CON IL SENnO DI POI

Per la rubrica CURVY PRIDE ANTHOLOGY riproponiamo questo divertente articolo datato giugno 2020 della nostra socia Silvia Massaferro. Buona lettura!

Dal titolo si dovrebbe intuire: ebbene sì, parliamo di seno.
Stigmatizzato, additato, adorato, disprezzato, sfruttato. Un seno da nascondere, un seno da mostrare.
Il percorso che una donna attraversa durante la sua vita è spesso legato a questa parte del corpo oggetto di un’amore/odio che ci accomuna tutte.
Personalmente, da donna tonda quale sono, ho sempre avuto un seno importante già dalle elementari, il che mi ha creato un disagio ENORME quanto enorme percepivo il mio busto. Ho scoperto come il mio seno fosse oggetto di scherno, da nascondere. E così, ho indossato per anni felpe oversize e da uomo per nasconderlo e stavo curva sul banco, dalle elementari al secondo anno di liceo con relativa postura compromessa per sempre. Anni a cambiarmi chiusa in bagno anziché nello spogliatoio con le altre durante l’ora di fisica, perché il mio corpo era sbagliato, non andava bene, non era come quello delle mie compagne. Ricordo ancora lo choc da bambina quando realizzai che non sarei più stata a torso nudo in spiaggia.

Non è stato facile da accettare e negli anni ’80/’90 la moda di certo non aiutava. Andavano per la maggiore le maglie stampate che su di me diventavano un quadro di Rorshach (hai presente quelle macchie informi di inchiostro che usano gli psichiatri per i loro test? Ecco, quelle.) Le t-shirt con simpatici cagnolini diventavano mostri deformi. Le camice erano ingestibili, con bottoni che tiravano o si aprivano per via dei volumi che erano costrette a contenere. Ero sempre infagottata in giacche enormi, con la cucitura delle spalle a metà braccio perché i sarti non concepivano una ragazza con spalle piccole e seno abbondante. Bronchiti costanti perché alla fine optavo per la giacca aperta tutto l’anno.
Poi arriva l’adolescenza, tutti sbocciano manco fosse un giardino botanico. E allora provi pure tu a mettere una maglietta scollata. Maschi come api sul miele. Ah, ecco a che serve! Ma poi arrivano i commenti cattivi.
Così inizia il copri, scopri, copri, troppo scollata, trasparenze no, eh così non va bene, eh no poi ti guardano, e ma se ti chini poi...
Vieni poi identificata con il tuo seno: catalogata in la tettona o la tavola da surf a seconda dei casi. Un bodyshaming che negli anni imperversa ancora. Come se il seno dovesse identificarci come persona e come carattere. Neanche fosse il mio segno zodiacale. Ma ce lo vedete Paolo Fox che dice: “Assi da stiro, oggi giornata ricca di novità! Per voi tettone, invece, weekend all’insegna del divertimento! Eh no.
Insomma, qualunque sia la sua forma, che sia vero, rifatto, strabico, coppa di champagne, enorme, a pera, a mela, a melone, sappiate che ci sarà sempre il genio di turno che dovrà commentare. Ah, non ci salveremo neanche in maternità, perché arriverà l’allattamento e anche qui si aprirà un capitolo. ENORME.
Quindi donne e future donne, con il SENnO di poi tante crisi esistenziali tornassi indietro me le eviterei. Ho il seno? Non ho il seno? Chissene. Sono semplicemente IO.



Il presente articolo è stato scritto dalla socia Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

VOCE DEL VERBO DIS-FUNZIONALE

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Josephine

Ho conosciuto Josephine all’università, mi sembrava la classica “sbrilluccichina” come dicono a Napoli, tutta paillettes e maniche a sbuffo. Io, invece, sono un tipo sobrio e unicolor, al massimo mi concedo qualche camicia hawaiana per la stagione primavera – estate.

