LO SMARTPHONE NELLA CULLA

Lo smartphone.
Alzi la mano chi ne ha uno. L’avete alzata tutti vero? Niente di male, se non fosse che tra quelle mani alzate, tante sono manine piccine piccine.

Quante? Considerate che il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphone personale a partire dai 10 anni d’età * .
Ma qual è l’età giusta per dare in mano uno strumento tanto utile quanto pericoloso?
La generazione attuale o detta anche generazione Z è nata in un mondo dove è inconcepibile stare senza internet. Bambini abituati a vedere i genitori perdere la brocca quando il wifi in casa non funziona per mezza giornata.
Bambini “abbandonati” con un tablet in mano a guardare i cartoni mentre i familiari cenano al ristorante, perché così “il bambino sta buono”.
Bambini che se gli chiedi “chi è il tuo eroe” ti sparano nomi di youtuber più o meno conosciuti.

Se si chiede alle persone quale sia l’età giusta per dare un cellulare smartphone ad un bambino, la maggior parte dirà attorno ai 15/16 anni, come il buonsenso indicherebbe. Peccato che l’Ansa ci fornisca dati ben diversi: nonostante i buoni propositi genitoriali, all’età di 4-10 anni ne sono già in possesso il 12% dei minori, mentre nella fascia 11-17enni l’86,4% dei ragazzi è effettivamente proprietaria di uno smartphone.
Uno tra tutti però è il dato preoccupante, il 49,6% dei 4-17enni utilizza il proprio cellulare senza il controllo dei genitori.

Ma come avviene questo approccio allo smartphone nei minori?

Fascia età 4 – 6 anni: Questa è l’età in cui solitamente i bambini vengono in contatto con gli smartphone. Il cellulare viene usato come “pulsante di stop” per i pianti e i capricci. Gli schermi provocano sovrastimolazione, con produzione di dopamina e adrenalina nel cervello, ancora in fase di sviluppo. I bambini restano “imbambolati” davanti allo schermo, isolandosi dalla realtà. Per quanto la tentazione di “stoppare” i piagnistei per qualche minuto sia forte, bisogna cercare di evitare questo trucchetto onde evitare il crearsi del circolo vizioso “smatphone=appagamento“, un po’ come la cioccolata che si mangia quando si è giù di morale.

Fascia età 7 – 11 anni: I bambini sono più indipendenti e magari svolgono attività extra scolastiche o cominciano ad andare a casa degli amichetti. Questo spinge erroneamente molti genitori a pensare di acquistare uno smartphone al proprio figlio per “sapere sempre dov’è e come sta”.
Una fascia età però molto delicata dove iniziano i fenomeni di cyberbullismo. I bambini che navigano in internet sono esposti a mille insidie: dagli haters, dalla pedofilia, dai contenuti non idonei, da pericolose chat fino ad arrivare alle tristementi famose “challenge” che hanno portato alla morte alcuni piccoli utenti. Una buona idea sarebbe quella di fornire eventualmente un cellulare privo di navigazione web, così da essere utilizzato esclusivamente “per emergenze”.

Fascia età 14 -16 anni: lo smartphone ormai lo hanno tutti i compagni di classe, diventa quasi una questione di status, che se non lo hai sei out sei oggetto di scherno. Ok allo smartphone solo se l’adolescente è abbastanza maturo da gestirlo, ma attivate tutti i blocchi possibili ad app potenzialmente pericolose e sensibilizzate ad un utilizzo consapevole.

Quale dunque l’età giusta? Come il buon senso indicherebbe, nel periodo adolescenziale e non prima di questo, giusto per non escluderli socialmente in una fase della vita “delicata“, come strumento per la DAD e per dargli possibilità di contattare i genitori in ogni momento.

É opportuno però seguire delle regole generali per un sano utilizzo:


Mi permetto di aggiungere un’ ulteriore regola, che penso valga su tutte:

PARLARE con i propri figli. Un rapporto in cui la comunicazione genitore figlio è ottima permette di percepire subito se vi sono problemi insidiosi di cyberbullismo o adescamento di minori, così da affrontare insieme la cosa, senza abbandonarli a se stessi con uno smartphone in mano.

  • *(dati fonte ospedale Bambin Gesù)


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

IL POTERE DEL PERDONO

Il perdono.

Una parola spesso abusata o presa con leggerezza. Dietro al perdono invece si cela un enorme processo di accrescimento personale, di maturità, di percorso emotivo. Il perdono non è solo un dono per gli altri ma è terapeutico anche per se stessi 

Se cerchiamo il significato di perdono sul vocabolario troviamo la definizione:  compiere l’atto di concedere il dono della rinuncia alla rivendicazione del torto subito. Il perdono è dunque visto come una remissione concessa a chi ha commesso qualcosa che non avrebbe dovuto fare. 

