VOCE DEL VERBO DIS-FUNZIONALE- L’AMICO IMMAGINARIO

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Giorgia

“Mi mettevo lì, in quell’angolino, e tenevo con me sempre il mio Gianni. Gianni era sempre con me… lui si fidava delle mie parole e dei miei abbracci. Eravamo solo noi due. Avremmo superato tutto.”

Dolce, con gli occhi grandi e profondi, Giorgia voleva tanto parlare con la zeppola da bimba, voleva l’apparecchio mobile, quello che dopo un po’ devi aspirare sennò tutta la saliva esce dalla bocca. Lo voleva perché lo aveva visto da Chiara che aveva sempre le cose più fighe, era sempre quella più avanti delle sue compagne di classe.

Giorgia voleva anche il braccio rotto e gli occhiali da vista, le sembravano cose fighe da grande, per far vedere che era forte, che era più forte di tutto. Non si ruppe mai un braccio e non ebbe mai bisogno degli occhiali. A 13 anni, dopo una visita, il dentista le confermò che non aveva bisogno dell’apparecchio ma che avrebbe potuto metterlo a titolo preventivo, Giorgia si rallegrò tantissimo! Era l’apparecchio fisso e non poteva parlare come Gatto Silvestro e nemmeno come Chiara, ma era un segno, era un elemento di distinzione, in un periodo storico in cui non era così comune averlo.

Giorgia non aveva mai conosciuto suo papà perché aveva lasciato lei e sua mamma che era appena una neonata e non tornò mai più. La mamma di Giorgia era molto giovane e un po’ fredda con lei nei suoi primi anni di vita, probabilmente non era pronta per avere una bambina da sola e quindi spesso non le dava le attenzioni che necessitava. Giorgia voleva la sua mamma Mirtilla, ma lei era sempre via, in viaggio con gli amici, per non sentire forse quel dolore di essere rimasta sola, di non avere avuto la forza di tenersi un marito e un papà per la piccola. Quegli anni furono vuoti per Giorgia, che non poteva capire la situazione.

“Come stai oggi Gianni? Hai dormito bene? Sai, oggi andiamo a scuola e vedrai che bello, la prima ora è di inglese che mi piace tanto! What’s your name? My name is Giorgia. Hai visto che bella pronuncia che ho? La maestra Panzi sarà molto fiera di me…

Non c’era una volta che Giorgia avesse ricevuto risposta da Gianni, lei faceva tutti i suoi discorsi ad alta o a bassa voce e rendeva partecipe Gianni di tutta la sua vita. Le cose belle e le cose brutte. In qualche modo Giorgia aspettava sempre la risposta di Gianni. Ci sperava tanto, anche se sapeva che non sarebbe mai arrivata. Gianni era il suo amico immaginario, quello che non l’avrebbe abbandonata mai. Aveva bisogno di qualcuno che sarebbe sempre restato, qualsiasi cosa fosse accaduta. Lei era una bimba molto timida, non faceva amicizia facilmente, invece Gianni era carino, le voleva bene e rideva delle sue battute.

“Dai Gianni smettila di ridere, mi dai il mal di testa con questa risata gorgogliante! Mi rincoglionisci!”

A qualcuno poteva sembrare pazza perché parlava ad alta voce ovunque: per strada, sul bus, al supermercato. Solo in due posti non gli parlava: il primo era a scuola, perché non voleva che gli altri bambini ridessero di lei. L’altro era a casa, perché una volta la mamma l’aveva vista parlare da sola e si era molto preoccupata, credendo avesse un disturbo. Giorgia aveva provato a spiegarle che era solo “Gianni” ma da quella volta aveva capito che era meglio non farlo più. Era diventato talmente importante da sentirne la presenza, come se fosse davvero lì con lei. “Gianni ti ho lasciato un po’ di merenda, so che non è la tua preferita, ma mamma aveva finito il prosciutto crudo e mi ha per forza dovuto fare i panini con il cotto”.

Giorgia voleva gli occhiali, il braccio rotto e l’apparecchio perché aveva bisogno di essere vista, di essere amata, di sentire che le persone non avrebbero più fatto come suo padre, ma che sarebbero rimaste.

Ci sono situazioni in cui la crescita di un figlio con l’assenza di figure importati o rapporti familiari complicati, porta il bambino a cercare rifugio creandosi delle salvezze, degli escamotage per non soffrire o per sentirsi amato.