Josephine è una ragazza dolce. Le piace ballare, è un angelo con le punte al posto delle ali. Ha iniziato dalla classica, per provare tutti gli stili di ballo possibili e immaginabili. Mi parlava di balli che non avevo mai sentito nominare e che lei ha provato. Fin da piccola sognava di fare la ballerina e di aprire una scuola di ballo sua. La danza classica fa crescere con il rigore, regole ferree, non solo di movimenti, ma anche di vita. Lo definirei una sorta di esercito con musica di sottofondo. Quella danza iniziata da piccolina le ha dato la struttura e la forza di affrontare ogni situazione. Ed è stata anche la sua salvezza.

Lei ha sempre definito così gli anni dai 7 ai 23, “Senza la danza non so dove sarei finita“. Josephine è una ragazza spigliata ma molto timida su se stessa. Ha dovuto iniziare a fidarsi un po’ alla volta di me per raccontarmi tutto. Lei è italo messicana, ha vissuto a Cancún con la sua famiglia: mamma, papà, fratello e nonna fino ai 15 anni, poi si sono trasferiti in Italia. Un’amicizia iniziata così, senza tante cose in comune, con la naturalezza di mangiare un panino.

E proprio mentre mangiavamo un panino un pomeriggio mi confida: “La mia vita non è sempre stata facile, adesso trovo felicità nelle semplici cose come questo pranzo insieme“. Io abbasso gli occhi e attendo che continui a raccontare. “Avevo 6 anni quando mio nonno abusò di me per la prima volta, non riuscivo a capire cosa fosse, a quell’età vuoi solo giocare e ogni minuto libero serve a quello, lui con scuse assurde mi faceva andare nella sua stanza e…“. La sua voce si blocca, io non dico nulla e le accarezzo la mano credendo che non sarebbe andata avanti. Invece continua.

Andò avanti così per un anno. Mi diceva di stare zitta, di non dire nulla perché nessuno mi avrebbe creduta, mi avrebbero dato della pazza. Una volta lo fece con me e mia cugina davanti a mio fratello, non l’avesse mai fatto. Dicono che noi reiteriamo gli atteggiamenti che vediamo/sentiamo in famiglia e diventano il nostro pensiero/bagaglio culturale/modo di agire.”

Josephine continua a raccontare come se le si fosse aperta una voragine, mentre a me la voragine della fame si è chiusa, tanto che sentendo questi episodi mi cade il panino per terra, lo raccolgo e lo butto continuando a prestarle tutta la mia attenzione.

Gli abusi sui minori distruggono la loro innocenza creando traumi e ferite profonde.

Dopo un anno da quella ‘prima volta’ che non riesco proprio a scordare, il nonno muore. Chiamalo destino, Karma o come ti pare, ma ripaga di tutte le angherie subite.” Io continuo a guardarla senza proferire parola, non so cosa fare, tutto può essere scontato e banale in quel momento, voglio solo che si senta accolta e non giudicata.

Il problema è che mio fratello aveva assorbito gli atteggiamenti di mio nonno e un giorno, mentre mi stavo vestendo in camera, vedo attraverso lo specchio che mi stava spiando. Entra in camera e zac! Mi prende e mi sbatte a terra. In quel momento io non ho più scampo. Mauritius era più grande di me di cinque anni e aveva la forza di un leone, io all’epoca ne avevo otto e lui tredici” Io sono sempre più attonita, sarò sicuramente sbiancata e mi sento sudata. Provo un mix di emozioni: rabbia, schifo, il non voler sapere più nulla e il volere ascoltare tutto.

“Da quella prima volta prima con mio nonno e poi con Mauritus sono passati 16 anni, 16 anni in cui lui non ha mai smesso di darmi il tormento, non riuscivo più ad avere una vita da ragazzina della mia età, non riuscivo e non volevo stare da sola con lui nella stessa stanza perché sapevo che non avrei avuto scampo. L’unica mia forza era la danza, una bolla di felicità dentro la quale mi richiudevo, mi ovattavo completamente. Lì ero io, ero totalmente io con la mia età, le mie amichette, le mie passioni, la mia musica. Quello che mi fa male è che i nostri genitori hanno sempre fatto finta di non vedere, non capire, perché sarebbe stata una vergogna che tutto ciò fosse stato reso noto. L’unica cosa che ho potuto fare è stata aspettare di crescere. Sono venuta in Italia e e ho iniziato un percorso psicologico. Sapevo che c’era qualcosa che non andava in me, avevo parti della mia vita che il mio cervello stava continuando a cancellare per proteggermi. La mia psicologa, Lavinia, mi consigliò di andare via di casa, di abbandonare la mia famiglia, io da quel momento ero orfana e così feci”.