Una remissione, mentre a mio parere il perdono è un gesto di grande coraggio, di forza, il perdono è una svolta affettiva di grande rilevanza e impatto psicologico rispetto al sentimento di vendetta o all’odio.

Spesso chi ha subito un grave torto, dopo la fase iniziale di profondo dolore, lascia che il tempo mitighi la sofferenza e “porti via tutto”. Quanto volte ci si è sentito dire lascia correre, dimentica?  Ma dimenticare, o meglio, archiviare è solo una consolazione temporanea ma non una soluzione.
Sappiamo bene come tutti quei “non detti” tutte le cose accumulate ed interiorizzate sfocino poi  con problemi di autostima, attacchi di panico, ansia, depressione.
Saper perdonare è pertanto terapeutico per se stessi, perché solo se si ama se stessi si riesce a comprendere l’altro e a perdonarlo. Significa saper riportare la quiete emotiva, sconvolta dal torto e dalla sofferenza provata da chi ci ha feriti.   
Per perdonare dunque, serve innanzitutto stima in se stessi. Ma quella non basta, serve anche empatia per capire cosa ha portato l’altro a farci un torto. La cattiveria gratuita spesso cela immaturità psicologica ed affettiva, a volte è un grido di aiuto. Comprendere l’altro ci rende non solo persone migliori, ma ci permette di aiutare anche colui che ha fatto un torto a conoscere una realtà diversa, priva di rancore, violenza, rabbia e piena di comprensione, gentilezza, pace.
  
Non c’è un momento giusto o sbagliato per perdonare. Ognuno ha i suoi tempi, anche in base alla gravità del torto subito. C’è un momento in cui scatterà il desiderio di porre fine ad un dolore che non ci appartiene più, con la consapevolezza che se questa è l’unica vita che dobbiamo vivere sia meglio lasciare amore e comprensione sul nostro cammino.  

Il perdono non sempre avviene davanti a chi ci ha fatto il torto, a volte è solo un processo interiore. Sicuramente, il confronto a viso aperto con l’altra parte è il tipo di perdono più potente perché porrà l’altro a farsi domande su quanto fatto e quanto donato.
 

Ho potuto tastare con mano il potere del perdono. Dopo anni di insicurezze nate dalle esperienze di bullismo a scuola presi la decisione di perdonare chi mi aveva fatto dei torti. La cosa sconvolgente, di come il cosmo ti ripaghi, è che una volta presa la decisione di perdonare chi mi bullizzava non sono neanche dovuta andare a cercarli. Per un caso fortuito del destino sono venuti loro da me, e hanno chiesto loro il mio perdono. Loro erano pronti a chiederlo ed io a darlo.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

LE APP DA MANEGGIARE CON CURA

Impazzano, ultimamente, le app che sostituiscono il proprio volto a quello di star famose in brevi videoclip. Le più usate al momento sono dubliapp e faceapp che offrono un risultato decisamente realistico e di buona qualità, tanto che a volte si ha difficoltà a discernere la realtà dalla finzione.

Incuriosita da tutte le clip che vedevo postate quotidianamente sui social dai miei contatti, ho voluto provare anche io.

Se in un primo momento sembrava un’idea carina, fatta per strappare una risata, il mio cervello è andato in “crash di sistema” quando ha visto il mio volto su di un corpo che rivorrei, e che post gravidanza non sono più riuscita a recuperare. È stata una mazzata, che mi ha portato a malumore ed autocommiserazione. Nonostante questo non riuscivo a fare a meno di guardare quelle immagini, perché erano così realistiche, così vere…come guardare in uno specchio dove “Ehi la vedi quella? Quella sei tu con una vita migliore perché magra” (si sa, il cervello quanto vuole è peggio di tutto il cast di Mean Girls)

Ho voluto disinstallarla, perché avevo difficoltà a guardarmi allo specchio allo stesso modo. Perché non ero nella realtà come in quei video? Perché la mia pelle non era così perfetta, il corpo snello, i capelli favolosi??

Che è successo? Perché vedere quelle immagini mi hanno creato confusione?

In pratica, vedere quei video mi ha dato un assaggio di quel un fenomeno chiamato dismorfia o dismorfismo corporeo, una condizione psicologica per cui ci si fissa su una caratteristica o su più caratteristiche del proprio aspetto esteriore, notando imperfezioni o difetti che per altre persone appaiono magari minimi o inesistenti. Può essere una condizione angosciante, che causa ulteriori problemi di salute mentale come ansia e depressione.

