CON IL SENnO DI POI

Per la rubrica CURVY PRIDE ANTHOLOGY riproponiamo questo divertente articolo datato giugno 2020 della nostra socia Silvia Massaferro. Buona lettura!

Dal titolo si dovrebbe intuire: ebbene sì, parliamo di seno.
Stigmatizzato, additato, adorato, disprezzato, sfruttato. Un seno da nascondere, un seno da mostrare.
Il percorso che una donna attraversa durante la sua vita è spesso legato a questa parte del corpo oggetto di un’amore/odio che ci accomuna tutte.
Personalmente, da donna tonda quale sono, ho sempre avuto un seno importante già dalle elementari, il che mi ha creato un disagio ENORME quanto enorme percepivo il mio busto. Ho scoperto come il mio seno fosse oggetto di scherno, da nascondere. E così, ho indossato per anni felpe oversize e da uomo per nasconderlo e stavo curva sul banco, dalle elementari al secondo anno di liceo con relativa postura compromessa per sempre. Anni a cambiarmi chiusa in bagno anziché nello spogliatoio con le altre durante l’ora di fisica, perché il mio corpo era sbagliato, non andava bene, non era come quello delle mie compagne. Ricordo ancora lo choc da bambina quando realizzai che non sarei più stata a torso nudo in spiaggia.

Non è stato facile da accettare e negli anni ’80/’90 la moda di certo non aiutava. Andavano per la maggiore le maglie stampate che su di me diventavano un quadro di Rorshach (hai presente quelle macchie informi di inchiostro che usano gli psichiatri per i loro test? Ecco, quelle.) Le t-shirt con simpatici cagnolini diventavano mostri deformi. Le camice erano ingestibili, con bottoni che tiravano o si aprivano per via dei volumi che erano costrette a contenere. Ero sempre infagottata in giacche enormi, con la cucitura delle spalle a metà braccio perché i sarti non concepivano una ragazza con spalle piccole e seno abbondante. Bronchiti costanti perché alla fine optavo per la giacca aperta tutto l’anno.
Poi arriva l’adolescenza, tutti sbocciano manco fosse un giardino botanico. E allora provi pure tu a mettere una maglietta scollata. Maschi come api sul miele. Ah, ecco a che serve! Ma poi arrivano i commenti cattivi.
Così inizia il copri, scopri, copri, troppo scollata, trasparenze no, eh così non va bene, eh no poi ti guardano, e ma se ti chini poi...
Vieni poi identificata con il tuo seno: catalogata in la tettona o la tavola da surf a seconda dei casi. Un bodyshaming che negli anni imperversa ancora. Come se il seno dovesse identificarci come persona e come carattere. Neanche fosse il mio segno zodiacale. Ma ce lo vedete Paolo Fox che dice: “Assi da stiro, oggi giornata ricca di novità! Per voi tettone, invece, weekend all’insegna del divertimento! Eh no.
Insomma, qualunque sia la sua forma, che sia vero, rifatto, strabico, coppa di champagne, enorme, a pera, a mela, a melone, sappiate che ci sarà sempre il genio di turno che dovrà commentare. Ah, non ci salveremo neanche in maternità, perché arriverà l’allattamento e anche qui si aprirà un capitolo. ENORME.
Quindi donne e future donne, con il SENnO di poi tante crisi esistenziali tornassi indietro me le eviterei. Ho il seno? Non ho il seno? Chissene. Sono semplicemente IO.



Il presente articolo è stato scritto dalla socia Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

VOCE DEL VERBO DIS-FUNZIONALE

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Josephine

Ho conosciuto Josephine all’università, mi sembrava la classica “sbrilluccichina” come dicono a Napoli, tutta paillettes e maniche a sbuffo. Io, invece, sono un tipo sobrio e unicolor, al massimo mi concedo qualche camicia hawaiana per la stagione primavera – estate.

Josephine è una ragazza dolce. Le piace ballare, è un angelo con le punte al posto delle ali. Ha iniziato dalla classica, per provare tutti gli stili di ballo possibili e immaginabili. Mi parlava di balli che non avevo mai sentito nominare e che lei ha provato. Fin da piccola sognava di fare la ballerina e di aprire una scuola di ballo sua. La danza classica fa crescere con il rigore, regole ferree, non solo di movimenti, ma anche di vita. Lo definirei una sorta di esercito con musica di sottofondo. Quella danza iniziata da piccolina le ha dato la struttura e la forza di affrontare ogni situazione. Ed è stata anche la sua salvezza.

