IO, LA MAMMA DELLA BAMBINA CONGELATA, TI RACCONTO IL MUTISMO SELETTIVO

Angela e Flavio si trovano in difficoltà con la loro bambina. Non riescono a comprenderla fin quando non scoprono che è affetta da mutismo selettivo.

Questa è una storia vera. Una di quelle che non sentirai al telegiornale, non troverai nei libri di storia e per questo tanto preziosa. Conosco Angela in una libreria, durante un circolo di lettura. È una persona composta, delicata nei gesti e nelle parole, ogni volta che ci incontriamo percepisco il suo bisogno di parlare. Un giorno scopro che ha una figlia e la invito a uno dei miei incontri con i bambini, ma Angela, in tono confidenziale, mi dice che la bambina non ama la confusione. Quella frase rimane appesa tra noi, così decido d’ incontrarla in libreria, scegliamo un angolo appartato e ordiniamo una tisana (sono fantastiche le librerie con la sala da tè!).

E se come mamma non sono in grado di capire mia figlia?

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TAKE CARE OF YOU (PRENDITI CURA DI TE)

La malattia è spesso un conflitto tra l’anima e la personalità, si parla quindi di disturbo psicosomatico e sono sicura che l’hai provato almeno una volta nella tua vita.

Ci sono sintomi che non sono altro che allarmi inviati al nostro corpo e che vanno accettati, ascoltati, compresi e mai allontanati; se li allontaniamo si possono trasformare in patologie vere e proprie.

Il corpo grida quello che la mente non vuole sentire o quello che la bocca tace spesso per comodità.

Ho riletto questo estratto di Alejandro Jodorowsky Prullansky (poeta cileno, scrittore, fumettista, regista, drammaturgo) e che con piacere ti riporto:

“…

lo stomaco arde quando le rabbie non riescono ad uscire,

il diabete invade quando la solitudine duole,

il corpo ingrassa quando l’insoddisfazione stringe,

il mal di testa deprime quando i dubbi aumentano,

il cuore allenta quando il senso della vita sembra finire,

il petto stringe quando l’orgoglio schiavizza,

la pressione sale quando la paura imprigiona,

la nevrosi paralizza quando il bambino in noi tiranneggia,

le ginocchia dolgono quando il tuo orgoglio non si piega

…”

Spesso cerchiamo di mettere a tacere tutti questi sintomi con terapie o farmaci, ma ci chiediamo veramente quale sia la fonte del nostro malessere interno? Quali disturbi silenziosi abbiamo?

Se riguardo quell’elenco, ma soprattutto se riguardo nel mio passato, dico: “Questo ce l’avevo, anche questo e quest’altro” e provo un po’ di sconforto. Nello stesso istante però mi ricordo l’evoluzione fatta per non sentirmi angosciata o troppo ipocondriaca (ipocondria detta anche patofobia o ansia da malattia): ho cambiato mentalità nei confronti dei problemi della vita.

Ho un approccio, seppur da migliorare, meno ansioso rispetto a prima. Quello che mi faceva stare male era spesso “l’ansia da prestazione” (e non parlo di quella vissuta dall’uomo nella sfera sessuale, parlo di esami scolastici, lavoro, vita di coppia, perfino l’immagine data sui social) in qualsiasi ambito della mia vita e da cui derivava mal di stomaco, inappetenza, insonnia, mal di testa, palpitazioni.

Quando il mio corpo, anche recentemente, ha sentito questa forma d’ansia, mi ha inviato immediatamente il suo allarme così io ho potuto agire per tempo e soprattutto ho fatto in modo che non si trasformasse in qualcosa che poteva rovinare le mie giornate, ma non solo, anche i rapporti con le altre persone.

Ho imparato a trovare “le soluzioni migliori per me”, ho imparato a vedere alternative, ho imparato a riconoscere il problema e parlarne con chi è più esperto di me.

Quante volte poi nell’arco della mia vita mi sono sentita di azzannare letteralmente un dolce in un momento di crisi sentimentale o di sconforto affettivo! Ecco che dall’episodio singolo è nata una vera e propria patologia di cui vi parlerò nei prossimi articoli.

