CHIAMATELA ANORESSIA, IO LA CHIAMO TRAMPOLINO DI VITA

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Elisa Picconi, educatrice e laureanda ventiseienne di Roma. Dopo aver assistito a una presentazione del nostro ultimo libro MI RACCONTO PER TE, Elisa ha trovato l’ispirazione per scrivere e inviarci la sua toccante storia di vita. Storia che è stata scelta per essere pubblicata nella rubrica di Curvy Pride sulla nuova rivista online di RADIO RID96.8, dal titolo DONNE DI OGGI BUSINESS & LIFE.

La rubrica di Curvy Pride, DIAMO VOCE AL CUORE, proporrà ad ogni uscita articoli, racconti, interviste legati agli argomenti sociali e inclusivi che sono il nostro messaggio e la nostra missione. Ringraziamo quindi RADIO RID96.8 e in particolare Michelle Marie Castiello per aver voluto fortemente la nostra partecipazione al progetto. Grazie anche alla nostra nuova amica Elisa che ha avuto la grande sorpresa di essere pubblicata non solo qui sul blog, ma ancor prima, come racconto inedito, su DONNE DI OGGI. Ecco il racconto completo.

“Mi chiamo Elisa. Vivo a Roma e alla mia nascita pesavo 2.4 chili: pesavo poco ancora prima di conoscere il mondo.

Elisa Picconi, di Roma, è educatrice e sta per prendere una seconda laurea in Scienze della Formazione Primaria.

Quante volte avete vissuto nella vostra vita? Forse molti penseranno: “Ma che domanda è?” Io sinceramente non le ho contate, ma sono state molte.

La sveglia suonava, mi alzavo, mi vestivo, bevevo solo un caffè per colazione e uscivo di casa per frequentare l’ultimo anno del liceo. La giornata a scuola procedeva come sempre: spiegazione noiosa, ricreazione noiosa, uscita noiosa. Ritornavo a casa e pranzavo al volo per sbrigarmi a fare i compiti. Era talmente tanta la fretta che per pranzo mi bastava anche solo una mela. Dopo i compiti mi rifugiavo nel mio mondo. Era un mondo stupendo, ascoltavo musica -per lo più deprimente- sul mio letto e guardavo il soffitto. Beh, in realtà non guardavo letteralmente il soffitto ma tutti i miei pensieri che proiettavo lì in alto.

Oggettivamente non era un mondo così tanto stupendo, ma lo era per me, perché potevo finalmente essere me stessa, senza nessuno che si intromettesse con domande o argomenti di vario genere. Per cena un boccone -o forse bocconcino come lo avrebbero definito i miei- e poi di nuovo in camera. La sera era la parte che preferivo perché chiudevo gli occhi e i pensieri si fermavano. La mia vita in quel momento si bloccava. Sembrava come se finisse e la mia mente cancellava tutto quello che avevo visto o vissuto. Forse vissuto non è nemmeno il termine appropriato, dal momento che vivere è tutt’altra cosa. Insomma, passava la notte e poi ero di nuovo sveglia. Mi alzavo e facevo tutto quello che avevo fatto il giorno precedente ma in un modo totalmente nuovo. Era come se la strada che percorrevo sempre l’avessero costruita durante la notte: avevo la sensazione che fosse la prima volta che posavo i piedi su quell’asfalto. Così come anche tutti gli edifici, le piante, gli alberi, tutto!

Ed ecco qui che vivevo la mia seconda vita. Anche se in realtà non si poteva definire vivere. Era tutto noioso, piatto, inanimato, semplicemente perché i miei occhi erano inanimati e non avevo nessun tipo di entusiasmo nel fare le cose. Quindi anche il mio cuore era inanimato. Ero praticamente una persona cieca con un cuore di latta. Mi sentivo strana in questo mondo, come se non mi appartenesse. O forse ero io che non appartenevo a lui. Beh, qualcuno era sbagliato e visto che non mi sentivo accettata da nessuno, nemmeno dalle emozioni, pensai che fossi io il problema.

