare in questa avventura pazzesca chiamata “Vita”. Alla scoperta del mondo! Conobbi tanti bambini all’asilo, tutti bianchi, ma non mi importava e nemmeno a loro: ridevano, giocavano, e parlavano proprio come me, il colore davvero non faceva differenze e non era un problema. Quando iniziai le elementari, però mia madre mostrò un articolo del giornale locale a mio padre: “ BAMBINI DI COLORE SUI BANCHI DI SCUOLA” e la mia foto gigante in prima pagina. Non capivo, i bambini di colore a scuola fanno notizia? Non sapevo che il colore della mia pelle sarebbe diventata una delle lotte più grandi e più dolorose della mia vita!! Ero diversa e non me ne ero resa conto!

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”
Vale

Size? Human.

Shopping.
Per gran parte delle donne, è la parolina magica, quella che ti fa illuminare gli occhi, metter mano al portafoglio, fare mini sfilata ai camerini ed uscire con borse, sacchetti e pacchetti dai negozi.
Per me no. E’ un’agonia.
Metti piede nel negozio e già sai che la commessa ti guarderà come per dire “ma che ci fa questa qui?”. Eh sì, perché vestire una cosiddetta curvy non è facile. Gestire tutte queste rotondità non è mica uno scherzo.
Scorrere file e file di abiti è frustrante, perché quelle dannate targhettine con la taglia si fermano sempre a 4/5 prima della tua, oppure vedi l’odiatissima dicitura T.U. (taglia unica). Che significa: va bene a tutte tranne che a te. Dovrebbero chiamarla “TU no!”, ecco.
Passi rapidissima le fantasie a fiori, perché essere definita divano o poltrona non è proprio il massimo (senza offesa divano, sai che ti amo profondamente) e finisci nell’inesorabile reparto tutto nero, perché il nero sfina. Confesso di aver fatto una volta la sovversiva e di aver comprato una t-shirt bianca, perché aveva una stampa bellissima del volto di Frida Kahlo. Non l’ho manco provata, ho preso la taglia massima disponibile, pagata con la perplessità della commessa che conoscendomi bene mi fa “Sicura? E’ bianca…” e giunta a casa, una volta indossata con orgoglio, allo specchio ho visto solo un gigantesco monociglio su due tette. Il resto del disegno svanito sotto di esse. Ok…lasciamo stare le stampe.

I camerini poi! Camere di tortura. Ti trovi stipata in questi loculi dove a malapena riesci a girarti, con lo specchio impietoso e le luci caldissime che farebbero sembrare un cesso a pedali anche Kate Moss. Per non parlare degli infidissimi camerini che non hanno lo specchio perché questo è posizionato fuori, così devi uscire a fatica con pantaloni a mezza chiappa, maglie effetto insaccato di capodanno, guardarti nello specchio, sentirti male, vedere che anche il resto del negozio ti sta guardando, sentirti peggio. Dannati camerini. Con la paura poi di morirci soffocata mentre tenti di uscire da una maglia, già mi vedo i paramedici e i pompieri a soccorrermi con la fiamma ossidrica per togliermela… E poi le lacrime versate da frustrazione perché la commessa ti porta tipo 20 jeans e manco uno ti va, e la senti dire “ma dai non è possibile, questo TI DEVE ANDARE”.

Le taglie poi sono un delirio. In negozi “normali” magari ti ritrovi a prendere una 50, in negozi dedicati al “plus size” una 46. Così sei ancora più confusa, e ti senti inadeguata. Non capisci più se il problema sei tu, o sono loro.
Spesso mi domando anche se gli stilisti abbiano una vaga idea di come sia fatto il corpo di una donna curvy. Perché in quale universo parallelo dovrebbe entrarmi un abito che considera nella parte superiore un seno abbondante ma in quella inferiore i fianchi di una undicenne?

Non parliamo poi di prezzi. Sei curvy? Costa quasi tutto praticamente il doppio. Come se fosse una colpa essere curvy e per punizione qualcuno avesse deciso che devi spendere di più, cicciona!

Insomma, sarebbe bello se tutti i negozi avessero capi di tutte le taglie, senza ghettizzarci in negozi “tagli forti” che ci fanno sentire emarginate.

Vorrei trovare abiti che si adattino a me e non io a loro.
E sogno un giorno in cui saremo tutti uniti in un unica taglia: HUMAN.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo.

