Mindfulness Colouring

Cos’è la mindfulness? Con mindfulness si intende un’attitudine che si coltiva attraverso una pratica di meditazione sviluppata a partire dai precetti del buddismo.

Credit: Google

Diversi protocolli di trattamento psicologico basati su tale tecnica meditativa sono stati sviluppati e validati in ambito clinico, dove hanno mostrato benefici significativi per il trattamento di diverse patologie psicologiche e non solo.

Mindfulness è quindi una modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell’hic et nunc («qui ed ora»), in modo intenzionale e non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.

Migliorare questa modalità di prestare attenzione permette di cogliere il sorgere di pensieri negativi che contribuiscono al malessere emotivo. La padronanza dei propri contenuti mentali e degli stili abituali di pensiero (capacità di automonitoraggio e metacognizione) permette maggiori possibilità di esplorazione, espressione e cambiamento di tali contenuti.

L’allenamento della consapevolezza permette di affinare l’attenzione verso questi meccanismi che deteriorano l’umore e depotenziano le capacità di ripresa psicologica o la prevenzione delle recidive depressive.

La consapevolezza implica concentrarsi sui nostri pensieri e sentimenti ed essere pienamente consapevoli di essi con qualsiasi giudizio.

Colorare, pertanto, risulta essere una delle tecniche associate al midfulness perchè è un ottimo esercizio per aumentare la nostra consapevolezza in quanto riduce lo stress e la tensione, più nello specifico:

1. Migliora la concentrazione. La nostra mente è spesso in confunsione tra pensieri di vario tipo tra lavoro, casa, preoccupazioni, ecc.. ma quando ti siedi e ti concentri a colorare migliori la capacità di concentrarti e quindi di risolvere i problemi.

2. Stimola la creatività interiore. Colorare fa miracoli: pare che gli adulti che colorano hanno più probabilità di affrontare i problemi in modo creativo e quindi trovare le soluzioni migliori.

3. Il cervello va in uno stato di meditazione. Quando si colora, il cervello va nella stessa frequenza che si attiva nello stato di meditazione

4. Rilassa e Potenzia la mente. Colorare i mandala induce, effetti benefici sulla mente. i mandala sono riconosciuti dalla psicologia moderna come una rappresentazione del nostro io e delle emozioni che proviamo mentre coloriamo, quindi sono dei potenti simboli che inducono uno stato di rilassamento e trasformazione emotiva. Infatti è stato dimostrato che mentre si colora si attivano le aree del cervello legate alle emozioni.

5. Migliora le abilità motorie. (soprattutto per bambini e anziani) Colorare all’interno delle linee migliora la coordinazione occhio-mano e quindi viene rafforzata la nostra abilità motoria complessiva.

6. Stimola il rilascio dei pensieri negativi. Quando si colora, ci si concentra solo su quello che si sta facendo, permettendo il naturale rilascio della tensione e dei pensieri negativi accumulati. Inoltre risveglia la nostra immaginazione e ci riporta alla nostra infanzia, un periodo in cui eravamo molto meno stressati rispetto a oggi. Questo ci conduce in modo immediato e inconscio al benessere.

Credit: Google

7. Riduce lo stress, ansia e Connette gli Emisferi Cerebrali. Colorare per mezz’ora riduce notevolmente l’ansia e lo stress. Quando coloriamo attiviamo entrambi gli emisferi celebrali: “L’attività coinvolge sia la logica (emisfero sinistro), tramite cui coloriamo le forme, che la creatività (emisfero destro), quando mischiamo e combiniamo i colori. Il rilassamento che ne deriva abbassa l’attività dell’amigdala, una parte basilare del nostro cervello coinvolta nel controllo delle emozioni e che è colpita dallo stress”.

E’ molto probabile che, finita la scuola, abbiamo smesso di disegnare e colorare, ma secondo gli scienziati ci sono tanti motivi per cui invece dovremmo ricominciare, potreste iniziare con l’italia divise per regioni, un modo per sorridere in questo momento di emergenza sanitaria covid.

Altre idee possono essere “good vibes” o parolacce da colorare, la scelta è abbastanza ampia.

********************************************************************************************

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e collaboratrice dello staff Valentina Parenti che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.


Valentina Parenti (@momincolors ) sogna un mondo senza stereotipi di genere, positivo e attento all’integrazione sociale per questo è membro Curvy Pride, BodyPositiveCatWalk e da poco ha creato @FelicitàFormosa su Parma.

Valentina educa i suoi figli ad una “vita a colori” ed è il segreto della felicità #educareallafelicità.

21 FEBBRAIO

Una data che risuona nelle mie orecchie quasi come quella dell’11 settembre.

Ricordo esattamente cosa stavo facendo quel giorno. Erano le ore 14:00, ed io ero a casa in attesa di un esame ospedaliero il cui risultato è stato spiacevole. Dopo qualche ora la notizia su tutte le reti televisive del primo caso covid-19 positivo in Italia, il famoso “paziente zero”.

Credevo che non ci fosse un giorno peggiore di quello nel mio 2020, invece mi sbagliavo. Quel giorno ero già scioccata da una diagnosi personale e a complicare le cose il mio lavoro da infermiera. Nel frattempo sapevo che dopo il risultato dell’esame sarei dovuta stare a casa almeno per due settimane e fare altri controlli.

Sono state settimane piene di incubi e pensieri, settimane in cui mi sentivo vuota dentro ma con una grande quantità di energia fuori e, non sò come spiegarvelo, non vedevo l’ora di rientrare a lavoro per aiutare i miei nonni e di entrare nel “campo di battaglia” insieme ai miei colleghi.

immagine presa dal sito web pixabay

Nelle due settimane prima del mio rientro in struttura ricordo di avere fatto man bassa di “dpi” (dispositivi di protezione individuale) perché sapevo che la situazione generale a livello mondiale era inadeguata a sopperire tutte le esigenze dei sanitari. I costi erano schizzati alle stelle: 10 mascherine ffp3, le uniche trovate online, poi più viste per diversi mesi sul sito, alla “modica” cifra di 73 euro!

Rientro, con il primo decesso per covid-19. Ansia e un po’ di paura sono state le prime sensazioni provate.

Ricordo bene, e non si può dimenticare, tutta la procedura per la vestizione e la svestizione, tutti i cambiamenti causati dall’ approvvigionamento tempestivo di detergenti specifici, tute protettive, visiere, occhiali, guanti e detergenti alcoolici per le mani in quantità industriale. Oltre agli spogliatoi abbiamo dovuto adibire delle stanze apposite per la vestizione e la svestizione dei dpi, cambiare ogni giorno i piani di lavoro per le continue modifiche della situazione clinica dei nostri nonni, allestire una stanza per la decontaminazione degli indumenti con la macchina all’ozono, sospendere tutte le attività di vita comunitaria. Pensate a fare tutte queste cose da un giorno a quell’altro, ma soprattutto pensate a come è stato difficile per noi cercare di fare capire la situazione ai nonni, gli stessi nonni che non riuscivano bene a comprendere il perché non avrebbero più visto per mesi i loro figli, i loro nipoti, i loro cari.