Così decisi di far scomparire tutto il mondo dalla mia vita. Allontanai gli amici e persino la felicità, l’amore, la soddisfazione. Soprattutto decisi di scomparire io. Scomparire, nel vero senso della parola. I miei pasti già non erano molto abbondanti, ero particolarmente nervosa e mi passava l’appetito, così non mi era difficile scomparire. Riempivo il mio stomaco di rabbia e nervosismo e più mi guardavo allo specchio più ero convinta che qualcosa in me fosse sbagliato. Non riconoscevo più il mio volto riflesso. Salivo sulla bilancia e ogni settimana vedevo il numero che si abbassava di mezzo chilo. Era diventata una sfida contro me stessa. Più dimagrivo più scomparivo.

Vivevo l’ossessione del peso e la soddisfazione dei chili che scomparivano per far scomparire il mio corpo.

Poi le persone cominciarono a notarmi, ma per la mia magrezza. Da una parte ero soddisfatta perché volevo diventare invisibile (fisicamente) ma d’altra parte non volevo essere invisibile (emotivamente). Avrei voluto che qualcuno guardasse il mio stomaco pieno di tante piccole mine esplosive, ma soprattutto volevo che qualcuno notasse il mio cuore di latta e lo cambiasse con un cuore vero. Il problema più grande è che avevo talmente tanto casino in testa, troppi pensieri, che non sapevo da dove cominciare a sistemate le cose dentro di me. Così scelsi la strada più semplice: rimanere in silenzio aspettando che qualcuno mi capisse. Semplice no? Anche perché non ero in grado di spiegare tutto quello che avevo dentro e speravo che qualcuno comprendesse quel mucchio di emozioni dolorose e taglienti come lame. Non fu però così tanto semplice come speravo. Le mie mille vite noiose passavano, giorno dopo giorno, e io mi guardavo sempre di più allo specchio notando il veloce cambiamento che avveniva nel mio fisico. Era incredibile che un corpicino così piccolo dentro contenesse una bomba a orologeria.

Ogni volta che mi mettevo a tavola mi guardavano tutti in modo strano e osservavano quante forchettate mettevo in bocca, per non parlare della quantità di cibo in ogni forchettata. Nei volti dei miei genitori sembrava esserci stampato “Beh? Solo quello?” Così per evitare gli sguardi costanti decisi di mangiare lontano dalla famiglia, in tempi diversi: il mio pranzo era alle 12 mentre la mia cena alle 19. Sempre e solo insalata o frutta. Poi ero anche controllata da medici, il che non migliorava molto le cose: ero costretta a rispettare una dieta che non mi piaceva proprio ma non per la qualità del cibo piuttosto per la quantità. Io volevo solo scomparire e lo volevo fare da sola. Non capivo perché gli altri me lo impedivano. Avrei solo fatto un favore al mondo intero visto che non mi accettava. Una volta, prima di andarmi a pesare dal medico, bevvi non so quanta acqua per pesare qualche etto in più, anche se diventai un acquario vivente. Avevo barato, però riuscii ad arrivare al mio scopo. Il grande Macchiavelli diceva “Il fine giustifica i mezzi!” e se dobbiamo imparare dalla storia io sono una brava allieva.

Davanti ai miei occhi non erano fette biscottate con la marmellata, ma tante calorie che mi facevano diventare grassa.

Tutto cambiò il 18 luglio del 2015 quando ero a pranzo in famiglia per festeggiare il mio compleanno e come sempre mettevo il limone ovunque. Avevo questa fissa del limone perché ero convinta che mi aiutasse a digerire quelle poche cose che ingerivo. Lo feci anche quel giorno, mettendolo sulle patate lesse. Fu allora che mio padre batté un pugno sul tavolo e cominciò a gridarmi contro. In pochi minuti aveva descritto tutte le mie mille vite malnutrite. Ma non fu questo che mi sconvolse. Fu il suo tono di voce e soprattutto il suo sguardo.

