SONO UN RAGAZZO CURVY E HANNO CALPESTATO LA MIA DIGNITÀ

Riceviamo questa e-mail da un ragazzo che ci ha conosciuti da poco. Ha aperto il suo cuore, raccontando ciò che prova. Lui si definisce curvy e non si sente affatto a disagio per questo, si sente a disagio a causa dei commenti che riceve. Lui pensa “Io sto bene con me stesso, sono sano, ho solo qualche chilo in più e non avrei nessun problema con lo specchio e la bilancia. I problemi me li creano quelli che mi criticano e mi giudicano“. Questo è ciò che ci scrive:

In quest’ultimo periodo ho avuto modo di riflettere sui vari settori della mia vita e non poteva mancare anche una riflessione sul mio aspetto fisico, cosa inevitabile dato che il corpo è ciò che un essere umano esterna di sé ed è la prima cosa che gli altri vedono di noi.
Sono un ragazzo educato, ho sempre rispettato tutti; lavoro per migliorarmi e piacermi. Quando mi guardo allo specchio mi sento a mio agio anche con qualche chilo in più. La palestra, i muscoli sviluppati e gli allenamenti pesanti non mi interessano. Sono fisicamente sano e sto bene così.
Detto ciò, mi rendo conto che c’è chi denigra questo tipo di scelta ed è questo che a me non va.
Io posso scegliere di accettarmi così come sono, nell’anima però soffro se mi sento criticato o qualcuno mi fa notare i miei difetti.

Il momento in cui mi sono sentito peggio è stato quando sono andato a comprare un paio di jeans. Ho chiesto al commesso di consigliarmi un modello che mi stesse bene e sapete che cosa mi ha risposto? “Eh… si vede che ti piace mangiare, hai la pancia!” Non posso spiegare quanto ci sono rimasto male, avevo chiesto solo un paio di pantaloni. Mi sono sentito inguardabile e, a peggiorare il mio imbarazzo, mi sono accorto che le persone che in quel momento erano in negozio si erano girate a fissarmi.

Dopo quella disavventura ho pianto tantissimo! Non ho mai voluto ricevere commenti negativi a causa della mia pancetta. Prima non ci facevo caso ma poi mi sono guardato allo specchio e mi sono visto con gli occhi di chi mi criticava: grosso e malato! Da allora ogni mio pensiero è inquinato da queste critiche. Sono entrato in questo stato mentale e non riesco a uscirne. Ancora oggi, ogni volta che devo comprarmi qualcosa, cerco di fare da solo, ho imparato quali sono le mie taglie e mi arrangio, perché di chiedere ai commessi ho paura.

Un giorno, lo ricordo come fosse ieri, stavo guardando Detto Fatto e l’ospite Elisa D’Ospina ha parlato di Body Positivity. Questo discorso mi ha incuriosito e ho cominciato a cercare su Internet: aprivo pagine su pagine, mi sono confrontato con delle ragazze (ragazzi invece ne ho trovati pochi) che mi hanno detto di accettarmi come sono e iniziare a volermi bene, che qualche chilo in più non significa essere malati!

A distanza di un po’ di tempo, posso dire che con alcune di queste ragazze siamo diventati anche amici e questo mi ha riempito di gioia, tanto che sto iniziando a piacermi di nuovo anche se ho la pancia, perché i chili non mi definiranno mai come persona.

Per questo amici miei, voglio trasmettere un appello importante, un appello di libertà dell’individuo, chiedendo a tutti di non calpestare il diritto degli altri di essere felici. Cerchiamo di essere gentili e aiutiamoci ad accettarci tutti per ciò che siamo: persone.

Per me è stato molto difficile scrivere questa storia, però credo che esprimere le mie idee possa davvero aiutarmi. Ringrazio due persone in particolare per avermi sostenuto: Francesca Angelo e Fabiana Sacco che mi hanno motivato a non mollare.

E poi soprattutto ringrazio CURVY PRIDE – APS per avermi dato voce attraverso il blog e per esserci. Io sono timido e insicuro, ma l’accoglienza che mi hanno riservato mi scalda il cuore. Grazie.