Oltretutto c’era già qualche mio collega positivo naturalmente a casa quindi da 6 infermieri ci siamo ritrovati a lavorare in 3. I turni erano irregolari, spesso di più ore rispetto al turno classico, spesso saltavamo i riposi e le attività non essenziali erano state sospese e quindi ci siamo trovati anche con meno personale (ad esempio l’animatore)  

Non credo di avere mai sudato così tanto come con quella tuta, nemmeno quando andavo in palestra. Mi immaginavo il mio corpo come un kebab con gocce di sudore che grondavo soprattutto sotto le braccia. Per non parlare poi dello sfregamento delle cosce che, già essendo in carne, era un problema pima figuriamoci dentro quella sauna umana. Mi è venuta la cistite perché non potevo andare in bagno per ore e la pelle sembrava squame perché non potendo né mangiare né bere fino a fine turno (parlo di turni di 10 ore e qualcuno forse anche di più) la disidratazione era dietro l’angolo. Non parliamo della visiera che seppur efficace mi faceva sempre tornare a casa con un gran mal di testa. Non eravamo abituati a queste cose, non eravamo “addestrati alla pandemia” ma ce l’abbiamo messa tutta.

Arrivavano tantissime telefonate al giorno da parte dei familiari giustamente terrorizzati dalla situazione, ai quali abbiamo sempre dimostrato vicinanza e che cercavamo di tranquillizzare con parole di conforto o se era possibile facendo sentire al telefono il proprio caro.

Ero sempre più ossessionata dall’igiene e la pulizia tanto che dopo mesi mi sono resa conto che dovevo tagliarmi i miei lunghissimi capelli super rovinati da quel periodo fatto di soluzioni alcooliche a lavoro, a casa, perfino in macchina.

la mia mano al primo giorno di utilizzo di soluzioni alcooliche

Nel susseguirsi delle giornate ho provato tantissimi sentimenti rabbia, sconforto, paura, l’impotenza di non poter fare di più di quello che già facevamo con le risorse di cui disponevamo, la tristezza nel vedere i miei nonni che soffrivano la solitudine dei familiari e della ormai inesistente vita comunitaria che riempiva le loro giornate;  evito di parlarvi di quando c’era un decesso: gli occhiali si riempivano di lacrime in un attimo, sentivo dei macigni nello stomaco e ancora ad oggi quei letti io li ricordo con il nome di chi non cè più.

Sotto la divisa noi sanitari siamo persone umane come tutte le altre e, forse non in tutti i casi, anche più sensibili nei confronti della vita delle persone ma anche nel momento di accompagnarli verso il fine vita.

Ad un certo punto, presa dalla moda delle mascherine fashion che noi non potevamo indossare, mi è venuto in mente che, per portare un sorriso ai nonni che non ci riconoscevano nemmeno sotto quelle armature, potevo disegnare un sorriso sulle mascherine (la mascherina naturalmente chirurgica quella che stava sopra alla ffp3) e così ho fatto! Io ero abituata a mettere sempre un rossetto molto acceso a lavoro o rosso o rosa fluo e così facendo i miei nonni mi riconoscevano. Non sapete come era bello per me sentire pronunciare il mio nome dalle loro labbra! Mi riconoscevano! Si sentivano rassicurati! E non c’era cosa più bella per me.

Ho sofferto molto anche la separazione da mio marito, l’isolamento obbligato durato per mesi. Mi ricordo ancora che un giorno gli ho chiesto se si ricordava ancora della mia faccia. Non avrei mai pensato di fare una domanda del genere a mio marito. Mi mancava tantissimo! Mi mancava baciarlo, mi mancava toccargli i piedi nel letto o abbracciarci mentre dormivamo, mi mancava tutto perfino stare in cucina a preparare da mangiare per due.

La sedia vuota, il letto senza un lenzuolo fuori posto, la solitudine nel cuore.

Sono stati momenti difficili che non dimenticherò mai e che spero non si verifichino più.

Nel buio è stato comunque bello vedere tutti quei gesti di solidarietà nel mondo, i canti dal balcone, centinaia di messaggi che mi arrivavano, i commenti solidali e di coraggio nei post di facebook, i disegni che mi mandavano. Tutte queste piccole cose mi davano da sperare nell’umanità ritrovata (ad oggi posso dire a malincuore che è durata davvero poco)

Spero che ogni persona abbia il buon senso di seguire le regole, anche se si è stufi lo sò bene, ma questa bestia ha annientato tante persone che tutti noi vorremmo ora avere vicino.

 Al di là di quello che ogni persona crede sull’esistenza del covid o meno, non sono qui a discuterne. Semplicemente vi porto la mia esperienza ed io posso solo dirvi che i miei occhi non dimenticheranno mai le cose vissute in questo triste periodo e che l’amore vince sempre sulla paura ed io continuerò ad occuparmi dei miei pazienti come ho sempre fatto con amore, dedizione, professionalità, un sorriso ed ancora più grinta e preparazione infermieristica.

Vi lascio con una bellissima lettera che ci hanno scritto i familiari di un nostro nonno deceduto proprio in quel periodo.

Mi raccomando siate prudenti e amate il dono più prezioso che potete avere: LA VITA!

(le foto sono personali)

-Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog

un grazie a tutte le socie ed i soci che credono nell’associazione Curvy Pride-aps impegnandosi nel volontariato

Chiapparini Laura, curvy model per passione ed infermiera
mail :fairylaura83@gmail.com instagram: laura_kitty_1

LO SMARTPHONE NELLA CULLA

Lo smartphone.
Alzi la mano chi ne ha uno. L’avete alzata tutti vero? Niente di male, se non fosse che tra quelle mani alzate, tante sono manine piccine piccine.

Quante? Considerate che il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphone personale a partire dai 10 anni d’età * .
Ma qual è l’età giusta per dare in mano uno strumento tanto utile quanto pericoloso?
La generazione attuale o detta anche generazione Z è nata in un mondo dove è inconcepibile stare senza internet. Bambini abituati a vedere i genitori perdere la brocca quando il wifi in casa non funziona per mezza giornata.
Bambini “abbandonati” con un tablet in mano a guardare i cartoni mentre i familiari cenano al ristorante, perché così “il bambino sta buono”.
Bambini che se gli chiedi “chi è il tuo eroe” ti sparano nomi di youtuber più o meno conosciuti.

Se si chiede alle persone quale sia l’età giusta per dare un cellulare smartphone ad un bambino, la maggior parte dirà attorno ai 15/16 anni, come il buonsenso indicherebbe. Peccato che l’Ansa ci fornisca dati ben diversi: nonostante i buoni propositi genitoriali, all’età di 4-10 anni ne sono già in possesso il 12% dei minori, mentre nella fascia 11-17enni l’86,4% dei ragazzi è effettivamente proprietaria di uno smartphone.
Uno tra tutti però è il dato preoccupante, il 49,6% dei 4-17enni utilizza il proprio cellulare senza il controllo dei genitori.