La dismorfia può colpire chiunque, ma è più frequente negli adolescenti e nei giovani. Non è un fattori di vanità, chi ne viene colpito percepisce se stesso come imperfetto esagerando dei piccoli dettagli.

Ora, il mio è stato un evento sporadico, ma cercando maggiori informazioni in merito, ho trovato quali sono i sintomi della dismorfia, molti dei quali li ho ricollegati al periodo adolescenziale:
– Confrontare spesso il proprio aspetto con quello degli altri
– Preoccuparsi per una parte specifica del proprio corpo
– Fare di tutto per coprire le imperfezioni percepite
– Pensare che altre persone stiano giudicando o deridendo il proprio aspetto
– Evitare le situazioni sociali
– Una forte convinzione di essere brutti 
– Continua ricerca di rassicurazioni da parte degli altri sul proprio aspetto


La dismorfia, inoltre, conduce spesso a quelli che sono poi i disturbi alimentari di anoressia e bulimia.

Quindi mi sono chiesta: che effetto può avere sui più giovani, in fase adolescenziale questo tipo di app? Ho chiesto un po’ in giro per farmi un’idea di come hanno reagito le ragazze ed i ragazzi in generale. Se pochissimi di loro l’hanno vista come uno spunto a migliorarsi per cercare di assomigliare a quell’utopica immagine, la stragrande maggioranza, in particolare ragazze, ha avuto reazioni simili alla mia:“E’ come vorrei essere, ma non lo sono e mi fa sentire male”, “Fossi così sarei felice”, “io non riesco più a guardarmi allo specchio” , etc.

Penso che tali app vadano usate con moderazione giusto per divertimento o non usate affatto, dipende molto dalla fragilità dell’utente che le utilizza e dallo scopo per cui le utilizza. Ottime per farsi due risate ridoppiando delle scene famose dei film, per fare comici remake, ma assolutamente sconsigliate se si ha semplicemente la curiosità di vedersi finalmente diversi.
Quindi un invito ai genitori: se vedete i vostri figli troppo ossessionati da alcune app, parlateci, capite perché ne hanno bisogno e perché non riescano a farne a meno. Parlate con loro e cercate di capire se li rendono ansiosi o depressi o se sono semplice e sano svago come dovrebbero essere. Parlate con i vostri figli, perché spesso dietro ad uno smartphone c’è tanta insicurezza.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

#DilloaCurvyPride intervista all’autrice SILVIA MASSAFERRO

I 33+1 protagonisti ed autori del libro DILLO A CURVY PRIDE sono persone comuni che hanno aperto il loro cuore e raccontato spaccati della loro vita, vincitori del contest promosso dalla Giraldi Editore in collaborazione con l’Associazione CURVY PRIDE – APS. Abbiamo deciso di intervistarli per farveli conoscere.  

Oggi si aprirà a noi: SILVIA autrice del racconto “LE SCINTILLE TRA LE COSCE”

Breve descrizione personale: “Mi chiamo Silvia Massaferro, ho 37 (quasi 38) anni, nella vita mi occupo di gestione immobiliare e mi dedico ai miei numerosi hobby (fotografia, restauro, pittura, crafting, boardgame, scrittura etc), scrivo per il blog di CurvyPride e sono attivista ambientale con il progetto di #walkforcleanplanet. Ho un meraviglioso marito che mi supporta in tutte le mie passioni e un bellissimo bimbo che partecipa attivamente ai miei hobby”.

Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a partecipare al concorso letterario “DILLO A CURVY PRIDE”? E’ stata Simona D’Aulerio ad avermi spinta a scrivere. Mi ha spronata a raccontare, mi ha detto devi provarci!“, così ho acceso il pc e cominciato a mettere nero su bianco i miei pensieri. Le ho detto subito: guarda che io non so essere seria, il mio sarà un racconto comico. E così è stato. Volevo dare il mio contributo, perché le tematiche in gioco erano importanti ed il progetto di CurvyPride può fare la differenza per molte. Ho inviato il racconto e non solo è stato selezionato, ma è anche il primo dell’antologia. Una bella responsabilità

Quali sono i temi che affronti nel tuo racconto? Come ti dicevo, il mio è un racconto comico, si intitola “Le scintille tra le cosce”, nato tutto dal ritrovamento di un mio vecchio giocattolo di Godzilla. Crescendo l’ironia ed il sarcasmo sono diventate la mia armatura contro discriminazioni e bullismo. Avrei voluto avere questo equipaggiamento negli anni di scuola perché mi sarebbe stato utile, ma posso ancora aiutare gli altri a vedere le cose sotto una prospettiva diversa, a prenderla con filosofia. Nel mio racconto parlo di un problema prettamente “tecnico” nelle donne curvy: le cosce abbondanti che sfregano e di come la società ci fornisca fantasiose soluzioni.

