Mindfulness Colouring

Cos’è la mindfulness? Con mindfulness si intende un’attitudine che si coltiva attraverso una pratica di meditazione sviluppata a partire dai precetti del buddismo.

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Diversi protocolli di trattamento psicologico basati su tale tecnica meditativa sono stati sviluppati e validati in ambito clinico, dove hanno mostrato benefici significativi per il trattamento di diverse patologie psicologiche e non solo.

Mindfulness è quindi una modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell’hic et nunc («qui ed ora»), in modo intenzionale e non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.

Migliorare questa modalità di prestare attenzione permette di cogliere il sorgere di pensieri negativi che contribuiscono al malessere emotivo. La padronanza dei propri contenuti mentali e degli stili abituali di pensiero (capacità di automonitoraggio e metacognizione) permette maggiori possibilità di esplorazione, espressione e cambiamento di tali contenuti.

L’allenamento della consapevolezza permette di affinare l’attenzione verso questi meccanismi che deteriorano l’umore e depotenziano le capacità di ripresa psicologica o la prevenzione delle recidive depressive.

La consapevolezza implica concentrarsi sui nostri pensieri e sentimenti ed essere pienamente consapevoli di essi con qualsiasi giudizio.

Colorare, pertanto, risulta essere una delle tecniche associate al midfulness perchè è un ottimo esercizio per aumentare la nostra consapevolezza in quanto riduce lo stress e la tensione, più nello specifico:

1. Migliora la concentrazione. La nostra mente è spesso in confunsione tra pensieri di vario tipo tra lavoro, casa, preoccupazioni, ecc.. ma quando ti siedi e ti concentri a colorare migliori la capacità di concentrarti e quindi di risolvere i problemi.

2. Stimola la creatività interiore. Colorare fa miracoli: pare che gli adulti che colorano hanno più probabilità di affrontare i problemi in modo creativo e quindi trovare le soluzioni migliori.

3. Il cervello va in uno stato di meditazione. Quando si colora, il cervello va nella stessa frequenza che si attiva nello stato di meditazione

4. Rilassa e Potenzia la mente. Colorare i mandala induce, effetti benefici sulla mente. i mandala sono riconosciuti dalla psicologia moderna come una rappresentazione del nostro io e delle emozioni che proviamo mentre coloriamo, quindi sono dei potenti simboli che inducono uno stato di rilassamento e trasformazione emotiva. Infatti è stato dimostrato che mentre si colora si attivano le aree del cervello legate alle emozioni.

5. Migliora le abilità motorie. (soprattutto per bambini e anziani) Colorare all’interno delle linee migliora la coordinazione occhio-mano e quindi viene rafforzata la nostra abilità motoria complessiva.

6. Stimola il rilascio dei pensieri negativi. Quando si colora, ci si concentra solo su quello che si sta facendo, permettendo il naturale rilascio della tensione e dei pensieri negativi accumulati. Inoltre risveglia la nostra immaginazione e ci riporta alla nostra infanzia, un periodo in cui eravamo molto meno stressati rispetto a oggi. Questo ci conduce in modo immediato e inconscio al benessere.

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7. Riduce lo stress, ansia e Connette gli Emisferi Cerebrali. Colorare per mezz’ora riduce notevolmente l’ansia e lo stress. Quando coloriamo attiviamo entrambi gli emisferi celebrali: “L’attività coinvolge sia la logica (emisfero sinistro), tramite cui coloriamo le forme, che la creatività (emisfero destro), quando mischiamo e combiniamo i colori. Il rilassamento che ne deriva abbassa l’attività dell’amigdala, una parte basilare del nostro cervello coinvolta nel controllo delle emozioni e che è colpita dallo stress”.

E’ molto probabile che, finita la scuola, abbiamo smesso di disegnare e colorare, ma secondo gli scienziati ci sono tanti motivi per cui invece dovremmo ricominciare, potreste iniziare con l’italia divise per regioni, un modo per sorridere in questo momento di emergenza sanitaria covid.

Altre idee possono essere “good vibes” o parolacce da colorare, la scelta è abbastanza ampia.

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Il presente articolo è stato scritto dalla socia e collaboratrice dello staff Valentina Parenti che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.


Valentina Parenti (@momincolors ) sogna un mondo senza stereotipi di genere, positivo e attento all’integrazione sociale per questo è membro Curvy Pride, BodyPositiveCatWalk e da poco ha creato @FelicitàFormosa su Parma.

Valentina educa i suoi figli ad una “vita a colori” ed è il segreto della felicità #educareallafelicità.

LO SMARTPHONE NELLA CULLA

Lo smartphone.
Alzi la mano chi ne ha uno. L’avete alzata tutti vero? Niente di male, se non fosse che tra quelle mani alzate, tante sono manine piccine piccine.

Quante? Considerate che il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphone personale a partire dai 10 anni d’età * .
Ma qual è l’età giusta per dare in mano uno strumento tanto utile quanto pericoloso?
La generazione attuale o detta anche generazione Z è nata in un mondo dove è inconcepibile stare senza internet. Bambini abituati a vedere i genitori perdere la brocca quando il wifi in casa non funziona per mezza giornata.
Bambini “abbandonati” con un tablet in mano a guardare i cartoni mentre i familiari cenano al ristorante, perché così “il bambino sta buono”.
Bambini che se gli chiedi “chi è il tuo eroe” ti sparano nomi di youtuber più o meno conosciuti.

Se si chiede alle persone quale sia l’età giusta per dare un cellulare smartphone ad un bambino, la maggior parte dirà attorno ai 15/16 anni, come il buonsenso indicherebbe. Peccato che l’Ansa ci fornisca dati ben diversi: nonostante i buoni propositi genitoriali, all’età di 4-10 anni ne sono già in possesso il 12% dei minori, mentre nella fascia 11-17enni l’86,4% dei ragazzi è effettivamente proprietaria di uno smartphone.
Uno tra tutti però è il dato preoccupante, il 49,6% dei 4-17enni utilizza il proprio cellulare senza il controllo dei genitori.

Ma come avviene questo approccio allo smartphone nei minori?

Fascia età 4 – 6 anni: Questa è l’età in cui solitamente i bambini vengono in contatto con gli smartphone. Il cellulare viene usato come “pulsante di stop” per i pianti e i capricci. Gli schermi provocano sovrastimolazione, con produzione di dopamina e adrenalina nel cervello, ancora in fase di sviluppo. I bambini restano “imbambolati” davanti allo schermo, isolandosi dalla realtà. Per quanto la tentazione di “stoppare” i piagnistei per qualche minuto sia forte, bisogna cercare di evitare questo trucchetto onde evitare il crearsi del circolo vizioso “smatphone=appagamento“, un po’ come la cioccolata che si mangia quando si è giù di morale.