Lei ha sempre definito così gli anni dai 7 ai 23, “Senza la danza non so dove sarei finita“. Josephine è una ragazza spigliata ma molto timida su se stessa. Ha dovuto iniziare a fidarsi un po’ alla volta di me per raccontarmi tutto. Lei è italo messicana, ha vissuto a Cancún con la sua famiglia: mamma, papà, fratello e nonna fino ai 15 anni, poi si sono trasferiti in Italia. Un’amicizia iniziata così, senza tante cose in comune, con la naturalezza di mangiare un panino.

E proprio mentre mangiavamo un panino un pomeriggio mi confida: “La mia vita non è sempre stata facile, adesso trovo felicità nelle semplici cose come questo pranzo insieme“. Io abbasso gli occhi e attendo che continui a raccontare. “Avevo 6 anni quando mio nonno abusò di me per la prima volta, non riuscivo a capire cosa fosse, a quell’età vuoi solo giocare e ogni minuto libero serve a quello, lui con scuse assurde mi faceva andare nella sua stanza e…“. La sua voce si blocca, io non dico nulla e le accarezzo la mano credendo che non sarebbe andata avanti. Invece continua.

Andò avanti così per un anno. Mi diceva di stare zitta, di non dire nulla perché nessuno mi avrebbe creduta, mi avrebbero dato della pazza. Una volta lo fece con me e mia cugina davanti a mio fratello, non l’avesse mai fatto. Dicono che noi reiteriamo gli atteggiamenti che vediamo/sentiamo in famiglia e diventano il nostro pensiero/bagaglio culturale/modo di agire.”

Josephine continua a raccontare come se le si fosse aperta una voragine, mentre a me la voragine della fame si è chiusa, tanto che sentendo questi episodi mi cade il panino per terra, lo raccolgo e lo butto continuando a prestarle tutta la mia attenzione.

Gli abusi sui minori distruggono la loro innocenza creando traumi e ferite profonde.

Dopo un anno da quella ‘prima volta’ che non riesco proprio a scordare, il nonno muore. Chiamalo destino, Karma o come ti pare, ma ripaga di tutte le angherie subite.” Io continuo a guardarla senza proferire parola, non so cosa fare, tutto può essere scontato e banale in quel momento, voglio solo che si senta accolta e non giudicata.

Il problema è che mio fratello aveva assorbito gli atteggiamenti di mio nonno e un giorno, mentre mi stavo vestendo in camera, vedo attraverso lo specchio che mi stava spiando. Entra in camera e zac! Mi prende e mi sbatte a terra. In quel momento io non ho più scampo. Mauritius era più grande di me di cinque anni e aveva la forza di un leone, io all’epoca ne avevo otto e lui tredici” Io sono sempre più attonita, sarò sicuramente sbiancata e mi sento sudata. Provo un mix di emozioni: rabbia, schifo, il non voler sapere più nulla e il volere ascoltare tutto.

“Da quella prima volta prima con mio nonno e poi con Mauritus sono passati 16 anni, 16 anni in cui lui non ha mai smesso di darmi il tormento, non riuscivo più ad avere una vita da ragazzina della mia età, non riuscivo e non volevo stare da sola con lui nella stessa stanza perché sapevo che non avrei avuto scampo. L’unica mia forza era la danza, una bolla di felicità dentro la quale mi richiudevo, mi ovattavo completamente. Lì ero io, ero totalmente io con la mia età, le mie amichette, le mie passioni, la mia musica. Quello che mi fa male è che i nostri genitori hanno sempre fatto finta di non vedere, non capire, perché sarebbe stata una vergogna che tutto ciò fosse stato reso noto. L’unica cosa che ho potuto fare è stata aspettare di crescere. Sono venuta in Italia e e ho iniziato un percorso psicologico. Sapevo che c’era qualcosa che non andava in me, avevo parti della mia vita che il mio cervello stava continuando a cancellare per proteggermi. La mia psicologa, Lavinia, mi consigliò di andare via di casa, di abbandonare la mia famiglia, io da quel momento ero orfana e così feci”.

Sono sconvolta per quello che le è successo, ma grata che Josephine abbia aperto a me il suo cuore, confidandosi con me. Quello che mi ha raccontato mi ha fatta pensare tanto. Forse è vero che ogni situazione, anche quella più traumatica. orrenda e che può sembrare senza soluzione, può essere modificata. Josephine ha girato le spalle al suo carnefice e al suo passato ed ora non è nemmeno più vittima, è una ragazza libera di essere se stessa e ballare sulle note della vita, che ora le sorride.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
Laureata in comunicazione pubblicitaria, ha nel cassetto un libro che vorrebbe pubblicare.
Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
Si definisce “Reporter di vite”, ed è proprio quello che fa attraverso il nostro Curvy Pride Blog.

