Categoria: Curvy&Prejudice

Curvy&Prejudice – DCA: Guarire è possibile

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Questo post è dedicato a Cristina Fornasier, una ragazza di 29 anni morta lo scorso Novembre, a causa dei disturbi alimentari. Quando ho letto la notizia sono rimasta molto colpita perché Cristina aveva la mia età e se io non avessi avuto la fortuna e la forza di guarire, la ragazza dell’articolo potrei essere stata io. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi ha seguita, riempita d’amore e che ha fatto di tutto, ma veramente di tutto, per aiutarmi a guarire. Io ho avuto la fortuna di avere degli amici che, nonostante fossero preoccupati per me, non mi hanno fatto mai “pesare” la mia malattia, continuando a mostrarmi la bellezza della vita attraverso i loro sorrisi e il loro cuore. Io ho avuto la forza di utilizzare quello ho studiato all’università per guarire definitivamente. Io sono stata fortunata e ho avuto la forza di mettermi in discussione ma guarire dai dca non è facile: i disturbi alimentari ti attraggono maliziosi in una spirale dalla quale vieni divorato.

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Per questo, oltre alla forza di chi vuole uscirne e all’appoggio delle persone care, servono anche strutture che possano accogliere e aiutare le persone malate. Il giorno 11 dicembre si è svolto a Bologna il primo convegno sull’intervento nel Day-Hospital dell’Ospedale S.Orsola. Il Day Hospital ha un approccio multidisciplinare alla cura dei disturbi del comportamento alimentare e durante la giornata medici e professionisti si sono confrontati sulle terapie e le attività che vengono svolte all’interno del centro ( i colloqui psicologici, l’arte terapia, il laboratorio del legno, la danzaterapia etc). Importanti protagoniste della giornata sono state proprio le pazienti, che con le loro testimonianze ed uno spettacolo teatrale hanno avuto la forza di raccontarsi, anche divertendosi.

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Io stessa sono stata una paziente del Day Hospital ed oggi sono guarita. Il Day Hospital è stato importante nel mio percorso perché lì non ci si è presi solo cura del mio corpo ma anche, e soprattutto, della mia persona. Questo punto è molto importante ma per niente scontato dal momento in cui ancora oggi è diffusa la “credenza” che i DCA riguardino solo la parte biologica della persona quando invece sono problemi che si manifestano attraverso il corpo e le abitudini alimentari. Prendere parte alle attività del DH  mi ha permesso di scoprire qualità e capacità che non pensavo di avere dal momento in cui io credevo di essere solo la mia malattia.

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Questo insegnamento ha fatto sì che ricominciassi a credere in me stessa e che riprendessi gli studi. Oggi sono laureata in antropologia medica e ho usato questa disciplina per guarire definitivamente dalla malattia. Grazie all’appoggio della Fanep sono riuscita anche a trasmettere una piccola parte del mio percorso mostrando alle pazienti una ricerca sulla relatività culturale dei significati relativi al corpo e alle sue molteplici forme. Quello che ho imparato attraverso tutto il mio percorso è che dai DCA si può guarire: nonostante siano malattie pervasive e devastanti, guarire è possibile. Per farlo però è necessario che tutti gli esperti appartenenti alle diverse discipline, le forze politiche e le reti sociali, le famiglie e soprattutto i pazienti siano coinvolti in questo processo; è necessario che ci siano strutture e spazi di supporto ma soprattutto di confronto. Il Day Hospital dell’ospedale S. Orsola di Bologna è un esempio vivente e attivo di ciò di cui sto parlando. Vorrei inoltre ricordare che la Fanep offre un servizio gratuito di cura per i disturbi del comportamento alimentare, sia nella forma del DH, che dell’ambulatorio, che del ricovero e questo, soprattutto al giorno d’oggi non è un elemento da poco. Per questo è necessario sostenere spazi come il Day Hospital, parlare e non aver paura di chiedere aiuto. Guarire da quel grande mostro chiamato DCA è possibile. Unendo le forze si può trasformare quel grande mostro in un piccolo granello di sabbia e  spazzarlo via definitivamente.