Cosa speri che il tuo racconto possa trasmettere a chi lo leggerà? Innanzitutto una risata. Anche due. Perché è così che andrebbe affrontata la vita, con una bella risata. I pensieri negativi, l’autocommiserazione non portano a nulla. 

E’ cambiato qualcosa in te dopo aver scritto il racconto? Se sì, cosa? Ho capito che, alla fine, i problemi veri nella vita sono altri. Ci soffermiamo spesso sugli ostacoli che la vita ci pone davanti senza valutare cosa c’è attorno ad essi. 

Una volta lessi una frase che citava “l’umanità ha bisogno di ascoltare storie”, secondo te, perché? Perché l’esperienza è crescita e la condivisione di esperienze è accrescimento. Se tutti noi condividessimo col cuore in mano le nostre esperienze, non solo aiuteremmo gli altri, ma, riascoltandoci, aiuteremmo anche noi stessi. Ascoltare storie ci rende consapevoli delle nostre possibilità e dei nostri limiti.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Per quanto riguarda il 2021 ampliare il progetto di #walkforcleanplanet e fare nuovamente una mostra fotografica di sensibilizzazione ambientale. Poi chissà.

Cosa ti rende felice? Dedicarmi alle mie passioni e fare qualcosa di utile per il prossimo. Per questo mi piace far parte di CurvyPride: sento che nel mio piccolo posso contribuire ad aiutare gli altri. 

Completa la frase “Puoi fare qualsiasi cosa se… se credi in te stesso”

Il libro “DILLO A CURVY PRIDE – Storie di vita” a cura di Antonella Simona D’Aulerio, pubblicazione Giraldi Editore con prefazione di LUCA WARD e omaggio di TONI SANTAGATA è in vendita in tutte le librerie, sul sito della casa editrice (www.giraldieditore.it) e su tutte le piattaforme on line

Questa Intervista è stato scritta dalla socia, collaboratrice dello staff e autrice del libro #dilloacurvypride Valentina Parentiche dedica partedel suo tempo alla crescita dell’Associazione Curvy Pride – APS


Valentina Parenti (@momincolors ) sogna un mondo senza stereotipi di genere, positivo e attento all’integrazione sociale per questo è membro Curvy Pride, BodyPositiveCatWalk e ha creato @FelicitàFormosa su Parma. Valentina educa i suoi figli ad una “vita a colori” ed è il segreto della felicità #educareallafelicità.

COSTRUIAMO INSIEME LA CASETTA DI BABBO NATALE

Si sa, ogni anno la voglia del Natale arriva sempre prima e quest’anno, come non mai, con la questione Covid19 che ci ha colpiti tutti (chi più chi meno) c’è voglia di un po’ di quella magia che solo il Natale riesce a donarci.

Qualche mese fa avevo visto un tutorial per realizzare la “casa delle fate”, che vi linko qui: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3630166960340687&id=1041224195901656&sfnsn=scwspwa
Così ho pensato di modificare alcuni passaggi, semplificandoli, ed apportare delle modifiche al progetto per realizzare la Casetta di Babbo Natale.

cartone da uova sminuzzato e cartoncini ritagliati

Come prima cosa vi elenco l’occorrente per il progetto:
– scatole di cartone varie
– contenitore di cartone delle uova
– colla vinilica
– pennelli
– colori acrilici (io ho usato nero, bianco, rosso, verde, marrone e metallizzato ma dipende da voi)
– pistola colla a caldo
– decorazioni di natale varie di riciclo
– lucine led
– opzionale: sughero, fiocchi di neve finta, sassi e tutto quello che si vuol riciclare!

Per prima cosa si sminuzza la confezione delle uova in tanti pezzettini (fatelo fare ai bambini, si divertiranno!) e tagliate un bel po’ di cartoncini in tanti rettangolini. Non serve essere precisi, anzi, più sono imperfetti e più sembreranno realistici una volta terminato.

le sagome della casa

Successivamente si prendono delle scatole un po’ grandi, tipo quelle da scarpe, si realizzano le facciate della casa  (Io ho optato per fare finestre su ogni lato ma qui sta al gusto personale, potete fare anche più finestre affiancate, finestre tonde, finestre piccole, a voi la scelta!), e i due lati del tetto facendo attenzione di tagliare la parte più alta un po’ a mezza luna.
Ho poi ritagliato quella che sarebbe diventata la porta, un piccolo tetto per l’ingresso e tenuto da parte delle strisce lunghe per fare il camino.