Fascia età 7 – 11 anni: I bambini sono più indipendenti e magari svolgono attività extra scolastiche o cominciano ad andare a casa degli amichetti. Questo spinge erroneamente molti genitori a pensare di acquistare uno smartphone al proprio figlio per “sapere sempre dov’è e come sta”.
Una fascia età però molto delicata dove iniziano i fenomeni di cyberbullismo. I bambini che navigano in internet sono esposti a mille insidie: dagli haters, dalla pedofilia, dai contenuti non idonei, da pericolose chat fino ad arrivare alle tristementi famose “challenge” che hanno portato alla morte alcuni piccoli utenti. Una buona idea sarebbe quella di fornire eventualmente un cellulare privo di navigazione web, così da essere utilizzato esclusivamente “per emergenze”.

Fascia età 14 -16 anni: lo smartphone ormai lo hanno tutti i compagni di classe, diventa quasi una questione di status, che se non lo hai sei out sei oggetto di scherno. Ok allo smartphone solo se l’adolescente è abbastanza maturo da gestirlo, ma attivate tutti i blocchi possibili ad app potenzialmente pericolose e sensibilizzate ad un utilizzo consapevole.

Quale dunque l’età giusta? Come il buon senso indicherebbe, nel periodo adolescenziale e non prima di questo, giusto per non escluderli socialmente in una fase della vita “delicata“, come strumento per la DAD e per dargli possibilità di contattare i genitori in ogni momento.

É opportuno però seguire delle regole generali per un sano utilizzo:


Mi permetto di aggiungere un’ ulteriore regola, che penso valga su tutte:

PARLARE con i propri figli. Un rapporto in cui la comunicazione genitore figlio è ottima permette di percepire subito se vi sono problemi insidiosi di cyberbullismo o adescamento di minori, così da affrontare insieme la cosa, senza abbandonarli a se stessi con uno smartphone in mano.

  • *(dati fonte ospedale Bambin Gesù)


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

REMOTE SHOOTING: PRO E CONTRO (PARTE 2)

Dopo avervi raccontato la mia esperienza con il remote shooting, il servizio fotografico da remoto, vi espongo le mie considerazioni.

Di certo può sembrare una modalità limitante e per certi versi lo è, ma per molti fotografi e modelle è anche la possibilità di continuare a lavorare durante la pandemia, o di scattare con fotografi situati in luoghi lontani da raggiungere e di ampliare così il nostro portfolio.
In Italia non se ne parla ancora molto, ma all’estero è già molto usata.

Se, come me, non disponete di attrezzatura fotografica professionale ( IphoneX o Iphone12, sfondi e luci fotografiche) vi “divertirete” ad inventare soluzioni rocambolesche (Leonardo Da Vinci sarà fiero di voi). Il nastro adesivo diventerà il vostro miglior alleato per posizionare il tablet o lo smartphone nei modi più disparati e potrete sbizzarrirvi nelle angolazioni.

Quali programmi possiamo utilizzare?

FaceTime: durante la videochiamata il fotografo dà alla modella le indicazioni sull’inclinazione dello smartphone (o tablet) e sulla posa da assumere, e scatta la foto durante la videochiamata. L’immagine viene salvata come scatto, e non come semplice screenshot, nel device del fotografo.
La qualità è abbastanza alta, naturalmente la foto risulta un po’ pixellata perché dopotutto stiamo usando una connessione internet. Sarà quindi necessario un lavoro di postproduzione da parte del fotografo per rimuovere i pixel (con Photoshop o simile).
La qualità fotografica è più che adeguata per una foto da pubblicare su Instagram, ma non è qualità di stampa.

Foto scattata con FaceTime ed editata con Photoshop, by Neil Adams @thecurvyzone


Clos:
Un vantaggio di questa app è che può essere utilizzata sia con i devices Apple che con il sistema Android o PC da parte del fotografo.
La modella invece deve avere un device Apple, per ora. La app è in fase di implementazione quindi forse fra qualche mese sarà disponibile anche per Android.
Vista la quantità esorbitante di immagini, il fotografo ha urlato “WOW” quando ha aperto i files. Il risultato e la qualità di Clos, rispetto a FaceTime, erano spettacolari.

Anteprima del fantastico servizio fotografico da remoto “da sposa” di Neil Adams. Queste sono le foto grezze, così come sono risultate dagli scatti con Clos. Le foto vengono poi elaborate dal fotografo con un programma di grafica per togliere eventuali pixel o imperfezioni e per regolare la luminosità.
Foto scattata con Clos ed editata con Photoshop, by Neil Adams @thecurvyzone

Facebook Messenger o Whatsapp ( la qualità fotografica è simile ):
La qualità era nettamente inferiore a quella di Clos e di FaceTime. Vi allego qualche scatto di prova, per mostrarvi la differenza di qualità fotografica delle varie app.
Con lo stesso outfit abbiamo poi sperimentato sia FaceTime che Clos e la qualità era elevatissima.
Zoom: potete usare anche Zoom con la stessa modalità e risultati analoghi.

Foto a sinistra provino di Lory Priori con Whatsapp. @lorypriori
Foto a destra di Hellroy Castle con FaceTime. Le foto sono state scattate lo sresso giorno, nella stessa stanza, con lo stesso outfit ma notate la differenza abissale di qualità in base alla app utilizzata.

Shutter App:
Questa applicazione ha il vantaggio di poter essere utilizzata sia da chi ha Ios (Apple) che da chi ha Android.
La qualità è abbastanza buona, le foto vengono salvate come scatti (e non come screenshot) sul device del fotografo.
Unico neo: non è possibile utilizzare la fotocamera anteriore ma solo quella posteriore, quindi potete fare riferimento solo alla voce del fotografo senza vedere le sue indicazioni mentre scatta (molto utile soprattutto se il fotografo non parla italiano). Dovrete inoltre regolare molte volte la fotocamera per raggiungere la distanza e l’inclinazione giuste, perché appunto non vedrete l’inquadratura nel vostro device, solo il fotografo la vede.

