VOCE DEL VERBO DIS-FUNZIONALE

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Josephine

Ho conosciuto Josephine all’università, mi sembrava la classica “sbrilluccichina” come dicono a Napoli, tutta paillettes e maniche a sbuffo. Io, invece, sono un tipo sobrio e unicolor, al massimo mi concedo qualche camicia hawaiana per la stagione primavera – estate.

Josephine è una ragazza dolce. Le piace ballare, è un angelo con le punte al posto delle ali. Ha iniziato dalla classica, per provare tutti gli stili di ballo possibili e immaginabili. Mi parlava di balli che non avevo mai sentito nominare e che lei ha provato. Fin da piccola sognava di fare la ballerina e di aprire una scuola di ballo sua. La danza classica fa crescere con il rigore, regole ferree, non solo di movimenti, ma anche di vita. Lo definirei una sorta di esercito con musica di sottofondo. Quella danza iniziata da piccolina le ha dato la struttura e la forza di affrontare ogni situazione. Ed è stata anche la sua salvezza.

Lei ha sempre definito così gli anni dai 7 ai 23, “Senza la danza non so dove sarei finita“. Josephine è una ragazza spigliata ma molto timida su se stessa. Ha dovuto iniziare a fidarsi un po’ alla volta di me per raccontarmi tutto. Lei è italo messicana, ha vissuto a Cancún con la sua famiglia: mamma, papà, fratello e nonna fino ai 15 anni, poi si sono trasferiti in Italia. Un’amicizia iniziata così, senza tante cose in comune, con la naturalezza di mangiare un panino.

E proprio mentre mangiavamo un panino un pomeriggio mi confida: “La mia vita non è sempre stata facile, adesso trovo felicità nelle semplici cose come questo pranzo insieme“. Io abbasso gli occhi e attendo che continui a raccontare. “Avevo 6 anni quando mio nonno abusò di me per la prima volta, non riuscivo a capire cosa fosse, a quell’età vuoi solo giocare e ogni minuto libero serve a quello, lui con scuse assurde mi faceva andare nella sua stanza e…“. La sua voce si blocca, io non dico nulla e le accarezzo la mano credendo che non sarebbe andata avanti. Invece continua.

Andò avanti così per un anno. Mi diceva di stare zitta, di non dire nulla perché nessuno mi avrebbe creduta, mi avrebbero dato della pazza. Una volta lo fece con me e mia cugina davanti a mio fratello, non l’avesse mai fatto. Dicono che noi reiteriamo gli atteggiamenti che vediamo/sentiamo in famiglia e diventano il nostro pensiero/bagaglio culturale/modo di agire.”

Josephine continua a raccontare come se le si fosse aperta una voragine, mentre a me la voragine della fame si è chiusa, tanto che sentendo questi episodi mi cade il panino per terra, lo raccolgo e lo butto continuando a prestarle tutta la mia attenzione.

Gli abusi sui minori distruggono la loro innocenza creando traumi e ferite profonde.

Dopo un anno da quella ‘prima volta’ che non riesco proprio a scordare, il nonno muore. Chiamalo destino, Karma o come ti pare, ma ripaga di tutte le angherie subite.” Io continuo a guardarla senza proferire parola, non so cosa fare, tutto può essere scontato e banale in quel momento, voglio solo che si senta accolta e non giudicata.

Il problema è che mio fratello aveva assorbito gli atteggiamenti di mio nonno e un giorno, mentre mi stavo vestendo in camera, vedo attraverso lo specchio che mi stava spiando. Entra in camera e zac! Mi prende e mi sbatte a terra. In quel momento io non ho più scampo. Mauritius era più grande di me di cinque anni e aveva la forza di un leone, io all’epoca ne avevo otto e lui tredici” Io sono sempre più attonita, sarò sicuramente sbiancata e mi sento sudata. Provo un mix di emozioni: rabbia, schifo, il non voler sapere più nulla e il volere ascoltare tutto.

“Da quella prima volta prima con mio nonno e poi con Mauritus sono passati 16 anni, 16 anni in cui lui non ha mai smesso di darmi il tormento, non riuscivo più ad avere una vita da ragazzina della mia età, non riuscivo e non volevo stare da sola con lui nella stessa stanza perché sapevo che non avrei avuto scampo. L’unica mia forza era la danza, una bolla di felicità dentro la quale mi richiudevo, mi ovattavo completamente. Lì ero io, ero totalmente io con la mia età, le mie amichette, le mie passioni, la mia musica. Quello che mi fa male è che i nostri genitori hanno sempre fatto finta di non vedere, non capire, perché sarebbe stata una vergogna che tutto ciò fosse stato reso noto. L’unica cosa che ho potuto fare è stata aspettare di crescere. Sono venuta in Italia e e ho iniziato un percorso psicologico. Sapevo che c’era qualcosa che non andava in me, avevo parti della mia vita che il mio cervello stava continuando a cancellare per proteggermi. La mia psicologa, Lavinia, mi consigliò di andare via di casa, di abbandonare la mia famiglia, io da quel momento ero orfana e così feci”.

Sono sconvolta per quello che le è successo, ma grata che Josephine abbia aperto a me il suo cuore, confidandosi con me. Quello che mi ha raccontato mi ha fatta pensare tanto. Forse è vero che ogni situazione, anche quella più traumatica. orrenda e che può sembrare senza soluzione, può essere modificata. Josephine ha girato le spalle al suo carnefice e al suo passato ed ora non è nemmeno più vittima, è una ragazza libera di essere se stessa e ballare sulle note della vita, che ora le sorride.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
Laureata in comunicazione pubblicitaria, ha nel cassetto un libro che vorrebbe pubblicare.
Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
Si definisce “Reporter di vite”, ed è proprio quello che fa attraverso il nostro Curvy Pride Blog.