Passano gli anni e Giorgia è cresciuta, il rapporto con mamma è cambiato, perché oggi finalmente la vede. È diventata una donna grande, forte e autonoma, ma ogni tanto quando vuole fare la monella parla ancora con Gianni. Gli chiede come sta, ma non aspetta più una risposta come prima, lei sa che Gianni c’è, che in qualche modo lui è lì.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
Laureata in comunicazione pubblicitaria, ha nel cassetto un libro che vorrebbe pubblicare.
Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
Si definisce “Reporter di vite”, ed è proprio quello che fa attraverso il nostro Curvy Pride Blog.

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VOCE DEL VERBO DIS-FUNZIONALE. L’AMORE MANIPOLATO

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Marta

Io sapevo che se avessi voluto continuare la mia carriera accademica in Semiotica avrei dovuto assecondare in qualche maniera quei complimenti del mio professore e non farlo sentire sbagliato o inopportuno…perché lui mi avrebbe altrimenti reso tutto più difficile.”

Queste parole sono di Marta, che conosco dai tempi dell’università. Lei è più grande di me di 5 anni ed è sempre stata una ragazza di carattere tenace e caparbio. Lavorava e studiava insieme, avevamo iniziato comunicazione pubblicitaria all’università di Modena e Reggio Emilia che io avevo 23 anni e lei quasi 28.

Arrivava la mattina con la faccia sconvolta, mi ricordo che entrava quasi sempre a lezione già iniziata e nonostante ciò non si perdeva una virgola. I suoi appunti erano più precisi dei miei, con una calligrafia ordinata e pulita, mentre la mia sembrava quella di un medico antico e ormai mezzo orbo. Ad ogni cambio d’ora mi avvicinavo per parlarle. Lavorava in un’agenzia assicurativa e aveva chiesto se sotto sessione d’esame potesse ridurre un po’ le ore per poter studiare. Era siciliana, di Agrigento e aveva portato tutta la sua sicilianità in quella Reggio Emilia così fredda e umida che ti gelava le ossa anche con il piumino addosso.

Nonostante il clima, Marta riusciva a rendere tutto più casa: sarà stato per il suo accento del sud, per il profumo delle cassate o delle mandorle, ma ovunque andasse portava con sé il suo calore. Dopo le prime settimane si creò un gruppetto di amiche. Eravamo in quattro: io, Marta, Anna e Ludovica che erano iscritte ad altri corsi, facevano editoria. Anna era salernitana, Ludovica calabrese, e io la nordica che però ho indole, cuore e approccio alla vita e alle persone tipico del sud.

Hanno sempre creduto io fossi campana o pugliese, mi chiamavano “la napoletana del nord“.

Gli anni della specialistica corrono veloci ed in tre anni mi ritrovo con un’altra laurea in mano senza sapere che farne. Ognuna di noi quattro prende una via diversa. Ludovica e Marta rimangono a Reggio Emilia, creando entrambe una famiglia, Anna si sposta a Modena ed io che le cose le faccio in grande, decido per impulso e mentalità a me più affine di scegliere Bologna.

Continuiamo a vederci con meno frequenza ma a sentirci in un gruppo WhatsApp chiamato Noi sempre uguali dopo anni, o almeno questa la nostra speranza.

Spesso ci mandiamo messaggi, condividiamo idee, video dei tempi andati. Siamo tutte amiche anche se è normale che si creino delle affinità elettive o preferenze per modo di fare. Io e Marta spesso ci sentiamo anche in privato, con lei ho una confidenza speciale. Un giorno mi invita da lei per cena, il suo compagno di una vita è fuori città per un convegno e lei ha deciso di approfittarne per una serata di confidenze tra amiche.

Vino, tartine, bruschette con i pomodorini, gli equilibristi di mestiere loro, rimangono perfettamente stabili sulle bruschette di Marta. Cosa che ovviamente non succede a me, al primo morso ecco che mi vola sul pantalone bianco una bella chiazza rossa. Non sono io se non lascio il segno in qualche modo! Poco male, la cena continua con delle meravigliose linguine ai gamberetti e poi dei cannoli al pistacchio appena sbarcati anche loro da Lampedusa che sono spariti in un attimo.