Bozza di foto (non ancora editate) scattate con Shutter App. La qualità non è buona come FaceTime o Clos ma di sicuro migliore di Whatsapp o Facebook messenger. Foto di @the.thiird.eye


Il bello del remote shooting è anche il fatto di scattare a casa propria, in completa sicurezza, senza temere di trovarsi in situazioni imbarazzanti con un fotografo che non si conosce bene
La modella ha il pieno controllo di outfit, pose, tempistiche, si può quindi sperimentare anche con degli stili nuovi in completa tranquillità.
Per essere ancora più tranquille, vi consiglio di utilizzare Clos e di creare una “stanza” (room), da questa stanza inviate il link al fotografo. In questo modo tutti gli scatti verranno salvati esclusivamente sul vostro device.
Controllate di avere abbastanza memoria a disposizione prima di iniziare lo shooting, per non rischiare di perdere tutto il lavoro, e fate subito un backup su Drive.
Il fotografo avrà in questo modo solo le foto che voi gli invierete, senza paura che possa condividere scatti imbarazzanti che non avete approvato.
A tal proposito vi invito sempre a scaricare e compilare la LIBERATORIA FOTOGRAFICA che andrà da voi compilata e controfirmata dal fotografo. Trovate il file PDF sul web e potete eventualmente aggiungerci delle clausole.

Riassumendo, ecco i pro e contro della fotografia da remoto, secondo me:

CONTRO:
-La qualità è nettamente inferiore rispetto alla macchina fotografica, e a meno che voi non abbiate delle luci professionali a casa, ne risente anche la luminosità.
-La connessione internet deve essere stabile per ottenere una buona qualità.
-TUTTA la preparazione è a carico della modella, che non solo dovrà curare il proprio look e make-up, ma dovrà organizzare la location prima dello shooting vero e proprio con sfondo, accessori, luci ecc. La modella inoltre dovrà spesso cambiare angolazione della ripresa, secondo le indicazioni del fotografo, vi consiglio di avere un buon supporto smartphone/tablet stabile e regolabile a 360°.
É consigliabile fare una o più prove luce e connessione con il fotografo GIORNI PRIMA dello shooting vero e proprio, accordatevi inoltre sugli outfit in modo da avere già il cambio abito a portata di mano tra una serie di scatti e quella successiva. Meglio programmate, più fluido sarà lo shooting.
-Sconsigliate le app Whatsapp e Facebook Messenger in quanto hanno una bassa qualità.

PRO:
-La possibilità di fare un servizio fotografico anche durante questo periodo di restrizioni, e di scattare con fotografi che si trovano distanti da noi, anche in previsione di un futuro shooting dal vivo.
-Ideale per lavorare con un fotografo nuovo prima di investire tempo e denaro in una trasferta, o come provino.
-La modella ha il completo controllo di foto e pose durante lo shooting, in caso di comportamento inappropriato del fotografo o presunto tale, basterà spegnere il device (e bloccare il maleducato!)
-Essendo a casa vostra sapete quali sono gli angoli della casa migliori, ancora meglio se in prossimità di una finestra con luce naturale, avete a disposizone tutto il vostro armadio!
-Se volete sentirvi ancora più tutelate durante lo shooting, scaricate la app Clos, disponibile per Ios (Apple). Tale app permette alla modella di creare una “stanza” virtuale ed inviare il link d’invito al fotografo. Gli scatti vengono salvati unicamente sul device della modella (ricordatevi di controllare di avere abbastanza spazio di memoria), che li invierà al fotografo una volta visionati. In questo modo non rischiate che girino vostri scatti imbarazzanti!
-Consiglio le app FaceTime o Clos (per Ios – Apple)
-Usate una ring light per illuminare il viso o per creare effetti luce.

Verdetto:
Sconsiglio lo shooting da remoto se volete un risultato fotografico professionale. La qualità di una vera attrezzatura fotografica è incomparabile.
Consigliato invece per chi vuole provare una nuova tecnica, vuole mettersi in gioco o vuole lavorare con un nuovo fotografo, anche da un altro Paese.
Ricordo ancora una volta di prendere accordi chiari, meglio se per iscritto, con il fotografo, e di compilare e firmare la liberatoria fotografica che potete scaricare dal web.

Ora che sapete tutto, o quasi, sul remote shooting, l’unico limite è la vostra creatività!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Martina Giraldi che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

MAMMA, MODELLA CURVY E APPASSIONATA DI CUCINA E BENESSERE
In lotta con la bilancia da quando aveva 14 anni, prova tutte le diete e le ricette possibili ed immaginabili che le promettono un miraggio di dimagrimento (fallendo miseramente nel suo intento, ma al contempo migliorando il suo stile di vita).
A 38 anni incontra la filosofia Bodypositive e Curvy Pride: è amore a prima vista!
Butta la bilancia e fa tesoro di tutte le informazioni, le ricette ed i trucchi wellness appresi.
L’importante è stare bene, BEAUTY AND HEALTH HAVE NO SIZE-
Bellezza e salute non hanno taglia


REMOTE SHOOTING: UNA NUOVA FRONTIERA (PARTE 1)

Oggi vi racconto la mia esperienza con il remote shooting, ovvero il servizio fotografico da remoto attraverso una webcam, un tablet, uno smartphone che ci connette con il fotografo o fotoamatore che sta dall’altra parte.

Di certo può sembrare una modalità limitante e per certi versi lo è, ma per molti fotografi e modelle è anche la possibilità di continuare a lavorare durante la pandemia, o di scattare con fotografi situati in luoghi lontani da raggiungere e di ampliare così il nostro portfolio.
In Italia non se ne parla ancora molto, ma all’estero è già molto usata.

Vi racconto la mia esperienza in prima persona.
Durante la quarantena seguivo la pagina Instagram The Curvy Zone, pagina americana dedicata alla fotografia di curvy e non solo.
Questa pagina mi ha colpito subito perché a differenza di altre non raffigurava solo le curvy in pose sensuali e provocanti bensì in abiti quotidiani e da lavoro. Ogni foto era accompagnata dall’intervista alla modella e le venivano alternate da frasi positive e motivazionali.
Sono entrata in contatto con il gestore della pagina, Neil Adams, che ho scoperto essere anche fotografo e autore di tutte le foto pubblicate, e ci siamo scambiati opinioni e punti di vista sulle differenze tra essere curvy in Italia e negli USA.

La differenza è abissale: negli USA le donne curvy sono amate ed apprezzate non solo per la loro carica sensuale ed erotica ma anche, e soprattutto, per il loro empowerment e per la loro consapevolezza. In Italia nella maggior parte dei casi le curvy sono viste in due modi: o come donne “poco sane e pigre perché il sovrappeso fa male alla salute” (ma noi di Curvy Pride sappiamo bene che non è così e stiamo cercando, insieme a voi, di combattere questo pregiudizio) o come “sogno proibito” dei maschietti italiani.