Sono sconvolta per quello che le è successo, ma grata che Josephine abbia aperto a me il suo cuore, confidandosi con me. Quello che mi ha raccontato mi ha fatta pensare tanto. Forse è vero che ogni situazione, anche quella più traumatica. orrenda e che può sembrare senza soluzione, può essere modificata. Josephine ha girato le spalle al suo carnefice e al suo passato ed ora non è nemmeno più vittima, è una ragazza libera di essere se stessa e ballare sulle note della vita, che ora le sorride.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
Laureata in comunicazione pubblicitaria, ha nel cassetto un libro che vorrebbe pubblicare.
Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
Si definisce “Reporter di vite”, ed è proprio quello che fa attraverso il nostro Curvy Pride Blog.

SILVIA AMOROSINO E L’ALOPECIA: STORIA DI UNA DONNA CHE HA SCONFITTO LE SUE PAURE

Per la rubrica Curvy Pride Anthology riproponiamo questo articolo di giugno 2020 scritto dalla nostra socia Fabiana Sacco e ringraziamo Silvia Amorosino per averci raccontato la sua storia.

Silvia Amorosino soffre di alopecia. Da quando era adolescente non ha più capelli, sopracciglia né peli sul corpo. È una ragazza che ha un sorriso dolce e lo sguardo limpido di chi non si nasconde, o meglio, non si nasconde più. All’età di 15 anni era già praticamente calva. La strada che ha percorso per stare bene con se stessa è stata lunga e non certo priva di momenti davvero difficili ma oggi è una trentenne super tosta e fare quattro chiacchiere con lei è stato divertente e a tratti anche un po’ commovente (una lacrimuccia mi è scesa ma questo non gliel’ho detto).

Ecco allora per voi la trascrizione della nostra chiacchierata.

Silvia, dopo che hai perso i capelli cosa è successo?

A 15 anni io e la mia parrucca siamo andate negli Stati Uniti, in California. Ho affrontato questo viaggio da sola e soggiornavo presso una famiglia. Stavo sempre chiusa in casa, non mi andava di farmi vedere in giro,anche se di fatto non conoscevo nessuno e dovevo ancora elaborare quello che mi stava succedendo. Oggi abbiamo i social, su Internet si trova di tutto e di più: abbiamo accesso a qualsiasi tipo di informazione e basta un click per entrare in mondi virtuali che possono esserci utili per risolvere i nostri problemi o per fare comunità, all’epoca io mi sentivo sola e pensavo che la mia esperienza con la perdita dei capelli fosse qualcosa che riguardasse soltanto me, i social non erano popolari come oggi per cui non avevo modo di uscire dal mio bozzolo, era più difficile conoscere persone che vivessero il mio stesso problema.

Vedendomi sempre chiusa in camera mia, la mia mamma americana mi consigliò di cercare su Internet dei gruppi di sostegno sull’ alopecia. Lo feci e scoprii un mondo!

Non avevo idea di quante persone vivessero la mia stessa realtà e condividessero i miei stessi sentimenti. In questi siti leggevo storie di ragazze come me, raccontavano cose che conoscevo perfettamente e descrivevano le stesse situazioni che anch’io vivevo ogni giorno! In quel momento mi resi conto che non ero sola e un senso di appartenenza si risvegliò dentro di me: anch’io, come loro, potevo imparare ad accettarmi!

Il mondo virtuale ti è stato utile allora!