Marta è serena, libera e spensierata fino a che ci mettiamo sul divano. Accende la tv mi dice: Ti ricordi quando ad ogni lezione di Semiotica io volevo sempre stare in prima fila ? E che potevo fare ritardo a tutte le altre lezioni ma mai a quella? Beh, il professor Marco per me non era un semplice professore, lui così galante e attento ad ogni mio dubbio, ad ogni domanda, aveva visto in me un potenziale e voleva farmi arrivare ad avere la sua cattedra, mi stava prendendo sottobraccio per farmi arrivare ad insegnare la sua materia dato che dopo qualche anno lui sarebbe andato in pensione.”

“Ma Marta ma non mi hai mai detto nulla di tutto ciò? Non sapevo che avessi questo sogno! E poi cosa è successo?”

“È successo che quel famoso weekend di aprile 2013 io non ero andata a trovare mia zia a Parigi, ma ero andata con lui ad un convegno alla Sorbonne, pensa che sapevo tutto di Charles Sanders Peirce e la semiotica era diventata la mia ragione di vita. Non mi resi subito conto che Marco non aveva un’ammirazione verso una studentessa ma si era creato un rapporto di sudditanza in cui lui era il Master e io la Slave. Ha utilizzato il suo potere da superiore, uomo, accademico con fascino facendomi capire che ero la sua creatura, che poteva fare di me ciò che voleva. Ecco cosa cosa c’era in realtà dietro quell’interesse nei miei confronti! Lui scriveva e io partivo, lui mi chiamava e io volavo dall’altro capo del mondo, ovunque lui fosse, avevo solo bisogno della sua ammirazione che piano piano stava svanendo poiché si parlava sempre meno di università e sempre più di quello che lui voleva fare con le mie cosce, la mia vagina, il mio ventre, il mio collo, la mia schiena per concludersi nella mia bocca.

Non so come siamo passati da essere professore e alunna ad essere due amanti. Io creta nella sue mani, ero ciò che lui voleva quando lo voleva.

La ascolto esterrefatta. Sono passati nove anni e ora Marta mi dice che ha avuto una relazione col nostro professore. Non ho parole, la guardo basita.

“Lo so che sei sconvolta, nemmeno Anna e Ludovica lo sapevano, mi vergognavo troppo, non riuscivo ad uscirne, era diventato un gioco pericoloso di cui non potevo fare a meno. Ti ricordi che ci misi anni a passare semiotica? Sai perché? Perché lui aveva capito che volevo smettere. Infatti dopo mesi mi svegliai da quel torpore e mi resi conto che ero in un vicolo cieco e che ero assuefatta da una situazione che non avrebbe portato a nulla. Avrei solo perso anni della mia vita e così smisi di essere la Marta disponibile sessualmente e Marco si imputò. Non mi diede più un voto decente, ci misi due anni per prendere un venti.

Ho dovuto chiudere quella situazione di dipendenza perché stavo perdendo me stessa e anche le cose importanti. Dopo quel voto finalmente chiusi la partentesi Marco. Marco professore, Marco Master, Marco che mi voleva dare un futuro in università e ricominciai da Marta.

Mi dispiace non averti detto nulla, ma io non sapevo davvero come fare. Mi vergognavo ed ero in una spirale di emozioni da cui non sapevo uscire; mi punivo per essere rimasta lì, intrappolata in quella ragnatela in cui non avrei mai dovuto entrare. Sono riuscita a rifarmi una vita solo adesso, dopo nove anni. Mi hanno aiutata la psicoterapia e l’apertura verso ambiti completamente diversi.”

Dopo quella confessione la abbraccio forte. Non riesco a pensare che mi abbia tenuto nascosto tutto questo per anni ma nello stesso tempo mi rendo conto che è come un uccellino che esce dal nido per la prima volta, sbattendo forte le ali per imparare a volare.

Questa storia mi ha colpita nel profondo. Mi dispiaceva per lei ed ero rimasta anche un po’ ferita che non me ne avesse parlato prima. Ci ho messo qualche giorno, ma poi l’ho chiamata per dirle: “Ti voglio bene, ci sono e ci sarò sempre, ma non tenermi più nascoste certe cose anche se hai paura a farlo, io non ti giudicherò mai.”

