LETTURE “DIVERSITY INCLUSION” 2021

Quest’anno c’è davvero tanta scelta nelle letture. Sono usciti tra il 2020 e soprattutto nell’anno in corso diversi libri sugli argomenti #bodyshaming, #grassofobia, #bodypositive.

Non sono qui a consigliarvi la lettura di uno piuttosto che un altro ma anzi ad arricchire la vostra libreria con tutti. E’ probabile anche che me ne scordi alcuni per cui sarò ben lieta di ogni segnalazione.

Il 2021 penso che sia un anno di RIVOLUZIONE, come la chiama curvy pride “DIVERSITY INCLUSION”, diversi media, testate locali, programmi televisivi affrontano l’argomento con serietà pronti ad un vero cambiamento.

I leoni da tastiera sono sempre dietro l’angolo nell’analizzare ogni questione a modo loro, in un modo del tutto soggettivo e non oggettivo trovando il lato della medaglia negativo ma la verità è che si è stanchi di tutti i pregiudizi che ci hanno condizionato fin da piccoli, me compresa.

Ormai vogliamo vivere la nostra vita liberi dai pensieri che gli altri hanno su di noi, sul nostro corpo…

Ognuno di noi, a modo suo, ha vissuto sulla propria pelle un dolore, un’ingiustizia, una discriminazione, tanto forte da far mancare il fiato. I più fortunati possono raccontare di aver ricominciato a respirare, a vivere non solo grazie a se stessi ma anche grazie all’aiuto di amici, di persone che ci accettano per come siamo.

Le letture prese in esame sono:

  1. LA MI RESILIENZA IN UN CORPO MORBIDO: La storia di vita di una donna che ha sofferto il rifiuto della madre ma ha saputo da quel dolore rinascere e creare cose straordinarie.
  2. DILLO A CURY PRIDE: 33+1 Racconti di vita vera, alcuni ironici altri di disperazione che possono aiutare il lettore ad immedesimarsi e a capire che la vita è fatta di alti e bassi e sta a noi trovare la giusta prospettiva.
  3. FAT SHAME Tratta di grassofobia nella cultura americana e nel contesto di una crescente ansia pubblica nei confronti dell’obesità – definita come una “epidemia”, una “minaccia nazionale” e un “nemico pubblico
  4. BELLE DI FACCIA Un libro che tratta la grassofobia in italia, e spinge ad utilizzare la parola “grassa” senza accezione negativa ma come una liberazione, una rivoluzione.
  5. NOI SIAMO LUCE: Viaggio nella consapevolezza curvy, con cenni di Body Positive.Non mancano consigli su come accettarsi sia la chiave per stare bene.
  6. ASHEY UNA NUOVA MODELLA: Una storia che tratta di Curvy ma anche di bullismo e violenza famigliare subita dal padre.
La mia resilienza in un corpo morbido
di Marianna Lo Preiato, Marzia Di Sessa,
Dillo a Curvy Pride. Storie di vita
di Antonella Simona D’Aurelio
Fat shame. Lo stigma del corpo grasso Di Amy Erdman Farrell 
“Noi siamo luce”: La forza, la libertà e la bellezza del pensiero Body Positive di Laura Brioschi
ashley graham, una nuova modella.

Se avete letto almeno uno di questi potete aggiungere la Vostra opinione nei commenti.

Vi ricordo che “LA MIA RESILIENZA IN UN CORPO MORBIDO” e “DILLO A CURVY PRIDE” sono i libri ispiratori del nuovissimo concorso letterario libero a tutti “DILLO A CURVY PRIDE 2”, per partecipare trovate tutte le info sul sito http://www.curvypride.it o su http://www.giraldieditore.it

***************************************************************************************

Questo articolo è stato scritto dalla socia, staff e autrice del libro #dilloacurvypride Valentina Parenti che dedica parte del suo tempo alla crescita dell’Associazione CURVY PRIDE – APS.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.


Valentina Parenti (@momincolors ) sogna un mondo senza stereotipi di genere, positivo e attento all’integrazione sociale per questo è membro Curvy Pride, BodyPositiveCatWalk e ha creato @FelicitàFormosa su Parma. Valentina educa i suoi figli ad una “vita a colori” ed è il segreto della felicità #educareallafelicità.