Certo, è stato fondamentale per sbloccarmi! Mi sentivo finalmente parte di una comunità! Anche altri avevano le mie difficoltà, anche per gli altri era difficile uscire da quella situazione e, leggendo le testimonianze di chi, come me, aveva perso i capelli, si sentiva a disagio e faticava ad accettare la situazione, prendevo sempre più consapevolezza di poter anch’io uscire da mio guscio.

Silvia indossa i suoi turbanti con eleganza, rendendo il suo look super trendy

Cosa è successo a quel punto?

Il primo passo davvero importante che ho fatto è stato uscire senza la parrucca! Ero divisa a metà tra la paura di mostrarmi agli altri e la voglia di dire BASTA a quella che io chiamavo LA MASCHERA DI FERRO, sai come quella del film con Di Caprio. Pensavo che gli altri non dovessero vedermi senza capelli…MA PERCHÉ?

Quindi avevi paura a mostrarti senza parrucca?

Altroché! Ho fatto uno step intermedio: dalla parrucca, che mi teneva caldo, mi pesava e che non sopportavo proprio più, sono passata al turbante. Mi ha aiutata, ma considera che in quel modo si vedeva che non avevo i capelli per cui sapevo che chi mi incontrava se ne accorgeva subito e poteva pensare che ero malata. Mi sono sentita nuda, indifesa ed esposta. La mia convinzione era che SE NON HAI I CAPELLI SEI BRUTTA e io non volevo essere brutta e non volevo sembrare malata. Da lì a mostrarmi anche senza turbante c’è voluto un po’ di tempo ma l’ho fatto, anche perché ballavo il tango argentino ed era abbastanza scomodo farlo con quel peso sulla testa!

Il tango argentino, una delle passioni di Silvia

Ripensandoci adesso, le tue paure erano fondate? Hai davvero incontrato persone che ti hanno giudicata o derisa?

Ho sofferto, Sì, ci sono stati e ci sono tutt’ora commenti cattivi e giudizi stupidi ma mi hanno aiutata a forgiare la mia armatura. Ho imparato a farmi scivolare via queste persone e ciò che dicono. Spesso mi sento dire che anche se non ho i capelli ho un bel viso, come se questo fosse abbastanza, provate voi ad essere calve e poi vediamo se vi accontentate di avere un bel viso! Che poi, sai cosa ti dico? Quando siamo noi in primis ad avere confidenza con noi stesse e ad accettarci, allora lo fa anche il mondo. Se lo dico io puoi credermi, qualunque sia la tua situazione, se la porti con orgoglio, dignità e un sorriso, gli altri non la vedranno come un problema o un motivo di scherno. Il personaggio che dà fiato alla bocca c’è sempre ma lascio che ciò che dice sia un problema suo. Se mi amo il mondo mi ama, se mi accetto il mondo mi accetta, quindi a me la scelta.

Silvia, cosa vuoi dire a chi ha paura di mostrarsi per com’è?

Innanzi tutto che convivere con la paura è impensabile! Come fai a stare bene se temi sempre il giudizio degli altri? Io voglio stare bene e sono certa che lo vogliano anche gli altri, per cui sappiate che LE PAURE SVANISCONO. Sì, il difficile è fare il primo passo ma una volta fatto è tutto più semplice! Alla fine ho capito che abbiamo così paura di ciò che pensano gli altri perché in fondo temiamo di non essere amati. Quando ero una ragazzina sognavo un ragazzo innamorato che mi guardasse negli occhi, mi togliesse la parrucca e mi desse un bacio sulla testa pelata, quello che è successo invece è che quel bacio d’amore me lo sono data da sola, per poi prendermi anche quello di chi mi ama.

La bellezza senza la “maschera di ferro”

Grazie Silvia, questa immagine è stupenda, io e Curvy Pride ti ringraziamo di cuore per aver condiviso con noi la tua storia!

È stato un piacere, i valori della vostra Associazione sono esattamente i miei per cui mi ha fatto piacere raccontare un po’ di me!