Ma come avviene questo approccio allo smartphone nei minori?

Fascia età 4 – 6 anni: Questa è l’età in cui solitamente i bambini vengono in contatto con gli smartphone. Il cellulare viene usato come “pulsante di stop” per i pianti e i capricci. Gli schermi provocano sovrastimolazione, con produzione di dopamina e adrenalina nel cervello, ancora in fase di sviluppo. I bambini restano “imbambolati” davanti allo schermo, isolandosi dalla realtà. Per quanto la tentazione di “stoppare” i piagnistei per qualche minuto sia forte, bisogna cercare di evitare questo trucchetto onde evitare il crearsi del circolo vizioso “smatphone=appagamento“, un po’ come la cioccolata che si mangia quando si è giù di morale.

Fascia età 7 – 11 anni: I bambini sono più indipendenti e magari svolgono attività extra scolastiche o cominciano ad andare a casa degli amichetti. Questo spinge erroneamente molti genitori a pensare di acquistare uno smartphone al proprio figlio per “sapere sempre dov’è e come sta”.
Una fascia età però molto delicata dove iniziano i fenomeni di cyberbullismo. I bambini che navigano in internet sono esposti a mille insidie: dagli haters, dalla pedofilia, dai contenuti non idonei, da pericolose chat fino ad arrivare alle tristementi famose “challenge” che hanno portato alla morte alcuni piccoli utenti. Una buona idea sarebbe quella di fornire eventualmente un cellulare privo di navigazione web, così da essere utilizzato esclusivamente “per emergenze”.

Fascia età 14 -16 anni: lo smartphone ormai lo hanno tutti i compagni di classe, diventa quasi una questione di status, che se non lo hai sei out sei oggetto di scherno. Ok allo smartphone solo se l’adolescente è abbastanza maturo da gestirlo, ma attivate tutti i blocchi possibili ad app potenzialmente pericolose e sensibilizzate ad un utilizzo consapevole.

Quale dunque l’età giusta? Come il buon senso indicherebbe, nel periodo adolescenziale e non prima di questo, giusto per non escluderli socialmente in una fase della vita “delicata“, come strumento per la DAD e per dargli possibilità di contattare i genitori in ogni momento.

É opportuno però seguire delle regole generali per un sano utilizzo:


Mi permetto di aggiungere un’ ulteriore regola, che penso valga su tutte:

PARLARE con i propri figli. Un rapporto in cui la comunicazione genitore figlio è ottima permette di percepire subito se vi sono problemi insidiosi di cyberbullismo o adescamento di minori, così da affrontare insieme la cosa, senza abbandonarli a se stessi con uno smartphone in mano.

  • *(dati fonte ospedale Bambin Gesù)


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

REMOTE SHOOTING: PRO E CONTRO (PARTE 2)

Dopo avervi raccontato la mia esperienza con il remote shooting, il servizio fotografico da remoto, vi espongo le mie considerazioni.

Di certo può sembrare una modalità limitante e per certi versi lo è, ma per molti fotografi e modelle è anche la possibilità di continuare a lavorare durante la pandemia, o di scattare con fotografi situati in luoghi lontani da raggiungere e di ampliare così il nostro portfolio.
In Italia non se ne parla ancora molto, ma all’estero è già molto usata.

Se, come me, non disponete di attrezzatura fotografica professionale ( IphoneX o Iphone12, sfondi e luci fotografiche) vi “divertirete” ad inventare soluzioni rocambolesche (Leonardo Da Vinci sarà fiero di voi). Il nastro adesivo diventerà il vostro miglior alleato per posizionare il tablet o lo smartphone nei modi più disparati e potrete sbizzarrirvi nelle angolazioni.

Quali programmi possiamo utilizzare?

FaceTime: durante la videochiamata il fotografo dà alla modella le indicazioni sull’inclinazione dello smartphone (o tablet) e sulla posa da assumere, e scatta la foto durante la videochiamata. L’immagine viene salvata come scatto, e non come semplice screenshot, nel device del fotografo.
La qualità è abbastanza alta, naturalmente la foto risulta un po’ pixellata perché dopotutto stiamo usando una connessione internet. Sarà quindi necessario un lavoro di postproduzione da parte del fotografo per rimuovere i pixel (con Photoshop o simile).
La qualità fotografica è più che adeguata per una foto da pubblicare su Instagram, ma non è qualità di stampa.

Foto scattata con FaceTime ed editata con Photoshop, by Neil Adams @thecurvyzone


Clos:
Un vantaggio di questa app è che può essere utilizzata sia con i devices Apple che con il sistema Android o PC da parte del fotografo.
La modella invece deve avere un device Apple, per ora. La app è in fase di implementazione quindi forse fra qualche mese sarà disponibile anche per Android.
Vista la quantità esorbitante di immagini, il fotografo ha urlato “WOW” quando ha aperto i files. Il risultato e la qualità di Clos, rispetto a FaceTime, erano spettacolari.

Anteprima del fantastico servizio fotografico da remoto “da sposa” di Neil Adams. Queste sono le foto grezze, così come sono risultate dagli scatti con Clos. Le foto vengono poi elaborate dal fotografo con un programma di grafica per togliere eventuali pixel o imperfezioni e per regolare la luminosità.
Foto scattata con Clos ed editata con Photoshop, by Neil Adams @thecurvyzone

Facebook Messenger o Whatsapp ( la qualità fotografica è simile ):
La qualità era nettamente inferiore a quella di Clos e di FaceTime. Vi allego qualche scatto di prova, per mostrarvi la differenza di qualità fotografica delle varie app.
Con lo stesso outfit abbiamo poi sperimentato sia FaceTime che Clos e la qualità era elevatissima.
Zoom: potete usare anche Zoom con la stessa modalità e risultati analoghi.

Foto a sinistra provino di Lory Priori con Whatsapp. @lorypriori
Foto a destra di Hellroy Castle con FaceTime. Le foto sono state scattate lo sresso giorno, nella stessa stanza, con lo stesso outfit ma notate la differenza abissale di qualità in base alla app utilizzata.

Shutter App:
Questa applicazione ha il vantaggio di poter essere utilizzata sia da chi ha Ios (Apple) che da chi ha Android.
La qualità è abbastanza buona, le foto vengono salvate come scatti (e non come screenshot) sul device del fotografo.
Unico neo: non è possibile utilizzare la fotocamera anteriore ma solo quella posteriore, quindi potete fare riferimento solo alla voce del fotografo senza vedere le sue indicazioni mentre scatta (molto utile soprattutto se il fotografo non parla italiano). Dovrete inoltre regolare molte volte la fotocamera per raggiungere la distanza e l’inclinazione giuste, perché appunto non vedrete l’inquadratura nel vostro device, solo il fotografo la vede.

