AMICA DEL MIO EX

Siamo nel 2020, separazioni e divorzi ormai fanno parte del nostro quotidiano, che sia un’amica, un parente o noi stessi, almeno una volta ne siamo stati coinvolti. Non è bello da dire! Sono decisioni difficili da prendere soprattutto quando ci sono di mezzo i figli. Non vorresti trascinarli mai in queste faide di coppia, ma come potevamo sapere che quella si sarebbe rivelata la scelta sbagliata, o, quanto meno, che noi saremmo cambiati a tal punto da non riconoscere più quella realtà?
Ecco che prende il via quel valzer di domande assordanti, ma logiche: starò prendendo la decisione giusta? riuscirò a cavarmela? i miei figli cresceranno bene ugualmente? cosa penseranno le altre persone? ho fallito? mai trascinarlo oltre.
Un matrimonio finito in un qualche modo rappresenta un fallimento personale, un qualcosa che non siamo riusciti a portare a termine, ma allora come si può trasformare una cosa di questo tipo in un fatto positivo? Quello che è certo, è che sono scelte importanti e soprattutto NOSTRE.
Avevo 18 anni appena compiuti, le regole non mi piacevano e, anche se le boicottavo in maniera elegante e poco chiassosa, l’adolescenza regnava ancora sovrana nel mio io. Ricordo ancora quando ho salutato la mia Trento. Avevo una valigia enorme piena di tutto ciò che una ragazza di quell’età poteva avere, insieme a speranze e sogni. Indossavo un paio di Jeans larghi e una maglietta a maniche corte bianca. Mi ero truccata leggermente, e mi ero raccolta i capelli. Volevo entrare nella mia nuova vita al meglio. Volevo scendere dal treno e sentirmi straordinariamente all’altezza! La musica mi accompagnava, avevo scelto i Backstreet Boys. Chiusi gli occhi e mi allontanai. Pensavo che andarmene da casa fosse la soluzione ai miei problemi, credevo che io ed io soltanto avrei saputo cosa fare della mia vita.
Conoscere il mio ex marito mi ha dato lo sprint giusto. 18 anni io, 36 lui e Roma, la città più bella del mondo. Per la prima volta mi sentivo accettata desiderata e amata. Nessuno mi impediva di essere me stessa. Arrivai alla stazione e lo vidi, mi calmai subito. Non lo vedevo da un mese ed ero agitatissima. Faceva molto caldo. Lo abbracciai consapevole che mi sarei più guardata indietro, consapevole che per molto tempo non avrei rivisto i miei genitori, i miei amici le mie compagne di pallavolo e tutta la mia routine. Indossava una maglietta gialla e un paio di Jeans attillati, mi sorrise come se non aspettasse altro dalla vita. Quel “ben arrivata amó” fece tutto il resto!

Non sapevo nulla dell’amore, non sapevo nulla della vita, né tanto meno di cosa avessi effettivamente bisogno, ma pensai che quella situazione mi faceva stare bene e scelsi di viverla a 360° senza razionalizzare.
Non avevo paura e a mio avviso non avevo nulla da perdere. Stava accadendo tutto alla velocità della luce. Quando scoprii di aspettare la mia prima figlia mi sentivo grande e responsabile, forte e capace. Lui era accanto a me e, anche se non era semplice, ci stavamo conoscendo e insieme cercavamo di capire come riuscire ad andare avanti. Trascorsi sei anni però capii che avevo voluto fare la grande troppo in fretta e che, nonostante il bene che ci volevamo fosse molto forte, ormai ci guardavamo con occhi diversi.
Avevo 24 anni. Rifeci le valigie e tornai a casa. Ricominciai tutto da capo insieme a mia figlia. Voltai pagina e lui fece la stessa cosa. Inizialmente ci sentivamo solo per parlare di Carmen, anche se poi vederlo mi emozionava ancora soprattutto i primi periodi.
Avevo capito che non poteva esserci rancore. Dal giorno in cui me ne sono andata da Roma sono passati esattamente 11 anni.
Ho scelto, abbiamo scelto, di non uscire dalle nostre vite perché il bene reciproco era più forte. Abbiamo trascinato con noi i nostri attuali coniugi che, dopo un primo momento di perplessità, si sono lasciati travolgere da quest’idea che tutto potesse funzionare ugualmente.
Sono AMICA DEL MIO EX perché in quei sei anni è stato la mia famiglia.
Sono AMICA DEL MIO EX perché se posso non circondarmi di odio sono più contenta. Sono AMICA DEL MIO EX perché è il papà della mia prima figlia.

Ho 35 anni, un’altra storia d’amore, un altro matrimonio e un’altra figlia. Le valigie sono nell’armadio ed io ho raggiunto il mio equilibrio.

Ogni tanto guardo mia figlia grande, il frutto di quell’amore così folle e poco equilibrato, Carmen ha 16 anni e si ritrova una madre e un padre che scherzano e ridono come se non fosse mai accaduto nulla. Giulia, che ha 8 anni, la figlia che ho avuto da Roberto, il mio secondo marito la vive in maniera semplice e gioiosa considerando tutto come un gioco!

Io, Marcello (ex marito), Katia(moglie del mio ex marito), Roberto (mio marito) perché le cose semplici, non fanno per noi.