I LOOP DI AGATA – QUANTO È FACILE LASCIARSI AMARE?

Questo è il diario di Agata. Chi è Agata? Sono io, sei tu. È la tua migliore amica, tua sorella, la vicina di casa che canta mentre stende i panni. È la donna romantica che piange guardando un film, la guerriera che si sveglia presto per andare al lavoro e che si destreggia tra figli, famiglia e doveri. Agata convive con i suoi loop, invadentissime paranoie tutte femminili che la mettono spesso in difficoltà di fronte alle cose della vita. Adesso ha deciso di tenerne un Diario. Un bel Diario in cui scrivere tutto quello che le passa per la mente. Per scoprire se riesce a conoscersi un po’ di più, per condividere i suoi pensieri. Per se stessa, per te.

Caro Diario,

rieccomi con uno dei miei super loop, come avrai capito sono un tipo piuttosto cervellotico e come in tutte le situazioni cerco risposte e motivazioni per qualsiasi cosa. Ma in amore si sa che è tutto più difficile perché le emozioni non si possono controllare e decidere a tavolino come, quando, dove e perché innamorarsi. Credo che nel mio caso tutto sia collegato. Ho una visione distorta dell’amore. Se la persona più importante della vostra vita sceglie di scomparire senza lasciare più nessuna traccia di sé come potrete mai legarvi a qualcuno senza vivere nel terrore che una mattina aprendo gli occhi capiste che non c’è più. Mia madre forse era troppo giovane, io non la giudico, per quanto ne so è stata la decisione più difficile della sua vita, ma che fatica ragazzi, una cosa successa ormai quasi 40 anni fa condiziona ancora così tanto la mia esistenza. Ma forse tutto parte proprio da lì. Qualsiasi tipo di amore diventa un affare di stato. Domande come: Perché gli piaccio? Cosa gli piace? Perché avrà detto quella cosa? Maschi o femmine che siano entro vorticosamente in un turbine di angosce e timori, come se una catastrofe dovesse abbattersi su di me da un momento all’altro. PERCHÉ SECONDO LA MIA MALSANA TEORIA NON POSSO ESSERE SEMPLICEMENTE AMATA.

Quanto è facile lasciarsi amare?

Le persone si avvicinano sempre a me, che sia per parlare, per flirtare o per curiosità, ma alla fine se ne vanno sempre; questa è una bugia ovviamente, che io mi racconto per non ammettere che sono io a cacciare tutti perché temo che potrei soffrire ancora come un cane. Ma la cosa peggiora quando non riesco a riconoscere l’amore vero. Mi passa accanto ma io sono talmente presa dagli scheletri nel mio armadio da non avere idea di quello che mi accade attorno.

Mi sono sposata due volte e ho saputo riconoscere la falsità del sentimento del primo matrimonio. Ero assolutamente sicura che l’amore non fosse così. Si vergognava di me. Avevo 18 anni e ad una festa ballavo con lui e lui mi girava verso i suoi amici per far vedere il mio sedere anatomicamente alto e in fuori. Credevo che mi volesse bene perché mi aveva chiesto di lasciare tutto per trasferirmi da lui. Forse avrei dovuto seguire i consigli di chi mi voleva bene e di lui non si fidava, ma erano i consigli di qualcuno che mi diceva che nessuno mai si sarebbe innamorato di me se non per soldi o una malattia mentale e mi sembrava così assurda come cosa che non ho voluto crederlo. Ho seguito il mio istinto e mi sono ritrovata sola e piena di ansie in una città sconosciuta. Ho iniziato a lievitare come un tortino al cioccolato E HO SMESSO DI PRENDERMI CURA DI ME STESSA. Ricordo molto bene che un giorno stavamo passeggiando e uno mi ha chiamata “Elefante”, lui ha accelerato e mi ha detto che era ovvio andando in giro conciata così. In quel momento il mio cuore si è spezzato e ho percepito un vuoto intorno a me ai limiti della sopportazione. Ancora una volta la persona più importante (in quel momento) mi abbandona. Non fisicamente ma bensì la mia anima. Mi fidavo e lui mi aveva lasciata sola facendomi sentire sbagliata. Ancora me le ricordo queste cose, significa che mi hanno segnata a tal punti da impedirmi, poi di lottare per me stessa e di sentirmi bene.