Era arrabbiato ma nella sua voce si sentiva qualcosa di rotto, qualche parola che non riusciva a buttarmi addosso perché aveva un magone in gola. Poi lo guardai e i suoi occhi non erano così tanto arrabbiati ma tristi e molto preoccupati. Vedevo quella luce di tristezza che non avevo mai visto in mio padre. Una luce che rese i suoi occhi bagnati, anche se il fiume delle sue emozioni non straripò. Così oltre al magone in gola, vidi tutto il peso nel suo cuore in un ammasso di paura, nervosismo, tristezza…tutto quello che avevo io dentro lo vedevo nel suo cuore. Io lo avevo a causa del mio posto sbagliato nel mondo e lui lo aveva per causa mia. Eravamo più simili di quello che avessi pensato. Non potevo sopportare che il dolore che non tolleravo più dentro di me lo avevo creato anche alle persone che più amavo. Lo avevo creato io! Ero così delusa da me stessa che mi alzai e me ne andai in camera. Dopo qualche minuto sola e rinchiusa nelle mie quattro mura, arrivarono a turno mio nonno, mia nonna e mia madre. Vidi in loro lo stesso dolore straziante che vidi in mio padre.

Pensavo di aver già toccato il fondo, ma quello fu un teletrasporto negli abissi dell’oceano. Non so come, ma tutto mi fu più chiaro. Mi accorsi del mondo intorno a me, lo sentivo. Percepivo intorno a me un campo arido e ghiacciato del nord Europa, con quel silenzio inquietante e il fruscio del vento che ti terrorizza. Quello scenario lo potevo cambiare solo io e lo volevo fare da subito. Scegliere la strada più semplice dell’invisibilità aveva solo peggiorato le cose. Se volevo una vita, UNA SOLA vita e viverla con un cuore vero, dovevo cambiare me stessa, dovevo io mettere ordine dentro di me senza avere fretta di sistemare tutto e subito.

Cominciai a sistemare un po’ di pensieri con l’aiuto delle persone che amavo. Dopo aver messo ordine dentro di me dovevo solo fare un altro piccolo passo: dare voce a quei pensieri. Solo così me ne sarei liberata del tutto. Così parlai con una psicologa e iniziai a vivere, senza limiti, ogni istante facendolo diventare la mia filosofia di vita: vivere l’infinito nel finito.

E poi riuscii a vedere finalmente le piante, gli alberi e la strada che percorrevo ogni giorno. Avete presente quel cerchio cinese bianco e nero? Lo Yin e lo Yang? Bene. Se sono ciò che sono è perché mi ero persa in quella parte nera. Ero talmente smarrita che il mio unico appiglio era quella piccola pallina bianca, quell’energia positiva che mi ha cullato. Ho visto la parte peggiore, ora apprezzo e voglio vivere solo la parte migliore”.

Credere nell’infinito del finito che caratterizza ogni istante. Vivere veramente la vita.

Ringraziamo tutte le persone che dedicano il loro tempo alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato

AUTOSTIMA QUESTA SCONOSCIUTA

La Dott.ssa Emanuela Scanu è una psicologa e una coach alimentare. Da anni impegnata nella cura dei disturbi del comportamento alimentare e nel sostegno al raggiungimento del benessere psico-fisico delle persone.

Attualmente  anche Docente di Educazione Alimentare nei Corsi per Modelle/i presso la BACKGROUND ACADEMY di Viterbo.

E’ un onore la sua collaborazione con il nostro blog che inizia con l’affrontare un argomento a noi molto a cuore: L’AUTOSTIMA!

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Lo dice la parola stessa: l’autostima è la valutazione che una persona dà di sé stessa. Questa non è un fattore statico, ma dinamico. Evolve nel tempo e subisce variazioni anche notevoli nel corso della vita.