Bozza di foto (non ancora editate) scattate con Shutter App. La qualità non è buona come FaceTime o Clos ma di sicuro migliore di Whatsapp o Facebook messenger. Foto di @the.thiird.eye


Il bello del remote shooting è anche il fatto di scattare a casa propria, in completa sicurezza, senza temere di trovarsi in situazioni imbarazzanti con un fotografo che non si conosce bene
La modella ha il pieno controllo di outfit, pose, tempistiche, si può quindi sperimentare anche con degli stili nuovi in completa tranquillità.
Per essere ancora più tranquille, vi consiglio di utilizzare Clos e di creare una “stanza” (room), da questa stanza inviate il link al fotografo. In questo modo tutti gli scatti verranno salvati esclusivamente sul vostro device.
Controllate di avere abbastanza memoria a disposizione prima di iniziare lo shooting, per non rischiare di perdere tutto il lavoro, e fate subito un backup su Drive.
Il fotografo avrà in questo modo solo le foto che voi gli invierete, senza paura che possa condividere scatti imbarazzanti che non avete approvato.
A tal proposito vi invito sempre a scaricare e compilare la LIBERATORIA FOTOGRAFICA che andrà da voi compilata e controfirmata dal fotografo. Trovate il file PDF sul web e potete eventualmente aggiungerci delle clausole.

Riassumendo, ecco i pro e contro della fotografia da remoto, secondo me:

CONTRO:
-La qualità è nettamente inferiore rispetto alla macchina fotografica, e a meno che voi non abbiate delle luci professionali a casa, ne risente anche la luminosità.
-La connessione internet deve essere stabile per ottenere una buona qualità.
-TUTTA la preparazione è a carico della modella, che non solo dovrà curare il proprio look e make-up, ma dovrà organizzare la location prima dello shooting vero e proprio con sfondo, accessori, luci ecc. La modella inoltre dovrà spesso cambiare angolazione della ripresa, secondo le indicazioni del fotografo, vi consiglio di avere un buon supporto smartphone/tablet stabile e regolabile a 360°.
É consigliabile fare una o più prove luce e connessione con il fotografo GIORNI PRIMA dello shooting vero e proprio, accordatevi inoltre sugli outfit in modo da avere già il cambio abito a portata di mano tra una serie di scatti e quella successiva. Meglio programmate, più fluido sarà lo shooting.
-Sconsigliate le app Whatsapp e Facebook Messenger in quanto hanno una bassa qualità.

PRO:
-La possibilità di fare un servizio fotografico anche durante questo periodo di restrizioni, e di scattare con fotografi che si trovano distanti da noi, anche in previsione di un futuro shooting dal vivo.
-Ideale per lavorare con un fotografo nuovo prima di investire tempo e denaro in una trasferta, o come provino.
-La modella ha il completo controllo di foto e pose durante lo shooting, in caso di comportamento inappropriato del fotografo o presunto tale, basterà spegnere il device (e bloccare il maleducato!)
-Essendo a casa vostra sapete quali sono gli angoli della casa migliori, ancora meglio se in prossimità di una finestra con luce naturale, avete a disposizone tutto il vostro armadio!
-Se volete sentirvi ancora più tutelate durante lo shooting, scaricate la app Clos, disponibile per Ios (Apple). Tale app permette alla modella di creare una “stanza” virtuale ed inviare il link d’invito al fotografo. Gli scatti vengono salvati unicamente sul device della modella (ricordatevi di controllare di avere abbastanza spazio di memoria), che li invierà al fotografo una volta visionati. In questo modo non rischiate che girino vostri scatti imbarazzanti!
-Consiglio le app FaceTime o Clos (per Ios – Apple)
-Usate una ring light per illuminare il viso o per creare effetti luce.

Verdetto:
Sconsiglio lo shooting da remoto se volete un risultato fotografico professionale. La qualità di una vera attrezzatura fotografica è incomparabile.
Consigliato invece per chi vuole provare una nuova tecnica, vuole mettersi in gioco o vuole lavorare con un nuovo fotografo, anche da un altro Paese.
Ricordo ancora una volta di prendere accordi chiari, meglio se per iscritto, con il fotografo, e di compilare e firmare la liberatoria fotografica che potete scaricare dal web.

Ora che sapete tutto, o quasi, sul remote shooting, l’unico limite è la vostra creatività!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Martina Giraldi che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

MAMMA, MODELLA CURVY E APPASSIONATA DI CUCINA E BENESSERE
In lotta con la bilancia da quando aveva 14 anni, prova tutte le diete e le ricette possibili ed immaginabili che le promettono un miraggio di dimagrimento (fallendo miseramente nel suo intento, ma al contempo migliorando il suo stile di vita).
A 38 anni incontra la filosofia Bodypositive e Curvy Pride: è amore a prima vista!
Butta la bilancia e fa tesoro di tutte le informazioni, le ricette ed i trucchi wellness appresi.
L’importante è stare bene, BEAUTY AND HEALTH HAVE NO SIZE-
Bellezza e salute non hanno taglia


COMINCIO DA ME

Sono stata una quattrocchi sparapidocchi”.

Avevo dieci anni, la tendenza a insaccare il collo nelle spalle e occhiali troppo grandi per il mio volto.

Io e i miei occhialoni a 12 anni.

Se sei stata una “quattrocchi sparapidocchi” ti rimane dentro un’anima incerta. Ogni giorno della tua vita dovrai confrontarti con il pregiudizio più grande: quello che rivolgerai a te stessa.

Non sarai mai all’altezza. Ti sentirai inadeguata. Ti sentirai diversa.

Ma diversa perché in fondo? Perché hai gli occhiali? Sei grassa? Sei nera? Balbetti?

Diversa da chi?

Quando siamo bambini attraverso l’insiemistica ci vengono insegnate le basi della matematica: cerchia con un pennarello rosso tutti gli animali, tutti gli oggetti colorati di bleu, tutte le farfalle con le ali verdi. L’oggetto incongruente viene lasciato fuori. Ma questo non è possibile con gli esseri umani in quanto non esiste un parametro oggettivo di misurazione.

Ciò che percepiamo come diverso, quando parliamo di persone, è un dato del tutto soggettivo e per questo sfugge alla logica, alla ragione e diventa quindi una valutazione pericolosa.

Io a 10 anni. La ginnastica posturale non è servita a molto, ancora oggi ho questo atteggiamento scoliotico.

E’ percepito come diverso un ragazzo rumeno in un gruppo di ragazzi italiani o un uomo di colore all’interno di una comunità di bianchi. Ma ecco che un ragazzo italiano partecipa a un progetto Erasmus in Romania, un uomo bianco trova lavoro in Kenya, e la percezione si stravolge, la diversità si evidenzia come un semplice punto di vista.

Il prezzo che l’uomo paga per questa distorsione di veduta è alto.

Ogni etichetta, attribuita a un individuo da un singolo o da un gruppo, viola il diritto di essere se stessi. Obbliga al conformismo, crea esseri monchi e infelici.