La solitudine e la paura mi hanno paralizzata al punto da non occuparmi più di me.

Il secondo matrimonio, 10 anni dopo, mi ha vista sperimentarmi con qualcuno di completamente diverso. Qualcuno che mi ha percepita come una manna dal cielo, un porto sicuro con il quale costruire qualcosa di meraviglioso. Mi guarda ancora oggi con gli occhi dell’amore più puro e, anche se è uno scontro fra titani per via dei nostri caratteri, vedo quegli occhi a cuore che avevo tanto sognato. Quando mi faccio la doccia viene ad asciugarmi la schiena, sempre e anche se vorrei scomparire ogni volta che succede, sento e so che lo fa per il piacere di farlo, per una coccola e non per mortificarmi o mettere in evidenza il fatto che non riesco ad asiugarmi bene e dappertutto, quanto è confortante tutto questo. Ma non serve a niente. Auto sabotarmi orami è un mestiere che svolgo ad alti livelli. La sua vita è concentrata sul rendermi felice, sul trovare 1000 modi per vedermi sorridere, ma a me non basta, io non lo so apprezzare. Non so vedere dove realmente c’è amore puro senza interessi, scopi o sotterfugi. Il mio carattere e il mio bagaglio di vita mi impediscono di vedere dove io posso essere al sicuro. Cerco abbracci che non voglio, baci che non mi servono e un amore che non sarà mai all’altezza. Posso essere tanto complicata? Mi sento così stupida.

La verità è che non sono stata aiutata per niente. SONO NATA DA QUALCUNO CHE NON POTEVA AMARMI E SONO CRESCIUTA CON QUALCUNO CHE NON VOLEVA AMARMI, anche se non lo sapeva. Ed io giustifico tutti non considerando che questo bagaglio di incertezze devo e posso trascinarlo da sola.

Quando siamo bambini sentiamo l’amore e quando non lo sentiamo diventa un peso, un macigno che ci schiaccia per tutta la vita.

” Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che tu leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio! Voglio che tu abbia una felicità delirante. O almeno non respingerla. Lo so che ti sembra smielato ma l’amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi.” Cit. Film “Vi presento Joe Black”

L’amore di cui parlo è tanto, confuso e di tutti i tipi. Forse l’unico tipo di amore definito è quello per i miei figli. Ma anche qui sono gelosa e possessiva, terrorizzata che tutto possa finire da un momento all’altro. Non riesco a vederlo come un percorso di vita ma solo come una vendetta da parte di un qualcuno cha ha deciso che io dovrò respirare infelicità. Quando so benissimo che l’infelicità sta altrove.

Che ne dici caro Diario, riuscirò a trovare il giusto equilibrio?

Agata

Ringraziamo tutti coloro che dedicano il proprio tempo alla gestione e alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato.

VOCE DEL VERBO DIS – FUNZIONALE

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Sonia e Cristina

“C’era una volta…” di solito le storie che hanno un lieto fine cominciano in questo modo. Peccato che non sempre finisca così, soprattutto nella realtà; o magari finisce bene ma attraversando momenti difficili. Di solito le personalità fragili si dividono in due categorie: quelle che con la loro fragilità si ergono a carnefici, cercando di emergere facendosi forti sugli altri, e quelle che per non essere escluse risultano vittime, fingendo di essere felici a essere bullizzate poiché vedono in quel momento un “avvicinamento” al branco.

Cristina era una ragazzina timida, molto timida, con una personalità fragile, come tutti; ognuno di noi ha delle fragilità più o meno palesate. Faceva la terza liceo quando la conobbi, aveva fatto il biennio in un’altra scuola e ad ottobre inoltrato si era unita alla mia classe. Non so se fu questo suo arrivare a percorso di studi già avviato che la mise automaticamente nell’occhio del ciclone di Sonia, oppure la sua personalità introversa.

Sonia era la classica bulla, una bulla bellissima, di status sociale alto. Negli anni ragionai sul fatto che probabilmente non aveva una famiglia felice alle spalle, perché sempre nella famiglia vanno ritrovati gli atteggiamenti disfunzionali che un adolescente apprende. Magari era troppo vista o magari lo era troppo poco, con la conseguente tendenza di farsi notare maltrattando chi era più debole o non riusciva a tirare fuori il carattere. D’altronde, davanti a tanti altri ragazzini che fanno branco prendendo come esempio il carattere forte dell’Alfa, a quell’età non è per niente facile farsi vedere forti.