Ringraziamo le socie e i soci che si prendono cura del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

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VOCE DEL VERBO DIS-FUNZIONALE

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Josephine

Ho conosciuto Josephine all’università, mi sembrava la classica “sbrilluccichina” come dicono a Napoli, tutta paillettes e maniche a sbuffo. Io, invece, sono un tipo sobrio e unicolor, al massimo mi concedo qualche camicia hawaiana per la stagione primavera – estate.

Josephine è una ragazza dolce. Le piace ballare, è un angelo con le punte al posto delle ali. Ha iniziato dalla classica, per provare tutti gli stili di ballo possibili e immaginabili. Mi parlava di balli che non avevo mai sentito nominare e che lei ha provato. Fin da piccola sognava di fare la ballerina e di aprire una scuola di ballo sua. La danza classica fa crescere con il rigore, regole ferree, non solo di movimenti, ma anche di vita. Lo definirei una sorta di esercito con musica di sottofondo. Quella danza iniziata da piccolina le ha dato la struttura e la forza di affrontare ogni situazione. Ed è stata anche la sua salvezza.

Lei ha sempre definito così gli anni dai 7 ai 23, “Senza la danza non so dove sarei finita“. Josephine è una ragazza spigliata ma molto timida su se stessa. Ha dovuto iniziare a fidarsi un po’ alla volta di me per raccontarmi tutto. Lei è italo messicana, ha vissuto a Cancún con la sua famiglia: mamma, papà, fratello e nonna fino ai 15 anni, poi si sono trasferiti in Italia. Un’amicizia iniziata così, senza tante cose in comune, con la naturalezza di mangiare un panino.

E proprio mentre mangiavamo un panino un pomeriggio mi confida: “La mia vita non è sempre stata facile, adesso trovo felicità nelle semplici cose come questo pranzo insieme“. Io abbasso gli occhi e attendo che continui a raccontare. “Avevo 6 anni quando mio nonno abusò di me per la prima volta, non riuscivo a capire cosa fosse, a quell’età vuoi solo giocare e ogni minuto libero serve a quello, lui con scuse assurde mi faceva andare nella sua stanza e…“. La sua voce si blocca, io non dico nulla e le accarezzo la mano credendo che non sarebbe andata avanti. Invece continua.

Andò avanti così per un anno. Mi diceva di stare zitta, di non dire nulla perché nessuno mi avrebbe creduta, mi avrebbero dato della pazza. Una volta lo fece con me e mia cugina davanti a mio fratello, non l’avesse mai fatto. Dicono che noi reiteriamo gli atteggiamenti che vediamo/sentiamo in famiglia e diventano il nostro pensiero/bagaglio culturale/modo di agire.”

Josephine continua a raccontare come se le si fosse aperta una voragine, mentre a me la voragine della fame si è chiusa, tanto che sentendo questi episodi mi cade il panino per terra, lo raccolgo e lo butto continuando a prestarle tutta la mia attenzione.

Gli abusi sui minori distruggono la loro innocenza creando traumi e ferite profonde.

Dopo un anno da quella ‘prima volta’ che non riesco proprio a scordare, il nonno muore. Chiamalo destino, Karma o come ti pare, ma ripaga di tutte le angherie subite.” Io continuo a guardarla senza proferire parola, non so cosa fare, tutto può essere scontato e banale in quel momento, voglio solo che si senta accolta e non giudicata.

Il problema è che mio fratello aveva assorbito gli atteggiamenti di mio nonno e un giorno, mentre mi stavo vestendo in camera, vedo attraverso lo specchio che mi stava spiando. Entra in camera e zac! Mi prende e mi sbatte a terra. In quel momento io non ho più scampo. Mauritius era più grande di me di cinque anni e aveva la forza di un leone, io all’epoca ne avevo otto e lui tredici” Io sono sempre più attonita, sarò sicuramente sbiancata e mi sento sudata. Provo un mix di emozioni: rabbia, schifo, il non voler sapere più nulla e il volere ascoltare tutto.