Non si nasce con la giusta autostima, essa va piuttosto coltivata, curata, alimentata durante il corso dell’esistenza. Una sana autostima si manifesta nella capacità di percepirsi e di rapportarsi a sé stessi in modo realistico, positivo, rilevando i punti forti e quelli deboli, amplificando ciò che è positivo e migliorando quello che invece non lo è. Significa anche essere in grado di ammettere che c’è qualcosa che non va quando le circostanze lo richiedono.

Una persona con una sana autostima non è infatti perfetta, ma, al contrario di chi non si rispetta abbastanza, sa come valorizzare le proprie abilità e capacità e come tenere sotto controllo i difetti e le parti del proprio carattere meno amate. La sana autostima è indipendente dal giudizio degli altri, è caratterizzata da una profonda conoscenza di sé stessi, aiuta a mantenere i punti di forza ed a migliorare quelli di debolezza, promuove obiettivi stimolanti ma non eccessivi, spinge la persona al confronto con sé stessa e con gli altri.

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La bassa autostima nasce generalmente da una discrepanza tra il sé ideale ed il sé percepito.

Il sé ideale è rappresentato da ciò che si vorrebbe essere, dalle qualità che si desidererebbe possedere, dal carattere e dalle capacità che si vorrebbero fossero parte della propria persona. Il sé percepito è dato invece dall’insieme delle percezioni e delle conoscenze che possediamo su noi stessi. Si tratta in sostanza di come ci vediamo, di come crediamo di essere. A chi non è mai capitato di pensare: “Vorrei tanto saper fare quella cosa …” oppure  “Vorrei essere così ma non ne sono capace?”.

Tutto ciò è perfettamente normale, entro certi limiti. La soglia viene valicata nel momento in cui la persona si rassegna al fatto che non sarà mai come vorrebbe essere. Così facendo la sua paura si concretizza, diviene un dato di fatto. Smettendo di lavorare e lottare per migliorarsi continuamente si finisce per peggiorare, o semplicemente per rimanere ciò che si è per tutta la vita.

Puoi sprecare un’intera esistenza nell’attesa che accadano delle cose che poi, anche quando si avverano, spesso ti lasciano più vuota di prima. Se i tuoi pensieri sono quasi sempre vincolati al passato o proiettati nel futuro, invece che collocati nel presente, corri il rischio di non vivere mai pienamente e di essere quindi insoddisfatta della tua esistenza.

Di fatto, sei prigioniera dei modelli che la realtà ti impone e così facendo passi gran parte del tuo tempo a sognare di diventare ciò che non sei, a fare tuoi modi d’essere che ritieni “vincenti”, “perfetti”, ma che non ti appartengono. Questa è la strada più veloce  per distruggere l’autostima.

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Avere autostima significa piacersi, un modo di essere che si conquista stando nel presente e accogliendo tutti gli stati di cui l’interiorità si colora istante per istante.  L’ autostima non corrisponde a uno sforzo della mente, ma ha a che vedere con un diverso atteggiamento mentale, che si basa sull’accettazione consapevole di ciò che sei adesso, in questo preciso istante.  Stare quindi nel presente, senza rimpianti per gli sforzi che non hai fatto nel passato, senza frustrazione per ciò che non hai ancora realizzato.

Cambia dunque modo di vedere: l’ autostima è uno stato di benessere permanente che viene da dentro. Ogni volta che ti appresti a fare qualcosa, soprattutto se è la prima volta, non concentrarti unicamente sul risultato che vuoi ottenere, ma su ciò che fai, cercando di essere presente a ogni passaggio, come fosse l’unico.  Ricorda che l’autostima è un’energia molto diversa dall’ostinazione e dalla cocciutaggine: compare naturalmente quanto più la coscienza si svincola dalle influenze dell’ambiente, delle credenze, dei doveri. Migliorare l’autostima è possibile e richiede un impegno costante nel tempo. Non è difficile, basta volerlo veramente: ti devi sforzare di pensare che lo fai per te stessa e che un giorno non proverai più sensazioni di inadeguatezza e potrai  prendere decisioni in modo autonomo.  La prima cosa da fare per iniziare un percorso di miglioramento dell’autostima consiste nel lavorare sulle tue percezioni; devi imparare a conoscerti meglio, analizzando il tuo mondo interiore in tutta la sua complessità, focalizzando l’attenzione non solo sugli aspetti negativi, ma anche e soprattutto su quelli positivi.