Questa intervista è stata scritta dalla socia e membro della staff Fabiana Sacco che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

Fabiana Sacco è stata consulente di bellezza per più di 25 anni nei quali ha raccolto le confidenze, le paure e i sogni di centinaia di donne. Il suo cammino di crescita l’ha portata a diventare una coach e la sua più grande passione è aiutare tutte le donne che vogliono stare bene nella loro forma fisica, qualunque essa sia.
“Curvy Pride rispecchia alla perfezione i miei valori ed esserne membro è per me un onore, tutte insieme cambieremo il mondo”!
MAIL fabythecurvycoach@gmail.com o mi trovi su IG https://www.instagram.com/faby_the_curvy_coach/?hl=it





VOCE DEL VERBO DIS – FUNZIONALE

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Sonia e Cristina

“C’era una volta…” di solito le storie che hanno un lieto fine cominciano in questo modo. Peccato che non sempre finisca così, soprattutto nella realtà; o magari finisce bene ma attraversando momenti difficili. Di solito le personalità fragili si dividono in due categorie: quelle che con la loro fragilità si ergono a carnefici, cercando di emergere facendosi forti sugli altri, e quelle che per non essere escluse risultano vittime, fingendo di essere felici a essere bullizzate poiché vedono in quel momento un “avvicinamento” al branco.

Cristina era una ragazzina timida, molto timida, con una personalità fragile, come tutti; ognuno di noi ha delle fragilità più o meno palesate. Faceva la terza liceo quando la conobbi, aveva fatto il biennio in un’altra scuola e ad ottobre inoltrato si era unita alla mia classe. Non so se fu questo suo arrivare a percorso di studi già avviato che la mise automaticamente nell’occhio del ciclone di Sonia, oppure la sua personalità introversa.

Sonia era la classica bulla, una bulla bellissima, di status sociale alto. Negli anni ragionai sul fatto che probabilmente non aveva una famiglia felice alle spalle, perché sempre nella famiglia vanno ritrovati gli atteggiamenti disfunzionali che un adolescente apprende. Magari era troppo vista o magari lo era troppo poco, con la conseguente tendenza di farsi notare maltrattando chi era più debole o non riusciva a tirare fuori il carattere. D’altronde, davanti a tanti altri ragazzini che fanno branco prendendo come esempio il carattere forte dell’Alfa, a quell’età non è per niente facile farsi vedere forti.

Sonia maltrattava Cristina in maniera tremendamente cattiva. Davvero troppo cattiva per una ragazza di 15 anni. Non c’era occasione in cui non volassero dalla sua bocca commenti poco carini tipo: “Ecco la sfigata! Ma l’avete vista? Con quei capelli slavati e quei pantaloni bruttissimi! Io non la voglio in squadra con noi, sicuramente ci fa perdere”.

Immagine liberamente presa da Google

In tre anni di liceo non ricordo di aver mai visto Cristina sorridere. Era sempre sola, sedeva tra i primi banchi ai lati dell’aula perché erano gli unici che le lasciavano. Sonia le rubava le merendine o faceva in modo di farlo fare ad altre compagne del branco che pur di avere la sua approvazione facevano tutto quello che lei diceva.

Un giorno, a lezione di inglese, il disastro.

Sonia stava masticando una gomma ed era seduta proprio nel banco dietro a Cristina. In un momento in cui l’insegnante stava scrivendo i tempi verbali alla lavagna, le lanciò tra i capelli la gomma masticata. Cristina se ne accorse solo all’intervallo. I suoi occhi sono tuttora scolpiti nella mia mente: avevano un’espressione triste, lo sguardo abbassato pieno di vergona, come se fosse colpa sua, come se meritasse quella gomma masticata, come se meritasse quelle offese, meritasse di essere lasciata sola.

Ho sempre cercato di andare contro a queste dinamiche. Non volevo essere testimone silenziosa di queste situazioni. Non volevo lasciare Cristina da sola, ma ero una ragazzina anch’io, non avevo il carattere che ho oggi. Sapevo benissimo che se mi fossi avvicinata a Cristina, Sonia avrebbe emarginato anche me. Volevo cercare di rimanere in bilico tra due situazioni, come un funambulo su una corda, volevo mantenere in equilibrio due mondi che non avrebbero mai potuto convivere. Nel momento in cui mi avvicinai a Cristina mi resi conto che i miei timori erano fondati perché fui immediatamente esclusa da Sonia e dal BRANCO.