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Eating Disorders: healing is possible

This post is dedicated to Cristina Fornasier, a 29 years girl who died last November, because of her eating disorders. When I read the news I was very impressed because Cristina was my age and if I hadn’t had the luck and the power to heal, the girl of the article could have been me. I was lucky enough to have a family that has followed me, filled with love and who did everything, but really everything, to help me heal. I was lucky to have friends who, despite being concerned about me, have never “weigh” my illness, continuing to show me the beauty of life through their smiles and their hearts. I was lucky and I had the strength to put myself into question, I was lucky, but it was not easy: eating disorders malicious attract you into a spiral which devours you. In addition to the strength of those who want to get out and the support of loved ones, structures that can accommodate and help sick people are very important. On December 11th it was held in Bologna the first conference on the intervention in the Day Hospital S. Orsola Hospital. The Day Hospital has a multidisciplinary approach to the care of eating disorders; during the day, doctors and professionals confronted therapies and activities that are carried out within the center (the psychological interviews, art therapy, the wood workshop, the dance therapy etc). Important protagonists of the day were just the patients, who, with their testimonies and a theater had the strength to talk about, even fun. I have been a patient of the Day Hospital and today I am healed. The Day Hospital has been important in my path because they have not only taken care of my body but also, and above all, of my person. This point is very important but not at all obvious from the moment it is still a widespread “belief” that eating disorders affect only the biological part of the person, when in fact these are problems that people manifest through the body and eating habits. Take part in the activities of the DH has allowed me to discover qualities and skills that I didn’t think I had because I thought I was just my disease. Thanks to this I began to believe in myself and I decided to go back to university. Today I have a degree in medical anthropology and I used this discipline to finally heal. With the support of Fanep I transmited a small part of my journey to patients showing a research on cultural relativity of meanings related to the body and its many forms. What I learned throughout my career is that to heal is possible. To do so, however, it is necessary that all the experts in the different fields, the political forces and social networks, families and especially patients be involved in this process; we need care centre, where we can compare each other. The S. Orsola’s Day Hospital is a living example of what I’m talking about. I would also mention that the Fanep provides free care for eating disorders, and this, especially nowadays is important. For this we must support spaces such as the Day Hospital, we must talk and not be afraid to ask for help. Heal from that great monster called DCA is possible. By joining forces we can turn that big monster in a small grain of sand and brush it away permanently.

 

Curvy&Prejudice – “Felicità in pillole”. Riflessioni sul corpo ideale.