Sonia maltrattava Cristina in maniera tremendamente cattiva. Davvero troppo cattiva per una ragazza di 15 anni. Non c’era occasione in cui non volassero dalla sua bocca commenti poco carini tipo: “Ecco la sfigata! Ma l’avete vista? Con quei capelli slavati e quei pantaloni bruttissimi! Io non la voglio in squadra con noi, sicuramente ci fa perdere”.

Immagine liberamente presa da Google

In tre anni di liceo non ricordo di aver mai visto Cristina sorridere. Era sempre sola, sedeva tra i primi banchi ai lati dell’aula perché erano gli unici che le lasciavano. Sonia le rubava le merendine o faceva in modo di farlo fare ad altre compagne del branco che pur di avere la sua approvazione facevano tutto quello che lei diceva.

Un giorno, a lezione di inglese, il disastro.

Sonia stava masticando una gomma ed era seduta proprio nel banco dietro a Cristina. In un momento in cui l’insegnante stava scrivendo i tempi verbali alla lavagna, le lanciò tra i capelli la gomma masticata. Cristina se ne accorse solo all’intervallo. I suoi occhi sono tuttora scolpiti nella mia mente: avevano un’espressione triste, lo sguardo abbassato pieno di vergona, come se fosse colpa sua, come se meritasse quella gomma masticata, come se meritasse quelle offese, meritasse di essere lasciata sola.

Ho sempre cercato di andare contro a queste dinamiche. Non volevo essere testimone silenziosa di queste situazioni. Non volevo lasciare Cristina da sola, ma ero una ragazzina anch’io, non avevo il carattere che ho oggi. Sapevo benissimo che se mi fossi avvicinata a Cristina, Sonia avrebbe emarginato anche me. Volevo cercare di rimanere in bilico tra due situazioni, come un funambulo su una corda, volevo mantenere in equilibrio due mondi che non avrebbero mai potuto convivere. Nel momento in cui mi avvicinai a Cristina mi resi conto che i miei timori erano fondati perché fui immediatamente esclusa da Sonia e dal BRANCO.

Due mondi così diversi non potevano coesistere. Ne presi coscienza e capii che nella mia vita non volevo avere a che fare con personaggi come Sonia, che era per me qualcosa di non funzionale che mi avrebbe fatto soltanto del male.

A quel tempo ero un soggetto sensibile. Le persone sensibili spesso sono anche plasmabili e manipolabili. Anche se sono diventata adulta, a tratti lo sono ancora. Quando non riesco a tollerare una situazione accumulo rabbia. Per certi versi è un problema, perché devo trovare il modo per scaricarla, ma per altri è la mia salvezza, perché mi spinge a prendere posizione e ad agire. Infatti fu proprio quella rabbia che mi salvò dal diventare una persona di cui mi sarei sempre pentita. Quella presa di posizione fu la scelta migliore: Cristina diventò la mia migliore amica. Grazie a lei e alla sua sua amicizia sviluppai la mia vera natura di protezione verso me stessa.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
Laureata in comunicazione pubblicitaria, ha nel cassetto un libro che vorrebbe pubblicare.
Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
Si definisce “Reporter di vite”, ed è proprio quello che fa attraverso il nostro Curvy Pride Blog.

I LOOP DI AGATA – IL LAVORO NOBILITA, FORSE!

Questo è il diario di Agata. Chi è Agata? Sono io, sei tu. È la tua migliore amica, tua sorella, la vicina di casa che canta mentre stende i panni. È la donna romantica che piange guardando un film, la guerriera che si sveglia presto per andare al lavoro e che si destreggia tra figli, famiglia e doveri. Agata convive con i suoi loop, invadentissime paranoie tutte femminili che la mettono spesso in difficoltà di fronte alle cose della vita. Adesso ha deciso di tenerne un Diario. Un bel Diario in cui scrivere tutto quello che le passa per la mente. Per scoprire se riesce a conoscersi un po’ di più, per condividere i suoi pensieri. Per se stessa, per te.