La cultura dominante crea dei modelli a cui gli individui fanno riferimento. Su questo dobbiamo interrogarci. Quali sono i modelli che la nostra cultura propone? Non parlo solo di canoni estetici, ma anche di un certo modo di parlare, di relazionarci all’altro. Oggi ha grande visibilità mediatica il ragazzo furbo, dall’atteggiamento provocatorio e scaltro, rimbalzano sui telefonini video di improbabili celebrità che stupiscono per la loro arroganza. Con facilità si diventa vittime di discriminazione, di pubbliche offese sui social-media, basta una fotografia, una frase, un’opinione fuori dal coro per essere attaccati in modo spietato.

Liceo Righi, con i ragazzi dell’associazione Boncompagni, un timbro per ricordarci di “Non fermarci all’etichetta.” Sei grasso. Sei una che la dà facile. Sei timido. Tu non sei l’etichetta che ti hanno dato.

Ma ognuno di noi ha un ruolo in tutto questo. Anche quando si pone come semplice spettatore e non interviene in difesa di chi subisce la prepotenza.

Noi possiamo scegliere il nostro agire e trasformare l’energia che si muove tra le persone. Ed ecco allora che la rivalità può divenire cooperazione e il conflitto mutare nella comune risoluzione di un problema.

Esercitiamoci a divenire “esploratori di emozioni”, non giudici, come suggerisce Emma Baugmaster, psicologa sociale dello sviluppo e della ricerca educativa.

Ogni volta che siamo di fronte a una persona per noi nuova, chiediamoci “Con quale atteggiamento mi sto avvicinando a questa persona?” In questo modo alleniamo il nostro pensiero a un atteggiamento di curiosità, come farebbe un buon esploratore, e cominciamo a considerare le emozioni degli individui come informazioni sul loro modo di essere, non come degli “errori”.

Spogliandoci della toga da giudice, impariamo a guardare oltre.

Con Sotto-Sopra Movimento Giovani per Save The Children, evento “UP-PREZZAMI, NON FERMARTI ALL’ETICHETTA”.

Oltre gli occhiali di quella bambina soprannominata “quattrocchi sparapidocchi”,c’era una grande passione per la lettura. Tanto grande da farla nascondere a leggere, sotto le coperte, fino a tardi, quando il libro le cadeva sul volto svegliandola di soprassalto. Tanto grande da farle scegliere come regalo di compleanno dei libri perché nulla poteva essere altrettanto prezioso.

Ho impiegato anni per volere bene a quella bambina. Ero arrabbiata con lei, per quella sua incapacità di rispondere a tono all’offesa, per quel battito cardiaco fuori controllo ogni volta che doveva mostrarsi. Ma le emozioni non sono permanenti, la realtà è per sua natura mutevole, così a un certo punto l’ho guardata negli occhi, l’ho presa per mano, le ho chiesto di aiutarmi a dire al mondo quello che mi soffocava.  

La mia “quattrocchi sparapidocchi” mi ha regalato il sogno di un mondo in cui le persone siano libere di essere ciò che sono, ma non posso realizzarlo da sola.

Questa rubrica nasce per interrogarci, per metterci in discussione e lasciare che le radici di questo sogno si aggrappino salde alla terra. Perché, vedete, è un errore pensare al sogno come qualcosa di evanescente, è piuttosto una dimensione legata al fare, al mondo di realtà. Il sogno si costruisce, giorno dopo giorno, con grande fatica.

“Ma tu ci credi davvero che le cose possano cambiare? Che le persone possano cambiare?” mi chiedono i ragazzi che incontro nelle scuole e, dietro l’ironia di chi non crede ai miracoli, colgo un lampo di speranza. Allora sorrido.

Certo che ci credo.

Io ci credo e comincio da me.

Con Curvy Pride: per il diritto di essere se stessi.

Questo articolo è pubblicato dalla socia e scrittrice Catia Proietti che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Di formazione assistente sociale ed educatore degli adulti, vive a Roma, con marito, figli, due tartarughe e un cane in affido congiunto con dei buoni vicini. Scrive libri per ragazzi, cura la collana Extraordinario della casa editrice Albero delle Matite ed è responsabile del Progetto Scrittura di Curvy Pride. Da anni organizza incontri per la promozione della lettura da un anno di vita e collabora con le realtà territoriali per una cultura libera da pregiudizi. Se hai una storia, una domanda, una riflessione che vuoi condividere con lei scrivile a proietti.catia@libero.it, oppure contattala sulla sua pagina Facebook https://www.facebook.com/catiaproiettiautrice . Instagram catia_proietti_

REMOTE SHOOTING: UNA NUOVA FRONTIERA (PARTE 1)

Oggi vi racconto la mia esperienza con il remote shooting, ovvero il servizio fotografico da remoto attraverso una webcam, un tablet, uno smartphone che ci connette con il fotografo o fotoamatore che sta dall’altra parte.

Di certo può sembrare una modalità limitante e per certi versi lo è, ma per molti fotografi e modelle è anche la possibilità di continuare a lavorare durante la pandemia, o di scattare con fotografi situati in luoghi lontani da raggiungere e di ampliare così il nostro portfolio.
In Italia non se ne parla ancora molto, ma all’estero è già molto usata.

Vi racconto la mia esperienza in prima persona.
Durante la quarantena seguivo la pagina Instagram The Curvy Zone, pagina americana dedicata alla fotografia di curvy e non solo.
Questa pagina mi ha colpito subito perché a differenza di altre non raffigurava solo le curvy in pose sensuali e provocanti bensì in abiti quotidiani e da lavoro. Ogni foto era accompagnata dall’intervista alla modella e le venivano alternate da frasi positive e motivazionali.
Sono entrata in contatto con il gestore della pagina, Neil Adams, che ho scoperto essere anche fotografo e autore di tutte le foto pubblicate, e ci siamo scambiati opinioni e punti di vista sulle differenze tra essere curvy in Italia e negli USA.

La differenza è abissale: negli USA le donne curvy sono amate ed apprezzate non solo per la loro carica sensuale ed erotica ma anche, e soprattutto, per il loro empowerment e per la loro consapevolezza. In Italia nella maggior parte dei casi le curvy sono viste in due modi: o come donne “poco sane e pigre perché il sovrappeso fa male alla salute” (ma noi di Curvy Pride sappiamo bene che non è così e stiamo cercando, insieme a voi, di combattere questo pregiudizio) o come “sogno proibito” dei maschietti italiani.

Come fotomodella curvy mi arrivano molte richieste di collaborazione, la maggior parte, purtroppo, ha secondi fini o chiede di fare scatti troppo audaci finalizzati non tanto alla fotografia artistica, quanto al sollazzo degli amanti delle curvy.
Fortunatamente ho potuto collaborare con diversi fotografi e fotoamatori che si sono comportati in modo serio e professionale.
Se siete aspiranti modelle curvy, non abbiate paura di chiedere informazioni sul tipo di servizio fotografico e non cedete alle pressioni se non vi sentite a vostro agio con la richiesta: un fotografo professionale è sempre rispettoso della modella.