Cosa c’è di più naturale del corpo umano? Questa domanda potrebbe sembrare banale e la risposta scontata ma non è così. Nel tempo e nello spazio il corpo umano ha assunto, e assume, forme e significati diversi: l’uomo “costruisce” il proprio corpo in base a quelli che sono i dettami della società di appartenenza. Il modo in cui viene “decorato”, i canoni di bellezza che deve rispecchiare, quanto e come viene allenato, quanto e come deve mangiare, non sono regole stabilite ma variano, al variare delle culture umane. La società, infatti, ha un forte impatto sul modo in cui percepiamo, viviamo e “trattiamo” il nostro corpo. Prendiamo in considerazione ad esempio l’ideale del corpo magro, oggi considerato come un segno di benessere e di bellezza. corpo magro Il sapere scientifico promuove questo tipo di corpo come il giusto corpo, un corpo che, grazie ad una dieta adeguata (e possibilmente con poche kcal), può mantenersi sano ed efficiente; anche i messaggi trasmessi dai mass media divulgano questa ideologia con alcuni “valori” aggiunti: la persona con un corpo magro, infatti, non è solo bella e sana ma anche una persona di successo, capace di prendersi cura di sé, indipendente e con una vita sociale attiva e piacevole. Queste immagini, e i significati che veicolano, vengono interpretati come una legge universale alla quale tutti dobbiamo obbedire ma in realtà non sono assoluti. Ad esempio, in una ricerca molto interessante, l’antropologa Elise Sobo, mette in luce come nella Jamaica rurale i significati legati al corpo e al cibo siano completamente opposti. Il corpo magro infatti non ha un significato positivo ma negativo: la persona magra è una persona che non mangia e non cucina. In un sistema sociale in cui la condivisione e il mutuo aiuto sono di fondamentale importanza, cucinare significa anche condividere e creare legami che, dallo stomaco, arrivano fino all’affiliazione familiare: nutrire i propri figli, i propri familiari, e i propri vicini (che diventeranno o che sono già parenti) è di assoluta importanza per creare o mantenere tali legami. Pumpkin-serving Una persona magra perciò è considerata come una persona avida, che pensa solo a sé stessa, che non condivide e che perciò è sola. Questo esempio mette in luce come il corpo e il cibo non abbiano una valenza universale ma come i suoi significati vadano analizzati tenendo presente il contesto storico-culturale in cui si manifestano. Pensiamo che i nostri ideali siano universali e immutabili perché scientifici quando invece sono squisitamente culturali. Non è mia intenzione demonizzare la scienza, ma credo che, soprattutto nei casi in cui certi ideali diventano causa di depressione e di patologie mortali come i disturbi del comportamento alimentare, questi ideali vadano relativizzati e, soprattutto, credo sia necessario capire perché vengono promossi, da chi, e a quali fini. eating disorders Oggi le industrie dietetiche e della moda guadagnano miliardi sulle nostre ossessioni: proponendo modelli “ideali” (che, appunto, come suggerisce il termine non stanno nella realtà ma nel mondo delle idee) creano continuamente insicurezze che cerchiamo di colmare con prodotti light, pastiglie dimagranti, creme etc. etc. Quello che vogliono è una società di manichini che, mentre ambisce ad indossare i loro vestiti firmati, consumi quantità industriali di questi prodotti, arricchendo così case farmaceutiche e industrie dietetiche. thin body In questo meccanismo la condivisione e i legami sociali vengono meno, lasciando il posto ad un individualismo malato, fatto di persone sole e sofferenti che invece di godersi la vita e passare un pranzo in compagnia si sentono costrette a dover passare la domenica in palestra, nutrendosi di felicità in pillole. thin body

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Is there something more natural than the human body? This may seem a trivial question and an obvious answer but it is not. In time and space, the human body takes different shapes and meanings. The man “builds” his own body on the basis of society’s perception. The way body is “decorated”, the canons of beauty which must reflect, how much and how it is managed, how much and how to eat: those rules are not fixed but change according to the changes of human cultures. Society has a strong impact on the way we perceive and “treat” our body. For example, the ideal “skinny body” is today considered a sign (mark) of beauty and wellness. Scientific knowledge promotes this type of body as the right one, a body that, through proper diet (possibly with a few kcal), can keep healthy and efficient. Also, mass media share many messages with this ideology, adding some extra “value”: the person with a thin body, in fact, not only is beautiful and healthy, but also successful, able to take care of his body, independent and with an active and pleasant social life. These pictures, and the meanings they convey, are interpreted as universal law, but they are not an absolute truth. For example, in a very interesting research, anthropologist Elise Sobo highlights that in rural Jamaica the meanings of food and body are completely opposed. The thin body has a negative meaning: a lean person is someone who doesn’t eat or cook. In a social system in which sharing and helping are fundamental, cooking also means sharing and creating links from the stomach to the family affiliation: feeding children, family and their neighbors (who will become or already are relatives) is important to create or maintain those links. A lean person, therefore, is considered a selfish one who only thinks to himelf, which does not share with others. example hightlight how meanings of body and food are not universal. These meanings should be analyzed considering the historical and cultural context in which they appear. We think our ideals are universal and immutable because they are purely scientific but they are cultural. Demonize science is not my goal, but I think, especially in cases where certain ideals become causes of depression and life-threatening illnesses (such as eating disorders), that these ideals should be relativized. I think it is necessary to understand why are promoted, by whom, and for what purpose. Today, diet and fashion industries earn billions thanks to our obsessions: proposing “ideal” models (which, as the term suggests, are not in reality but in the world of ideas) create insecurities that we continuously try to fill with light products, slimming tablets, creams etc. etc. What they want is a mannequins’ society that while aspires wearing their designer clothes, at the same time devours industrial quantities of these products, enriching pharmaceutical and nutritional industries. In this mechanism sharing and social connections fail, giving way to a sick individualism, made up of lonely and suffering persons that instead of enjoying life and pass a lunch together, feel obliged to spend Sundays at the gym, feeding themselves with happiness in pills.