Ho scelto di avere una famiglia allargata, perché nella mia vita nulla è mai stato normale.
Ho scelto di avere una famiglia allargata perché quando vuoi bene alle persone è uno spreco di energia fare finta che non sia così solo perché lo prevede la società.
Ho scelto di avere una famiglia allargata perché chi è accanto a noi ci ha dato il coraggio di farlo.
Non sempre è possibile, non sempre gli ingranaggi funzionano bene e nella stessa direzione, ma se ci sono le condizioni, perché no?!

Grazie alla vita che mi ha fatto questo regalo.

Divorzio, Amicizia, Famiglia allargata, Amore

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.
Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
Una “Xena” dei giorni nostri!
“Non è il mondo che fa noi, siamo noi che facciamo il mondo”
Vale

UN’AVVENTURA CHIAMATA GRAVIDANZA

Avevo pensato di scrivere un altro tipo di articolo (e lo farò), ma oggi sono in una sala d’attesa, “mascherata” (causa Covid) e non molto distante da me gli occhi di una donna incinta. Sono così, mi emoziono, mille ricordi e tac, penso di condividerlo con voi.

Torno al punto. Guardo i suoi occhi, luminosi e radiosi, spuntare da quella mascherina e ricordo il mio panciotto. Ne ero quasi gelosa. Non mi piaceva quando gli estranei mi si avvicinavano e la toccavano. Avevo faticato tanto per rimanere incinta ed era una cosa intima. Avevo un rapporto speciale con la mia pancia. Si vedeva poco essendo io obesa, ma sentivo la presenza della mia piccola così prepotentemente. In più gravidanza a rischio, allettata praticamente quasi tutti gli ultimi 5 mesi in quanto la stavo perdendo. Chi diceva: “Eh, è una brutta gravidanza perché sei grassa!”; chi, come i medici, dava la “colpa” ad un utero “particolare”. In più diabete gestazionale, nausea e vomito fino allo sfinimento, fomentavano quel pensiero comune a tanti: “Vedi, dovevi dimagrire!”, ma quando chiedevi aiuto non c’era quasi nessuno e quei “tanti” alla fine erano i più intimi a restarti accanto.

Non ho quasi foto di quel periodo, ma ricordo ogni istante! Dall’emozione del risultato del test di gravidanza al pensiero tremendo di aver abortito durante la prima serata di Sanremo 2013. Il pianto ininterrotto per ore, rabbia e delusione fino al giorno dopo quando, nonostante una brutta emorragia, ebbi la conferma (con sorpresa e gioia) di essere ancora incinta!

Per tutti i primi mesi la pancia non si è vista ma la accarezzavo dolcemente e, crescendo, quelle coccole diventarono un filo conduttore tra di noi. Io la accarezzavo e lei tirava i calcetti ed ero felice perché sapevo che stava bene. Vivevo per quel momento, QUELLO DELL’INCONTRO DEI NOSTRI OCCHI! Quando fai fatica a rimanere incinta e ancor di più a mantenere una gravidanza, ogni piccola cosa è una conquista.

Tra visite private, almeno due volte alla settimana, il solco sul letto arrivai alla 36 esima settimana fino a quando il ginecologo mi disse: “Elisabetta, se vuoi, puoi cominciare a fare qualche passo, respirare un po’ di aria in mezzo alla gente!” E così feci, ma qualche giorno dopo svenni. L’ultimo ricordo che ho è di me in un bagno del Mc Donald, mentre mi rinfresco il volto. Corsa in ospedale con l’ansia che avesse subito traumi essendo ormai tutta pancia ed i lividi causati dalla caduta lo testimoniavano. Il medico di turno, vedendo la mia cartella clinica mi disse: “Signora, questa gravidanza è tutta un brivido!”. Direi più al cardiopalma!

Arrivò il giorno del parto e dopo 20 ore dalla rottura delle acque, Benedetta non voleva uscire! Si era addormentata! Assurdo eh?! Tanta fretta durante i mesi precedenti e poi non voleva uscire! Spingi di qua, prova di là e niente! “Esci Benedetta! Esci!” dicevo non proprio tra me e me mentre passeggiavo animatamente in sala parto (lol).

Ricordate quando ho detto che “vivevo” per vedere i suoi occhietti? Ecco, mi avevano detto di non mettere le lenti a contatto e di preferire gli occhiali (sono molto miope). Beh, me li tolsero e quando alla fine ci pensò il ginecologo di turno a far uscire la mia piccola, io, da “cecata” come la Signorina Carlo alias Marchesini, non li vidi!

Aspettavo da tempo di vedere quegli occhietti e non riuscii a vedere niente. Mi sentivo quasi in una bolla tra rumori e luci neon e mi veniva da piangere. Chiedevo a tutti: “Datemi gli occhiali! Voglio vederla!” Ero quasi arrabbiata perché non li trovavano più. Alla fine però, sorrisi al suono del suo pianto e quando la appoggiarono al mio petto mi avvicinai un po’ (tanto onestamente) e li vidi: sfocati, neri e tondi e capii il senso di tanto faticare. Mi fissava come per dire: “Beh, che vuoi? Ora che mi sono abituata, mi hai sfrattato!” Il mio medico privato non c’era, era impegnato, ma quando il giorno seguente si presentò, disse: “E’ stata dura, siamo stanchi ma ci siamo riusciti!”, io gli sorrisi e risposi: “Sì dottore, in effetti abbiamo partorito entrambi!”. Avrei voluto dire ad alta voce: “Esci da questa stanza dottore, esci!” Ah ah ah!

Il giorno dopo il parto.