Successivamente si procede ad assemblare il tutto con la colla a caldo e a realizzare il camino (per farlo un po’ storto realizzatelo in due segmenti distinti).

assemblata

Fatto questo, con l’ausilio di un pennello, spalmate colla vinilica sulla superfice del tetto e su tutti i lati della casa. Sul tetto andremo ad applicare i rettangolini di cartone precedentemente tagliati che diverranno le tegole, mentre su tutti i lati della casa applicheremo i pezzetti del cartone delle uova che simuleranno una facciata in pietra.

Una volta asciutto il tutto si procede con la pittura.

Io ho steso una mano di rosso su tutto il tetto e di nero su tutto il resto della casa.
Ho poi dato profondità aggiungendo tocchi di chiaro/scuro  “sporcando “ con marrone, beige e verde il tetto, mentre per dare bene l’effetto pietra alla facciata ho aggiunto del grigio e qualche macchia marrone e verde.
Per il camino invece ho usato una base nere che ho poi sporcato a pennello asciutto con una pittura acrilica metallizzata, la stessa che ho usato per fare le finiture metalliche sulla porta.

Si passa a decorare!

Ho forato l’interno della casa e ho fatto passare delle lucine led a pile lungo il camino, tenendone una parte all’interno della casa, realizzando una specie di “fumo magico” sul quale ho applicato delle letterine per Babbo Natale. L’idea era quella che le letterine volino verso la casa di Babbo Natale e magicamente scendano lungo il camino per raggiungere la destinazione. Nel portico ho applicato altre lucine led, in questo caso multicolori.

Esternamente ho applicato i geloni al tetto, facendo colare della colla a caldo su di una teglia antiaderente, poi staccati ed applicati sulla casa una volta raffreddati. Per la neve ho applicato dei piccoli fiocchi di neve decorativi, e per dare un tocco natalizio ho aggiunto delle decorazioni a tema sulla porta ed un piccolo zerbino realizzato tagliando del nastro da regalo.

All’interno ho dipinto tutto di marrone ed applicato, per simulare una tappezzeria, i bordi decorativi adesivi che si usano sulle pareti e che vendono nei colorifici. Ne avevo un po’ di avanzo in casa e mi è sembrato perfetto per lo scopo. Ho poi appeso qualche decoro di natale e messo un alberello mini di Natale su cui ho appoggiato l’avanzo delle luci.

Il tutto è stato fissato su di una base in poliplat, ma potete usare anche un pezzo di cartone. Ho poi abbellito l’esterno con pezzi di sughero e sassi. Per fare l’effetto neve a terra ho fatto dei mucchietti di colla a caldo su cui ho versato della sabbietta bianca decorativa e dei fiocchi di neve.

Et voilà, un po’ di magia di Natale finalmente!

ecco il risultato finale! credits per le foto Silvia Massaferro


Questo articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica parte del suo tempo alla crescita del Curvy Pride Blog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

QUANDO LA LINGUA FERISCE

credits cover to: Workman Publishing e BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 

Recentemente sui social è apparsa un’immagine raffigurante due copertine dello stesso libro a confronto, “parent hacks” (letteralmente “trucchi/dritte per genitori”) che nel corrispondente italico è stato tradotto in “mamma no stress”, portando inevitabilmente ad accese discussioni su facebook sulla scelta del titolo definita dalla maggior parte degli utenti discriminante e sessista . 
Come mai si è deciso per questa traduzione? Possibile che nel nostro Paese non si riesca a discernere dall’idea che solo la donna si debba occupare della prole?
L’ho chiesto a Martina Russo, in quanto esperta del settore, a cui ho deciso di rivolgermi per darci lumi in merito. La sua competenza, unita alla sua propensione ad affrontare spesso tematiche sociali di discriminazione, mi ha portato a sceglierla come voce autorevole a cui porre le domande che necessitavano di una risposta.
Martina è una traduttrice, laureata nel 2018 alla Sapienza – Università di Roma con una tesi su “The Rocky Horror Picture Show” e la delicata questione del suo adattamento in italiano. Dopo la laurea ha iniziato subito a lavorare a dei piccoli progetti in vari ambiti, tra cui quello medico, quello web e quello legale. Ha lavorato anche in Australia, dove principalmente ha insegnato. E’ una traduttrice ed esperta linguista full time, molto attiva sui portali social come TikTok dove con il nome di Translationbites posta con intelligenza ed ironia delle pillole di traduzione, affronta tematiche linguistiche, racconta il suo percorso di traduttrice e fornisce utili consigli ai giovani appassionati che vogliono intraprendere questa carriera lavorativa troppo spesso sottovalutata.
Ho avuto modo di scambiare più volte qualche parola con lei tramite social, perché i suoi video (una piacevole ventata di cultura) li ho trovati subito il perfetto esempio di come anche TikTok possa divulgare sapere in modo smart e diretto, ma sempre con la leggerezza imposta dalla piattaforma.