“Da quella prima volta prima con mio nonno e poi con Mauritus sono passati 16 anni, 16 anni in cui lui non ha mai smesso di darmi il tormento, non riuscivo più ad avere una vita da ragazzina della mia età, non riuscivo e non volevo stare da sola con lui nella stessa stanza perché sapevo che non avrei avuto scampo. L’unica mia forza era la danza, una bolla di felicità dentro la quale mi richiudevo, mi ovattavo completamente. Lì ero io, ero totalmente io con la mia età, le mie amichette, le mie passioni, la mia musica. Quello che mi fa male è che i nostri genitori hanno sempre fatto finta di non vedere, non capire, perché sarebbe stata una vergogna che tutto ciò fosse stato reso noto. L’unica cosa che ho potuto fare è stata aspettare di crescere. Sono venuta in Italia e e ho iniziato un percorso psicologico. Sapevo che c’era qualcosa che non andava in me, avevo parti della mia vita che il mio cervello stava continuando a cancellare per proteggermi. La mia psicologa, Lavinia, mi consigliò di andare via di casa, di abbandonare la mia famiglia, io da quel momento ero orfana e così feci”.

Sono sconvolta per quello che le è successo, ma grata che Josephine abbia aperto a me il suo cuore, confidandosi con me. Quello che mi ha raccontato mi ha fatta pensare tanto. Forse è vero che ogni situazione, anche quella più traumatica. orrenda e che può sembrare senza soluzione, può essere modificata. Josephine ha girato le spalle al suo carnefice e al suo passato ed ora non è nemmeno più vittima, è una ragazza libera di essere se stessa e ballare sulle note della vita, che ora le sorride.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
Laureata in comunicazione pubblicitaria, ha nel cassetto un libro che vorrebbe pubblicare.
Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
Si definisce “Reporter di vite”, ed è proprio quello che fa attraverso il nostro Curvy Pride Blog.

I LOOP DI AGATA – QUANTO È FACILE LASCIARSI AMARE?

Questo è il diario di Agata. Chi è Agata? Sono io, sei tu. È la tua migliore amica, tua sorella, la vicina di casa che canta mentre stende i panni. È la donna romantica che piange guardando un film, la guerriera che si sveglia presto per andare al lavoro e che si destreggia tra figli, famiglia e doveri. Agata convive con i suoi loop, invadentissime paranoie tutte femminili che la mettono spesso in difficoltà di fronte alle cose della vita. Adesso ha deciso di tenerne un Diario. Un bel Diario in cui scrivere tutto quello che le passa per la mente. Per scoprire se riesce a conoscersi un po’ di più, per condividere i suoi pensieri. Per se stessa, per te.

Caro Diario,

rieccomi con uno dei miei super loop, come avrai capito sono un tipo piuttosto cervellotico e come in tutte le situazioni cerco risposte e motivazioni per qualsiasi cosa. Ma in amore si sa che è tutto più difficile perché le emozioni non si possono controllare e decidere a tavolino come, quando, dove e perché innamorarsi. Credo che nel mio caso tutto sia collegato. Ho una visione distorta dell’amore. Se la persona più importante della vostra vita sceglie di scomparire senza lasciare più nessuna traccia di sé come potrete mai legarvi a qualcuno senza vivere nel terrore che una mattina aprendo gli occhi capiste che non c’è più. Mia madre forse era troppo giovane, io non la giudico, per quanto ne so è stata la decisione più difficile della sua vita, ma che fatica ragazzi, una cosa successa ormai quasi 40 anni fa condiziona ancora così tanto la mia esistenza. Ma forse tutto parte proprio da lì. Qualsiasi tipo di amore diventa un affare di stato. Domande come: Perché gli piaccio? Cosa gli piace? Perché avrà detto quella cosa? Maschi o femmine che siano entro vorticosamente in un turbine di angosce e timori, come se una catastrofe dovesse abbattersi su di me da un momento all’altro. PERCHÉ SECONDO LA MIA MALSANA TEORIA NON POSSO ESSERE SEMPLICEMENTE AMATA.

Quanto è facile lasciarsi amare?

Le persone si avvicinano sempre a me, che sia per parlare, per flirtare o per curiosità, ma alla fine se ne vanno sempre; questa è una bugia ovviamente, che io mi racconto per non ammettere che sono io a cacciare tutti perché temo che potrei soffrire ancora come un cane. Ma la cosa peggiora quando non riesco a riconoscere l’amore vero. Mi passa accanto ma io sono talmente presa dagli scheletri nel mio armadio da non avere idea di quello che mi accade attorno.