E’ stata un’avventura, una di quelle per cui molte donne lottano e soffrono. Altre cadono in depressione, si smarriscono e sono stanche. Io ho provato davvero molte emozioni e sentimenti contrastanti, ma ciò che mi sento di dire è parlate, condividete le vostre paure, le vostre insicurezze, non solo le gioie!

Mi sono sentita spesso in colpa durante i 9 mesi pensando che le persone avessero ragione nel dire che tutti quei problemi fossero causati dai miei 100 kg abbondanti, eppure ero piena di gioia per la gravidanza, felice come non mai, grintosissima e razionalmente sapevo che quei disturbi non erano legati ai miei kg in più. Ogni volta che avrete perplessità chiedete e non lasciatevi intimidire, intimorire da chi punta solo il dito!

La maggior parte delle volte quelle persone guardano il dito stesso senza sapere dove punta e punta, ancora troppo spesso, davvero dritto al cuore!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvypride Blog.

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’Associazione Curvy Pride Aps impegnandosi nel volontariato.

Elisabetta Giordano, 38 anni. E’ mamma di una bimba di 7 anni. Fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/

UN CIOCCOLATINO RIPIENO!

Vi e mai capitato di staccarvi dal vostro corpo ed andare a ritroso nel tempo, così tanto per ripercorrere tutto, in particolare alcuni tratti particolarmente tortuosi? A me sì, molto spesso… a volte in modo al dir poco maniacale. Vero! Ma io ho assolutamente bisogno di capire perché mi sono trovata in determinate situazioni, perché mi sono sentita in determinati modi e ancora perché mai è capitato più di una volta.

Trovo stancante cercare a tutti i costi di far parte di qualcosa, di un mondo che magari nemmeno ti appartiene.

Ero alle superiori, frequentavo una scuola privata, quindi … “ero al pari tutti” eppure i conti non tornavano… Ricordo molto bene che eravamo pochissimi in classe, quindi i famosi gruppetti non erano fattibili, ma un gruppone singolo sì! Un gruppo grande, ben assortito del quale non avrei mai fatto parte. Per una ragione a me sconosciuta non ne ero degna… Lo spettro del colore della pelle tornò a bussare nella mia mente, ero già una taglia forte (le mie compagne erano “perfette”) quindi pensai di non avere la taglia giusta per calzare l’abito dell’accettazione. Avevo anche un anno più degli altri essendo stata bocciata al primo anno in un’altra scuola.

Anche a casa la situazione non era delle migliori, volevo andarmene, così mia madre decise di iscrivermi anche in convitto nello stesso istituto, nonostante non ce ne fosse la necessità abitando vicina. Ma come si dice? Meglio in convitto che chissà dove. Iniziai la mia avventura credendo di essere nella giusta condizione. Iniziai a fare le prime conoscenze, erano tutti simpatici e con le mie compagne di convitto iniziavo a trovare un equilibrio! Insomma, entrare in un contesto già avviato non era e non è semplice, ma in quel caso mi sentivo a mio agio e ben corrisposta!

L’adolescenza, gioie e dolori

Col tempo però cominciai ad avere la sensazione che le mie amiche con me si annoiassero. Entravo in camera e smettevano di parlare, mi sedevo con loro in saletta relax e se ne andavano… ma che stava succedendo? Tutti mi dicevano di stare tranquilla e di non preoccuparmi, ma… se c’ era da scegliere qualcuno per l’attività sportiva, non ero di certo io, se c’era da parlare di qualcosa, non ero interessante! Non capivo e tutto questo mi turbò moltissimo, scombussolando e rimettendo di nuovo in discussione tutto.

Farmi accettare diventò una missione che occupava la maggior parte del mio tempo. Era così fondamentale che passare per bugiarda, per falsa, ruffiana, senza carattere, non avrebbe avuto alcuna importanza perché in questo modo avrei ottenuto ciò che volevo: IL CONSENSO, LA BENEDIZIONE DEL PROSSIMO E SOPRATTUTTO L’AFFETTO. Non sapevo che a nulla sarebbe valso il mio sacrificio, avevano già deciso tutto, ma io non lo sapevo, o forse si, ma era davvero troppo doloroso ammetterlo. Spendevo soldi per le loro merende, sperando che prima o poi questo mi desse il diritto di far parte delle loro vite, portavo le loro borse, sperando di potermi sedere con loro in mensa.

Avevo perso interesse per qualunque cosa, volevo solo farmi accettare. “PUZZI DI CIPOLLA, LAVATI”, “MA COME TI SEI VESTITA?”, “MA STAI ZITTA CHE NON CI INTERESSA”! E mille risatine… La sera in convitto per passare il tempo insegnavo coreografie di hip pop improvvisato alle mie coinquiline, mi facevano i complimenti, si divertivano ed io mi sentivo speciale ed amata, ma…. “LO DICONO TUTTE CHE A BALLARE FAI SCHIFO”!

A quel punto ero stanchissima, mi sembrava di aver corso per chilometri senza mai raggiungere la mia metà. Smisi di parlare, giocare a pallavolo, studiare e credere in qualsiasi cosa. Ero un enorme CIOCCOLATINO RIPIENO: amore, gioia di vivere e fiducia nel prossimo… ora ero ancora più piena… stanchezza, sfiducia, e lacrime! Me ne andai senza voltarmi, consapevole che avrei lottato ancora e ancora ma che prima o poi sarei diventata un CIOCCOLATINO RIPIENO DI ME!