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Alessia Arcidiacono, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Bologna, si interessa in particolare all’Antropologia medica e al modo in cui nelle diverse culture vengono affrontati i temi della salute, della malattia e del corpo.

Scrive la sua tesi triennale sui Disturbi del Comportamento Alimentare, analizzando la malattia da un punto di vista antropologico. Nel 2015, dopo aver svolto un periodo di ricerca presso il Centro Protesi Inail di Vigorso, scrive la sua tesi magistrale su amputazioni, protesi e riabilitazione.

Attualmente continua la sua attività di ricerca antropologica cercando di ampliare ed approfondire le sue conoscenze sul tema dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

Curvy&Prejudice… un percorso verso nuove “forme” di consapevolezza

Ciao a tutti/e! Mi chiamo Alessia, ho 29 anni e ho sofferto per dodici anni di disturbi del comportamento alimentare, patologia grave e sempre più diffusa; odiavo il mio corpo e lo vedevo sempre troppo grasso, sempre troppo “sbagliato”, anche quando pesavo 40 kg.

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Per tutti gli anni della malattia sono stata seguita da diversi specialisti, ma non in modo continuativo perché, in un certo senso, avevo paura di guarire: quando il percorso di cura cominciava a diventare “più serio” io lo abbandonavo perché avevo paura di mettermi in gioco e di guarire da una malattia che era la mia “coperta di Linus”; sentivo che senza la sicurezza della malattia non avrei avuto nient’altro nella vita. E invece, per fortuna, mi sbagliavo. La svolta principale del mio percorso è avvenuta quando ho cominciato l’università e mi sono iscritta alla facoltà di Antropologia Culturale ed Etnologia. Ho scelto di iscrivermi a questa facoltà senza un motivo preciso, solo perché mi piacevano alcuni esami. Oggi penso di aver fatto una delle scelte migliori della mia vita e la rifarei altre 1000 volte: l’antropologia è diventata la mia passione e anche la chiave per la mia guarigione. Ho scelto infatti di scrivere la mia tesi di laurea triennale sui disturbi del comportamento alimentare e di affrontare la malattia con gli strumenti che avevo acquisito durante il mio percorso di studi.

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Analizzare il corpo e la malattia da un punto di vista antropologico mi ha aiutata a capire che il modo in cui io vedevo e vivevo il mio corpo non era “naturale”; quello che io vedevo era il modo in cui la società voleva che io mi vedessi, era il frutto di una tortura alla quale siamo tutti costantemente sottoposti: nessuno è mai abbastanza.

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Oggi sono un’antropologa e il mio interesse principale è il corpo dell’uomo, in tutte le sue dimensioni e in tutti i suoi colori! Non studio il corpo da un punto di vista biomedico, considerandolo cioè solo come un’entità organica e biologica, ma analizzo come l’uomo usa il suo corpo nelle diverse società e nelle diverse culture, come lo rappresenta, come lo percepisce e soprattutto come lo vive. Nel 1936 l’antropologo francese Marcel Mauss, in uno studio diventato in seguito una pietra miliare dell’antropologia, definì il corpo come “il primo strumento dell’uomo”, e i suoi comportamenti e le sue abitudini fisiche come “tecniche del corpo”. Questo studio aprì le prospettive sociologiche e antropologiche dell’epoca perché significava “liberare” il corpo dal dominio della biologia e della biomedicina. In un momento storico predominato dalla prospettiva evoluzionista, prospettiva che vedeva nel corpo e nelle sue differenze i segni di una differenza di umanità (è utile ricordare che questi postulati porteranno alla formulazione delle leggi razziali e della superiorità della razza), Mauss “liberò” il corpo da queste costrizioni, facendo capire al mondo che, in realtà, il modo in cui usiamo, rappresentiamo, e soprattutto, viviamo il nostro corpo non è “naturale” ma socialmente e culturalmente costruito. Queste parole potranno sembrare inusuali e persino insensate per chi non conosce l’antropologia, ma per me sono state una cura.