La prima foto del servizio fotografico da remoto con Neil Adams, qui si nota l’illuminazione artificiale e lo sfondo casereccio creato a partire da un lenzuolo bianco!
@thecurvyzone

Tornando al discorso del remote shooting, sono sempre stata molto diffidente in quanto pensavo di poter incappare in malintenzionati, ho rifiutato diverse proposte da fotografi che si sono proposti in modo ambiguo.
Neil, al contrario, mi ha fatta subito sentire a mio agio e mi ha fatto sperimentare la famosa professionalità ed organizzazione statunitense. Io, in questo caso, rappresentavo l’intraprendenza italiana di una persona che, priva di attrezzatura fotografica professionale, doveva inventarsi soluzioni rocambolesche (Leonardo Da Vinci sarebbe fiero di me). Il nastro adesivo è diventato il mio miglior alleato per posizionare il tablet nei modi più disparati.


Per questo primo servizio abbiamo utilizzato il programma FaceTime: durante la videochiamata il fotografo dà alla modella le indicazioni sull’inclinazione dello smartphone (o tablet) e sulla posa da assumere, e scatta la foto durante la videochiamata. L’immagine viene salvata come scatto, e non come semplice screenshot, nel device del fotografo.
La qualità è abbastanza alta, naturalmente la foto risulta un po’ pixellata perchè dopotutto stiamo usando una connessione internet. Sarà quindi necessario un lavoro di postproduzione da parte del fotografo per rimuovere i pixel (con Photoshop o simile).
La qualità fotografica è più che adeguata per una foto da pubblicare su Instagram, ma non è qualità di stampa.

Una delle mie foto preferite del primo remote shooting di Neil Adams, abbiamo sfruttato il più possibile la luce naturale della finestra. @thecurvyzone

Durante l’estate ho potuto nuovamente lavorare con fotografi dal vivo, ma non appena le restrizioni per il Covid sono tornate a farsi sentire ho preso nuovamente in considerazione il remote shooting. Nel frattempo Neil mi aveva chiesto se sarebbe stato possibile fare delle foto in abito da sposa, in quanto il settore “matrimonio” era un suo target.
Neil mi ha inoltre proposto di utilizzare il programma Clos, in quanto le foto sarebbero state di qualità migliore rispetto a quelle scattate con FaceTime la volta precedente.
Il matrimonio è uno dei giorni più importanti per una donna, quindi anche se non mi sarei sposata sul serio volevo fare le cose in grande e con tutti i crismi. Ho potuto contare sulla collaborazione di diversi professionisti, entusiasti di prender parte al nostro progetto oltre oceano: Sposa Curvy mi ha prestato un abito da sposa (mi sono letteralmente commossa quando ho aperto la scatola), il mio parrucchiere mi ha acconciata da sposa nonostante il capello corto, una Mua è venuta a casa mia dotata di tutti di dispositivi di sicurezza necessari, ed una serra della mia zona mi ha confezionato un piccolo boquet a tema con l’abito.
Da parte mia l’organizzazione per coordinare tutto è andata avanti per circa due settimane, il fotografo ed io abbiamo anche fatto alcune prove luce ed abbiamo testato Clos.
Un vantaggio di questa app è che può essere utilizzata sia con i devices Apple che con il sistema Android.
Puntuali, il 3 Dicembre alle 14.30 ora italiana (8.30 negli USA) abbiamo iniziato a scattare. Sono risultate la bellezza di 890 foto! Vista la quantità esorbitante di immagini, le foto finite non sono ancora pronte ma vi mando un’anteprima. Il fotografo ha urlato “WOW” quando ha aperto i files. Il risultato e la qualità di Clos, rispetto a FaceTime, erano spettacolari.

Anteprima del fantastico servizio fotografico da remoto “da sposa” di Neil Adams. Queste sono le foto grezze, così come sono risultate dagli scatti con Clos. Le foto vengono poi elaborate dal fotografo con un programma di grafica per togliere eventuali pixel o imperfezioni e per regolare la luminosità.
Ci tengo a ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile questo progetto:
La MUA Rosita Ros, che vedete all’opera in foto, in perfetta osservanza delle normative Covid @rosita_make_up
Sposa Curvy per l’abito da sogno @sposacurvy
Il team parrucchieri TagliatiXilSuccesso di Marco Amistani @amistanimarco
Florgarden Bet per il boquet – Florgarden Bet su Facebook.

Arrivati questo punto, il povero Neil era giustamente stufo di fotografare sempre la stessa modella, per quanto simpatica! 😉
Ho ringraziato il bravissimo Neil, e in attesa degli scatti finiti ho iniziato altre collaborazioni via remoto con Emanuele ( in arte Hellroy Castle ) ed altri fotografi italiani ed esteri.

Ultimiamo questo articolo con alcuni scatti stile fetish di Hellroy Castle!
Non avrei mai pensato di scattare in stile fetish, invece ho scoperto che è un mondo dalle molte sfumature, non per forza estreme o volgari.
Il bello del remote shooting è anche il fatto di scattare a casa propria, in completa sicurezza, senza temere di trovarsi in situazioni imbarazzanti con un fotografo che non si conosce bene.
La modella ha il pieno controllo di outfit, pose, tempistiche, si può quindi sperimentare anche con degli stili nuovi in completa tranquillità.
Per essere ancora più tranquille, vi consigio di utilizzare Clos e di creare una “stanza” (room), da questa stanza inviate il link al fotografo. In questo modo tutti gli scatti verranno salvati esclusivamente sul vostro device.
Controllate di avere abbastanza memoria a disposizione prima di iniziare lo shooting, per non rischiare di perdere tutto il lavoro, e fate subito un backup su Drive.
Il fotografo avrà in questo modo solo le foto che voi gli invierete, senza paura che possa condividere scatti imbarazzanti che non avete approvato.
A tal proposito vi invito sempre a scaricare e compilare la LIBERATORIA FOTOGRAFICA che andrà da voi compilata e controfirmata dal fotografo. Trovate il file PDF sul web e potete eventualmente aggiungerci delle clausole.

Foto da remoto di Hellroy Castle @hellroy_castle
Foto scattate con FaceTime.
Mi sono divertita un sacco durante questo shooting, ho fatto una serie di foto con cibo: fragole, marshmallows, liquirizie… Cosa c’è di meglio per una Curvy Model? Forse solo la pizza.
Se amate la musica anni ’90 forse riconoscerete un tributo all’album Enema of the State dei Blink 182.


Ora che vi siete fatti un’idea di come funziona uno shooting da remoto, aspettate il mio prossimo articolo dove vi svelerò alcuni trucchi e condividerò il mio pensiero in merito a questa modalità fotografica.
A presto!

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Martina Giraldi che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.