E VISSE FELICE E CONTENTA…

Valeria Mallardi si è aperta a Curvy Pride e ci ha raccontato la sua storia. Lo consideriamo un gesto di grande coraggio e di amore verso se stesse e verso gli altri. Sincerità, rinascita, voglia di vivere sono grandi valori da condividere. E’ diventata anche ambasciatrice di BEAUTIFULCURVY, il calendario ideato da Barbara Christmann.

Grazie di cuore Valeria!

visse per sempre felice e contenta… Ecco è da qui che voglio iniziare il mio racconto. Dal mio presente da ciò che sono oggi, e da ciò che sono diventata. Guardare indietro oggi non fa più male e soprattutto non mi fa paura anche perché ho permesso che “il mio corpo” per tutta una vita mi facesse male. Oggi ho 38 sono una donna, moglie e mamma e amo la vita come non mai.

Quando scopri finalmente l’amore per la vita, è solo allora, che puoi chiudere gli occhi, alzare il viso al cielo, tirare un profondo sospiro e sentirti viva e libera. Si libera. Libera di scegliere chi vuoi essere essere , di scegliere chi sei e trovare ancora una volta la forza, di fare un salto nel passato.

Rieccomi allora nella mia infanzia o forse pre adolescenza. I ricordi che paradossalmente più riaffiorano alla mente sono legati al mio rapporto non sano con il cibo. Che significa? Ricordo ancora quante volte ho nascosto merende e merendine, carte e involucri vuoti… Oggi mi fa sorridere ma se mi fermo e mi guardo dall’esterno provo un’infinita tenerezza per me stessa: vedi una ragazzina di 12 /13 anni, cicciottella con degli occhioni grandi e lunghi capelli castani seduta nel lettino della sua cameretta a mangiare qualsiasi cosa. Adesso anche lei mi guarda e solo ora so cosa nasconde dietro quello sguardo che mi fissa imperterrito. E poi vedo anche passare gli anni 1, 2, 3, 4… 10, 15, 20 e anche di più.

Tutto cambia, io cambio ma continuo a vedere e fissare quegli occhi che a differenza di tutto il resto del corpo non riesce a cambiare. Loro non riescono a mentire. Sono occhi talmente grandi che se li guardo bene riesco a leggere la mia storia. La storia di una bambina a cui è stato inciso nella mente una parolina che l’ha accompagnata per una vita: dieta… peccato però che un bel giorno questa parola diventa ossessione. Già un’ossessione. Sapete cosa significa vivere una vita perennemente a dieta? Significa fondamentalmente non avere una vita normale.

È facile giudicare, è facile parlare ed esprimere giudizi sulle persone in carne, grasse o ancora obese. Ma nessuno sa cosa si nasconde dietro questo aspetto.
Da qualche tempo qualcuno ha definito l’obesità come una malattia ma ancora oggi si esprimono giudizi e pensieri senza curarsi del male che si infligge alle persone perché purtroppo questa è una malattia delle mente, che piano piano ti distrugge l’anima.

Ma sono certa comunque che sia una malattia purtroppo sconosciuta anche se ad esempio immagino che tutti sappiate che il giorno perfetto per iniziare la dieta è sempre il lunedì perché fino alla domenica sera devi gustare la tua ultima cena preferita, in tuo alimento preferito come se non lo assaporassi da anni!!! E poi ecco arriva il lunedì, quante speranze in quel lunedì “da oggi sono a dieta, questa è la volta buona”. Peccato però che già verso il pomeriggio qualcosa non va e “assaggi solo un cracker“. È esattamente in quel momento che arriva il tuo ennesimo fallimento. Tu sei il fallimento, il fallimento che sei stata abituata ad essere per tutti, per anni.

Però sapete una cosa strana? Noi ”grassi” in quel momento stiamo bene, mentre mangiamo siamo appagati e soddisfatti perché mangiando abbiamo ovviato alla noia, ai problemi e ai disagi che vivi tutti giorni. Quando vivi in un corpo che detesti fai finta di stare bene: la realtà è che vorresti essere altro, indossare un abito diverso e tacchi alti, ma sei troppo pesante e quindi eviti. Eviti tutto anche te stessa. Gli sguardi cattivi e impietositi della gente, l’inadeguatezza e la vergogna diventano parte della tua vita, sono la tua vita ma scappare da tutto questo è impossibile.

Finché arriva, purtroppo non per tutti, il giorno in cui dici BASTA ma davvero BASTA e impari semplicemente a volerti bene. A voler vivere e provare ad essere ciò che vuoi essere.
Per me quel giorno dopo 26 anni è finalmente arrivato. Ho detto basta: basta mangiare di nascosto, basta fingere di essere chi non sono, basta essere quella che “però che peccato perché hai un bel viso“. Quante volte me lo hanno detto!!!