Due mondi così diversi non potevano coesistere. Ne presi coscienza e capii che nella mia vita non volevo avere a che fare con personaggi come Sonia, che era per me qualcosa di non funzionale che mi avrebbe fatto soltanto del male.

A quel tempo ero un soggetto sensibile. Le persone sensibili spesso sono anche plasmabili e manipolabili. Anche se sono diventata adulta, a tratti lo sono ancora. Quando non riesco a tollerare una situazione accumulo rabbia. Per certi versi è un problema, perché devo trovare il modo per scaricarla, ma per altri è la mia salvezza, perché mi spinge a prendere posizione e ad agire. Infatti fu proprio quella rabbia che mi salvò dal diventare una persona di cui mi sarei sempre pentita. Quella presa di posizione fu la scelta migliore: Cristina diventò la mia migliore amica. Grazie a lei e alla sua sua amicizia sviluppai la mia vera natura di protezione verso me stessa.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
Laureata in comunicazione pubblicitaria, ha nel cassetto un libro che vorrebbe pubblicare.
Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
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UNA MAMMA PER AMICA: “BUON COMPLEANNO CARMEN!”

Spettacolo teatrale scolastico

Capire cosa siamo non è semplice. Come siamo riuscite ad arrivare ad oggi unite e complici. Sai che non è stato facile. Ti ho avuta presto e onestamente non ero in grado di occuparmi neanche di me stessa. Senza rendermene conto mi hai mostrato la semplicità dell’amore più grande che può esistere al mondo. Mi sono affacciata alla maternità con innocenza e incoscienza, sfidando le leggi della natura e provando a capire se con te accanto sarei riuscita a trovare un pochino di pace interiore.

Tu non lo sai ma mi hai guarita tantissime volte. Sei stata un ottima ragione per credere che il mondo fosse un posto migliore di come me lo avevano fino a quel momento mostrato.

18 anni d’amore

Sei una forza della natura bimba, credimi! Nessuno è perfetto e tu stai scoprendo piano piano cosa significa viaggiare in questa vita. Mattoncino dopo mattoncino stai mettendo le basi per un futuro meraviglioso pieno di sorprese e colpi di scena. Sono tua madre, i colpi di scena nella tua vita esistono per forza!

Sei sempre stata una creatura responsabile e con la testa sulle spalle, non perdere mai la fiducia in te stessa e credi ogni giorno che quel giorno sarà straordinario, proprio come lo sei tu. Sei una sorella eccezionale. Giulia segue le tue orme ed è cambiata tanto grazie alla tua presenza e al tuo amore incondizionato. Alessandro ti sente e ti vede come una mini me, il suo sorriso è lo specchio di ciò che rappresenti per lui ed io non potrei esserne più fiera.

Il trio delle meraviglie

In questi ultimi 10 anni ti sei fatta amare da tutti e tutti hanno scoperto che ricchezza sei, ma capiterà (come sai) che qualcuno si metterà sulla tua strada ostacolando i tuoi sogni e la tua libertà ma tu con molta leggerezza dirai: “A me nun me ne frega un ca***o annamo a pija er gelato?” (cit. Strappare lungo i bordi.) Sapendo di doverti ricaricare per superare l’ostacolo successivo. Ma tu sei forte, più di quanto pensi.

Lontano 2006

Il traguardo è stato raggiunto. Ormai stai per bussare alla porta dell’età adulta ed io con una lacrimuccia e un sorriso (come al solito faccio le due cose insieme), ti dico che hai tutte le carte in regola per varcare quella soglia e spaccare tutto.

Siamo fieri di te e grazie di esistere e di creare dipendenza.

BUON DICIOTTESIMO COMPLEANNO SPLENDORE!!

Mamma, Roberto, Giulia, Alessandro

Ringraziamo tutti coloro che dedicano il proprio tempo alla gestione e alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato.

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