Adolescenza Diversità Solitudine

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello Staff Valeria Menapace che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

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Valeria, puro uragano di energia, ironia, spensieratezza e positività!
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CAMBIARE… MA PER CHI?

Anche chi non è pratico dei social si ritrova bombardato da immagini di ragazze bellissime, senza imperfezioni apparenti. E così molte adolescenti fanno challenge assurde e pericolose sfidandosi a mettersi le cuffiette intorno alla vita per dimostrare di essere “magre”…  Poi, ci sono persone che propongono qualsiasi tipo di frullati, snack per dimagrire. Insomma, siamo invitati calorosamente ad essere “perfetti” secondo gli standard della società. Siamo invitati a “cambiare”. Molte, come me, in effetti, sono cambiate fisicamente. Chi per salute, chi perché riceveva input esterni e chi, come nel mio caso, non si ritrovava in quel corpo e ha lavorato molto su se stessa per perdere 60 kg.

Sento però, troppo spesso (a mio avviso) dire, dalle donne che dimagriscono o comunque che fanno interventi di chirurgia plastica, che sono cambiate o vogliono cambiare per essere accettate maggiormente dai propri compagni di vita.

Ma siamo sicuri che sia giusto?

Tutte vorremmo sentirci belle agli occhi di chi ci ama. Tutte vorremmo sapere che chi ci sta accanto ci sostiene e ci comprende. Insomma apprezzate in tutto: come mogli, mamme, nel lavoro e in tutte le fasi della nostra vita. Ma noi dovremmo essere ciò che siamo per noi stesse perché mi sono accorta (per esperienza) che se stiamo bene noi, se cambiamo per amor nostro, se ci curiamo, ci trucchiamo, mettiamo i tacchi… di riflesso anche gli altri ci guarderanno con occhi diversi. Avvertiranno la nostra sicurezza, il nostro volerci bene. E se questo non avviene non importa. I cambiamenti, qualsiasi essi siano, portano con loro selezioni e devono dipendere da noi, non dagli altri o per gli altri. Una persona a me vicina, dopo aver visto le richieste che mi inviavano alcuni fotografi all’inizio del mio percorso da fotomodella, vedendo la mia titubanza mi ha detto: “Fallo! Se amano la “pupù” al posto della “cioccolata”, fallo senza problemi…”. Rimasi basita da quelle poche parole. Ci sono cose che rimangono dentro nonostante il tempo, ma non hanno scalfito il mio “amor proprio”. Proviamo a non dare retta a chi ci dice queste cose.  A chi ci fa sentire nullità o fuori posto… C’è anche chi ti dice: sei perfetta così come sei. Gli occhi non hanno taglia e ha ragione… HANNO ANIMA.

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog

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Elisabetta Giordano, 38 anni. E’ mamma di una bimba di 6 anni, fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/

CON IL SENnO DI POI

Il titolo dovrebbe lasciar intuire: ebbene sì parliamo di seno.
Stigmatizzato, additato, adorato, disprezzato, sfruttato. Un seno da nascondere, un seno da mostrare.
Il percorso che una donna attraversa durante la sua vita è spesso legato a questa parte del corpo oggetto di un’amore/odio che ci accomuna tutte.
Personalmente, da donna tonda quale sono, ho sempre avuto un seno “importante” già dalle elementari. Il che mi ha creato un disagio ENORME quanto enorme percepivo il mio busto. Ho scoperto come il mio seno fosse oggetto di scherno, da nascondere. E così via ad anni di felpe oversize da uomo per nasconderlo, curva sul banco, dalle elementari al secondo anno di liceo (postura compromessa per sempre). Anni a cambiarsi chiusa in bagno anziché nello spogliatoio con le altre durante l’ora di fisica, perché il mio corpo era “sbagliato” non andava bene, non era come quello delle mie compagne. Ricordo ancora lo choc da bambina quando realizzai che non sarei più stata a torso nudo in spiaggia.

Non è stato facile da accettare. La moda di certo non aiutava negli anni ’80/’90. Maglie con stampe? Un quadro di Rorshach una volta indossate. Stuoli di t-shirt con cagnolini che diventavano deformi mostri addosso a me. Camice ingestibili, con bottoni volanti. Infagottata in giacche enormi, con la cucitura delle spalle a metà braccio perché i sarti non concepivano una ragazza con spalle piccole e seno abbondante. Bronchiti costanti perché alla fine optavo per la giacca aperta tutto l’anno.
Poi arriva l’adolescenza, tutti sbocciano manco fosse un giardino botanico. E allora provi pure tu a mettere una maglietta scollata. Maschi come api al miele. AH, ecco a che serve! Ma poi arrivano i commenti cattivi.
Così inizia il copri, scopri, copri, troppo scollata, trasparenze no, eh così non va bene, eh no poi ti guardano, e ma se ti chini…
Vieni poi identificata con il tuo seno: catalogata in “la tettona” o “la tavola da surf” a seconda dei casi. Un bodyshaming che negli anni imperversa ancora. Come se il seno dovesse identificarci come persona e come carattere. Manco fosse il mio segno zodiacale. Ma ce lo vedete Paolo Fox che dice: assi da stiro, oggi giornata ricca di novità; tettone weekend in arrivo all’insegna del divertimento? Eh no.
Insomma, qualunque sia la sua forma, che sia vero, rifatto, strabico, coppa di champagne, enorme, a pera, a mela, a melone, sappiate che ci sarà sempre il genio di turno che dovrà commentare. Ah, non ci salveremo neanche in maternità, perché arriverà l’allattamento e anche qui si aprirà un capitolo. ENORME.
Quindi donne e future donne, con il SENnO di poi tante crisi esistenziali tornassi indietro me le eviterei. Ho il seno? Non ho il seno? Chissene. Sono semplicemente IO.



Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

LA SOLITUDINE NON È UNA MALATTIA

Come una goccia d’acqua in un vaso….la senti cadere giorno dopo giorno finché col passare del tempo il vaso si riempie…e l’acqua fuoriesce incontenibile!

Vedo cosi la solitudine che con gli anni mi ha fatto rinchiudere in me stessa.

Sono Tiziana, una donna di 49 anni, sono mamma di due splendidi adolescenti e sono una donna dalle forme morbide, che oggi chiamiamo Curvy .

Diciamo che sono nata magra, nel senso che le mie curve sono iniziate a spuntare in un determinato periodo della mia vita, ma non voglio con questo articolo raccontarti e annoiarti con tutta la mia storia personale.

Voglio invece raccontarti di come mi sono trovata sola ad un certo punto della mia vita, di come ho sofferto questa solitudine, e di come ho poi capito che non è una malattia e quindi che da sola potevo farcela a sconfiggerla.

Sono sempre stata una donna molto solare, dal sorriso facile, non ho mai avuto problemi a fare amicizia, ho sempre approcciato le persone con umiltà, serenità, buona fede, ho sempre amato fare nuove amicizie conoscere gente diversa, lo considero un arricchimento personale.

Detta così posso sembrare una persona tutt’altro che sola…anzi l’immagine che do è di una persona piena di amicizie vita sociale, insomma una vita da favola.

Non è esattamente cosi, quella goccia di acqua nel vaso, giorno dopo giorno mi ha riempito il cuore di solitudine.

Ho iniziato a rinchiudermi in me stessa da quando per la prima volta da giovane avevo più o meno 24 anni mi è stata detta la frase cosi gentile dal mio fidanzato di allora “ma questa brutta pancia la levi??” facile a dirsi ma non è esattamente cosi che funziona, non si tratta di togliere uno zainetto dalle spalle sfilando le cinghie!!

Quando iniziai il mio primo lavoro il dottore dove lavoravo mi chiamava “la culona”.

Continuando negli anni potrei raccontarti mille episodi:

  • ci fu la volta che andai a fare un colloquio di lavoro, feci test e colloquio orale, passai il tutto in maniera eccellente, ma quando mi chiamò il titolare queste furono le parole : “lei è un ottima persona molto preparata peccato che sia una palletta di ciccia!!”
  • Ci fu la volta in cui il posto di lavoro lo ottenni, ma al momento di farmi la divisa mi venne detto: “senti della tua taglia purtroppo non ho camicie puoi dimagrire una decina di kg in pochi giorni? Altrimenti diventa un problema”
  • Ci fu quella volta  al bar, dove una mamma delle amichette di mia figlia, inopportunamente fuori dal contesto della conversazione, si girò verso di me dicendo: “ma tu quando hai iniziato a prendere peso? Hai mai provato a dimagrire? Ti ci sei mai messa con la testa?”

L’elenco è lungo e doloroso, una goccia dopo l’altra….che mi ha portato a rinunciare…

  • Rinunciare a fare colloqui di lavoro
  • Rinunciare al caffè con le amiche
  • Rinunciare ad uscire di casa
  • Rinunciare…e quindi rinchiudermi in me stessa

Perché mi sentivo diversa non adeguata sbagliata!!!

Ho iniziato una lunga lotta col mio corpo per cercare una normalità, quella normalità che non mi apparteneva ma che vedevo nella testa e negli occhi delle persone che mi circondavano.

Fino a quando è arrivata la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso, quando oltre che esclusa mi sono sentita anche sfruttata, perché pur di essere accettata ero sempre disponibile ad aiutare tutti senza chiedere nulla in cambio, fin quando ho avuto bisogno io di aiuto e nessuno era disponibile.

Ed è esattamente in quel momento che mi sono resa conto di essere sola! Nel momento che ho avuto io bisogno di aiuto non c’era nessuno disponibile, avevano tutti troppo da fare, ero l’invisibile della situazione, mi sono resa conto che se a telefonare non ero io, quel telefono non squillava, se ad invitare non ero io, quegli inviti non erano contraccambiati, se avevo necessità io di disponibilità non c’era mai tempo.

Il tempo delle mie rinunce era già avviato, e quindi dopo aver perso il lavoro mi trovavo a casa perché non volevo affrontare altre umiliazioni ai colloqui di lavoro, non andavo in palestra perché non volevo essere l’oggetto delle chiacchiere sottovoce negli spogliatoi, non andavo più al bar la mattina dopo aver accompagnato i bimbi a scuola per evitare quelle domande imbarazzanti.

Cosi all’improvviso una grande solitudine è piombata nella mia vita nel mio cuore, la sofferenza è stata devastante, ho passato giornate intere guardando nel vuoto e sentendo nella mia testa solo un’unica cosa: ”sono sola”.

Ma dovevo reagire per i miei figli, perché la mia infelicità era contagiosa, dovevo reagire perchè la vita è una ed è facile sprecarla.

Fu una frase detta da mio figlio che mi destò dal mio stato, mi disse: “mamma se tu sei triste sono triste anche io perché non ti vedo più ridere!!!” In quel momento ho capito che la mia felicità non poteva e non doveva dipendere dagli altri!