Come fotomodella curvy mi arrivano molte richieste di collaborazione, la maggior parte, purtroppo, ha secondi fini o chiede di fare scatti troppo audaci finalizzati non tanto alla fotografia artistica, quanto al sollazzo degli amanti delle curvy.
Fortunatamente ho potuto collaborare con diversi fotografi e fotoamatori che si sono comportati in modo serio e professionale.
Se siete aspiranti modelle curvy, non abbiate paura di chiedere informazioni sul tipo di servizio fotografico e non cedete alle pressioni se non vi sentite a vostro agio con la richiesta: un fotografo professionale è sempre rispettoso della modella.

La prima foto del servizio fotografico da remoto con Neil Adams, qui si nota l’illuminazione artificiale e lo sfondo casereccio creato a partire da un lenzuolo bianco!
@thecurvyzone

Tornando al discorso del remote shooting, sono sempre stata molto diffidente in quanto pensavo di poter incappare in malintenzionati, ho rifiutato diverse proposte da fotografi che si sono proposti in modo ambiguo.
Neil, al contrario, mi ha fatta subito sentire a mio agio e mi ha fatto sperimentare la famosa professionalità ed organizzazione statunitense. Io, in questo caso, rappresentavo l’intraprendenza italiana di una persona che, priva di attrezzatura fotografica professionale, doveva inventarsi soluzioni rocambolesche (Leonardo Da Vinci sarebbe fiero di me). Il nastro adesivo è diventato il mio miglior alleato per posizionare il tablet nei modi più disparati.


Per questo primo servizio abbiamo utilizzato il programma FaceTime: durante la videochiamata il fotografo dà alla modella le indicazioni sull’inclinazione dello smartphone (o tablet) e sulla posa da assumere, e scatta la foto durante la videochiamata. L’immagine viene salvata come scatto, e non come semplice screenshot, nel device del fotografo.
La qualità è abbastanza alta, naturalmente la foto risulta un po’ pixellata perchè dopotutto stiamo usando una connessione internet. Sarà quindi necessario un lavoro di postproduzione da parte del fotografo per rimuovere i pixel (con Photoshop o simile).
La qualità fotografica è più che adeguata per una foto da pubblicare su Instagram, ma non è qualità di stampa.

Una delle mie foto preferite del primo remote shooting di Neil Adams, abbiamo sfruttato il più possibile la luce naturale della finestra. @thecurvyzone

Durante l’estate ho potuto nuovamente lavorare con fotografi dal vivo, ma non appena le restrizioni per il Covid sono tornate a farsi sentire ho preso nuovamente in considerazione il remote shooting. Nel frattempo Neil mi aveva chiesto se sarebbe stato possibile fare delle foto in abito da sposa, in quanto il settore “matrimonio” era un suo target.
Neil mi ha inoltre proposto di utilizzare il programma Clos, in quanto le foto sarebbero state di qualità migliore rispetto a quelle scattate con FaceTime la volta precedente.
Il matrimonio è uno dei giorni più importanti per una donna, quindi anche se non mi sarei sposata sul serio volevo fare le cose in grande e con tutti i crismi. Ho potuto contare sulla collaborazione di diversi professionisti, entusiasti di prender parte al nostro progetto oltre oceano: Sposa Curvy mi ha prestato un abito da sposa (mi sono letteralmente commossa quando ho aperto la scatola), il mio parrucchiere mi ha acconciata da sposa nonostante il capello corto, una Mua è venuta a casa mia dotata di tutti di dispositivi di sicurezza necessari, ed una serra della mia zona mi ha confezionato un piccolo boquet a tema con l’abito.
Da parte mia l’organizzazione per coordinare tutto è andata avanti per circa due settimane, il fotografo ed io abbiamo anche fatto alcune prove luce ed abbiamo testato Clos.
Un vantaggio di questa app è che può essere utilizzata sia con i devices Apple che con il sistema Android.
Puntuali, il 3 Dicembre alle 14.30 ora italiana (8.30 negli USA) abbiamo iniziato a scattare. Sono risultate la bellezza di 890 foto! Vista la quantità esorbitante di immagini, le foto finite non sono ancora pronte ma vi mando un’anteprima. Il fotografo ha urlato “WOW” quando ha aperto i files. Il risultato e la qualità di Clos, rispetto a FaceTime, erano spettacolari.

Anteprima del fantastico servizio fotografico da remoto “da sposa” di Neil Adams. Queste sono le foto grezze, così come sono risultate dagli scatti con Clos. Le foto vengono poi elaborate dal fotografo con un programma di grafica per togliere eventuali pixel o imperfezioni e per regolare la luminosità.
Ci tengo a ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile questo progetto:
La MUA Rosita Ros, che vedete all’opera in foto, in perfetta osservanza delle normative Covid @rosita_make_up
Sposa Curvy per l’abito da sogno @sposacurvy
Il team parrucchieri TagliatiXilSuccesso di Marco Amistani @amistanimarco
Florgarden Bet per il boquet – Florgarden Bet su Facebook.

Arrivati questo punto, il povero Neil era giustamente stufo di fotografare sempre la stessa modella, per quanto simpatica! 😉
Ho ringraziato il bravissimo Neil, e in attesa degli scatti finiti ho iniziato altre collaborazioni via remoto con Emanuele ( in arte Hellroy Castle ) ed altri fotografi italiani ed esteri.

Ultimiamo questo articolo con alcuni scatti stile fetish di Hellroy Castle!
Non avrei mai pensato di scattare in stile fetish, invece ho scoperto che è un mondo dalle molte sfumature, non per forza estreme o volgari.
Il bello del remote shooting è anche il fatto di scattare a casa propria, in completa sicurezza, senza temere di trovarsi in situazioni imbarazzanti con un fotografo che non si conosce bene.
La modella ha il pieno controllo di outfit, pose, tempistiche, si può quindi sperimentare anche con degli stili nuovi in completa tranquillità.
Per essere ancora più tranquille, vi consigio di utilizzare Clos e di creare una “stanza” (room), da questa stanza inviate il link al fotografo. In questo modo tutti gli scatti verranno salvati esclusivamente sul vostro device.
Controllate di avere abbastanza memoria a disposizione prima di iniziare lo shooting, per non rischiare di perdere tutto il lavoro, e fate subito un backup su Drive.
Il fotografo avrà in questo modo solo le foto che voi gli invierete, senza paura che possa condividere scatti imbarazzanti che non avete approvato.
A tal proposito vi invito sempre a scaricare e compilare la LIBERATORIA FOTOGRAFICA che andrà da voi compilata e controfirmata dal fotografo. Trovate il file PDF sul web e potete eventualmente aggiungerci delle clausole.