MAMMA, MODELLA CURVY E APPASSIONATA DI CUCINA E BENESSERE
In lotta con la bilancia da quando aveva 14 anni, prova tutte le diete e le ricette possibili ed immaginabili che le promettono un miraggio di dimagrimento (fallendo miseramente nel suo intento, ma al contempo migliorando il suo stile di vita).
A 38 anni incontra la filosofia Bodypositive e Curvy Pride: è amore a prima vista!
Butta la bilancia e fa tesoro di tutte le informazioni, le ricette ed i trucchi wellness appresi.
L’importante è stare bene, BEAUTY AND HEALTH HAVE NO SIZE-
Bellezza e salute non hanno taglia


IL POTERE DEL PERDONO

Il perdono.

Una parola spesso abusata o presa con leggerezza. Dietro al perdono invece si cela un enorme processo di accrescimento personale, di maturità, di percorso emotivo. Il perdono non è solo un dono per gli altri ma è terapeutico anche per se stessi 

Se cerchiamo il significato di perdono sul vocabolario troviamo la definizione:  compiere l’atto di concedere il dono della rinuncia alla rivendicazione del torto subito. Il perdono è dunque visto come una remissione concessa a chi ha commesso qualcosa che non avrebbe dovuto fare. 

Una remissione, mentre a mio parere il perdono è un gesto di grande coraggio, di forza, il perdono è una svolta affettiva di grande rilevanza e impatto psicologico rispetto al sentimento di vendetta o all’odio.

Spesso chi ha subito un grave torto, dopo la fase iniziale di profondo dolore, lascia che il tempo mitighi la sofferenza e “porti via tutto”. Quanto volte ci si è sentito dire lascia correre, dimentica?  Ma dimenticare, o meglio, archiviare è solo una consolazione temporanea ma non una soluzione.
Sappiamo bene come tutti quei “non detti” tutte le cose accumulate ed interiorizzate sfocino poi  con problemi di autostima, attacchi di panico, ansia, depressione.
Saper perdonare è pertanto terapeutico per se stessi, perché solo se si ama se stessi si riesce a comprendere l’altro e a perdonarlo. Significa saper riportare la quiete emotiva, sconvolta dal torto e dalla sofferenza provata da chi ci ha feriti.   
Per perdonare dunque, serve innanzitutto stima in se stessi. Ma quella non basta, serve anche empatia per capire cosa ha portato l’altro a farci un torto. La cattiveria gratuita spesso cela immaturità psicologica ed affettiva, a volte è un grido di aiuto. Comprendere l’altro ci rende non solo persone migliori, ma ci permette di aiutare anche colui che ha fatto un torto a conoscere una realtà diversa, priva di rancore, violenza, rabbia e piena di comprensione, gentilezza, pace.
  
Non c’è un momento giusto o sbagliato per perdonare. Ognuno ha i suoi tempi, anche in base alla gravità del torto subito. C’è un momento in cui scatterà il desiderio di porre fine ad un dolore che non ci appartiene più, con la consapevolezza che se questa è l’unica vita che dobbiamo vivere sia meglio lasciare amore e comprensione sul nostro cammino.  

Il perdono non sempre avviene davanti a chi ci ha fatto il torto, a volte è solo un processo interiore. Sicuramente, il confronto a viso aperto con l’altra parte è il tipo di perdono più potente perché porrà l’altro a farsi domande su quanto fatto e quanto donato.
 

Ho potuto tastare con mano il potere del perdono. Dopo anni di insicurezze nate dalle esperienze di bullismo a scuola presi la decisione di perdonare chi mi aveva fatto dei torti. La cosa sconvolgente, di come il cosmo ti ripaghi, è che una volta presa la decisione di perdonare chi mi bullizzava non sono neanche dovuta andare a cercarli. Per un caso fortuito del destino sono venuti loro da me, e hanno chiesto loro il mio perdono. Loro erano pronti a chiederlo ed io a darlo.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

Calendario BeautifulCurvy 2021

Rieccoci con l’appuntamento tanto atteso di BeautifulCurvy.

Dato l’anno 2020 pieno di difficoltà è stato impossibile poter ideare in tutta tranquillità un casting in sicurezza per un nuovo calendario 2021 dedicato alla bellezza della donna in tutte le sue sfaccettature pertanto si è pensato a un “best of” delle varie edizioni.

12 Immagini diverse tra loro ma legate dall’importanza di portare avanti un progetto di valorizzazione della bellezza non stereotipata, ma naturale e senza ritocchi.

La scelta delle immagini è un racconto di vita: tra gli abbracci (che ci mancano in questo periodo storico della nostra vita), alla cucina (a cui abbiamo dedicato tempo stando in casa), al confronto con noi stesse e alle nostre particolarità estetiche, mettendoci in gioco, all’importanza dello sport e alla primavera di Botticelli come rinascita di un nuovo rigoglioso futuro.

Barbara Christman sottolinea: “Questo progetto di valorizzazione delle donne curvy e plussize, lo porto avanti da quasi un decennio ed è rivolto a sostenere le donne ad amarsi di più per accettarsi e valorizzarsi. Oggi giorno sembra quasi normale andare verso l’inclusione, visto che molti giornali puntano alla bodypositivity, la diversità dei corpi. Sono stata tra le prime in Italia a mostrare donne normali con le loro forme morbide, senza ritocchi per regalare benessere e accettazione. Ogni anno ho cercato attraverso un casting le donne più idonee per questo progetto rivolto ad aiutare altre donne. La bellezza sta negli occhi di chi guarda e ho scelto alcune ragazze che in seguito sono diventate modelle, influencer o semplicemente donne sicure di se e felici della loro vita”.

Per chi scopre ora il progetto invito a guardare i vari video di backstage qui ma ve ne inserisco uno dell’edizione passata. Sul sito e sui social Beautifulcurvy è possibile inoltre approfondire ulteriormente l’argomento oltre che a conoscere più da vicino le modelle icone del calendario.

L’Associazione CURVY PRIDE – APS sostiene fin dall’inizio il progetto di Beautifulcurvy perché parlare di inclusione oltre che un diritto è un dovere!      

*************************************************************************************************

Questo articolo è stato scritto dalla socia e staff Valentina Parenti che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e i soci che che credono nell’Associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato.


Valentina Parenti https://www.instagram.com/valentina_incolors/ sogna un mondo senza stereotipi di genere, positivo e attento all’integrazione sociale, per questo è membro Curvy Pride, BodyPositiveCatWalk e ha creato @FelicitàFormosa su Parma. Valentina educa i suoi figli ad una “vita a colori” ed è il segreto della felicità #educareallafelicità.

GIN TONIC: QUANDO LA TESTA DICE GIN MA IL CORPO GRIDA TONIC!

Sì avete capito bene, ho scritto GIN, non GYM

Siamo a gennaio ed è quel mese un po’ di transizione, quest’anno poi non parliamone! Usciamo da un anno incredibile per tante cose, soprattutto per la questione Covid-19.