All’inizio ho imparato ad ascoltarmi, a convivere con me stessa apprezzando quelle piccole cose che la solitudine mi regalava, mangiare un piatto di pasta ascoltando musica, piuttosto che leggere un libro in completo silenzio o anche andare in giro per la città nei vicoli più impensati. Ma l’uomo è un animale sociale e ha quindi bisogno dei suoi simili. Per tornare a star bene ho cercato dentro di me quella forza che mi permettesse di rinunciare a….”Rinunciare”. Ho iniziato a chiedermi cosa veramente volessi, cosa mi piaceva quali erano i miei desideri le mie passioni, tutto quello che avevo sommerso per non affrontare il mondo.

Ho scoperto cose di me che non sapevo di avere, grandi capacità che non pensavo di avere, ad esempio che ero brava con la tecnologia, mi sono riscoperta una brava cuoca, mi sono riscoperta una donna dalle mille sfaccettature.

Cosi ho iniziato da dove volevo ripartire, non volevo intorno persone che non mi apprezzavano per quella che ero, non volevo persone che sfruttavano solo la mia grande bontà, pian piano ho lasciato andare tutte queste persone mi sono resa conto che non avevo bisogno di gente così nella mia vita, piuttosto era meglio stare sola e ho selezionato chi veramente volevo vicino a me.

Il secondo passo è stato ricominciare a valorizzarmi come donna, ho cambiato pian pianino il modo di vestire scegliendo cose più morbide ma che valorizzavano la mia figura , ho ricominciato a truccarmi per vedermi più colorata e meno grigia davanti lo specchio, ho tagliato i capelli, ho ricominciato a curare il mio aspetto estetico e ho pian pianino ricominciato a vedermi meglio e a guardarmi allo specchio con amore.

Ma la cosa più importante è che ho ricominciato a curare il mio aspetto interno, se non mi volevano nel mondo del lavoro, bene, ho capito che il lavoro dovevo crearmelo io ripartendo da quello che era la mia indole, da quello che più mi piaceva fare.

Ho investito su di me facendo dei corsi, per cercare la mia strada, ho ricominciato ad uscire di casa. Da cosa nasce cosa e ho scoperto che per fortuna non tutte le persone sono uguali, sono nate nuove amicizie con persone molto più profonde, e ho capito che chi si nasconde dietro ad una critica lo fa per una sua insicurezza personale per sentirsi più forte.

La profondità di una persona disarma! e quando sei disarmato attacchi per non essere attaccato!

Sul mio cammino di rinascita ho incontrato l’associazione Curvy Pride, e qui ho scoperto un mondo di persone che guardano oltre. Oltre ogni fisicità, oltre ogni pregiudizio, dove chiunque può esprimersi come vuole rispettando ogni tipo di fisico o disabilità o pensiero.

La cosa fondamentale in questo mio cammino è che ho imparato che la solitudine non è una malattia, che si può uscirne partendo da se stessi, dai propri valori dalle proprie necessità. Ho imparato che apparire non è essenziale, che il mondo è bello perché vario e devo essere io a scegliere chi voglio nel mio mondo per sentirmi bene sempre con me stessa.

Oggi sono una donna felice mi sto realizzando professionalmente sono diventata una coach e anche una networker, sono una mamma felice, e quando vedo i miei figli orgogliosi di me so che ho fatto un buon lavoro.

Il mio motto è: “NON C’E’ NIENTE CHE IO NON POSSO FARE”, mi amo e mi voglio finalmente bene, adoro stare sola in tanti momenti, ma adoro ancor di più conoscere persone che la pensano come me!!! Esci dalla Rinuncia lascia andare chi non ti apprezza, là fuori c’è un mondo che ti aspetta!!

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e membro dello staff Tiziana Bernardini che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Ciao, sono Tiziana Bernardini.
Per varie vicissitudini della vita
ho deciso di fare la mamma a
tempo pieno e quando i figli
sono diventati grandi e autonomi
ho deciso di riprendermi in mano la mia vita,
mi sono rimessa in gioco, sono diventata una coach e collaboro anche con un’ azienda
che si occupa di benessere.
La mia soddisfazione più
grande è aiutare le donne
a rimettersi in gioco a qualsiasi età
trovando il loro benessere
psicofisico ed economico.

@_tiziana.bernardini_
https://www.facebook.com/Coach.TizianaBernardini/
tizianab0471@gmail.com

UNITE PER CURVY PRIDE

Ciao, sono Fabiana Sacco, ex estetista, ex insoddisfatta della mia forma fisica e oggi Curvy Coach.

Come ho conosciuto Curvy Pride? Qualche tempo fa ero su Instagram alla ricerca di hashtag interessanti e mi sono imbattuta in #curvypride. Ho dato un’occhiata al profilo e al sito e, per dirla un po’ in gergo tecnico, la vision e la mission di questo movimento mi hanno profondamente colpita: sono esattamente gli stessi valori, desideri e priorità che anch’io condivido e vivo ogni giorno nel mio lavoro di coach.

Una sera, dalla pagina Facebook, ho notato che erano state organizzate delle serate di condivisione chiamate #pizzaecurve in cui si sta insieme, si fa gruppo, si condivide allegria in un ambiente senza giudizi e pregiudizi. Caspita! Ho subito pensato che avrei potuto portare questi piccoli eventi anche nella mia città, Alba, che è meravigliosa geograficamente, ricca di storia, turismo, enogastronia e cultura ma in fatto di inclusione e condivisione c’è moltissimo margine di miglioramento, a mio parere.