Mi sono sposata due volte e ho saputo riconoscere la falsità del sentimento del primo matrimonio. Ero assolutamente sicura che l’amore non fosse così. Si vergognava di me. Avevo 18 anni e ad una festa ballavo con lui e lui mi girava verso i suoi amici per far vedere il mio sedere anatomicamente alto e in fuori. Credevo che mi volesse bene perché mi aveva chiesto di lasciare tutto per trasferirmi da lui. Forse avrei dovuto seguire i consigli di chi mi voleva bene e di lui non si fidava, ma erano i consigli di qualcuno che mi diceva che nessuno mai si sarebbe innamorato di me se non per soldi o una malattia mentale e mi sembrava così assurda come cosa che non ho voluto crederlo. Ho seguito il mio istinto e mi sono ritrovata sola e piena di ansie in una città sconosciuta. Ho iniziato a lievitare come un tortino al cioccolato E HO SMESSO DI PRENDERMI CURA DI ME STESSA. Ricordo molto bene che un giorno stavamo passeggiando e uno mi ha chiamata “Elefante”, lui ha accelerato e mi ha detto che era ovvio andando in giro conciata così. In quel momento il mio cuore si è spezzato e ho percepito un vuoto intorno a me ai limiti della sopportazione. Ancora una volta la persona più importante (in quel momento) mi abbandona. Non fisicamente ma bensì la mia anima. Mi fidavo e lui mi aveva lasciata sola facendomi sentire sbagliata. Ancora me le ricordo queste cose, significa che mi hanno segnata a tal punti da impedirmi, poi di lottare per me stessa e di sentirmi bene.

La solitudine e la paura mi hanno paralizzata al punto da non occuparmi più di me.

Il secondo matrimonio, 10 anni dopo, mi ha vista sperimentarmi con qualcuno di completamente diverso. Qualcuno che mi ha percepita come una manna dal cielo, un porto sicuro con il quale costruire qualcosa di meraviglioso. Mi guarda ancora oggi con gli occhi dell’amore più puro e, anche se è uno scontro fra titani per via dei nostri caratteri, vedo quegli occhi a cuore che avevo tanto sognato. Quando mi faccio la doccia viene ad asciugarmi la schiena, sempre e anche se vorrei scomparire ogni volta che succede, sento e so che lo fa per il piacere di farlo, per una coccola e non per mortificarmi o mettere in evidenza il fatto che non riesco ad asiugarmi bene e dappertutto, quanto è confortante tutto questo. Ma non serve a niente. Auto sabotarmi orami è un mestiere che svolgo ad alti livelli. La sua vita è concentrata sul rendermi felice, sul trovare 1000 modi per vedermi sorridere, ma a me non basta, io non lo so apprezzare. Non so vedere dove realmente c’è amore puro senza interessi, scopi o sotterfugi. Il mio carattere e il mio bagaglio di vita mi impediscono di vedere dove io posso essere al sicuro. Cerco abbracci che non voglio, baci che non mi servono e un amore che non sarà mai all’altezza. Posso essere tanto complicata? Mi sento così stupida.

La verità è che non sono stata aiutata per niente. SONO NATA DA QUALCUNO CHE NON POTEVA AMARMI E SONO CRESCIUTA CON QUALCUNO CHE NON VOLEVA AMARMI, anche se non lo sapeva. Ed io giustifico tutti non considerando che questo bagaglio di incertezze devo e posso trascinarlo da sola.

Quando siamo bambini sentiamo l’amore e quando non lo sentiamo diventa un peso, un macigno che ci schiaccia per tutta la vita.

” Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che tu leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio! Voglio che tu abbia una felicità delirante. O almeno non respingerla. Lo so che ti sembra smielato ma l’amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi.” Cit. Film “Vi presento Joe Black”

L’amore di cui parlo è tanto, confuso e di tutti i tipi. Forse l’unico tipo di amore definito è quello per i miei figli. Ma anche qui sono gelosa e possessiva, terrorizzata che tutto possa finire da un momento all’altro. Non riesco a vederlo come un percorso di vita ma solo come una vendetta da parte di un qualcuno cha ha deciso che io dovrò respirare infelicità. Quando so benissimo che l’infelicità sta altrove.

Che ne dici caro Diario, riuscirò a trovare il giusto equilibrio?

Agata

Ringraziamo tutti coloro che dedicano il proprio tempo alla gestione e alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato.