Foto da remoto di Hellroy Castle @hellroy_castle
Foto scattate con FaceTime.
Mi sono divertita un sacco durante questo shooting, ho fatto una serie di foto con cibo: fragole, marshmallows, liquirizie… Cosa c’è di meglio per una Curvy Model? Forse solo la pizza.
Se amate la musica anni ’90 forse riconoscerete un tributo all’album Enema of the State dei Blink 182.


Ora che vi siete fatti un’idea di come funziona uno shooting da remoto, aspettate il mio prossimo articolo dove vi svelerò alcuni trucchi e condividerò il mio pensiero in merito a questa modalità fotografica.
A presto!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Martina Giraldi che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

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MAMMA, MODELLA CURVY E APPASSIONATA DI CUCINA E BENESSERE
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A 38 anni incontra la filosofia Bodypositive e Curvy Pride: è amore a prima vista!
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IL POTERE DEL PERDONO

Il perdono.

Una parola spesso abusata o presa con leggerezza. Dietro al perdono invece si cela un enorme processo di accrescimento personale, di maturità, di percorso emotivo. Il perdono non è solo un dono per gli altri ma è terapeutico anche per se stessi 

Se cerchiamo il significato di perdono sul vocabolario troviamo la definizione:  compiere l’atto di concedere il dono della rinuncia alla rivendicazione del torto subito. Il perdono è dunque visto come una remissione concessa a chi ha commesso qualcosa che non avrebbe dovuto fare. 

Una remissione, mentre a mio parere il perdono è un gesto di grande coraggio, di forza, il perdono è una svolta affettiva di grande rilevanza e impatto psicologico rispetto al sentimento di vendetta o all’odio.

Spesso chi ha subito un grave torto, dopo la fase iniziale di profondo dolore, lascia che il tempo mitighi la sofferenza e “porti via tutto”. Quanto volte ci si è sentito dire lascia correre, dimentica?  Ma dimenticare, o meglio, archiviare è solo una consolazione temporanea ma non una soluzione.
Sappiamo bene come tutti quei “non detti” tutte le cose accumulate ed interiorizzate sfocino poi  con problemi di autostima, attacchi di panico, ansia, depressione.
Saper perdonare è pertanto terapeutico per se stessi, perché solo se si ama se stessi si riesce a comprendere l’altro e a perdonarlo. Significa saper riportare la quiete emotiva, sconvolta dal torto e dalla sofferenza provata da chi ci ha feriti.   
Per perdonare dunque, serve innanzitutto stima in se stessi. Ma quella non basta, serve anche empatia per capire cosa ha portato l’altro a farci un torto. La cattiveria gratuita spesso cela immaturità psicologica ed affettiva, a volte è un grido di aiuto. Comprendere l’altro ci rende non solo persone migliori, ma ci permette di aiutare anche colui che ha fatto un torto a conoscere una realtà diversa, priva di rancore, violenza, rabbia e piena di comprensione, gentilezza, pace.
  
Non c’è un momento giusto o sbagliato per perdonare. Ognuno ha i suoi tempi, anche in base alla gravità del torto subito. C’è un momento in cui scatterà il desiderio di porre fine ad un dolore che non ci appartiene più, con la consapevolezza che se questa è l’unica vita che dobbiamo vivere sia meglio lasciare amore e comprensione sul nostro cammino.  

Il perdono non sempre avviene davanti a chi ci ha fatto il torto, a volte è solo un processo interiore. Sicuramente, il confronto a viso aperto con l’altra parte è il tipo di perdono più potente perché porrà l’altro a farsi domande su quanto fatto e quanto donato.
 

Ho potuto tastare con mano il potere del perdono. Dopo anni di insicurezze nate dalle esperienze di bullismo a scuola presi la decisione di perdonare chi mi aveva fatto dei torti. La cosa sconvolgente, di come il cosmo ti ripaghi, è che una volta presa la decisione di perdonare chi mi bullizzava non sono neanche dovuta andare a cercarli. Per un caso fortuito del destino sono venuti loro da me, e hanno chiesto loro il mio perdono. Loro erano pronti a chiederlo ed io a darlo.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

LA BOLLA DELLA PAURA

Non respiro. Mi sento quasi in una bolla d’acqua. Faccio fatica a capire cosa dicono le persone intorno a me… Voglio andare via… scappare. Ma andare, dove?

Inizio così questo articolo. Descrivendo un momento, uno stato d’ansia particolarmente pesante che mi è capitato di provare. Ero bloccata dalla paura. Una come me, organizzata, super attiva, positiva, che non sapeva improvvisamente cosa fare se non “scappare”, ma le gambe, tremanti, non riuscivano nemmeno a muoversi! Con l’ansia spesso ci si convive, ma gli attacchi di panico sono un’altra cosa.

Purtroppo, la vita, la realtà, ci insegnano che non si può scappare dai problemi. Dalle preoccupazioni. E questo periodo ne è maestro. E allora, ti prendi un attimo. Quello che serve per capire chi siamo. Mettere in ordine le idee e tentare di capire cosa fare. Non sempre ne capiremo i “perché”, ma ci siamo. È il momento di scoppiare quella “bolla” e nuotare nel mare, prima che il panico ci “inghiotta”.

Come si fa?

Non credo ci sia un manuale. Ognuno affronta la paura come riesce. Io ho iniziato con la respirazione. Respirare quando si è in crisi è davvero difficile. A volte parlo da sola, quasi mi dessi “due schiaffi metaforici”, mi calmo effettuando una respirazione profonda e lenta tentando di svuotare la mente concentrandomi proprio sul respiro. Poi mi focalizzo sugli aspetti positivi della vita e quando ti trovi lì, tra la paura e la consapevolezza, vai avanti. Credo sopraggiunga una forza interiore che nessuno crede di avere fino a quando tocca il fondo. E poi ci sono i pianti liberatori, le camminate e le corse in solitudine. La musica nelle orecchie e l’esplosione nel cuore.