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Da oggi inauguro la rubrica “Curvy&Prejudice” e vi accompagnerò nel percorso di studio che mi ha permesso di guarire e amare me stessa così come sono: unica. Ho selezionato alcune tappe importanti in cui analizzerò: la relatività culturale dei significati legati al cibo ed al corpo; la storia dei disturbi del comportamento alimentare; la Curvy Pride e le iniziative che si oppongono all’imposizione dei modelli estetici dominanti; stereotipi e pregiudizi.

Spero che tutto ciò possa essere interessante ed aprire ulteriori discussioni!

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Curvy&Prejudice…a path toward new “forms” of awareness

Hello everyone!  My name is Alessia, I’m 29 and I suffered from eating disorders for 12 years, a serious disease and increasingly widespread. I hated my body and I used to see it too fat, too “wrong”, even when I weighed 40 kg.

curvy che volaFor every year of the disease I was followed by several specialists, but not continuously because, in a sense, I was afraid to heal: when the care began to become “more serious” I gave it up because I was afraid to put myself on a good diet and to heal from a disease that was my “Linus’ blanket”; I felt that without the security of the disease I had nothing else in life. But, luckily, I was wrong. The real turning point of my nursing path came when I started College and I enrolled at the faculty of Cultural Anthropology and Ethnology. I chose to enroll at this school without a precise reason, just because I liked some exams. Today I think I took one of the best choice of my life and I would do it again: anthropology has become my passion and also the key to my healing. I chose to write my undergraduate dissertation on eating disorders and tackle the disease with the tools that I had acquired during my studies.

Analyze the body and illness from an anthropological point of view helped me to understand that the way I saw and lived my body was not “natural”; what I saw was how the society wanted me to look at myself, it was the result of torture to which we are all constantly subjected: nobody is enough to himself.

anatomyToday I am an anthropologist and my main interest is the human body in all its dimensions and in all its colors! I do not study the body from a biomedical perspective, considering it only as an organic and biological entity, but I analyze how human beings use their body in different societies and in different cultures, as they represent it, as they perceive it and especially how they live it. In 1936 the French anthropologist Marcel Mauss, in one study become a milestone of anthropology, he defined the body as “the first instrument of man”, and his behaviour and physical habits as “body techniques”. This study opened the sociological and anthropological perspectives at the time because it meant to “free” the body from the domain of biology and Biomedicine. In an historical moment dominated by the evolutionist perspective, a perspective that see, in the body and in its different signs, the signs of a difference of humanity (it is useful to remember that these principles will lead to the formulation of the racial laws and racial superiority), Mauss “liberated” the body from these constraints, making the world understand that, really, the way we use, we represent, and above all, we live our body is not “natural” but socially and culturally constructed. These words may seem unusual and even nonsense for those unfamiliar with anthropology, but for me they were a cure.

disturbiStarting today I inaugurated the blog “Curvy&Prejudice”. In this blog I will accompany you in the path of study that allowed me to heal and to love myself as I am: unique. I selected some important stages where I will analyze: the cultural relativity of meanings related to food and the body; the history of eating disorders; the Curvy Pride and the initiatives that are opposed to the imposition of the dominant aesthetic models; stereotypes and prejudices.

I hope that you will find my thoughts interesting and open to more discussions!

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Alessia Arcidiacono, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Bologna, si interessa in particolare all’Antropologia medica e al modo in cui nelle diverse culture vengono affrontati i temi della salute, della malattia e del corpo.

Scrive la sua tesi triennale sui Disturbi del Comportamento Alimentare, analizzando la malattia da un punto di vista antropologico. Nel 2015, dopo aver svolto un periodo di ricerca presso il Centro Protesi Inail di Vigorso, scrive la sua tesi magistrale su amputazioni, protesi e riabilitazione.

Attualmente continua la sua attività di ricerca antropologica cercando di ampliare ed approfondire le sue conoscenze sul tema dei Disturbi del Comportamento Alimentare.