BODY SHAMING, CAPIAMO DAVVERO DI COSA SI TRATTA

95246299_854088638392628_3474646570119521249_n(1)

Guardando questa foto sfido chiunque a trattenere un commento, un giudizio, una critica.
Al giorno d’oggi, più che mai, è difficile astenersi dal giudicare, dal dire la propria opinione sugli altri. Diventiamo sempre di più giudici spietati degli altri ma anche di noi stessi senza soffermarci a pensare.

Ma riguardiamo attentamente questa foto.

Soffermiamoci a guardare non due corpi ma due donne. Entrambe in guerra. Con loro stesse, col mondo circostante, col passato, col futuro.

Ognuno di noi dovrebbe non giudicare, non sentenziare, non criticare ma comprendere, ascoltare, se possibile aiutare.

Siamo tutti diversi ma perfettamente e magnificamente unici. Stiamo combattendo tutti una battaglia e nelle guerre di tutti i giorni non abbiamo bisogno di giudici ma solo di affetto.

Educhiamoci all’amore. E questo che dovremmo fare.

In questo articolo voglio provare a fare un po’ di chiarezza su questo e su un fenomeno dilagante del nostro tempo: il body shaming.
L’espressione inglese body shaming che, ormai da qualche tempo, è usata anche nel linguaggio comune di noi italiani, è composta dal sostantivo body ovvero corpo e dal verbo shaming che letteralmente vuol dire “il far vergognare qualcuno”. Ebbe sì, si tratta proprio di, come parafrasa il vocabolario Treccani, “deridere qualcuno per il suo aspetto fisico e per come appare esteriormente”.

1
Per quanto questo possa sembrare un comportamento ai limiti dell’umano, offendere l’altro, giudicarlo, deriderlo, è un’usanza talmente diffusa e praticata oggigiorno da prevederne addirittura la creazione di un’espressione di riferimento, appunto body shaming e di coniare un termine per coloro che praticano ciò verso gli altri: haters, letteralmente “ODIATORI”.
Il perché questo avvenga in maniera sempre più accentuata nasconde significati profondi e latenti, che vanno ben oltre il semplice beffeggiare l’altro in maniera goliardica, come avviene da tempi immemori.


Ormai è noto che i canoni estetici imposti dalla società̀ siano diventati sempre più̀ rigidi e, spesso, quando non  rientriamo tra questi, viviamo una sorta di disagio causato dal confronto tra noi e gli altri. Ai continui conflitti che l’essere umano mette in atto quotidianamente contro se stesso e il proprio aspetto fisico dai quali, il più delle volte, esce sconfitto finendo così per ammalare il corpo, si aggiungono, dunque, anche gli altri a contribuire ad ammalare il corpo.
Ci si ritrova, infatti, se diversi, ad essere etichettati, giudicati, offesi con insulti o frasi che ci fanno sentire sbagliati e provare vergogna per noi stessi. Il body shaming è una pratica che ha il fine di far, appunto, vergognare una persona del proprio corpo, ferendone l’autostima e può essere messo in atto attraverso i social, con commenti e prese in giro ad una foto, ma anche nella vita non virtuale, tra i banchi di scuola o nei luoghi di lavoro. È rivolta sia ad uomini che a donne, ma con maggior influenza su queste ultime. Si può considerare una vera e propria sorta di bullismo.
Esistono molti tipi di body Shaming; tra i più diffusi vi è il  Fat Shaming, che prende in giudizio le persone con qualche chilo di troppo o che hanno vere e proprie malattie, come l’obesità̀.
In questo caso, non si parla solo di insulti come, ad esempio, possono essere “cicciona” o “sembri una balena”; ma anche frasi che apparentemente possono sembrare innocue, del tipo “dovresti mangiare meno”, possono gravare sulla psiche e sull’autostima di una persona che soffre di un disagio.
Opposto al Fat Shaming vi è il Thin Shaming che, al contempo giudica le persone considerate troppo magre, fissate per lo sport, attenti alla dieta che, anche in questo caso, talvolta presentano già veri e propri disturbi alimentari e indi per cui i giudizi altrui contribuiscono ad accentuare il disagio.