Un bel giorno ho detto basta ma basta sul serio! Ho iniziato a guardarmi e accettare ciò che ero: solo così sono uscita da quel tunnel in cui per anni avevo vissuto. Lo ricordo come se fosse ieri. Era il 17 marzo 2017 e da quel giorno ho deciso di volermi bene. Sono stata una figlia perfetta, una scolara perfetta, una lavoratrice perfetta, e ancora moglie e poi mamma. Ebbene sì nonostante tanti pareri a sfavore sono diventata anche mamma e questo mi ha dato una forza inspiegabile! Era finalmente giunto il momento di non essere più perfetta per nessuno ma di essere semplicemente Valeria una (ormai) donna che ama la vita, il mare, il caffè, sorridere, ballare ma anche il cibo… già il cibo perché oggi dopo un lunghissimo e faticoso percorso su me stessa non è più l’eterno nemico e allo stesso tempo compagno di vita che ha camminato al mio fianco per anni diventando a volte ossessione e immenso malessere!

Ho scritto queste due righe per dare la mia testimonianza e anche se sembra triste dirlo questa è solo una minima parte di una vita passata a provare a convivere con se stessi. Ma adesso finalmente…

E visse per sempre felice contenta.

Valeria Mallardi

PERCHÉ DOBBIAMO PARLARE DI BULLISMO.. LA STORIA DI MICHELE

Ci sono argomenti di cui non vorresti mai e poi mai scrivere, ma durante la mia partecipazione a Storie Italiane su RAI 1 (30 settembre 2019) ho conosciuto due persone meravigliose che portano avanti la loro battaglia contro il bullismo a nome di loro figlio che ora non c’è più.

Mi sono entrati nel cuore subito ed io non posso rimanere indifferente davanti alla storia di Michele Ruffino.

Michele è stato vittima di bullismo per anni finché non ha più retto. Non resisteva più agli insulti.

Michele lo chiamavano ANORESSICO.

A Michele gli dicevano che non DOVEVA MAI NASCERE.

A Michele GLI SPUTAVANO ADDOSSO.

Ma lui non ha mai risposto perché come ogni genitore fa con suo figlio Maria e Aldo gli hanno insegnato la buona educazione. Ma non immaginavano che la buona educazione lo avrebbe portato a non sopportare più il dolore.

Non possiamo dire “Ma è colpa dei genitori che dovevano insegnare a loro figlio a rispondere a questi atti”.

Nessuna madre o padre deve insegnare a suo figlio che all’odio si risponde con altro odio anche perché non era nel DNA di Michele.

Questi ragazzi che lo hanno portato a questo gesto estremo lui gli considerava amici, gli invitava a casa alle grigliate e per quegli attimi Michele esisteva, aveva amici e si sentiva per un momento accettato.

Forse lui pensava che facendo queste cose gli altri avrebbero smesso di prenderlo in giro, ma non andava proprio così.

Dopo la grigliata Michele tornava ad essere il bersaglio preferito di questi ragazzi.

Michele era un ragazzo guerriero che ha conosciuto presto la sofferenza ed ha iniziato presto a combattere per la propria vita per colpa di un vaccino scaduto somministratogli quando lui aveva sei mesi.

Ma lui aveva superato questa battaglia e si era rimesso in piedi anche se ovviamente era rimasto con qualche “segno” di quello aveva passato.

Però Michele comunque era un ragazzo normalissimo, pieno di sogni con una famiglia che lo amava e lo sosteneva sempre.

Michele voleva fare il pasticcere e stava studiando per realizzare questo sogno.

Michele per i suoi 18 anni voleva fare la festa in un castello perché voleva essere un principe per un giorno.

Michele sorrideva sempre, anche se dentro stava soffrendo.

Michele aiutava gli altri, anche quelli che lo prendevano in giro.

Michele era altruista, vedeva il lato buono delle persone… Anche se a Michele hanno mostrato solo il lato oscuro.

Michele era un ragazzo come gli altri, che amava la sua famiglia, che amava viaggiare e che aveva già dimostrato che poteva superare qualsiasi difficoltà perché Michele si era rimesso in piedi.

Michele voleva degli amici perché si sa quando si è adolescenti è sempre bello avere qualcuno con cui parlare, uscire o fare le piccole “cavolate adolescenziali” che abbiamo fatto tutti.

Michele aveva il diritto di sentire l’ansia della notte prima degli esami.