VOCE DEL VERBO DIS – FUNZIONALE

Con la parola disfunzionale si intende ciò che non corrisponde ai propri compiti o fini. Io direi più ciò che fa male. Esistono rapporti che ci causano ferite indelebili. I momenti difficili e i periodi dolorosi ci fanno cambiare. In questa rubrica vi racconterò alcune storie di vita di chi, in qualche modo, ce l’ha fatta.

La storia di Sonia e Cristina

“C’era una volta…” di solito le storie che hanno un lieto fine cominciano in questo modo. Peccato che non sempre finisca così, soprattutto nella realtà; o magari finisce bene ma attraversando momenti difficili. Di solito le personalità fragili si dividono in due categorie: quelle che con la loro fragilità si ergono a carnefici, cercando di emergere facendosi forti sugli altri, e quelle che per non essere escluse risultano vittime, fingendo di essere felici a essere bullizzate poiché vedono in quel momento un “avvicinamento” al branco.

Cristina era una ragazzina timida, molto timida, con una personalità fragile, come tutti; ognuno di noi ha delle fragilità più o meno palesate. Faceva la terza liceo quando la conobbi, aveva fatto il biennio in un’altra scuola e ad ottobre inoltrato si era unita alla mia classe. Non so se fu questo suo arrivare a percorso di studi già avviato che la mise automaticamente nell’occhio del ciclone di Sonia, oppure la sua personalità introversa.

Sonia era la classica bulla, una bulla bellissima, di status sociale alto. Negli anni ragionai sul fatto che probabilmente non aveva una famiglia felice alle spalle, perché sempre nella famiglia vanno ritrovati gli atteggiamenti disfunzionali che un adolescente apprende. Magari era troppo vista o magari lo era troppo poco, con la conseguente tendenza di farsi notare maltrattando chi era più debole o non riusciva a tirare fuori il carattere. D’altronde, davanti a tanti altri ragazzini che fanno branco prendendo come esempio il carattere forte dell’Alfa, a quell’età non è per niente facile farsi vedere forti.

Sonia maltrattava Cristina in maniera tremendamente cattiva. Davvero troppo cattiva per una ragazza di 15 anni. Non c’era occasione in cui non volassero dalla sua bocca commenti poco carini tipo: “Ecco la sfigata! Ma l’avete vista? Con quei capelli slavati e quei pantaloni bruttissimi! Io non la voglio in squadra con noi, sicuramente ci fa perdere”.

Immagine liberamente presa da Google

In tre anni di liceo non ricordo di aver mai visto Cristina sorridere. Era sempre sola, sedeva tra i primi banchi ai lati dell’aula perché erano gli unici che le lasciavano. Sonia le rubava le merendine o faceva in modo di farlo fare ad altre compagne del branco che pur di avere la sua approvazione facevano tutto quello che lei diceva.

Un giorno, a lezione di inglese, il disastro.

Sonia stava masticando una gomma ed era seduta proprio nel banco dietro a Cristina. In un momento in cui l’insegnante stava scrivendo i tempi verbali alla lavagna, le lanciò tra i capelli la gomma masticata. Cristina se ne accorse solo all’intervallo. I suoi occhi sono tuttora scolpiti nella mia mente: avevano un’espressione triste, lo sguardo abbassato pieno di vergona, come se fosse colpa sua, come se meritasse quella gomma masticata, come se meritasse quelle offese, meritasse di essere lasciata sola.

Ho sempre cercato di andare contro a queste dinamiche. Non volevo essere testimone silenziosa di queste situazioni. Non volevo lasciare Cristina da sola, ma ero una ragazzina anch’io, non avevo il carattere che ho oggi. Sapevo benissimo che se mi fossi avvicinata a Cristina, Sonia avrebbe emarginato anche me. Volevo cercare di rimanere in bilico tra due situazioni, come un funambulo su una corda, volevo mantenere in equilibrio due mondi che non avrebbero mai potuto convivere. Nel momento in cui mi avvicinai a Cristina mi resi conto che i miei timori erano fondati perché fui immediatamente esclusa da Sonia e dal BRANCO.

Due mondi così diversi non potevano coesistere. Ne presi coscienza e capii che nella mia vita non volevo avere a che fare con personaggi come Sonia, che era per me qualcosa di non funzionale che mi avrebbe fatto soltanto del male.

A quel tempo ero un soggetto sensibile. Le persone sensibili spesso sono anche plasmabili e manipolabili. Anche se sono diventata adulta, a tratti lo sono ancora. Quando non riesco a tollerare una situazione accumulo rabbia. Per certi versi è un problema, perché devo trovare il modo per scaricarla, ma per altri è la mia salvezza, perché mi spinge a prendere posizione e ad agire. Infatti fu proprio quella rabbia che mi salvò dal diventare una persona di cui mi sarei sempre pentita. Quella presa di posizione fu la scelta migliore: Cristina diventò la mia migliore amica. Grazie a lei e alla sua sua amicizia sviluppai la mia vera natura di protezione verso me stessa.

Ringraziamo tutte le socie e i soci che dedicano parte del loro tempo alla crescita del Curvy Pride Blog, impegnandosi nel volontariato.

Nata sotto il segno dei gemelli, Valentina ama tutto ciò che è passione allo stato puro. Le piace mettersi in gioco ed è appassionata di scrittura.
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Una delle sue passioni è parlare con gli sconosciuti, ascoltare le loro storie e sapere cosa li ha portati lì in quel momento.
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