E’ considerato body shaming, qualsiasi tipo di commento, frecciatina, constatazione fatta verso l’altro con lo scopo di accentuare e far provare vergogna per un lato esteriore.
Basti pensare a chi ha parti del corpo considerate non consone ai canoni estetici e a quante volte ci è capitato di sentire espressioni come “orecchie a sventola”, “che nasone”, “sembri una rana” volte a giudicare parti del corpo particolarmente pronunciate di un individuo.
Talvolta, quindi, ignari delle sofferenze e dei disagi che attraversa l’altro, pratichiamo body shaming non intenzionalmente, non curanti che frasi apparentemente innocue o beffarde possano ferire l’altro.
Il body shaming, quello mirato e volto a ferire l’altro, è un fenomeno molto diffuso, soprattutto sul web. Coloro che praticano ciò, gli haters, molto spesso soffrono essi stessi di particolari disagi e sfogano la rabbia repressa verso gli altri, senza tenere conto della sofferenza altrui.
Non vi è, purtroppo, un metodo specifico per porre fine a questo meccanismo ma possiamo educare fin da piccoli ad una piena consapevolezza di sé stessi e degli altri, educare al rispetto delle diversità, attuare tecniche per accrescere l’autostima e cercare, cosi, da grandi di non essere trascinati in certi circoli viziosi.
Possiamo imparare quindi a proteggerci da certi commenti e a scindere il giudizio altrui dalla realtà oggettiva consapevoli che tutti possono esserne “vittima” e che, molto spesso, i giudizi e le critiche pervengono da persone poco empatiche e che, talvolta, non si rendono conto realmente di ciò che stanno valutando, definendo o giudicando ma giudicano per il mero ed unico fatto di parlare e mettersi in mostra e prevaricale sull’altro. Questo atteggiamento, come detto molto diffuso sul web, volto a giudicare chi si espone mostrandosi attraverso foto o video, dice molto non di chi subisce il giudizio ma su chi giudica. Dietro gli haters, o qualsivoglia i cosiddetti “leoni da tastiera”, ma anche i bulletti del quartiere, molto spesso si nascondono persone sofferenti, ferite, vittime loro stesse di disagi e bisognose d’aiuto.

Nel mio immaginario ideale, vorrei che tutto ciò non fosse più messo in atto. Vorrei che ognuno fosse libero di vivere il proprio corpo e il proprio essere, di mostrarlo e di accettarlo per quello che è, nella propria unicità.

Ahimè, per quanto mi piaccia sognare, so che la strada verso questo mondo utopistico non giudicante, senza haters, aperto alle diversità e senza stereotipi è ancora lunga e tortuosa ma Associazioni come la nostra Curvy Pride che offrono anche community dove ritrovarsi e sentirsi accolti, movimenti di bodypositive e tutte le piccole rivoluzioni messe in atto negli ultimi anni mi fanno ben sperare in un domani migliore verso un mondo “accogliente” e non più giudicante.

 

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Santa Pentangelo che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

 

Trentenne single, eterna sognatrice. Innamorata dell’amore e della vita che secondo lei merita di essere vissuta al meglio.
Ci mette sempre il cuore e cerca il lato positivo in tutto ciò che accade!
mail santapentangelo27@gmail.com
@misssemplicementecurvy

AMICI VIP – MARIA TERESA RUTA, MARIANNA E IL PROGETTO “DILLO A CURVY PRIDE”

Un’occasione per raccontarsi, un concorso per mettersi in gioco

Molte di voi già lo sapranno o ne avranno sentito parlare, ma adesso entriamo nel vivo e con l’inizio del 2020 si comincia a delineare il percorso di quello che sarà il nostro racconto corale di #resilienza: Dillo a Curvy Pride.
A dicembre con l’uscita e la presentazione de “La mia resilienza in un corpo morbido“, il libro di Marianna, la nostra Presidentessa, nella cornice natalizia di Regali a Palazzo a Bologna, Giraldi Editore ha lanciato ufficialmente il Concorso in collaborazione con la nostra Associazione. Adesso è fondamentale avviare la campagna di raccolta delle storie e darvi tutte le informazioni di questo progetto che speriamo possa fare breccia prima di tutto tra i vostri cuori e poi tra le coscienze di chi troppo spesso minimizza, banalizza, ironizza e sottovaluta il dolore e la sofferenza che si nascondono dietro le parole e gli appellativi più odiosi per denigrare una persona in base alla forma del suo corpo.