Caro Diario,

come al solito stasera la mia vena polemica mi porta a scriverti, so che dovrei farlo più spesso ma a volte mi sento ridicola da sola, sai… la storia del diario a quarant’anni… va bene sto procrastinando. Dicevo, non sono mai stata un tipo negativo, diciamo che sono un po’ fatalista, mi spiego, se una cosa deve accadere, beh… che accada! A volte ci si aggrappa ai luoghi comuni come: “chi è causa del suo mal pianga se stesso”, “ognuno è artefice del suo destino”, e via dicendo; sinceramente spesso mi sembra solo un modo per non ammettere che alla vita piace ficcanasare per vedere di farti lo sgambetto in un percorso già intriso di ostacoli.

Dovrebbero cambiare in “il lavoro nobilita l’essere umano”, sarò provocatoria, ma accidenti è vero. Mi dirai che in realtà la parola uomo è utilizzata in modo generico, ma perché generalizzare usando la versione maschile di “essere umano”? Ah noooo, la donna non è un essere umano, in effetti: la casa, i figli, magari un genitore malato, il ciclo, sicuramente lo psicologo e la ricerca di un lavoro che le permetta di gestire anche tutto il resto. Potremmo provare con un call center ma, ok si le donne hanno la parlantina ma, non per tutte procacciare appuntamenti è un gioco da ragazzi, per non parlare dell’ansia delle provvigioni. No dai, bocciato. Possiamo provare con quelle ditte di rivendita. “Organizza il party a casa tua, senza impegno, per le tue amiche, vicine di casa, nonne, zie, mamme, prepara un buffettino e, sempre senza impegno VENDI o fai in modo che altre facciano la stessa cosa con il regalo per la padrona di casa, che solitamente è una stramaledetta penna che guarda caso sarà del tuo colore preferito, ma ricorda, tutto questo SENZA IMPEGNO. Uno strazio!

Meglio ancora se un colloquio di lavoro diventa una colonscopia della tua vita. Con la scusa di essere donne e avere la malsana abitudine di procreare, ci manca solo che ti chiedano quando hai fatto sesso l’ultima volta, ricordandoti magari che hai la stessa vita sessuale della ruota di scorta della tua auto vecchia 15 anni. Sei in età da marito e devi per forza desiderare di diventare madre, non puoi solo avere il desiderio di dedicarti a te stessa e alla tua scalata professionale, magari semplicemente non ti interessa perché ti senti appagata così, certamente di questo passo torneremo dallo psicologo prima menzionato per discutere del fatto che qualunque cosa tu faccia, NON ANDRA’ BENE.

Il Diavolo Veste Prada

Dovrebbero aggiungere un altro girone dell’inferno: LA SOCIETA’!!

Va beh, siamo donne, ci inventeremo qualcosa… senza contare su troppa solidarietà femminile però sia chiaro. Parlando al telefono con una mia amica mi ha detto che ha chiesto informazioni ad una sua vicina di casa, proprietaria da anni di un bar, per aprire la medesima attività e lei le ha risposto: GUARDA CHE E’ TROPPO DIFFICILE, METTITI A FARE QUELLA ROBA DELLE UNGHIE. Scusa ma chi diavolo ti ha nominato le unghie? Ma perché mi devi rispondere così?? Benedette siano le onicotecniche, ma come dice sempre la mia, “ognuno faccia il suo lavoro”.

Io sono diplomata ragioniera, con questo diploma ho avuto accesso a moltissimi corsi e tirocini, ho conosciuto tantissime persone e quelle persone, mi hanno riempita di complimenti definendomi “LA PERLA NERA” dell’azienda. In questo caso specifico poi, fui invitata anche alla cena di Natale aziendale, cosa inusuale, verso i tirocinanti, a detta dei colleghi. Ho vissuto d’illusione fino al 31.12 di quell’anno, poi con una bottiglia di spumante nell’auto e una lettera di referenze nella borsa, me ne sono andata, piuttosto mortificata sapendo che non avrei mai dimenticato quel luogo. Strano vero? Come un semplice posto di lavoro possa assomigliare tanto a… CASA. Forse anche qui c’è senso di appartenenza, voglia di capire, voglia di contesti, sentire di essere utili in qualcosa perchè effettivamente quel qualcosa lo si sa fare bene. Nel mio caso amo proprio l’ordine che il lavoro mi fa in testa e la sicurezza che acquisto giorno dopo giorno dietro a quella scrivania.

Vorrei tanto fare la segretaria, come ho sempre fatto ma ho paura che alla fine mi darò all’ippica e vivrò d’amore… aaaah l’amore, te lo racconto la prossima volta perché se è possibile riesco ad essere assurda anche lì!!

A prestissimo

Agata

Ringraziamo tutti coloro che dedicano il proprio tempo alla gestione e alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato.

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