Consapevole che ognuno di noi reagisce in modo diverso alle situazioni,ti regalo il pensiero positivo che mi segue anche nella vita professionale da infermiera: “La salute è il primo dovere della vita” (Oscar Wilde), perché senza di essa ci saranno altri ostacoli da affrontare e con più difficoltà.

Quindi PRENDITI CURA DI TE E ASCOLTATI!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride blog

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell‘associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Laura Chiapparini , infermiera, modella e fotomodella curvy; il mio motto di vita è ” SPQR : SORRIDI PER QUALSIASI RAGIONE”
MAIL : fairylaura83@gmail.com INSTAGRAM ACCOUNT laura_kitty_1

SONO PAULA E CREO MODA SENZA STEREOTIPI!

Mi chiamo Paula e sono una Couturier. Cos’è una Couturier? Una stilista, modellista, prototipista e anche sarta. Realizzo abiti partendo dall’idea di outfit, gestendo tutto il processo, fino alla sua confezione. Sono specializzata nella vestibilità e nella personalizzazione, la mia più grande gioia è vedere la felicità dei miei clienti nell’indossare i loro tanto desiderati e unici look!

Desidero aiutare come posso nel mio campo e ho deciso di essere parte attiva dell’associazione CURVY PRIDE-APS!

Ho conosciuto questa stupenda realtà circa 4 mesi fa ed essendo questa filosofia inclusiva e senza stereotipi un argomento in cui ero già attiva, me ne sono subito innamorata! Sono diventata socia e mi sono procurata i fantastici libri. Ho conosciuto virtualmente le socie fondatrici, alcune altre blogger, parte dello staff e ovviamente Fabiana! Leggo i vostri post e commenti nel gruppo e, (lavoro permettendo) seguo con tanto piacere le zoom e le varie dirette!

Eccomi quindi come blogger a scrivere articoli nei quali andremo ad esplorare la moda, le forme del corpo e l’abbigliamento, un po’ di storia, glamour e tutto ciò che ruota attorno al mondo fashion!

Faremo un percorso di zoom e articoli che possono aiutarvi a orientarvi meglio in questo mondo e ad aumentare il valore della vostra immagine. Le ZOOM per ora si terranno gli ultimi lunedì del mese alle ore 21,00. La prima sarà il 29 marzo.

Questo tipo di esperienza è nuova per me, io sono consulente ma non ho mai tenuto un blog o delle dirette con più persone, vi chiedo quindi di aiutarmi per indirizzare gli argomenti che possano davvero interessarvi.

Se avete già qualche domanda o curiosità, scrivetemi nei commenti qui sotto, così posso già preparare qualcosa con più materiale. Un abbraccio e mi auguro di vedervi nella zoom!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Paula Elena Liguori che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride blog.

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell‘associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Paula Elena Liguori Couturier per una moda senza stereotipi! info@paelicouture.com www.paelicouture.com

SE LA MIA VOCE PUÒ DIVENTARE LA VOCE DI TANTI

Questa è una storia vera. Una di quelle che non sentirai al telegiornale, non troverai nei libri di storia. Una di quelle che raccontano la nostra quotidianità e per questo tanto preziosa.

Ti indico dove guardare.

Eccola lì. La nostra protagonista si affretta a uscire dalla fabbrica in cui lavora. Uno stabile in mezzo alla pianura, un cortile con macchine parcheggiate e lei cammina veloce, sistemando la lunga frangia bionda dietro le orecchie. Un uomo la chiama indietro.

Lei è Maria Grazia e l’uomo che la segue è Pino, un collega di lavoro.

Maria Grazia Nicotra,
la ragazza che semina messaggi di amore al mondo.

  “Ma non ti fermi? Non ti va di assistere allo scrutinio?”

Maria Grazia è sveglia dalle quattro del mattino, deve fare la spesa e andare a riprendere suo figlio Gabriele da scuola.  “Preferisco non esserci” risponde accennando un sorriso.

Sembra un giorno qualunque, ma non lo è.

Sale in macchina, avvia il motore e la strada si srotola tra i campi fuori città. Continua a chiedersi come diavolo le sia venuto in mente di candidarsi a rappresentante sindacale, in una fabbrica a predominanza maschile poi! Fino al giorno prima non aveva dubbi, ma ora che il momento della verità si avvicina la paura di dover affrontare una sfida sbagliata è un sasso nello stomaco. 