Nei momenti difficili ci sentiamo spesso circondati da persone che dicono: “Non ti preoccupare, passerà!” o “Tanto tu sei forte, riuscirai a superare anche questa!“, ancora: “È la vita, è successo anche a me...”. Poche persone stanno in silenzio. Ti prendono la mano e ti accompagnano. Ma ne basta una, basta il sorriso di un figlio per donare forza. Basta l’abbraccio di un amore che sia compagno, genitore o amico. Basta poco eppure sembra così tanto. L’anno appena finito ci ha fatto capire quanto tutto possa essere relativo. Il 2020, iniziato sotto tutti i soliti buoni propositi, poi, si è rivelato diverso per la maggior parte di noi. Ma se c’è una cosa che ci ha lasciato e, credo sia un dono fondamentale, è l’IMPORTANZA DELL’ALTRO. Di un abbraccio, di un sorriso sincero e spontaneo. L’IMPORTANZA DEL TEMPO.

La paura troppo spesso ci blocca se non ne usciamo fuori con la respirazione, con lo yoga, le camminate, le corse e tutto quello che ci permette di sfogarci. A volte, si impossessa di noi, non ci rende lucidi, ci isola.

E allora penso… “Non respiro, è vero”. Ma se non riesco a scoppiare io stessa la “bolla della paura”, ci sei tu che lo fai con me perché l’amore penetra qualunque dolore. Qualunque incertezza. Qualunque inquietudine. E di amore ne siamo circondati, basta guardarci intorno: dalle persone care alle associazioni di volontariato che offrono tempo ed esperienza. La forza deve venire principalmente ed inevitabilmente da noi, ma condividere e non respingere la mano protesa verso noi aiuta molto e “puff..” la bolla magari scoppia!

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Elisabetta Giordano, 39 anni. E’ mamma di una bimba di 7 anni, fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/

LE APP DA MANEGGIARE CON CURA

Impazzano, ultimamente, le app che sostituiscono il proprio volto a quello di star famose in brevi videoclip. Le più usate al momento sono dubliapp e faceapp che offrono un risultato decisamente realistico e di buona qualità, tanto che a volte si ha difficoltà a discernere la realtà dalla finzione.

Incuriosita da tutte le clip che vedevo postate quotidianamente sui social dai miei contatti, ho voluto provare anche io.

Se in un primo momento sembrava un’idea carina, fatta per strappare una risata, il mio cervello è andato in “crash di sistema” quando ha visto il mio volto su di un corpo che rivorrei, e che post gravidanza non sono più riuscita a recuperare. È stata una mazzata, che mi ha portato a malumore ed autocommiserazione. Nonostante questo non riuscivo a fare a meno di guardare quelle immagini, perché erano così realistiche, così vere…come guardare in uno specchio dove “Ehi la vedi quella? Quella sei tu con una vita migliore perché magra” (si sa, il cervello quanto vuole è peggio di tutto il cast di Mean Girls)

Ho voluto disinstallarla, perché avevo difficoltà a guardarmi allo specchio allo stesso modo. Perché non ero nella realtà come in quei video? Perché la mia pelle non era così perfetta, il corpo snello, i capelli favolosi??

Che è successo? Perché vedere quelle immagini mi hanno creato confusione?

In pratica, vedere quei video mi ha dato un assaggio di quel un fenomeno chiamato dismorfia o dismorfismo corporeo, una condizione psicologica per cui ci si fissa su una caratteristica o su più caratteristiche del proprio aspetto esteriore, notando imperfezioni o difetti che per altre persone appaiono magari minimi o inesistenti. Può essere una condizione angosciante, che causa ulteriori problemi di salute mentale come ansia e depressione.

La dismorfia può colpire chiunque, ma è più frequente negli adolescenti e nei giovani. Non è un fattori di vanità, chi ne viene colpito percepisce se stesso come imperfetto esagerando dei piccoli dettagli.

Ora, il mio è stato un evento sporadico, ma cercando maggiori informazioni in merito, ho trovato quali sono i sintomi della dismorfia, molti dei quali li ho ricollegati al periodo adolescenziale:
– Confrontare spesso il proprio aspetto con quello degli altri
– Preoccuparsi per una parte specifica del proprio corpo
– Fare di tutto per coprire le imperfezioni percepite
– Pensare che altre persone stiano giudicando o deridendo il proprio aspetto
– Evitare le situazioni sociali
– Una forte convinzione di essere brutti 
– Continua ricerca di rassicurazioni da parte degli altri sul proprio aspetto


La dismorfia, inoltre, conduce spesso a quelli che sono poi i disturbi alimentari di anoressia e bulimia.

Quindi mi sono chiesta: che effetto può avere sui più giovani, in fase adolescenziale questo tipo di app? Ho chiesto un po’ in giro per farmi un’idea di come hanno reagito le ragazze ed i ragazzi in generale. Se pochissimi di loro l’hanno vista come uno spunto a migliorarsi per cercare di assomigliare a quell’utopica immagine, la stragrande maggioranza, in particolare ragazze, ha avuto reazioni simili alla mia:“E’ come vorrei essere, ma non lo sono e mi fa sentire male”, “Fossi così sarei felice”, “io non riesco più a guardarmi allo specchio” , etc.

Penso che tali app vadano usate con moderazione giusto per divertimento o non usate affatto, dipende molto dalla fragilità dell’utente che le utilizza e dallo scopo per cui le utilizza. Ottime per farsi due risate ridoppiando delle scene famose dei film, per fare comici remake, ma assolutamente sconsigliate se si ha semplicemente la curiosità di vedersi finalmente diversi.
Quindi un invito ai genitori: se vedete i vostri figli troppo ossessionati da alcune app, parlateci, capite perché ne hanno bisogno e perché non riescano a farne a meno. Parlate con loro e cercate di capire se li rendono ansiosi o depressi o se sono semplice e sano svago come dovrebbero essere. Parlate con i vostri figli, perché spesso dietro ad uno smartphone c’è tanta insicurezza.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

Il virus della cattiveria

Credits image: curvypride

Si era detto che l’esperienza della pandemia, del virus, ci avrebbe reso persone migliori, più sensibili ed attente al prossimo. Invece pare che la cattiveria sui social ne sia uscita rafforzata, come nel caso di Giulia Medea Oriani.

Ammetto che non sapevo nulla di questa donna colpita dal Coronavirus.
Quando avevo letto distrattamente le notizie in merito avevo pensato fosse l’ennesima storia di triste esperienza avuta con questa tragica pandemia, ma poi il risvolto inaspettato: da caso covid19 a caso di body shaming. Com’ è possibile? In che modo il coronavirus può essere abbinato allo sfottò sul fisico?