Nota dell’autrice: i nomi di questo racconto sono tutti di fantasia per proteggere la privacy dei protagonisti.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
Laureata in comunicazione pubblicitaria, ha nel cassetto un libro che vorrebbe pubblicare.
Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
Si definisce “Reporter di vite”, ed è proprio quello che fa attraverso il nostro Curvy Pride Blog.

QUANDO A GIUDICARTI È LA TUA FAMIGLIA

Riproponiamo questo articolo del 2021 scritto dalla nostra socia e Coach Fabiana Sacco. Mai come in questo periodo il giudizio ha un impatto devastante sulla vita di molte persone. E se questo giudizio arrivasse proprio dalla nostra famiglia e da chi amiamo di più?

Ti è mai capitato di sentirti bullizzata dalla tua famiglia? Strano a dirsi, eppure è possibile! Forse non ci viene mai in mente che a volte i primi atti di discriminazione li abbiamo vissuti proprio in quello che dovrebbe essere il nostro nido sicuro. Se ci pensi un attimo e guardi indietro, sono certa che troverai almeno un’occasione in cui avresti voluto che i tuoi familiari ti fossero più vicini, che cercassero di capirti, che prendessero le tue difese a spada tratta o che, semplicemente, ti abbracciassero in silenzio perdonandoti qualunque cosa avessi fatto.

Troppe volte i figli si sentono giudicati dai genitori o dalle persone care

Nessuno è perfetto, non nasciamo col famoso libretto delle istruzioni! Quando diventiamo genitori ne avremmo disperatamente bisogno perché è facile sbagliare. Pensa a quante volte hai detestato un certo comportamento di tua madre o tuo padre e di come ti sei ripromessa di non diventare mai come loro, oppure di come hai visto quella mamma viziare in modo vergognoso il suo bambino e poi, dopo anni, ti sei ritrovata a fare esattamente la stessa cosa, con gli occhi traboccanti d’amore e di indulgenza per il tuo pargolo specialissimo!

Ti ci ritrovi? Io credo di sì. Forse non del tutto, forse in maniera non così eclatante ma comunque sai perfettamente di cosa parlo.

Ti racconto cosa è successo a Silvia, una mia cliente, quand’era ragazza (tranquilla, mi ha dato il permesso di raccontarlo): tra lei e sua mamma c’è sempre stato un grande amore ma lei ricorda che, fin da piccola, la mamma le diceva continuamente che avrebbe dovuto dimagrire, che sarebbe stato meglio mangiare meno e perdere peso. Quando aveva circa 12 anni Silvia si prese l’influenza, stava male e non si alzava dal letto. Dopo due o tre giorni la mamma arrivò in camera e Silvia pensava che fosse salita per portarle un po’ di brodo o per vedere come stava, INVECE AVEVA IN MANO LA BILANCIA.

“Dai, vieni che guardiamo quanto hai perso!” Trillò la mamma, e nonostante non si sentisse per niente bene e avesse la mente annebbiata, Silvia obbedì alla madre e si pesò. Pesava esattamente come prima. “Ma non è possibile, tre giorni che non mangi e non hai perso neanche un etto!” Tutto quello a cui riusciva a pensare la madre in quel momento era quell’ago che non si muoveva, mentre lei stava male. Quella frase la mortificò e la fece sentire in colpa, anche se lei di colpe non ne aveva affatto.

“Mangia di meno, devi dimagrire!” Quante volte Silvia si è sentita ripetere queste frasi da chi amava.

Quell’episodio la ferì profondamente e per molto tempo Silvia si è chiesta come la madre avesse potuto pensare al suo peso mentre lei era febbricitante da giorni. Era una fissazione, un pensiero costante, pretendeva dalla figlia qualcosa che neanche lei riusciva ad ottenere: la magrezza.

Lei sa che sua mamma non voleva affatto farla stare male, non aveva intenzione di ferirla, desiderava solo che lei fosse più magra. Oggi, a quasi quarant’anni, Silvia è una donna di forme generose e, nonostante abbiano un bellissimo rapporto, si sente scrutata e giudicata ogni volta che indossa un vestito un po’ più corto o qualcosa che ALLA MAMMA non piace. La mamma è convinta che certi abiti mettano in evidenza una parte del corpo di Silvia che non rispecchia i canoni di magrezza e che LEI nasconderebbe.