 “Ti sei candidata?” le avevano chiesto dei colleghi con un sorriso ambiguo. Il sottotesto diceva “Ma davvero pensi che qualcuno ti voterà?”

Una donna che voleva rappresentare degli uomini. Cosa mai le era saltato in mente?

Maria Grazia al lavoro.

Modena scorre fuori dai finestrini. E’ una giornata grigia, gli alberi nei campi sono spogli, un brivido di freddo la scuote, accende l’aria calda e poi lo stereo.  Canta insieme ai Negramaro. “E resto qui sul filo di un rasoio ad asciugar parole che oggi ho steso e mai dirò”, lei, da una vita in cerca di equilibrio.

Le due anime di Maria Grazia.
Sole e luna. Fragilità e forza.

Modena è la sua città di adozione. Vi è giunta a ventidue anni, in fuga da Giarre, un piccolo paese ai piedi dell’Etna, dove si sentiva la nota stonata del pentagramma, quella con le lentiggini e i capelli rossi in un mondo di chiome scure, quella con la famiglia incasinata, sempre sulla bocca di tutti. Sembrava dovesse scusarsi con il mondo per esserci. Aveva lasciato Giarre per lasciare dietro di sé la persona che altri avevano disegnato per lei. Voleva essere se stessa e Modena era il futuro. Non le importava dormire per sei mesi in un campeggio, svegliarsi alle tre del mattino per andare a lavorare nei campi, era libera di costruirsi, di immaginarsi, lontano dallo sguardo di chi pensava di sapere tutto di lei.

Ora, ha circa quaranta minuti per fare la spesa prima che Gabriele esca da scuola.

Negli anni, con maestria, ha organizzato la giornata intorno alle esigenze di suo figlio. La quotidianità è fatta di loro due, non può permettersi di lasciare nulla al caso.

Maria Grazia con suo figlio Gabriele, 12 anni.

Ferma la macchina fuori dal supermercato, getta uno sguardo di sfuggita sul cellulare, ma Pino non ha mandato alcun messaggio. Prende un carrello, le ruote faticano a scivolare sull’asfalto, la porta scorrevole si apre silenziosa e lei entra.

La filodiffusione ricorda le offerte del tre per due nella fantastica settimana di promozione. Maria Grazia sistema nel carrello un pacco di biscotti per Gabriele, mentre, con prepotenza, la voce di Laura, una collega magazziniera, si insinua tra i suoi pensieri. “Ti sei candidata? Ma pensa a tuo figlio! Che t’ immischi con la politica?” ha cercato di dissuaderla Laura, ricordandole le tante ore di lavoro e il peso di allevare da sola un figlio.

Maria Grazia, invece, ha deciso di candidarsi proprio per suo figlio, per mostrargli che se le cose non vanno bene non puoi rimanere a guardare, non puoi affidarti ad altri di cui non hai stima, devi muoverti tu. In prima persona. E ora, mentre sceglie un tubo di dentifricio tra decine di scatole simili, pensa alle sue ventiquattro colleghe. Una fabbrica di duecentocinquanta operai di cui solo venticinque donne. Il punto è che una donna agli occhi di un capo porta con sé problemi: si assenta con più facilità, vuoi per le mestruazioni, vuoi per le gravidanze, e poi non è mai al cento per cento con la testa sul lavoro, se un figlio la chiama al telefono, lei è persa, subito assente. Quante volte le era capitato di ascoltare questi discorsi farciti di pregiudizio? Quante volte era andata al lavoro, pur non stando bene, per non far parlare di sé?  Le capitava di assistere a delle ingiustizie: i colleghi retti nei loro comportamenti faticavano a emergere, vinceva sugli altri lo scaltro, il chiacchierone, quello che amava seminare discordia.

Lei era stanca delle discussioni nei corridoi.

Tutti si lamentavano e poi al momento dell’assemblea nessuno parlava. Se qualcuno avesse contestato e qualcun altro si fosse sommato nella protesta e uno più uno fa due, che poi si diventa in tre e poi in quattro, ecco! In questo modo qualcosa sarebbe cambiato, proprio lì, in un’assemblea sindacale che era il luogo deputato per il confronto, non nei corridoi.