Questo mese solitamente era dedicato a quegli stupidi sensi di colpa relativi alle abbuffate di dicembre, ai pensieri stressanti della dieta per superare la famigerata e altrettanto inutile “prova costume”, ma adesso? Non sappiamo nemmeno a quale colore apparteniamo: giallo, arancio, rosso, verde o bianco? Arriveremo mai al colore arcobaleno del “andrà tutto bene”?

Ci sarà la possibilità di vedere gli amici o i propri cari? Ci sarà la possibilità di uscire di casa?  Insomma, ci sarà la possibilità di non vivere nel terrore di questa pandemia? Lo spero vivamente!

Ci sentiamo svogliati e senza molti obiettivi e quindi la testa è un po’ nel caos, un po’ come bere un bicchierone di gin tonic! Quante volte ci siamo ritrovati a dire: “Adesso cosa faccio?” e poi abbiamo trovato qualcosa che ci faceva tornare a sorridere e a vivere.

Credits: web

È da febbraio 2020 che la nostra vita sociale è stata intaccata ma ovviamente la salute viene prima di tutto. Quanti pensieri abbiamo avuto relativamente alle cose passate che ci facevano soffrire e con che occhi le vediamo adesso? Quante nuove priorità abbiamo dato a noi stessi? Quante nuove realtà, grazie alla tecnologia, siamo riuscite/i a scovare?

È vero che siamo un po’ in balìa degli eventi, ma sappiate che ci possiamo sempre reinventare! Sicuramente ci saranno nuove esperienze dietro l’angolo e come ha detto la Sabrina Ferilli nazionale nel programma “C’è posta per te”, non guardare sempre e solo dritto nella vita, perché le cose belle arrivano a 360 gradi.

Bisogna cercare di mantenersi positivi sempre, anche quando tutto ci sembra negativo perché con la speranza e la volontà si va avanti!

Ecco perché il mio corpo grida “TONIC”! Nonostante io non sia più ossessionata dalla prova costume, non voglio farmi fregare da questo periodo da punto di domanda costante perché è importante sempre ricordarsi di noi stessi e soprattutto andare avanti ad amarsi!

Ci ho sempre tenuto al “non lasciarmi andare” perché ho fatto tanti sacrifici per raggiungere la serenità data dal mio equilibrio corporeo! Vado avanti tenendo botta con una sana alimentazione, con la mia attività fisica quotidiana, con il mio OM interiore e con la lettura che mi piaceva moltissimo, a cui non dedicavo più un minuto del mio tempo libero.

Voi cosa avete fatto in questo periodo per continuare ad amarvi e non dimenticarvi della vostra felicità?

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Laura Chiapparini che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie ed i soci che credono all’associazione Curvy Pride – APS impegnandosi nel volontariato

infermiera, blogger, modella curvy.
Il mio motto di vita è SPQR : “SORRIDI PER QUALSIASI RAGIONE”
MAIL: fairylaura83@gmail.com

LA BOLLA DELLA PAURA

Non respiro. Mi sento quasi in una bolla d’acqua. Faccio fatica a capire cosa dicono le persone intorno a me… Voglio andare via… scappare. Ma andare, dove?

Inizio così questo articolo. Descrivendo un momento, uno stato d’ansia particolarmente pesante che mi è capitato di provare. Ero bloccata dalla paura. Una come me, organizzata, super attiva, positiva, che non sapeva improvvisamente cosa fare se non “scappare”, ma le gambe, tremanti, non riuscivano nemmeno a muoversi! Con l’ansia spesso ci si convive, ma gli attacchi di panico sono un’altra cosa.

Purtroppo, la vita, la realtà, ci insegnano che non si può scappare dai problemi. Dalle preoccupazioni. E questo periodo ne è maestro. E allora, ti prendi un attimo. Quello che serve per capire chi siamo. Mettere in ordine le idee e tentare di capire cosa fare. Non sempre ne capiremo i “perché”, ma ci siamo. È il momento di scoppiare quella “bolla” e nuotare nel mare, prima che il panico ci “inghiotta”.

Come si fa?

Non credo ci sia un manuale. Ognuno affronta la paura come riesce. Io ho iniziato con la respirazione. Respirare quando si è in crisi è davvero difficile. A volte parlo da sola, quasi mi dessi “due schiaffi metaforici”, mi calmo effettuando una respirazione profonda e lenta tentando di svuotare la mente concentrandomi proprio sul respiro. Poi mi focalizzo sugli aspetti positivi della vita e quando ti trovi lì, tra la paura e la consapevolezza, vai avanti. Credo sopraggiunga una forza interiore che nessuno crede di avere fino a quando tocca il fondo. E poi ci sono i pianti liberatori, le camminate e le corse in solitudine. La musica nelle orecchie e l’esplosione nel cuore.

Nei momenti difficili ci sentiamo spesso circondati da persone che dicono: “Non ti preoccupare, passerà!” o “Tanto tu sei forte, riuscirai a superare anche questa!“, ancora: “È la vita, è successo anche a me...”. Poche persone stanno in silenzio. Ti prendono la mano e ti accompagnano. Ma ne basta una, basta il sorriso di un figlio per donare forza. Basta l’abbraccio di un amore che sia compagno, genitore o amico. Basta poco eppure sembra così tanto. L’anno appena finito ci ha fatto capire quanto tutto possa essere relativo. Il 2020, iniziato sotto tutti i soliti buoni propositi, poi, si è rivelato diverso per la maggior parte di noi. Ma se c’è una cosa che ci ha lasciato e, credo sia un dono fondamentale, è l’IMPORTANZA DELL’ALTRO. Di un abbraccio, di un sorriso sincero e spontaneo. L’IMPORTANZA DEL TEMPO.

La paura troppo spesso ci blocca se non ne usciamo fuori con la respirazione, con lo yoga, le camminate, le corse e tutto quello che ci permette di sfogarci. A volte, si impossessa di noi, non ci rende lucidi, ci isola.

E allora penso… “Non respiro, è vero”. Ma se non riesco a scoppiare io stessa la “bolla della paura”, ci sei tu che lo fai con me perché l’amore penetra qualunque dolore. Qualunque incertezza. Qualunque inquietudine. E di amore ne siamo circondati, basta guardarci intorno: dalle persone care alle associazioni di volontariato che offrono tempo ed esperienza. La forza deve venire principalmente ed inevitabilmente da noi, ma condividere e non respingere la mano protesa verso noi aiuta molto e “puff..” la bolla magari scoppia!

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Elisabetta Giordano che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.

Un grazie a tutte le socie e soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Elisabetta Giordano, 39 anni. E’ mamma di una bimba di 7 anni, fotomodella curvy per hobby. Ha studiato Giurisprudenza ed è appassionata di fotografia. Impegnata nel sociale, crede molto nella pluralità della bellezza. “Amo la vita e le sfide… Sono una donna con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. Sempre alla ricerca della bellezza dell’essere. Curiosa, creativa. Insomma… Viva!” https://www.instagram.com/curvelybeth/