Come raccontato dalla protagonista stessa, il tutto è partito da quando, una volta superata la malattia, ha scelto di raccontare tutta la sua esperienza su Facebook. Il post diventa virale. Tanti messaggi di affetto e poi la shit storm la travolge.
“Brutta”. “Fai schifo”. “Influencer low cost”. “Cicciona di merda”. “Con quel fisico”. “La tua stazza”. “Grassona”. “Fatti un altro panino alla mortadella”. “Non sei certo la Ferragni”.

Commenti scritti soprattutto da donne. Donne contro donne. Ci battiamo tanto per far crollare pregiudizi, per essere libere di essere noi stesse e poi siamo le prime ad alimentare la macchina delle critiche.

Giulia Medea Oriani però non si abbassa al livello gretto di chi le sputa veleno sulla home page, no, risponde a tutti con il garbo e la gentilezza che la contraddistinguono.
Ecco quanto scritto da lei stessa:
“Ho raccontato la mia storia, la mia malattia, argomentato temi abbastanza delicati, e qualcuno ha preferito soffermarsi sulla mia immagine. Questi “qualcuno” sono prevalentemente DONNE. Donne che scelgono di attaccare pesantemente un’altra donna sul suo aspetto fisico, ignare delle conseguenze anche gravi che tali parole potrebbero avere. Il body shaming è denunciabile alla polizia postale, oltre che essere ignobile e inaccettabile da persone adulte e, si suppone, mature. Oggi sono una donna di 30 anni e ci rido su, ma non posso negare che l’adolescente che vive ancora dentro di me in un primo momento ci sia rimasta male. Molto. Perché io sono stata bullizzata per tutti gli anni di scuola dell’obbligo, e la sofferenza provata è ancora presente, da qualche parte, dentro di me. Negli ultimi giorni sono entrata involontariamente in un mondo che sapevo avrebbe potuto ferirmi; per fortuna sono cresciuta e sono cambiata. Nel condividere quello che mi è successo ho deciso di metterci la faccia, ed è stata insultata; io rispondo condividendo un’altra storia.Non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo: sono stata una bambina e una ragazzina che tornava a casa piangendo perché i compagni la prendevano in giro nei modi più fantasiosi possibili; sono poi diventata un’adolescente che si vergognava a piangere ancora per certe cose, che non riusciva a dire ad alta voce quanto gli altri la disprezzassero, e che ha trovato un altro modo per esprimere il disagio, un modo più subdolo e complicato, su cui è stato più difficile intervenire, rispetto alle lacrime per le quali bastava un fazzoletto. Me la sono presa con il mio corpo. Quel corpo che tanti prendevano in giro, che io non riuscivo a guardare, è diventato il mio bersaglio preferito; l’ho ferito e distrutto come potevo. Per anni.Gli adolescenti sono, appunto, adolescenti: deridono, offendono, scherzano sugli altri spesso senza neanche rendersi conto delle conseguenze delle loro azioni; io non recrimino niente. Quando sono andata all’università e sono entrata nel mondo degli adulti, le offese sono terminate e ho scoperto che anche io potevo piacere agli altri. Le cose però nella mia testa non sono cambiate per lungo tempo. Ho passato anni ad odiarmi, a cercare di nascondermi, a pensare di non valere niente nonostante l’amore mi circondasse. Perché per me il mio valore era un numero su una bilancia, e lo è stato per molto, troppo tempo. Oggi sono, fortunatamente, cambiata; grazie ad un percorso impegnativo ho capito che il mio valore va oltre la taglia dei miei pantaloni. Ho capito di avere un cervello funzionante, capacità argomentative, senso dell’amicizia, e tante altre qualità che mi rendono una persona apprezzabile. Ho scelto di rendere la mia PERSONA, e non il mio FISICO, il mio biglietto da visita. Certo, non posso dire di amare il mio corpo, ma non è ciò che mi rende più o meno bella, è solo un valore aggiunto che può piacere, come può non piacere. Mi piacerebbe essere come Chiara Ferragni, ovviamente sì, anche se la mia preferita rimane Scarlett Johansson; purtroppo, quando Dio distribuiva la figaggine, sono arrivata tardi ed ho trovato chiuso. Peccato. Ho imparato con il tempo che chi non è in grado di reggere un confronto sul piano intellettivo, sceglie di attaccare dove è più facile, dove sa di poter fare più male, dove crede che si trovino i punti più deboli dell’altro. A me avete dato invece il coraggio di scavare più a fondo, di andare a cercare la ragazzina sofferente che sono stata, di prenderla per mano e asciugarle le lacrime. Ma provate a chiedervi cosa sarebbe successo a quella ragazzina se avesse letto certe parole. Una persona che dopo essere stata offesa da una decina di persone, si è autodistrutta per più di dieci anni, come avrebbe reagito a centinaia di offese a volte pesantissime? Quante giovani donne si sono tolte la vita, sopraffatte dal peso dell’odio e dell’ignoranza distribuiti da certa gente? E se fosse vostra figlia, vostra sorella, vostra nipote? Io e le mie cicce, alla fine, ci siamo fatte una bella risata, e abbiamo anche voluto immortalarla. Peccato avessi finito la mortadella.”

È proprio perchè non accadano più storie come questa che Curvy Pride si batte ogni giorno, cercando di combattere i pregiudizi, le discriminazioni ed il bullismo attraverso il blog, la Community, i canali social, gli eventi. Tutte noi socie di Curvy Pride siamo unite da storie come quella di Giulia Medea Oriani ed unite portiamo fiere le nostre magliette fucsia, simbolo di accettazione e rispetto per la pluralità dell’essere, raccontando le nostre storie perché nessuna si senta sola nell’affrontare i pregiudizi che la società ci pone sul nostro cammino.

Sull’accaduto a Giulia Medea Oriani penso non vi sia altro da aggiungere ma tanto su cui ragionare.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

ARMONIA E DESIGN: I COLORI DEL NATALE

Buongiorno, sono Valentina Parenti Valentina Parenti Colour & Design e sono sempre stata una grande appassionata dei colori, fin da quando ero solo una bambina.

Spaziando fra disegno, grafica e pittura, ho approfondito le mie conoscenze fino a comprendere come percepiamo le sfumature attorno a noi, cosa ci condiziona e perché.