Maria Grazia sosta in corsia, di fronte a un gigantesco tre per due di pacchi di pasta. Si guarda intorno, infila la mano nella borsa, prende un biglietto e lo lascia al posto del mezzo chilo di pasta che sistema nel carrello. Sorride tra sé, immaginando il volto dell’uomo o della donna che troveranno il biglietto. Sopra c’è scritto “Pensa come un protone: tutto al positivo!”

Sono anni che Maria Grazia semina pensieri di amore al mondo

Il primo lo aveva lasciato nella credenza della signora Teresa quando era una ragazzina. Per guadagnare qualche soldo, dopo scuola, andava a casa sua per aiutarla nelle faccende. Era una donna gentile con lei, così un giorno Maria Grazia mise, sotto il barattolo del caffè, il suo primo biglietto. “Quello che fai ti rende speciale! Io non lo dimenticherò mai” c’era scritto in bella calligrafia. L’indomani Teresa si svegliò, prese il barattolo del caffè e trovò, con sua grande sorpresa, il biglietto. Teresa le telefonò emozionata per ringraziarla e Maria Grazia rimase stupita che un piccolo gesto potesse regalare tanta gioia. Da allora Maria Grazia seminava biglietti ovunque e nella sua macchina c’era sempre un pacchetto di gessi colorati perché anche una scritta sul marciapiede può incoraggiare qualcuno.

La postazione dove lavora Maria Grazia.
I suoi messaggi motivazionali sono ovunque lei passi.

Finalmente torna in macchina, poggia le buste della spesa sul sedile posteriore. Accende lo stereo e parte.

La telefonata di Pino arriva mentre Gabriele esce da scuola. Lui si sofferma a parlare con dei compagni, le mani sulle bretelle dello zaino e lei ascolta Pino. “Hai vinto! Sei arrivata seconda, con quarantacinque voti, a soli quattro punti dal primo.”

I risultati dello scrutinio: Maria Grazia è rappresentante sindacale.

“Non è vero!” risponde lei incredula, ma un attimo dopo le arriva una fotografia sul cellulare. I dati dello scrutinio. Ha vinto davvero. Quarantacinque persone hanno scelto lei per essere rappresentati di fronte al loro datore di lavoro. Non era mai accaduto prima. Che una donna si candidasse RSU nel reparto officina della fabbrica, che una donna vincesse.

“E’ successo qualcosa di bello, mamma?” le chiede Gabriele ora davanti a lei.

Qualcosa di bello.

E lei di colpo lo vede.

La ragazzina dai capelli rossi, scappata da una famiglia instabile, dal suo paese e anni dopo da un uomo violento, era la stessa che aveva trovato la forza per denunciarlo quell’uomo, la stessa che piangeva di fronte a un tramonto e seminava messaggi di amore, certa che tutti abbiano bisogno di carezze.

Per la prima volta si sente completa. Per la prima volta si vede bella.

Ecco. La vittoria, ora, è di quella lì. Di quella donna che ha saputo ricostruirsi perché anche il dolore più grande le è servito per salvarsi. Ha usato tutto di sé. Non ha buttato nulla.  La donna che non si è lasciata piegare dalle offese, dalle prepotenze, persino dalle botte, ora ha vinto per tutte le donne che non si sono mai arrese. Tanto salda che altre persone decidono di farsi rappresentare da lei.

Guarda suo figlio. Un giorno sarà un uomo anche lui. Vuole che sia un uomo rispettoso, che non abbia bisogno di dominare per sentirsi forte.

“E’ successo che ho vinto, amore mio. Posso essere la voce di chi non parlava.”

Lei, la nota stonata del pentagramma, potrà scrivere la sua ballata.

La bellezza di un sorriso condiviso.

Ringrazio Maria Grazia Nicotra per avermi donato questo racconto di vita.