Ecco dove sta il punto: la mamma tende a proiettare i SUOI desideri, le SUE aspettative e le SUE convinzioni sulla figlia. Questo lo facciamo un po’ tutti noi genitori, chi più e chi meno; siamo fermi sulle nostre idee e siamo certi di fare il bene dei nostri figli dicendo loro chi devono essere, come devono comportarsi e cosa provare di fronte al mondo, ma così facendo imprimiamo in loro quello che pensiamo noi. E noi siamo noi, con le nostre storie, le nostre paure e i nostri gusti personali; i nostri figli sono un’altra cosa, pensano a modo loro e vogliono vivere secondo i loro valori!

Chissà se anche per te è stato così, se ancora oggi ti porti dietro le conseguenze di ciò che hai vissuto da piccola, se con i tuoi figli sei la fotocopia della tua mamma brontolona o se invece sei riuscita a tirare fuori la parte di te che ti serve per essere la mamma che vuoi!

Ti lascio con un’ultima riflessione: sappi che le persone agiscono per ciò che conoscono, si comportano al meglio di come possono fare in quel momento.

Silvia ha lavorato molto sulla sua autostima e l’ha trovata nonostante la sua mamma non le abbia reso le cose semplici. Oggi è una donna molto serena e sicura di sé, non biasima sua madre per quello che le ha detto e che ancora oggi le fa capire tra battutine e sarcasmo. Lei sa che l’ha sempre amata tantissimo, solo che lo esprime così, in un modo non costruttivo.

Quello che sicuramente possiamo fare noi, generazioni più giovani, è informarci e fare il possibile per crescere figli che non debbano sentirsi continuamente sotto esame, per chi sono e per come appaiono. Questo è uno dei valori fondanti dell’ Associazione Curvy Pride- APS: siamo persone, non siamo taglie e non siamo perfette: così come non lo è la mamma di Silvia che ha agito per amore, così come non lo sono io, né tutte voi che state leggendo. Ognuna di noi fa del suo meglio per le sue possibilità e quando c’è bisogno di aiuto, di confronto, di crescita e di unione c’è Curvy Pride.

Fabiana Sacco, Curvy Coach (ed ex mamma brontolona).

Se l’autostima, la crescita personale e la ricerca dei tuoi talenti sono argomenti che ti interessano, non perderti le Zoom di Fabiana: si intitolano I DIFETTI CHE FANNO LA DIFFERENZA e sono appuntamenti mensili gratuiti, liberi a tutti, in cui ci conosciamo e parliamo di noi e ci aiutiamo a superare le difficoltà. Trovi il calendario delle Zoom QUI.

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Fabiana Sacco che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

Fabiana Sacco è stata consulente di bellezza per più di 25 anni nei quali ha raccolto le confidenze, le paure e i sogni di centinaia di donne. Il suo cammino di crescita l’ha portata a diventare una Coach e il suo lavoro è aiutare tutte le donne a ri-trovare la loro autostima e sviluppare i loro talenti, indipendentemente dalla fisicità.
“Curvy Pride rispecchia alla perfezione i miei valori ed esserne membro è per me un onore, tutte insieme cambieremo il mondo!”
MAIL info@fabianasacco.it FB 
https://www.facebook.com/fabianasaccocurvycoach
e su IG https://www.instagram.com/faby_the_curvy_coach/?hl=it

HENRI MATISSE AMAVA LE CURVY!

La produzione del pittore degli anni venti Henri Matisse affronta un tema figurativo di grande suggestione e sperimentato in numerose varianti: quello dell’odalisca. È la sublimazione di un’immagine erotica ed esotica che ritorna dal viaggio in Marocco, a Tangeri, e conferma la grande empatia di Matisse per la civiltà araba.

Le odalische di Matisse sono donne dalla compattezza statuaria, sinuose, spesso distese, più raramente in piedi, ma sempre come sprofondate in un’attesa senza tempo. Per dipingerle l’artista allestiva nel suo atelier di Nizza una sorta di  piccolo palcoscenico, una specie di harem in miniatura dove le formose modelle erano, di volta in volta, circondate da arazzi, tappeti, tessuti e paraventi orientaleggianti. Gli interni erano sempre diversi e i colori sempre smaglianti.

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Grazie a tutte le persone che dedicano il loro tempo alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato.