In meno di un minuto ho mandato un messaggio a Simona del tipo: “Ciao, sono Fabiana e vorrei sapere se è possibile diventare referente per una zona, vorrei supportare la nostra Causa anche ad Alba”. Praticamente mi sentivo già una parente!

Simona mi ha risposto, ci siamo scritte, telefonate, messaggiate e da subito c’è stato un feeling incredibile. Nel giro di qualche giorno ci siamo ritrovate a valutare proposte e novità, a stilare linee guida e soprattutto abbiamo ideato un progetto che ci piace tantissimo: CURVY LAB.

Che cosa saranno i CURVY LAB? Saranno degli incontri aperti a chiunque lo desideri e che abbia a cuore gli stessi nostri valori, incontri che verranno organizzati in più città italiane con lo scopo di creare unione, comunità, facilitare nuove amicizie e dibattere su argomenti di attualità legati a quella che è la nostra filosofia associativa. Organizzeremo incontri con professionisti per parlare di salute, di moda, di crescita personale, di cucina… insomma tutto quello che potrà venire in mente a noi e ai nostri associati per rendere questi laboratori interattivi e super interessanti. Vogliamo che torniate a casa arricchite dal tempo trascorso insieme e che non vediate l’ora di partecipare al LAB successivo!

La nostra visione dei CURVY LAB è che diventino un punto di riferimento locale per tutte quelle persone che vogliono condividere le loro esperienze e crescere insieme vivendo bene la loro vita, indipendentemente dalla forma, dall’altezza, dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale.

Ognuno di noi ha un bagaglio di esperienze e una storia da raccontare, io, per esempio, ho sempre avuto un approccio negativo nei confronti del mio fisico, l’idea della mia forma, di come mi stavano i vestiti, di come mi sentivo rispetto alle ragazze più magre ha condizionato pesantemente la visione di me. Era un continuo mettermi a dieta, perdere qualche chilo e poi smettere.

Fino a qualche tempo fa pensavo che soltanto dimagrendo avrei potuto essere felice, soltanto conformandomi con lo stereotipo di donna “in forma” i miei problemi sarebbero spariti e io avrei potuto vivere la vita che volevo. Quanto mi sbagliavo! Non è certo la mia taglia che mi qualifica! non è il numero che vedo sulla bilancia la mattina che deve avere il potere di dirmi se quello sarà un giorno felice oppure no.

Ho smesso di vergognarmi della mia taglia, ho cominciato a credere nella mia forza e bellezza, penso e ragiono come se avessi già raggiunto tutti i miei obiettivi!

La mia storia, come quella di tante altre persone, potrà essere raccontata all’interno dei LAB, si potranno capire insieme quali sono state le dinamiche per risolvere e migliorare la propria vita, ispirando così i partecipanti. Abbiamo un mondo di idee e vi spoilero che il primo CURVY LAB si terrà in contemporanea ad Alba e a Roma domenica 15 marzo 2020. I dettagli arriveranno a breve, fammi intanto sapere che cosa ne pensi! Commenta questo articolo con le tue idee, proposte e, se ti senti abbastanza ardita, proponiti come referente per la tua zona, chissà che non si possa fare anche nella tua città?

Portando nella nostra vita rispetto, autostima, condivisione, inclusione, unione, sono fermamente convinta che non ci sia un limite al meglio e sono felice di essere qui a crearne un pezzettino con te.

Con affetto, tua Faby the Curvy Coach

Fabiana Sacco è stata consulente di bellezza per più di 25 anni nei quali ha raccolto le confidenze, le paure e i sogni di centinaia di donne. Il suo cammino di crescita l’ha portata a diventare una coach e la sua più grande passione è aiutare tutte le donne che vogliono stare bene nella loro forma fisica, qualunque essa sia.
Curvy Pride rispecchia alla perfezione i miei valori ed esserne membro è per me un onore, tutte insieme cambieremo il mondo”!
MAIL fabythecurvycoach@gmail.com o mi trovi su IG https://www.instagram.com/faby_the_curvy_coach/?hl=it

Size? Human.

Shopping.
Per gran parte delle donne, è la parolina magica, quella che ti fa illuminare gli occhi, metter mano al portafoglio, fare mini sfilata ai camerini ed uscire con borse, sacchetti e pacchetti dai negozi.
Per me no. E’ un’agonia.
Metti piede nel negozio e già sai che la commessa ti guarderà come per dire “ma che ci fa questa qui?”. Eh sì, perché vestire una cosiddetta curvy non è facile. Gestire tutte queste rotondità non è mica uno scherzo.
Scorrere file e file di abiti è frustrante, perché quelle dannate targhettine con la taglia si fermano sempre a 4/5 prima della tua, oppure vedi l’odiatissima dicitura T.U. (taglia unica). Che significa: va bene a tutte tranne che a te. Dovrebbero chiamarla “TU no!”, ecco.
Passi rapidissima le fantasie a fiori, perché essere definita divano o poltrona non è proprio il massimo (senza offesa divano, sai che ti amo profondamente) e finisci nell’inesorabile reparto tutto nero, perché il nero sfina. Confesso di aver fatto una volta la sovversiva e di aver comprato una t-shirt bianca, perché aveva una stampa bellissima del volto di Frida Kahlo. Non l’ho manco provata, ho preso la taglia massima disponibile, pagata con la perplessità della commessa che conoscendomi bene mi fa “Sicura? E’ bianca…” e giunta a casa, una volta indossata con orgoglio, allo specchio ho visto solo un gigantesco monociglio su due tette. Il resto del disegno svanito sotto di esse. Ok…lasciamo stare le stampe.