Questo articolo è pubblicato dalla socia e scrittrice Catia Proietti che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Di formazione assistente sociale ed educatore degli adulti, vive a Roma, con marito, figli, due tartarughe e un cane in affido congiunto con dei buoni vicini. Scrive libri per ragazzi, cura la collana Extraordinario della casa editrice Albero delle Matite ed è responsabile del Progetto Scrittura di Curvy Pride. Da anni organizza incontri per la promozione della lettura da un anno di vita e collabora con le realtà territoriali per una cultura libera da pregiudizi. Se hai una storia, una domanda, una riflessione che vuoi condividere con lei scrivile a proietti.catia@libero.it, oppure contattala sulla sua pagina Facebook https://www.facebook.com/catiaproiettiautrice . Instagram catia_proietti_

21 FEBBRAIO

Una data che risuona nelle mie orecchie quasi come quella dell’11 settembre.

Ricordo esattamente cosa stavo facendo quel giorno. Erano le ore 14:00, ed io ero a casa in attesa di un esame ospedaliero il cui risultato è stato spiacevole. Dopo qualche ora la notizia su tutte le reti televisive del primo caso covid-19 positivo in Italia, il famoso “paziente zero”.

Credevo che non ci fosse un giorno peggiore di quello nel mio 2020, invece mi sbagliavo. Quel giorno ero già scioccata da una diagnosi personale e a complicare le cose il mio lavoro da infermiera. Nel frattempo sapevo che dopo il risultato dell’esame sarei dovuta stare a casa almeno per due settimane e fare altri controlli.

Sono state settimane piene di incubi e pensieri, settimane in cui mi sentivo vuota dentro ma con una grande quantità di energia fuori e, non sò come spiegarvelo, non vedevo l’ora di rientrare a lavoro per aiutare i miei nonni e di entrare nel “campo di battaglia” insieme ai miei colleghi.

immagine presa dal sito web pixabay

Nelle due settimane prima del mio rientro in struttura ricordo di avere fatto man bassa di “dpi” (dispositivi di protezione individuale) perché sapevo che la situazione generale a livello mondiale era inadeguata a sopperire tutte le esigenze dei sanitari. I costi erano schizzati alle stelle: 10 mascherine ffp3, le uniche trovate online, poi più viste per diversi mesi sul sito, alla “modica” cifra di 73 euro!

Rientro, con il primo decesso per covid-19. Ansia e un po’ di paura sono state le prime sensazioni provate.

Ricordo bene, e non si può dimenticare, tutta la procedura per la vestizione e la svestizione, tutti i cambiamenti causati dall’ approvvigionamento tempestivo di detergenti specifici, tute protettive, visiere, occhiali, guanti e detergenti alcoolici per le mani in quantità industriale. Oltre agli spogliatoi abbiamo dovuto adibire delle stanze apposite per la vestizione e la svestizione dei dpi, cambiare ogni giorno i piani di lavoro per le continue modifiche della situazione clinica dei nostri nonni, allestire una stanza per la decontaminazione degli indumenti con la macchina all’ozono, sospendere tutte le attività di vita comunitaria. Pensate a fare tutte queste cose da un giorno a quell’altro, ma soprattutto pensate a come è stato difficile per noi cercare di fare capire la situazione ai nonni, gli stessi nonni che non riuscivano bene a comprendere il perché non avrebbero più visto per mesi i loro figli, i loro nipoti, i loro cari.

Oltretutto c’era già qualche mio collega positivo naturalmente a casa quindi da 6 infermieri ci siamo ritrovati a lavorare in 3. I turni erano irregolari, spesso di più ore rispetto al turno classico, spesso saltavamo i riposi e le attività non essenziali erano state sospese e quindi ci siamo trovati anche con meno personale (ad esempio l’animatore)  

Non credo di avere mai sudato così tanto come con quella tuta, nemmeno quando andavo in palestra. Mi immaginavo il mio corpo come un kebab con gocce di sudore che grondavo soprattutto sotto le braccia. Per non parlare poi dello sfregamento delle cosce che, già essendo in carne, era un problema pima figuriamoci dentro quella sauna umana. Mi è venuta la cistite perché non potevo andare in bagno per ore e la pelle sembrava squame perché non potendo né mangiare né bere fino a fine turno (parlo di turni di 10 ore e qualcuno forse anche di più) la disidratazione era dietro l’angolo. Non parliamo della visiera che seppur efficace mi faceva sempre tornare a casa con un gran mal di testa. Non eravamo abituati a queste cose, non eravamo “addestrati alla pandemia” ma ce l’abbiamo messa tutta.