Ciao Martina, innanzitutto grazie per darmi un tuo prezioso parere in merito.
Come mai secondo te è stata scelta questa traduzione anziché tradurre letteralmente il titolo?

Ciao Silvia. Prima di ogni cosa, ci tengo a dirti che spesso e volentieri non è il traduttore a decidere il titolo di un libro, dal momento che c’è un’azione di marketing dietro secondo cui il titolo viene selezionato per la vendibilità del prodotto. Probabilmente un traduttore può dare dei suggerimenti, e in questo caso un traduttore è liberissimo di fare le sue scelte, nel momento in cui le riesce a spiegare e giustificare. Sono consapevole che prima di “sparare a vista sui colleghi” (e alcune volte lo si vorrebbe fare davvero) si potrebbe discutere circa le motivazioni che hanno portato a una determinata scelta piuttosto che a un’altra. Per entrare nel vivo della questione, io vorrei tanto che la scelta traduttiva del titolo Parent Hacks mi stupisse, perché vorrebbe dire che a livello socioculturale avremmo fatto dei passi talmente avanti da riconoscere che certe questioni di genere sono totalmente sbagliate. Purtroppo, la lingua di un posto è direttamente legata alla cultura e all’assetto sociale di quel posto. Le parole, quindi, rappresentano anche una sorta di legittimazione politica e l’Italia è uno di quei paesi dalle basi patriarcali la cui lingua è una lingua fatta innanzitutto per gli uomini. E questo è vero nella misura in cui fino alla grande guerra, e anche dopo, anche la società italiana era prevalentemente fatta per gli uomini, mentre alle donne toccava una posizione fondamentale in quanto madri e donne, ma marginale. Questo, dopo le rivoluzioni femministe, il post-modernismo e le opposizioni della comunità LGBTQ+, ha iniziato a dare vita alla questione dei Gender Studies – in cui non entreremo in merito altrimenti questa intervista durerà 6 giorni- Fino ad allora, tutto ciò che riguarda il genere nella lingua italiana è una cosa normale, sia per fatto che certe parole non fossero di uso, sia perché si è trattato dello standard per molto tempo. Una donna che non poteva essere appellata avvocatessa, significa anche non poteva esserlo, tanto per iniziare. Le donne da un punto di vista sociale hanno sempre dovuto darsi da fare molto più degli uomini per essere riconosciute valide anche solo la metà di loro. Ma perché diciamo questo, cosa c’entra con Parent Hacks? Beh, direi tutto. C’entra col fatto che la traduzione del titolo con Mamma no stress è localizzata in una prospettiva sociale a cui forse non appartiene più. Io lo dico sempre nei miei video, la lingua cambia, si evolve costantemente, ogni settimana vengono coniate decine di parole nuove e ne muoiono altrettante: prendi per esempio parole come Vlog, postare, Social media manager, apericena, bordello, sono tutte parole che non hanno granché in comune se non il fatto che sono neologismi. E questo è giusto. Questo è indispensabile perché l’evoluzione della società lo richiede. Ma se noi, in una società dove esistono davvero famiglie di ogni tipo dalle “tradizionali” con mamma e papà, a quelle con due mamme, con due papà, con o solo una mamma o solo un papà, famiglie composte da nonni, zii, famiglie che ti scegli perché i tuoi genitori biologici non ci sono stati, famiglie allargatissime dove più mamme e più papà hanno raggiunto un’armonia, perché dovremmo localizzare il titolo di un libro, in territorio italiano, in un contesto che non rimanda più direttamente a quello scelto per questo titolo, in un’epoca storica in cui le possibilità sono infinite? Inoltre, se ci soffermiamo proprio sul titolo in italiano Mamma no stress non è solo un titolo che infila la donna nel suo ruolo ormai obsoleto di madre e basta, ma mette in una posizione marginale anche i papà, che sono ancora immaginati come quegli esseri mitologici che con la febbre a 37 chiamano il sacerdote per l’estrema unzione e che non hanno idea di come si cambi un pannolino o come si cucinino le lasagne. Sicuramente esistono ancora famiglie e genitori che si basano e affidano sulla visione della famiglia patriarcale degli anni ’50, ma sono UNA famiglia, una parte della fetta, non il tutto. Perché stiamo parlando di un libro. Andando oltre il suo contenuto che può essere utile o non utile, bello o brutto, condivisibile o meno, un libro scritto ed editato e distribuito ha uno scopo specifico: vendere. Ha bisogno di un biglietto da visita, ovvero il titolo, in cui le persone possono rivedersi, possono empatizzare, verso cui sono naturalmente attratte. Poi è vero che il titolo deve essere accattivante, deve essere facile da ricordare, deve essere Target Oriented per funzionare, ed è anche vero che “I trucchi in aiuto del genitore” perde la leggerezza, l’immediatezza e anche la sonorità della versione originale del titolo (cosa che invece con “Mamma non stress” si mantiene) ma ci sono anche altri modi accattivanti e che non toccano direttamente la sfera di “mamma e papà” e che avrebbero salvato capra e cavoli mantenendo l’attenzione sul vero protagonista del libro: il bambino.
Ho proposto ai miei followers, che sono traduttori professionali e non, studenti, o semplici appassionati (fascia d’età 17- 50 anni) e sono intervenuti con piacere, dando delle idee molto carine. Il dubbio che mi viene è se questa scelta sia stata effettuata proprio per fare “scandalo”. Siamo un po’ in un mondo che funziona al contrario ultimamente, no? Come per la modella non convenzionalmente bella scelta da Gucci. Potrebbe trattarsi di quella che in inglese viene definita una poor choice, una pessima scelta, ponderata per seguire il consiglio del caro Oscar Wilde che suggeriva che “bene o male basta che se ne parli”? Diciamo che una parte di me auspica a questo tipo di ragionamento.