Michele aveva il diritto di preparare la sua tesina.

Michele aveva il diritto di aspettare con ansia i risultati per poi festeggiare con chi gli voleva VERAMENTE bene, perché sono sicura… Michele la maturità l’avrebbe superata senza problemi.

Michele aveva il diritto di godersi la sua estate da maturando e di chi anche questo risultato se l’era portato a casa.

Michele aveva il diritto di crescere, avere la sua pasticceria a Torino e godersi ogni momento della sua vita come tutti i suoi compagni.

Michele aveva il diritto di avere sul passaporto innumeri timbri di entrata di Paesi diversi, ed aveva il diritto di inviare le cartoline o portare dei piccoli ricordi ai suoi genitori e a sua sorella.

Michele aveva il diritto di continuare a sorridere.

Michele poteva arrivare veramente lontano perché ci metteva passione nei suoi sogni.

Ma Michele non c’è più.

Michele non farà nessuna di queste cose di cui NE AVEVA IL DIRITTO.

Michele non ha avuto l’ansia da notte prima degli esami, non è andato a ritirare il suo diploma e non ha festeggiato il traguardo raggiunto con i suoi cari.

Michele non avrà la sua pasticceria, non avrà i timbri sul passaporto e i suoi genitori non appenderanno al frigo con la calamita le cartoline.

Perché Michele non farà più questo?

Perché appunto… Michele non c’è più.

Il 23 Febbraio del 2018 Michele ha deciso che era troppo da sopportare, non reggeva più agli insulti, alle botte, agli sputi.

Michele è saltato da un ponte.

Michele è morto.

Michele ha lasciato un vuoto nella vita di Mamma Maria, di papà Aldo e della sorella Jessica.

Michele ha lasciato un vuoto nel mondo che non lo vedrà mai scrivere la sua storia personale.

E se pensate che di mezzo c’è il fatto che la famiglia non prestava attenzione ai segnali… Bè posso dirvelo con certezza che avete sbagliato.

Michele aveva il supporto psicologico.

Michele aveva una famiglia che parlava con lui e cercava di risolvere i problemi insieme.

Ma Michele si sentiva un peso, non voleva portare altri problemi in casa dato che pensava che ne avevano già a sufficienza anche se ai suoi genitori non importava loro volevano solo aiutare il proprio figlio.

Quel peso che lui si sentiva è stata la sua pietra al collo.

Ma Michele non si è buttato… Michele è stato spinto.

Michele è stato spinto dalle parole e dalle violenze verbali e non che subiva OGNI SINGOLO GIORNO.

“Però i genitori potevano andare a denunciare il fatto a scuola”. Penserete.

Lo hanno fatto, ripetutamente ma la scuola non si è mossa… Non ha fatto niente per fermare quei bulli che hanno distrutto la vita ad un ragazzo che AVEVA IL DIRITTO di godersi ogni singola esperienza della sua esistenza.

Ma di tutta la storia, la parte che mi ha fatto più male è che Michele non ha avuto pace nemmeno il giorno del suo funerale.

Mentre ormai lui non poteva emanare più nemmeno un respiro, mentre i suoi cari piangevano perché avevano perso una delle persone più importanti della loro vita.

Fuori davanti all’epigrafe di Michele c’era uno dei bulli che lo aveva spinto al gesto estremo.

E pensate che era dispiaciuto per quello che era successo o comunque si sentiva in colpa?

La risposta è un grande, immenso e doloroso NO!

Quel ragazzo ancora una volta ha deriso Michele… “In questa foto è venuto bene… Nella realtà era molto più brutto e sgorbio”.

A casa mia questa si chiama insensibilità.

Il ragazzo è stato denunciato.

Il ragazzo è libero.

Chi ha spinto Michele a farla finita si sta godendo la propria vita, sta facendo le proprie esperienze e camminano per strada a testa alta.

Chi ha spinto Michele a farla finita non ha mai chiesto scusa.

Chi ha spinto Michele non si sente in colpa e non abbassa la testa dalla vergogna quando vedono mamma Maria, papà Aldo o la sorella Jessica.

Fanno finta di niente. Fanno finta che Michele non sia mai esistito.

Ma noi sappiamo che Michele è esistito e continua a vivere nel cuore dei suoi genitori ed acquisisce ancora più vita nel cuore di chi conosce la sua storia e l’abbraccia.

Io ho deciso di abbracciare la sua storia e di abbracciare Michele perché io ho vinto la battaglia, io ho vinto il dolore ed ora mi sento ancora più in debito con il mondo.