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Irene Pignatelli, laureata in Lettere Antiche, specializzata in Archeologia Classica presso l’Università Sapienza di Roma, ha seguito il corso di perfezionamento in Arte Paleocristiana presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, ha superato l’esame del corso di specializzazione in didattica museale e generale.
Dopo aver condotto e progettato attività divulgative in ambito storico artistico per vari enti culturali, scritto articoli su riviste specializzate in arte antica, lavora come Responsabile dei Servizi Aggiuntivi per la Società Cooperativa Culture per i Musei del Sistema Musei Civici nelle sedi dei Musei Capitolini e Centrale Montemartini di Roma, come Responsabile delle attività didattiche per adulti per l’Azienda Speciale Palaexpo e Responsabile di Progetti Speciali di Roma Capitale finalizzati alla valorizzazione di sedi museali e aree archeologiche del territorio. ♥

 

 

 

 

CON IL SENnO DI POI

Per la rubrica CURVY PRIDE ANTHOLOGY riproponiamo questo divertente articolo datato giugno 2020 della nostra socia Silvia Massaferro. Buona lettura!

Dal titolo si dovrebbe intuire: ebbene sì, parliamo di seno.
Stigmatizzato, additato, adorato, disprezzato, sfruttato. Un seno da nascondere, un seno da mostrare.
Il percorso che una donna attraversa durante la sua vita è spesso legato a questa parte del corpo oggetto di un’amore/odio che ci accomuna tutte.
Personalmente, da donna tonda quale sono, ho sempre avuto un seno importante già dalle elementari, il che mi ha creato un disagio ENORME quanto enorme percepivo il mio busto. Ho scoperto come il mio seno fosse oggetto di scherno, da nascondere. E così, ho indossato per anni felpe oversize e da uomo per nasconderlo e stavo curva sul banco, dalle elementari al secondo anno di liceo con relativa postura compromessa per sempre. Anni a cambiarmi chiusa in bagno anziché nello spogliatoio con le altre durante l’ora di fisica, perché il mio corpo era sbagliato, non andava bene, non era come quello delle mie compagne. Ricordo ancora lo choc da bambina quando realizzai che non sarei più stata a torso nudo in spiaggia.

Non è stato facile da accettare e negli anni ’80/’90 la moda di certo non aiutava. Andavano per la maggiore le maglie stampate che su di me diventavano un quadro di Rorshach (hai presente quelle macchie informi di inchiostro che usano gli psichiatri per i loro test? Ecco, quelle.) Le t-shirt con simpatici cagnolini diventavano mostri deformi. Le camice erano ingestibili, con bottoni che tiravano o si aprivano per via dei volumi che erano costrette a contenere. Ero sempre infagottata in giacche enormi, con la cucitura delle spalle a metà braccio perché i sarti non concepivano una ragazza con spalle piccole e seno abbondante. Bronchiti costanti perché alla fine optavo per la giacca aperta tutto l’anno.
Poi arriva l’adolescenza, tutti sbocciano manco fosse un giardino botanico. E allora provi pure tu a mettere una maglietta scollata. Maschi come api sul miele. Ah, ecco a che serve! Ma poi arrivano i commenti cattivi.
Così inizia il copri, scopri, copri, troppo scollata, trasparenze no, eh così non va bene, eh no poi ti guardano, e ma se ti chini poi...
Vieni poi identificata con il tuo seno: catalogata in la tettona o la tavola da surf a seconda dei casi. Un bodyshaming che negli anni imperversa ancora. Come se il seno dovesse identificarci come persona e come carattere. Neanche fosse il mio segno zodiacale. Ma ce lo vedete Paolo Fox che dice: “Assi da stiro, oggi giornata ricca di novità! Per voi tettone, invece, weekend all’insegna del divertimento! Eh no.
Insomma, qualunque sia la sua forma, che sia vero, rifatto, strabico, coppa di champagne, enorme, a pera, a mela, a melone, sappiate che ci sarà sempre il genio di turno che dovrà commentare. Ah, non ci salveremo neanche in maternità, perché arriverà l’allattamento e anche qui si aprirà un capitolo. ENORME.
Quindi donne e future donne, con il SENnO di poi tante crisi esistenziali tornassi indietro me le eviterei. Ho il seno? Non ho il seno? Chissene. Sono semplicemente IO.



Il presente articolo è stato scritto dalla socia Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo
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