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Questo articolo è tratto dal libro della Dott.ssa Emanuela Scanu Dimagrire una scelta consapevole (Cap. IV) – Editore Campi di Carta

La Dott.ssa Scanu è anche autrice de L’ESERCITO SOTTILE/Dizionario pratico sull’anoressia (Cedis Editore Roma) e di OLTRE L’IMMAGINE/ Psicologia, Alimentazione, Stile/Un anno dei miei consigli sul WEB  (Editore Campi di Carta).

 

 

150 MILLIGRAMMI: LA BATTAGLIA CONTRO IL FARMACO ANORESSIZZANTE

La tenacia di una donna, una “dottoressa amica” che combatte per il bene dei suoi pazienti contro le lobby delle case farmaceutiche: è il caso Mediator, dal giorno 8 febbraio 2017 al cinema raccontato nel film “150 Milligrammi”.

L’Associazione Curvy Pride ha avuto l’onore di partecipare all’anteprima in lingua originale del film “150 Milligrammi”.

Dalla regia di Emmanuelle Bercot, il film racconta la dura battaglia della dottoressa Irène Frachon (interpretata dall’attrice danese Sidse Babett Knudsen) contro il colosso farmaceutico produttore del Mediator, un farmaco antidiabetico prescritto soprattutto come anoressizzante a persone in sovrappeso.

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Il film è incentrato sulla figura di Irène: una donna forte, determinata, coraggiosa, con principi sani e incrollabili, che mette l’amore per la sua professione di medico e per la salute dei suoi paziente prima della sua famiglia (sempre schierata al suo fianco), delle difficoltà, dei disagi, della paura. Irène ha affrontato il colosso farmaceutico produttore del Mediator affinché fosse tutelata la salute prima degli interessi economici e fosse fatta giustizia per tutte le persone che avevano perso la vita e subito gravi danni.

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Irène ha rilevato una scandalosa verità: il Mediator, in commercio in Francia da 33 anni, ha provocato la morte di centinaia, forse migliaia, di persone. Utilizzato soprattutto per il trattamento del “diabete dell’adulto”, un tipo di diabete spesso associato all’obesità, il medicinale veniva prescritto anche a persone sovrappeso per favorire il dimagrimento.

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Ci si chiede, come è stato possibile tutto ciò? Semplice quando l’interesse economico delle lobby prevale su quello dei singoli! La casa farmaceutica Servier, per mero interesse economico, è riuscita a nascondere la tossicità del farmaco per oltre trenta anni di commercializzazione.

Un problema, quello della tossicità dei farmaci e degli effetti collaterali, che è di grande attualità e che riguarda anche l’Italia oggi, se si pensa che pochi giorni fa un caso simile è arrivato sulle pagine della cronaca: 7 funzionari del Ministero della salute sono ora sotto accusa per non aver vigilato sulla circolazione delle sostanze anoressizzanti, che pur essendo vietate in Italia, potevano essere acquistate come preparati galenici. Alcuni pazienti obesi che ne hanno fatto uso in questa forma sono andati in seguito incontro alla morte.

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150 MILLIGRAMMI è la storia della lotta di una donna straordinaria i cui ideali sono racchiusi nella frase di Einstein che Irène ama citare:  “Il mondo è un posto pericoloso in cui vivere, non a causa di coloro che compiono azioni malvagie, ma a causa di coloro che stanno a guardare senza fare niente”.

Vi abbiamo incuriosito un po’ sul film prossimamente in uscita? Allora andate nelle sale numerose e fateci sapere cosa avete apprezzato di questo forte film d’inchiesta.

Da vedere. Per riflettere. Anche insieme.