Sono figlia di una maestra d’arte e, un po’ per vocazione un po’ con l’esempio di una creativa in casa, da bambina prendevo in mano pennelli e creavo nuovi colori, successivamente mi sono diplomata come geometra per poi specializzarmi in grafica pubblicitaria con un master nel design dell’intrattenimento studiando anche le luci dei locali. Dopo una pausa come mamma ho trovato un impiego in uno showroom per il benessere della casa e da allora ho riscoperto la passione per il colore sotto altri aspetti e ho iniziato ad approfondire la psicologia dei colori a 360° negli ambienti, nella moda, attraverso webinair e libri di professionisti del colore.

Leggendo e ascoltando consulenti di armonia cromatica ho iniziato a comprendere perché sono più attratta da certi di colori, ad esempio dal rosso, sempre presente nella mia infanzia e nelle scelte Natalizie di mia madre. Quindi il rosso non lo associo solo all’amore, alla passione ma anche alle pubblicità della Coca-cola, al vestito di Babbo Natale, alla teiera del thè col latte come prendeva lei.

Ho preparato un incontro per condividere con voi proprio questi aspetti! Venerdì 11 Dicembre dalle 14:00 alle 15:00 sarò su zoom per parlarvi dei “Colori del Natale”: analizzeremo insieme alcune palette presenti nelle atmosfere natalizie (nordic, vintage, moderne..) e comprenderai come poter unire una tonalità insieme ad un’altra per creare armonia nella tua casa.

Conosceremo insieme i colori considerati tipici natalizi grazie al folclore delle varie culture e vi svelerò che inizialmente il vestito di Babbo Natale era di un altro colore.

Io sono cresciuta con l’idea di Albero di Natale stile cartoon Disney come quello che addobbavo: un pino verde con luci calde che si confondono tra i rami, fiocchi rossi, stelle dorate, sculture di legno e di vetro, caramelle, biscotti di zenzero e palline dipinte a mano.

Amo anche sentire che dal forno della cucina il dolce profumo di biscotti miele e cannella invade tutta la casa, mi emoziona e mi trasporta alle feste e alle magiche atmosfere di quando ero piccola!

Ogni Natale era tradizione prendere una nuova decorazione di vetro soffiato, ricordo ancora una bolla di vetro con su Trilly di Peter Pan preso a Disneyland Paris durante le feste del 1993/’94.

Tutt’ora il momento che preferisco sono le festività di Natale e adoro montare e addobbare l’albero, le luci, la tavola perfetta, mi piace vedere lo sguardo di meraviglia e magia nei miei figli.

palette creata con immagine Google

I nostri gusti pertanto nascono dalle tradizioni, dai ricordi e dalle nostre emozioni e condizionano le nostre scelte di oggi.

Sappiate che è possibile creare l’ atmosfera natalizia partendo anche da un colore meno tradizionale come il viola e abbinandolo ad altre tonalità che creino armonia tra loro: l’importante sarà seguire alcune semplici regole che vi svelerò nel nostro incontro.

Se vi piace l’idea di imparare a creare le vostre palette personalizzate agli ambienti e in linea con lo stile della vostra casa mandate una mail a curvypride@gmail.com, vi aspetto!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e collaboratrice dello staff Valentina Parenti che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.


Valentina Parenti (@momincolors ) sogna un mondo senza stereotipi di genere, positivo e attento all’integrazione sociale per questo è membro Curvy Pride, BodyPositiveCatWalk e ha creato @FelicitàFormosa su Parma. Valentina educa i suoi figli ad una “vita a colori” ed è il segreto della felicità #educareallafelicità.

UN CALENDARIO DELL’AVVENTO MOLTO SPECIALE!

Il 2020 è stato un anno particolare che ci ha messi davvero alla prova.
Ci ha tenuto lontano per qualche tempo dai nostri cari, ci ha privato delle uscite con le amiche e di tutte quelle attività che fino ad ora ci sembravano irrilevanti, ma che si sono rivelate fondamentali.
Ci ha regalato, però, tanto tempo libero, tempo per goderci le nostre case e fare tutte quelle cose di cui ci priviamo durante in tran tran della vita quotidiana: cucinare, leggere, scrivere, creare.
A proposito di questo, vi propongo un’idea!

Un calendario facile da realizzare: spago, qualche bustina, mollette colorate e fantasia!

Il Natale è alle porte e, anche se quest’anno lo vivremo in maniera diversa, proviamo a renderlo comunque magico e speciale, per noi e per chi amiamo!

Qualche giorno fa, parlando al telefono con la mia amica Fabiana, ho deciso di condividere con voi una bellissima tradizione che ogni anno rinnovo, ma che, anche a fronte dei nostri confronti e spunti di riflessione sul body positive e sull’ amare noi stesse, ho pensato per quest’anno con una rivisitazione particolare.
Da tradizione, ogni anno, compro o realizzo in casa un calendario dell’Avvento con dolcetti vari.

Quest’anno ho deciso di realizzarne uno un po’ SPECIALE.
Nelle 25 caselline, scatoline o sacchettini, che ci accompagnano per tutto il mese di dicembre e ci separano dal Natale (nel mio caso sacchettini) ho inserito, oltre a qualche dolcetto sparso qua e là (che ci sta sempre bene!), dei bigliettini con su scritto dei buoni propositi o delle cose da fare.
Ad esempio fare una torta, prendere un caffè in videochiamata con le amiche, farsi una maschera di bellezza o un bagno caldo con della buona musica, ecc.
Tutte queste idee saranno piccoli doni da fare a noi stesse o ai nostri cari che vivono con noi.

Ho realizzato i sacchettini, li ho chiusi e poi numerati a caso, così ogni giorno sarà una sorpresa!
Ovviamente il calendario e i piccoli doni sono personalizzabili e potrete sbizzarrirvi come più vi piace, da soli o in compagnia!
Ecco un esempio di alcuni dei miei propositi:

Alcuni dei bigliettini che ho realizzato per il mio speciale calendario dell’Avvento.

Che ne dite, vi è piaciuta quest’idea?
Create anche voi il vostro calendario dell’avvento, potete anche farlo con i vostri bambini, il divertimento sarà assicurato!
Postate la vostra foto col calendario nella community e taggatemi! Sarà bellissimo vedervi con i vostri lavori e potremo scambiarci idee e trucchetti che avete usato per renderlo unico!


Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Santa Pentangelo che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

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“Trentenne, eterna sognatrice, innamorata dell’amore e della vita che merita di essere vissuta al meglio. Ci metto sempre il cuore e trovo il lato positivo in tutto ciò che accade! Mi trovate all’email santapentangelo27@gmail.com o su Instagram come santa.pentangelo.curvyblogger”