I camerini poi! Camere di tortura. Ti trovi stipata in questi loculi dove a malapena riesci a girarti, con lo specchio impietoso e le luci caldissime che farebbero sembrare un cesso a pedali anche Kate Moss. Per non parlare degli infidissimi camerini che non hanno lo specchio perché questo è posizionato fuori, così devi uscire a fatica con pantaloni a mezza chiappa, maglie effetto insaccato di capodanno, guardarti nello specchio, sentirti male, vedere che anche il resto del negozio ti sta guardando, sentirti peggio. Dannati camerini. Con la paura poi di morirci soffocata mentre tenti di uscire da una maglia, già mi vedo i paramedici e i pompieri a soccorrermi con la fiamma ossidrica per togliermela… E poi le lacrime versate da frustrazione perché la commessa ti porta tipo 20 jeans e manco uno ti va, e la senti dire “ma dai non è possibile, questo TI DEVE ANDARE”.

Le taglie poi sono un delirio. In negozi “normali” magari ti ritrovi a prendere una 50, in negozi dedicati al “plus size” una 46. Così sei ancora più confusa, e ti senti inadeguata. Non capisci più se il problema sei tu, o sono loro.
Spesso mi domando anche se gli stilisti abbiano una vaga idea di come sia fatto il corpo di una donna curvy. Perché in quale universo parallelo dovrebbe entrarmi un abito che considera nella parte superiore un seno abbondante ma in quella inferiore i fianchi di una undicenne?

Non parliamo poi di prezzi. Sei curvy? Costa quasi tutto praticamente il doppio. Come se fosse una colpa essere curvy e per punizione qualcuno avesse deciso che devi spendere di più, cicciona!

Insomma, sarebbe bello se tutti i negozi avessero capi di tutte le taglie, senza ghettizzarci in negozi “tagli forti” che ci fanno sentire emarginate.

Vorrei trovare abiti che si adattino a me e non io a loro.
E sogno un giorno in cui saremo tutti uniti in un unica taglia: HUMAN.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo.

STRIKE A POSE – curve, casting e passerelle.

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Sfilata di Carrie Bradshaw in Sex and the City: un “break  a leg” (lett.”rompiti una gamba”, ovvero il nostro “in bocca al lupo”) preso un po’ troppo alla lettera… Da https://www.ternechave.net/moda-2/sarah-jessica-parker-su-quell-infame-carrie/

Estate 1999: “Ciao magre” e ” Che fai, mangi salame?” “Non han mai fatto male tre fette di salame, Levoni manda al mare la moda alimentare” (pubblicità salumi Levoni del 1998) sono stati i primi timidi tentativi di invertire alcune tendenze del mondo della moda. Lentamente, ma incessantemente, come la più testarda delle gocce cinesi, hanno lavorato ai fianchi del mondo della moda, provvedendo ad arrotondarli. Come donna comanda.

Sebbene al momento si sia presa un periodo sabbatico, “Ciao Magre” è stata la prima vera agenzia italiana di modelle curvy, lanciata del brand Elena Mirò nel 1999 (e a cui la scrivente non partecipò per 5 centimetri del piffero – Grrr). In 20 anni ha provveduto a rimettere in discussione il canone 90-60-90 (anche meno), introducendo modelle che ora chiameremo curvy (e anche plus size), a “ingentilire” anche i capi dedicati alle taglie non esattamente “canoniche”: anche se la strada è ancora lunga, e siamo ancora distanti da paesi come gli Stati Uniti, in cui concetti come inclusività e diversità fanno parte del bagaglio culturale di ogni studente di moda, si potrebbe affermare che…eppur si muove: basta fare la più banale ricerca Google, e vedere quanti annunci ci sono per la ricerca di modelle curvy, anche da parte delle aziende di intimo (i più maliziosi potrebbero obiettare che è in realtà tale ricerca viene fatta per evitare l’effetto “busta di patatine”).

Le motivazioni per fare un casting (una sfilata o un concorso) possono essere diverse: dallo scoprire lati di sé che non si conoscevano, al vedersi sotto una nuova luce per qualche ora, fino a scoprire che un gioco può anche diventare una professione: allora perché non provarci? Perché non vivere l’ebrezza della passerella (o di un casting) per un giorno?  Avendo sempre in mente però che c’è anche il rovescio dark di tutte quelle pailettes luccicose, che “comandare è fottere” non è solo il libro scritto dall’ex direttore della LUISS, Pier Luigi Celli, e che ci sono tanti guru, ma anche tanti paraguru.

Per il resto…buona fortuna! E divertitevi!

Caterina Argentieri

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Logo agenzia “Ciao magre” (1999). http://www.ciaomagre.com/

Caterina Argentieri
#CurvyPrideBlogger

Chi è Caterinasognatrice come i Pesci, inarrestabile come il Capricorno, che è il mio ascendente. E che panorama che si vede da quassù! Dopo mille e una battaglia, riapro il cassetto dei miei sogni, li tiro fuori, e mi preparo a realizzarli. Uno ad uno.