TRAILER ITALIANO

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DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE: GUARIRE È POSSIBILE

Questo post è dedicato a Cristina Fornasier, una ragazza di 29 anni morta lo scorso Novembre a causa dei disturbi alimentari. Quando ho letto la notizia sono rimasta molto colpita perché Cristina aveva la mia età e se io non avessi avuto la fortuna e la forza di guarire, la ragazza dell’articolo potrei essere stata io. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi ha seguita, riempita d’amore e che ha fatto di tutto, ma veramente di tutto, per aiutarmi a guarire. Io ho avuto la fortuna di avere degli amici che, nonostante fossero preoccupati per me, non mi hanno fatto mai “pesare” la mia malattia, continuando a mostrarmi la bellezza della vita attraverso i loro sorrisi e il loro cuore. Io ho avuto la forza di utilizzare quello ho studiato all’università per guarire definitivamente. Io sono stata fortunata e ho avuto la forza di mettermi in discussione ma guarire dai dca non è facile: i disturbi alimentari ti attraggono maliziosi in una spirale dalla quale vieni divorato.

Per questo, oltre alla forza di chi vuole uscirne e all’appoggio delle persone care, servono anche strutture che possano accogliere e aiutare le persone malate. Il giorno 11 dicembre si è svolto a Bologna il primo convegno sull’intervento nel Day-Hospital dell’Ospedale S.Orsola. Il Day Hospital ha un approccio multidisciplinare alla cura dei disturbi del comportamento alimentare e durante la giornata medici e professionisti si sono confrontati sulle terapie e le attività che vengono svolte all’interno del centro ( i colloqui psicologici, l’arte terapia, il laboratorio del legno, la danzaterapia etc). Importanti protagoniste della giornata sono state proprio le pazienti, che con le loro testimonianze ed uno spettacolo teatrale hanno avuto la forza di raccontarsi, anche divertendosi.

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Io stessa sono stata una paziente del Day Hospital ed oggi sono guarita. Il Day Hospital è stato importante nel mio percorso perché lì non ci si è presi solo cura del mio corpo ma anche, e soprattutto, della mia persona. Questo punto è molto importante ma per niente scontato dal momento in cui ancora oggi è diffusa la “credenza” che i DCA riguardino solo la parte biologica della persona quando invece sono problemi che si manifestano attraverso il corpo e le abitudini alimentari. Prendere parte alle attività del DH  mi ha permesso di scoprire qualità e capacità che non pensavo di avere dal momento in cui io credevo di essere solo la mia malattia.

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Questo insegnamento ha fatto sì che ricominciassi a credere in me stessa e che riprendessi gli studi. Oggi sono laureata in antropologia medica e ho usato questa disciplina per guarire definitivamente dalla malattia. Grazie all’appoggio della Fanep sono riuscita anche a trasmettere una piccola parte del mio percorso mostrando alle pazienti una ricerca sulla relatività culturale dei significati relativi al corpo e alle sue molteplici forme. Quello che ho imparato attraverso tutto il mio percorso è che dai DCA si può guarire: nonostante siano malattie pervasive e devastanti, guarire è possibile. Per farlo però è necessario che tutti gli esperti appartenenti alle diverse discipline, le forze politiche e le reti sociali, le famiglie e soprattutto i pazienti siano coinvolti in questo processo; è necessario che ci siano strutture e spazi di supporto ma soprattutto di confronto. Il Day Hospital dell’ospedale S. Orsola di Bologna è un esempio vivente e attivo di ciò di cui sto parlando. Vorrei inoltre ricordare che la Fanep offre un servizio gratuito di cura per i disturbi del comportamento alimentare, sia nella forma del DH, che dell’ambulatorio, che del ricovero e questo, soprattutto al giorno d’oggi non è un elemento da poco. Per questo è necessario sostenere spazi come il Day Hospital, parlare e non aver paura di chiedere aiuto. Guarire da quel grande mostro chiamato DCA è possibile. Unendo le forze si può trasformare quel grande mostro in un piccolo granello di sabbia e  spazzarlo via definitivamente.