VOCE DEL VERBO DIS – FUNZIONALE

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Sonia e Cristina

“C’era una volta…” di solito le storie che hanno un lieto fine cominciano in questo modo. Peccato che non sempre finisca così, soprattutto nella realtà; o magari finisce bene ma attraversando momenti difficili. Di solito le personalità fragili si dividono in due categorie: quelle che con la loro fragilità si ergono a carnefici, cercando di emergere facendosi forti sugli altri, e quelle che per non essere escluse risultano vittime, fingendo di essere felici a essere bullizzate poiché vedono in quel momento un “avvicinamento” al branco.

Cristina era una ragazzina timida, molto timida, con una personalità fragile, come tutti; ognuno di noi ha delle fragilità più o meno palesate. Faceva la terza liceo quando la conobbi, aveva fatto il biennio in un’altra scuola e ad ottobre inoltrato si era unita alla mia classe. Non so se fu questo suo arrivare a percorso di studi già avviato che la mise automaticamente nell’occhio del ciclone di Sonia, oppure la sua personalità introversa.

Sonia era la classica bulla, una bulla bellissima, di status sociale alto. Negli anni ragionai sul fatto che probabilmente non aveva una famiglia felice alle spalle, perché sempre nella famiglia vanno ritrovati gli atteggiamenti disfunzionali che un adolescente apprende. Magari era troppo vista o magari lo era troppo poco, con la conseguente tendenza di farsi notare maltrattando chi era più debole o non riusciva a tirare fuori il carattere. D’altronde, davanti a tanti altri ragazzini che fanno branco prendendo come esempio il carattere forte dell’Alfa, a quell’età non è per niente facile farsi vedere forti.

Sonia maltrattava Cristina in maniera tremendamente cattiva. Davvero troppo cattiva per una ragazza di 15 anni. Non c’era occasione in cui non volassero dalla sua bocca commenti poco carini tipo: “Ecco la sfigata! Ma l’avete vista? Con quei capelli slavati e quei pantaloni bruttissimi! Io non la voglio in squadra con noi, sicuramente ci fa perdere”.

Immagine liberamente presa da Google

In tre anni di liceo non ricordo di aver mai visto Cristina sorridere. Era sempre sola, sedeva tra i primi banchi ai lati dell’aula perché erano gli unici che le lasciavano. Sonia le rubava le merendine o faceva in modo di farlo fare ad altre compagne del branco che pur di avere la sua approvazione facevano tutto quello che lei diceva.

Un giorno, a lezione di inglese, il disastro.

Sonia stava masticando una gomma ed era seduta proprio nel banco dietro a Cristina. In un momento in cui l’insegnante stava scrivendo i tempi verbali alla lavagna, le lanciò tra i capelli la gomma masticata. Cristina se ne accorse solo all’intervallo. I suoi occhi sono tuttora scolpiti nella mia mente: avevano un’espressione triste, lo sguardo abbassato pieno di vergona, come se fosse colpa sua, come se meritasse quella gomma masticata, come se meritasse quelle offese, meritasse di essere lasciata sola.

Ho sempre cercato di andare contro a queste dinamiche. Non volevo essere testimone silenziosa di queste situazioni. Non volevo lasciare Cristina da sola, ma ero una ragazzina anch’io, non avevo il carattere che ho oggi. Sapevo benissimo che se mi fossi avvicinata a Cristina, Sonia avrebbe emarginato anche me. Volevo cercare di rimanere in bilico tra due situazioni, come un funambulo su una corda, volevo mantenere in equilibrio due mondi che non avrebbero mai potuto convivere. Nel momento in cui mi avvicinai a Cristina mi resi conto che i miei timori erano fondati perché fui immediatamente esclusa da Sonia e dal BRANCO.

Due mondi così diversi non potevano coesistere. Ne presi coscienza e capii che nella mia vita non volevo avere a che fare con personaggi come Sonia, che era per me qualcosa di non funzionale che mi avrebbe fatto soltanto del male.

A quel tempo ero un soggetto sensibile. Le persone sensibili spesso sono anche plasmabili e manipolabili. Anche se sono diventata adulta, a tratti lo sono ancora. Quando non riesco a tollerare una situazione accumulo rabbia. Per certi versi è un problema, perché devo trovare il modo per scaricarla, ma per altri è la mia salvezza, perché mi spinge a prendere posizione e ad agire. Infatti fu proprio quella rabbia che mi salvò dal diventare una persona di cui mi sarei sempre pentita. Quella presa di posizione fu la scelta migliore: Cristina diventò la mia migliore amica. Grazie a lei e alla sua sua amicizia sviluppai la mia vera natura di protezione verso me stessa.