Ti è mai capitato come traduttrice di affrontare tale situazione? Come hai preferito approcciarti: adattarti al contesto sociale o essere più rigida?

Personalmente non avendo tradotto ancora narrativa non mi sono trovata nella specifica situazione di dover tradurre titoli ufficiali, ma è sempre una scelta importante e difficile da compiere. Il titolo di un libro è come il nome di un figlio, una bella responsabilità. Spesso capita anche nei miei ambiti soliti di lavoro di dover fare delle scelte traduttive non semplici. Ti dico, però, che io non ho niente contro l’uso del maschile come neutro. In fin dei conti, l’italiano ha una base neolatina è ha perso il neutro nel corso degli anni, è una lingua di base patriarcale, che ha dei generi e che dal punto di vista sociale risente ancora di ideologie e “connotazioni” più vecchie. Non ti dico che sia giusto, solo che ne capisco il senso e la necessità in alcune situazioni. Non tutte .Per portarti un esempio concreto, proprio qualche mese fa traducevo del materiale informativo “Eng>Ita” per un target puramente femminile uso due generi e non 66 per pura praticità e convenzione con la lingua italiana. Ovviamente il mio neutro in quel caso era femminile, ma perché c’era un target specifico. Nel momento in cui il target è diventato un pubblico sì, prevalentemente femminile, ma con dei riferimenti specifici anche maschili, ho continuato a usare un neutro femminile, ma con l’aggiunta specifica di esempi che inglobassero gli uomini nel discorso. Dicono che la lingua sia più tagliente di una lama, ed è proprio vero. Basta un attimo ad incappare in convenzioni sociali scomode e a farsi travolgere da un sessismo più o meno intenzionale.

– Quindi la lingua può diventare (passami il termine) sessista a seconda del contesto in cui viene tradotta?

Il contesto è tutto. Sempre, nel lavoro, nella vita. Un contesto frainteso è come andare in pigiama in ufficio il giorno della riunione più importante dell’anno. Da traduttrice ti dico che ogni caso deve essere valutato per sé, e che abbiamo sempre la scelta tra essere fedeli alla lingua di partenza o quella di arrivo. Personalmente, io lavoro sempre Target Oriented perchè è la cosa più logica da fare per avvicinarsi al target appunto. Tradurre da una lingua che non ha genere a una lingua che li ha è un’arma a doppio taglio perché le convenzioni non possono certamente essere sottovalutate, e questo non vuole minare il politicamente corretto o i Gender Studies e nemmeno i Translation Studies, ma i traduttori, e le persone che scrivono in generale, hanno bisogno di una norma a cui attingere per il bene del testo. E se questa deve essere un neutro maschile o femminile nei casi specifici in cui è necessario, so be it. Bisogna affidarsi al contesto. Sta anche alla “sensibilità” del pubblico capire quando si stanno neutralizzando certi elementi perché è l’unica strada, e quando la scelta è consapevolmente sessista. A volte il traduttore non ci riflette abbastanza, ma altre volte diventa una questione di principio per l’audience. La linea è molto sottile.

E’ possibile che i traduttori si trovino in disaccordo con le scelte delle case editrici su come tradurre un titolo o hanno carta bianca?

Per quanto ne so, in generale se ci sono delle direttive particolari se ne discute. Per quanto riguarda l’elemento specifico del titolo, o viene già predisposto dalla casa editrice nel momento in cui decidono di affidarsi al traduttore X o Y, oppure si avanzano delle proposte e si discute a tavolino, sentendo anche il parere di chi si occupa della parte di marketing. Perché la scelta di un titolo è puramente commerciale.