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Alessia Arcidiacono, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Bologna, si interessa in particolare all’Antropologia medica e al modo in cui nelle diverse culture vengono affrontati i temi della salute, della malattia e del corpo.
Scrive la sua tesi triennale sui Disturbi del Comportamento Alimentare, analizzando la malattia da un punto di vista antropologico. Nel 2015, dopo aver svolto un periodo di ricerca presso il Centro Protesi Inail di Vigorso, scrive la sua tesi magistrale su amputazioni, protesi e riabilitazione.
Attualmente continua la sua attività di ricerca antropologica cercando di ampliare ed approfondire le sue conoscenze sul tema dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE: IL MIO PERCORSO VERSO NUOVE FORME DI CONSAPEVOLEZZA

Ciao a tutti/e! Mi chiamo Alessia, ho 29 anni e ho sofferto per dodici anni di disturbi del comportamento alimentare, patologia grave e sempre più diffusa; odiavo il mio corpo e lo vedevo sempre troppo grasso, sempre troppo “sbagliato”, anche quando pesavo 40 kg.

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Per tutti gli anni della malattia sono stata seguita da diversi specialisti, ma non in modo continuativo perché, in un certo senso, avevo paura di guarire: quando il percorso di cura cominciava a diventare “più serio” io lo abbandonavo perché avevo paura di mettermi in gioco e di guarire da una malattia che era la mia “coperta di Linus”; sentivo che senza la sicurezza della malattia non avrei avuto nient’altro nella vita. E invece, per fortuna, mi sbagliavo. La svolta principale del mio percorso è avvenuta quando ho cominciato l’università e mi sono iscritta alla facoltà di Antropologia Culturale ed Etnologia. Ho scelto di iscrivermi a questa facoltà senza un motivo preciso, solo perché mi piacevano alcuni esami. Oggi penso di aver fatto una delle scelte migliori della mia vita e la rifarei altre 1000 volte: l’antropologia è diventata la mia passione e anche la chiave per la mia guarigione. Ho scelto infatti di scrivere la mia tesi di laurea triennale sui disturbi del comportamento alimentare e di affrontare la malattia con gli strumenti che avevo acquisito durante il mio percorso di studi.

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Analizzare il corpo e la malattia da un punto di vista antropologico mi ha aiutata a capire che il modo in cui io vedevo e vivevo il mio corpo non era “naturale”; quello che io vedevo era il modo in cui la società voleva che io mi vedessi, era il frutto di una tortura alla quale siamo tutti costantemente sottoposti: nessuno è mai abbastanza.

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Oggi sono un’antropologa e il mio interesse principale è il corpo dell’uomo, in tutte le sue dimensioni e in tutti i suoi colori! Non studio il corpo da un punto di vista biomedico, considerandolo cioè solo come un’entità organica e biologica, ma analizzo come l’uomo usa il suo corpo nelle diverse società e nelle diverse culture, come lo rappresenta, come lo percepisce e soprattutto come lo vive. Nel 1936 l’antropologo francese Marcel Mauss, in uno studio diventato in seguito una pietra miliare dell’antropologia, definì il corpo come “il primo strumento dell’uomo”, e i suoi comportamenti e le sue abitudini fisiche come “tecniche del corpo”. Questo studio aprì le prospettive sociologiche e antropologiche dell’epoca perché significava “liberare” il corpo dal dominio della biologia e della biomedicina. In un momento storico predominato dalla prospettiva evoluzionista, prospettiva che vedeva nel corpo e nelle sue differenze i segni di una differenza di umanità (è utile ricordare che questi postulati porteranno alla formulazione delle leggi razziali e della superiorità della razza), Mauss “liberò” il corpo da queste costrizioni, facendo capire al mondo che, in realtà, il modo in cui usiamo, rappresentiamo, e soprattutto, viviamo il nostro corpo non è “naturale” ma socialmente e culturalmente costruito. Queste parole potranno sembrare inusuali e persino insensate per chi non conosce l’antropologia, ma per me sono state una cura.