Arrivavano tantissime telefonate al giorno da parte dei familiari giustamente terrorizzati dalla situazione, ai quali abbiamo sempre dimostrato vicinanza e che cercavamo di tranquillizzare con parole di conforto o se era possibile facendo sentire al telefono il proprio caro.

Ero sempre più ossessionata dall’igiene e la pulizia tanto che dopo mesi mi sono resa conto che dovevo tagliarmi i miei lunghissimi capelli super rovinati da quel periodo fatto di soluzioni alcooliche a lavoro, a casa, perfino in macchina.

la mia mano al primo giorno di utilizzo di soluzioni alcooliche

Nel susseguirsi delle giornate ho provato tantissimi sentimenti rabbia, sconforto, paura, l’impotenza di non poter fare di più di quello che già facevamo con le risorse di cui disponevamo, la tristezza nel vedere i miei nonni che soffrivano la solitudine dei familiari e della ormai inesistente vita comunitaria che riempiva le loro giornate;  evito di parlarvi di quando c’era un decesso: gli occhiali si riempivano di lacrime in un attimo, sentivo dei macigni nello stomaco e ancora ad oggi quei letti io li ricordo con il nome di chi non cè più.

Sotto la divisa noi sanitari siamo persone umane come tutte le altre e, forse non in tutti i casi, anche più sensibili nei confronti della vita delle persone ma anche nel momento di accompagnarli verso il fine vita.

Ad un certo punto, presa dalla moda delle mascherine fashion che noi non potevamo indossare, mi è venuto in mente che, per portare un sorriso ai nonni che non ci riconoscevano nemmeno sotto quelle armature, potevo disegnare un sorriso sulle mascherine (la mascherina naturalmente chirurgica quella che stava sopra alla ffp3) e così ho fatto! Io ero abituata a mettere sempre un rossetto molto acceso a lavoro o rosso o rosa fluo e così facendo i miei nonni mi riconoscevano. Non sapete come era bello per me sentire pronunciare il mio nome dalle loro labbra! Mi riconoscevano! Si sentivano rassicurati! E non c’era cosa più bella per me.

Ho sofferto molto anche la separazione da mio marito, l’isolamento obbligato durato per mesi. Mi ricordo ancora che un giorno gli ho chiesto se si ricordava ancora della mia faccia. Non avrei mai pensato di fare una domanda del genere a mio marito. Mi mancava tantissimo! Mi mancava baciarlo, mi mancava toccargli i piedi nel letto o abbracciarci mentre dormivamo, mi mancava tutto perfino stare in cucina a preparare da mangiare per due.

La sedia vuota, il letto senza un lenzuolo fuori posto, la solitudine nel cuore.

Sono stati momenti difficili che non dimenticherò mai e che spero non si verifichino più.

Nel buio è stato comunque bello vedere tutti quei gesti di solidarietà nel mondo, i canti dal balcone, centinaia di messaggi che mi arrivavano, i commenti solidali e di coraggio nei post di facebook, i disegni che mi mandavano. Tutte queste piccole cose mi davano da sperare nell’umanità ritrovata (ad oggi posso dire a malincuore che è durata davvero poco)

Spero che ogni persona abbia il buon senso di seguire le regole, anche se si è stufi lo sò bene, ma questa bestia ha annientato tante persone che tutti noi vorremmo ora avere vicino.

 Al di là di quello che ogni persona crede sull’esistenza del covid o meno, non sono qui a discuterne. Semplicemente vi porto la mia esperienza ed io posso solo dirvi che i miei occhi non dimenticheranno mai le cose vissute in questo triste periodo e che l’amore vince sempre sulla paura ed io continuerò ad occuparmi dei miei pazienti come ho sempre fatto con amore, dedizione, professionalità, un sorriso ed ancora più grinta e preparazione infermieristica.

Vi lascio con una bellissima lettera che ci hanno scritto i familiari di un nostro nonno deceduto proprio in quel periodo.

Mi raccomando siate prudenti e amate il dono più prezioso che potete avere: LA VITA!

(le foto sono personali)

-Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog

un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’associazione Curvy Pride-aps impegnandosi nel volontariato

Chiapparini Laura, curvy model per passione ed infermiera
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