Noi quelle parole le vogliamo contrastare con altre parole, quelle di chi ha voglia di farle uscire dal profondo dell’animo per raccontare agli altri quello che non ha mai avuto il coraggio di affrontare.
Non è necessario metterci per forza la faccia, come ha fatto Marianna con un po’ di coraggio e tanta voglia di rompere il silenzio e come Maria Teresa Ruta, che ha subito sposato il progetto mettendosi in gioco con la sua esperienza di donna di spettacolo e di mamma, scrivendo la prefazione del libro curato da Marzia Di Sessa.

Adesso tocca a voi! Chiunque può partecipare anche in forma anonima per raccontare qualcosa che gli appesantisce il cuore e gli condiziona la vita di tutti i giorni.
Alleggeritevi condividendo la vostra storia! Di pregiudizio, discriminazione, #bodyshaming, bullismo, accettazione, rinascita, liberazione, riscatto. Quello che vi tenete dentro lo potete conoscere solo voi. Provate ad alleggerirvi raccontandolo.
#DilloACurvyPride è tutto qui, nell’affrontare la propria pagina bianca e riempirla di colori, di sentimenti, di emozioni. Che siano belle o brutte, positivi o negativi, accesi o sfumati, importa poco. Quello che conta è che siano veri, vostri, profondi e sentiti. E soprattutto quello che è fondamentale è scrivere con il cuore per il piacere di condividere. Non è e non sarà una gara. È più che altro una sfida con sé stessi per mettersi in gioco e vincere imbarazzi e paure.
Per tutti può essere un’opportunità per lanciare un messaggio insieme e per creare tante occasioni di incontro e confronto.

A partire dall’8 febbraio a Bologna dove ci sarà un primo appuntamento di #resilienza di cui vi daremo notizie dettagliate nei prossimi giorni. E poi si va a Termoli il 5 marzo, per chi vive in zona e ha voglia di esserci. Nel frattempo stiamo lavorando per avere almeno un appuntamento al mese con #DilloACurvyPride per arrivare al 30 giugno 2020, il termine per partecipare, con tante storie da raccontare.
Quella è l’unica informazione da segnare in rosso. Per tutte le informazioni più tecniche vi invitiamo a leggere la slide qui di seguito che trovate anche seguendo il link al sito della Giraldi Editore.

E se avete dubbi o bisogno di chiarimenti potete sempre scriverci, sui nostri profili social o alla stesso indirizzo mail dove potete inviare i vostri racconti: dilloacurvypride@gmail.com.
Tutto chiaro? Allora non perdere tempo. Il tuo segreto Dillo a Curvy Pride

Quando il body shaming entra in politica. Hic sunt leones…ma da tastiera.

Era dai tempi della ministra Cécile Kyenge che una (neo)ministra non veniva sbeffeggiata in maniera così pesante: vuoi per il fisico non esattamente da passerella, vuoi per i titoli accademici (o meglio, per la mancanza di essi), vuoi per un abito blu royale con qualche balza di chiffon (forse) di troppo (ma #EnzoMiccioApproved).

La strada verso la parità di genere è ancora lunga, se persino in Parlamento un politico o un ministro viene valutato più per il suo aspetto fisico o per il suo abbigliamento, che per i suoi meriti o per i suoi demeriti.

Matteo Renzi ne elogia le capacità oratorie messe in luce alla Leopolda, tanto da far venire in mente un altro esempio di politico che , seppur con bassa scolarizzazione, ha saputo tener testa a dottoroni e commendatori in Parlamento, battendosi come fece lei per i braccianti del sud : Giuseppe Di Vittorio.