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Da oggi inauguro la rubrica “Curvy&Prejudice” e vi accompagnerò nel percorso di studio che mi ha permesso di guarire e amare me stessa così come sono: unica. Ho selezionato alcune tappe importanti in cui analizzerò: la relatività culturale dei significati legati al cibo ed al corpo; la storia dei disturbi del comportamento alimentare; la Curvy Pride e le iniziative che si oppongono all’imposizione dei modelli estetici dominanti; stereotipi e pregiudizi.

Spero che tutto ciò possa essere interessante ed aprire ulteriori discussioni!

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Curvy&Prejudice…a path toward new “forms” of awareness

Hello everyone!  My name is Alessia, I’m 29 and I suffered from eating disorders for 12 years, a serious disease and increasingly widespread. I hated my body and I used to see it too fat, too “wrong”, even when I weighed 40 kg.

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For every year of the disease I was followed by several specialists, but not continuously because, in a sense, I was afraid to heal: when the care began to become “more serious” I gave it up because I was afraid to put myself on a good diet and to heal from a disease that was my “Linus’ blanket”; I felt that without the security of the disease I had nothing else in life. But, luckily, I was wrong. The real turning point of my nursing path came when I started College and I enrolled at the faculty of Cultural Anthropology and Ethnology. I chose to enroll at this school without a precise reason, just because I liked some exams. Today I think I took one of the best choice of my life and I would do it again: anthropology has become my passion and also the key to my healing. I chose to write my undergraduate dissertation on eating disorders and tackle the disease with the tools that I had acquired during my studies.

Analyze the body and illness from an anthropological point of view helped me to understand that the way I saw and lived my body was not “natural”; what I saw was how the society wanted me to look at myself, it was the result of torture to which we are all constantly subjected: nobody is enough to himself.

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Today I am an anthropologist and my main interest is the human body in all its dimensions and in all its colors! I do not study the body from a biomedical perspective, considering it only as an organic and biological entity, but I analyze how human beings use their body in different societies and in different cultures, as they represent it, as they perceive it and especially how they live it. In 1936 the French anthropologist Marcel Mauss, in one study become a milestone of anthropology, he defined the body as “the first instrument of man”, and his behaviour and physical habits as “body techniques”. This study opened the sociological and anthropological perspectives at the time because it meant to “free” the body from the domain of biology and Biomedicine. In an historical moment dominated by the evolutionist perspective, a perspective that see, in the body and in its different signs, the signs of a difference of humanity (it is useful to remember that these principles will lead to the formulation of the racial laws and racial superiority), Mauss “liberated” the body from these constraints, making the world understand that, really, the way we use, we represent, and above all, we live our body is not “natural” but socially and culturally constructed. These words may seem unusual and even nonsense for those unfamiliar with anthropology, but for me they were a cure.

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Starting today I inaugurated the blog “Curvy&Prejudice”. In this blog I will accompany you in the path of study that allowed me to heal and to love myself as I am: unique. I selected some important stages where I will analyze: the cultural relativity of meanings related to food and the body; the history of eating disorders; the Curvy Pride and the initiatives that are opposed to the imposition of the dominant aesthetic models; stereotypes and prejudices.

I hope that you will find my thoughts interesting and open to more discussions!

 

 

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Alessia Arcidiacono, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Bologna, si interessa in particolare all’Antropologia medica e al modo in cui nelle diverse culture vengono affrontati i temi della salute, della malattia e del corpo.
Scrive la sua tesi triennale sui Disturbi del Comportamento Alimentare, analizzando la malattia da un punto di vista antropologico. Nel 2015, dopo aver svolto un periodo di ricerca presso il Centro Protesi Inail di Vigorso, scrive la sua tesi magistrale su amputazioni, protesi e riabilitazione.
Attualmente continua la sua attività di ricerca antropologica cercando di ampliare ed approfondire le sue conoscenze sul tema dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

                                                                                

 

 

 
                                        


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