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Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
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SII TRISTE, MA SOPRATTUTTO SII FELICE. IL MIO PERCORSO VERSO LA FELICITÀ

La nostra amica Elisa ci racconta come ha fatto a sconfiggere la tristezza

Ciao, sono Elisa. Vivo a Roma e ho 27 anni. Ti racconto cosa succede dentro di me nei momenti difficili. Benvenuta/o nel mio mondo. Penso che un’emozione è l’assenza del suo opposto. La felicità è l’assenza della tristezza e viceversa. Ecco, partirei proprio da qui, dalle mie interpretazioni di tristezza e di felicità.

Piacere, io sono la Tristezza.

Immagina che la mia tristezza sia una me-bambina che si accuccia in uno spazio buio. Il pavimento è fatto di acqua che proviene dalle lacrime che sono come spine, che scavano sulle guance senza far fuoriuscire nulla. Eh si, perché il dolore, per quanto piangi, sembra non uscire mai. Quella bambina urla senza dire una parola. È un grido silenzioso che fa un rumore straziante. Ci sarebbe da inserire un girone simile nell’inferno dantesco. Quella bambina la sento nel mio cuore. La potenza di quel torrente impetuoso di dolore mi inonda il petto. Molte volte vorrei strapparmi la pelle e far uscire quel dolore.

Forse anche tu hai dentro quella bambina. Non sempre si fa sentire, ma quando arriva hai la sensazione di cadere giù, sprofondando in uno spazio indefinito. Credo che almeno una volta nella vita anche tu ti sia sentita andare giù. Perché la vita è fatta di alti e bassi, di ostacoli che bisogna superare. Per non parlare poi di quando l’ostacolo sei tu. Ti assicuro che quello è la montagna più difficile da scalare. Più che una montagna è come una torre di carte sempre in bilico ma che purtroppo non crolla mai. Immagina di essere tu quella torre, senza stabilità, in bilico tra l’istinto e la ragione. In bilico tra te stesso e te stesso. Insomma, è tutto un gran casino.

Ora ti racconto cosa ho fatto quando mi sono trovata davanti la mia torre.

Sto ferma a fissare l’ostacolo dal basso verso l’alto. Mamma mia, non ce la farò mai! Sembra che la torre vacilli sempre di più e io, che ormai ho toccato il fondo, sto affogando nelle mie stesse lacrime. Una vacanza al mare fa piacere a tutti, ma non quando le onde ti trafiggono ovunque. Una vocina dentro di me -la mia ragione- mi dice che non è l’unica scelta.  È pur vero che partendo dal basso non posso affondare ancora di più. Non ho nulla da perdere. Non ti nego che ho un po’ paura. Magari andrà bene. Magari andrà male. Ma che mi frega. Se va male ritorno al punto di partenza e non sarò sicuramente più triste di quanto lo sia già.

“Punta verso l’alto”

Così ci provo. Un piccolo movimento. Una gamba su e mi spingo verso l’alto. Ho finalmente un obiettivo: salire! E la soddisfazione di riuscire a fare quel passo mi ha fatto dimenticare per un attimo la tristezza. Guardo in alto…oh mamma quanta strada! Guardo in basso…beh almeno non tocco più il fondo e un pezzo di strada già l’ho fatta! Nella scalata ogni tanto incontro dei palloncini che volano e mi si avvicinano. Li osservo. Sono le persone che amo, sono i miei traguardi…sono la mia forza. Wow, non sono sola. Li tocco. Sono strani, come se avessero una forza gravitazionale ma al contrario, che li porta verso su. Beh, sono salva! Se mi sentirò stanca o penserò di non farcela posso aggrapparmi a questi palloncini. Arrivo in cima con una nuova versione di me.

Piacere, sono Gioia!

Ti vorrei dire una cosa. Non avere paura di essere triste perché solo così capirai quanto il valore di essere felice. Solo scoprendo la tristezza potrai gustarti la felicità. E credimi, la felicità esiste. È dentro di te! Trovala e rendila sempre presente.

Finalmente la felicità!

Grazie a tutte le persone che dedicano il loro tempo alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato.

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