Perché lui non è qui, non ha voce per parlare e siamo noi la sua voce. Siamo noi che siamo stufi che sempre più giovani decidono di suicidarsi perché l’essere umano non ha più empatia, perché l’essere umano è indifferente al dolore dell’altro.

Mettetevi per tre minuti nei panni di questa famiglia distrutta dal dolore, fate finta che Michele sia vostro figlio.

La sentite quella fitta nel petto, quel nodo in gola e la mancanza di ossigeno?

Se io che non ho figli ho provato una sensazione di totale disperazione e impotenza immagino chi sta leggendo ed è un genitore.

Adesso immaginate portare quel dolore dentro ogni singolo giorno.

Perché è questo che si portano dietro Maria e Aldo e lo leggi dai loro occhi carichi di dolore perché non potranno più abbracciare il loro Michele.

Ed ora parlo ai giovani che stanno passando per questo momento e non vedono la luce alla fine del tunnel.

Cercate sempre aiuto, non sentitevi un peso perché non lo siete.

Si può uscire dal buio che vi circonda, non posso dirvi che sarà un percorso facile perché non lo sarà.

Ma ci riuscirete.

Perché vi posso assicurare che se decidete di porre fine alla vostra vita il dolore non se ne va via con voi e rimane con chi vi ama.

Però un ragazzo o ragazza giovane che si toglie la vita per colpa dei bulli non lo ha deciso da solo/a, sono stati influenzati.

Dentro la loro testa risuonano solo le parole che gli sono state attribuite dalle persone che avevano un solo scopo.  Prendersela con il più debole.

Il bullismo è ancora un tabù, il bullismo è ancora considerato “ragazzate che si fanno”.

NO, IL BULLISMO NON È UNA RAGAZZATA. IL BULLISMO È UNA PIAGA. IL BULLISMO UCCIDE.

Il bullismo si è portato via Michele.

Non permettiamo più che questo brutto mostro si porti via altre vite.

Nella stazione di Roma ho salutato con le lacrime agli occhi Maria e Aldo e ci siamo abbracciati stretti stretti ed ho promesso che sarei andata a Torino per un fine settimana per vederli e conoscere Jessica e per andare a visitare Michele nel suo castello.

Il castello in cui nessuno genitore vorrebbe vedere il proprio figlio.

E sono sicura che ovunque sia Michele lui ci sta guardando dal suo castello. Da quella finestra sulla torre e sorride. Sorride perché non è stato dimenticato, sorride perché la sua famiglia ha incontrato persone che gli donano amore e supporto e che insieme a loro mantengono in vita il suo ricordo.

Ma Michele quando chiude la finestra del suo castello sono sicura che piange.

Piange perché non può abbracciare i suoi genitori, piange perché non potrà realizzare i suoi sogni, piange perché non ha ancora avuto giustizia.

Concludo dicendo che c’è bisogno di più sensibilizzazione, tutte le scuole dovrebbero avere uno psicologo scolastico. Tutti gli insegnati come educatori dovrebbero parlare se sono a conoscenza di questi episodi e tutti i presidi dovrebbero dare punizioni esemplari a questi individui che si divertono a spingere i loro compagni verso l’oscurità come se la vita non fosse già abbastanza dura.

I genitori dei bulli non devono difendere i propri figli dicendo “sono ragazzi”.

Si sono ragazzi ma la violenza psicologica è grave. Quindi se venite a sapere che vostro figlio fa questo ad un’altra persona cercate di parlarne, portatelo da specialisti e seguite di più le dinamiche che portano vostro figlio a fare questo con un’altro essere umano.

Una persona che si toglie la vita per colpa di altre nella mia opinione può essere considerato omicidio.

Omicidio commesso dai troppi silenzi, dall’omertà, dalla paura di denunciare.

Sono piccole mani invisibili che hanno spinto Michele da quel ponte, lui non ha deciso di saltare da solo.

Non dobbiamo rimanere più a guardare, non più per Michele e per tutti quei ragazzi nel mondo che hanno deciso che la morte era il balsamo che poteva alleviare il loro dolore.

Uno spirito libero e avventuriera. Con la passione per la recitazione che sogni ogni notte con il suo discorso agli Oscar.
Follemente innamorata della vita e amante delle sue curve.
“Mai smettere di sognare e combattere per ciò che vuoi, metti i tuoi sogni in tasca e portali sempre con te e questo ti ricorderà che sei ancora vivo”.
Estela Regina Baroni