Il terzo pilastro su cui si incentra la polemica sulla Bellanova è la “questione accademica”, essendo lei arrivata fino alla terza media. Che lo studio sia importante è chiaro, ma non è un certificato accademico che certifica anche la propria competenza in un determinato ruolo. E dico ciò andando anche contro i miei stessi interessi, visto che ho un curriculum pieno di titoloni, i quali nella mia carriera professionale hanno avuto la stessa funzione delle palle sull’albero di Natale: puramente decorativa.

Indubbiamente il 94% dei CEO nel mondo ha compiuto studi ben oltre la laurea. Ma ci sono anche imprenditori che hanno costruito un impero basato sul bello e sulla creatività,  senza aver conseguito una laurea, e facendo dello #StayHungryStayFoolish una filosofia di vita.

Da barzelletta a eroina nazionalpopolare: l’operazione di messa in ridicolo della ministra si è rivelata un boomerang, visto che al momento sembra aver conquistato le simpatie degli italiani.

E a tal proposito, vorrei assegnare dei premi ai 3 commenti che più di altri si sono distinti nella giornata di venerdì:

  • Premio Gaviscon al commento di Daniele Capezzone, con la motivazione gentilmente fornita da Cicciogia :” se c’e qualcuno seriamente intrappolato in un eterno carnevale, è proprio Capezzone, che ha indossato una maschera diversa per ogni partito di cui ha fatto parte” :
  • Premio della critica a Martina Dall’Ombra, che ci ricorda che in ognuna di noi vive una principessa. E non importa se si chiama Kate o Tiana.
  • Premio Nobel per la pace a Enzo Miccio, per aver definitavamente sancito che #mivestocomevoglio.

L’hashtag è quello con cui la neo ministra ha infiocchettato la polemica sul vestito blu. In 3 giorni l’ho vista con 3 outfit uno meglio dell’altro. E se il suo spirito è quello mostrato finora…ne vedremo delle belle!

E grazie ad una Pagina FB, abbiamo scoperto chi è il ragazzo dietro a lei: il figlio! A ricordarci che le cose importanti della vita sono ben altre…

Caterina Argentieri

btyse_curvy_pride

Chi è Caterina: sognatrice come i Pesci, inarrestabile come il Capricorno, che è il mio ascendente. E che panorama che si vede da quassù! Dopo mille e una battaglia, riapro il cassetto dei miei sogni, li tiro fuori, e mi preparo a realizzarli. Uno ad uno. 

NO ALLA #GRASSOFOBIA – PARIGI CONTRO LE DISCRIMINAZIONI

Parigi indice una campagna di sensibilizzazione contro le discriminazioni, anche nei confronti delle persone obese.

La “grassofobia”, parola non presente nei vocabolari, è intesa come una forma di repulsione nei confronti delle persone sovrappeso che unisce la vergogna che prova una persona obesa con le discriminazioni nel mondo lavoro, negli ambienti sanitari, nei mezzi di trasporto o, semplicemente, negli sguardi degli altri.

Helene Bitard, assessore del Comune di Parigi, è diventata la paladina della lotta contro ogni forma di discriminazione. La Bitard vuole sensibilizzare la popolazione contro gli stereotipi dominanti che accompagnano l’obesità « pigrizia, lentezza, mancanza di volonta’, ecc. ».

DRF7y4wX0AAYCF3

Secondo l’Organizzazione Internazionale del lavoro (OIT) le donne obese sono otto volte, e gli uomini obesi tre volte, più discriminati al momento dell’assunzione.

DRF7z4WWkAA3Qh0

Inoltre, l’aspetto fisico è il SECONDO criterio di discriminazione dopo l’età e prima della provenienza, il sesso, un handicap.

A Parigi, venerdì 15 dicembre 2017, gli hashtag da digitare erano:

Per approfondire http://www.bfmtv.com/politique/la-ville-de-paris-s-attaque-a-la-grossophobie-la-discrimination-des-personnes-obeses-1328151.html#xtor=AL-69

E voi cosa ne pensate?

se_curvy_pride