Ringrazio infinitamente Martina, per avermi concesso il suo prezioso tempo ed essere stata ampiamente esaustiva nella sua spiegazione.
E ora mi rivolgo a Voi, cari lettori, come avreste tradotto questo titolo? Cosa ne pensate? Avete altri casi da sottoporci?
Noi di Curvy Pride siamo sempre pronti ad intavolare un confronto costruttivo ed intelligente, auspicando in un futuro più inclusivo, in un cambiamento che parta dalle radici della nostra società.

In foto: Martina Russo


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

SE SEI DONNA NON HAI NOME

credits image: Libero

Ho notato già da un po’ di tempo l’abitudine dei giornalisti di trattare in modo diverso sulle proprie testate, i politici donna rispetto a quelli uomo.

Se per un politico uomo troviamo le parole “determinato”, “irriducibile”, “inarrestabile”, “professionale”, “carismatico” per la donna abbiamo “la bruttina”, “grassottella”, “scandalosa”, ma non finisce qua.
No, perché se sei donna e sei in politica, perdi anche il tuo nome. Non sarai più l’Onorevole X, o il deputato Y, ma diverrai la “premier in carne”, “la moglie di…”, “la bionda Y”. Oppure ti faranno la gentilezza di usare il tuo nome, ma rigorosamente quello di battesimo. Così la senatrice (ed ora vice Presidente) Kamala Harris diverrà semplicemente Kamala o come peggio è successo su di una nota testata: “La Vice Mulatta”.

La vice mulatta. L’ho dovuto rileggere un paio di volte il titolo perché non riuscivo a crederci. Sì che come testata Libero è spesso stata contestata per i titoli infelici, ma qui tocchiamo livelli altissimi su più punti. Da cosa partire? Discriminazione sessista? Discriminazione Razziale? Non ho proprio parole.
Però, se da una parte una figura politica sull’onda della ribalda viene sminuita, io nel mio piccolo vorrei dire due parole sulla vice Presidente Kamala Harris.
Laureatasi alla Howard University di Washington D.C., conseguì due specializzazioni in scienze politiche ed economia. Nel 1989 conseguì lo Juris Doctor presso lo University of California, Hastings College of the Law di San Francisco. Superò l’esame di avvocato e ottenne l’ammissione allo State Bar of California il 14 giugno 1990.

Tra alcune delle sue iniziative vanno ricordate:
Lancio della Division of Recidivism Reduction and Re-Entry.  Nel novembre 2013 Harris lanciò la Division of Recidivism Reduction and Re-Entry del dipartimento di giustizia della California in collaborazione con gli uffici dei procuratori distrettuali di San Diego, Los Angeles, e della Contea di Alameda. I soggetti tra i 18 e i 30 anni condannati per la prima volta partecipavano al programma pilota di 24-30 mesi ricevendo istruzione attraverso una sinergia con il Los Angeles Community College District e servizi per il lavoro.

Contrasto alla Prop 8.  Nel 2008 fu approvata la Prop 8, un emendamento costituzionale secondo cui sono validi solo i matrimoni “tra un uomo e una donna”. Il provvedimento fu impugnato ben presto da vari oppositori. Nelle rispettive campagne del 2010, sia il procuratore generale della California Jerry Brown sia Harris si impegnarono a non difendere la Prop 8. Dopo essere stata eletta, Harris dichiarò che il suo ufficio non avrebbe difeso quel divieto matrimoniale e depositò uno scritto amicus curiae, in cui sosteneva che la Prop 8 fosse incostituzionale e che i sostenitori dell’iniziativa non avessero la legittimazione processuale per rappresentare gli interessi della California in giudizio davanti una corte federale   

Divieto della “difesa da panico gay/trans”. Nel 2014 la procuratrice generale Kamala Harris appoggiò la legiferazione volta a bandire la difesa da panico gay/trans dalle aule di giustizia, che fu approvata in California, facendone il primo Stato a dotarsi di siffatta normativa. Lo scopo di regole simili a questa è la repressione dei crimini di odio.

Insomma, la vice Presidente Kamala Harris è una donna determinata, tenace, irriducibile, professionale e carismatica.

Ah, ed è anche la prima vicepresidente donna (e afroamericana) degli Stati Uniti.

Ma tutto questo non dovrebbe creare stupore in una società sana.


Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

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Percorso Home Fitness

Eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeh uno due tre quattro, uno due tre quattro, su le gambe, su le gambe e uno due tre quattro!
Alzi la mano chi in quarantena si è lanciato nell’home fitness.
Chi perché in crisi per la chiusura delle palestre, chi perché preso dal sacro furore di muoversi, chi perché ha capito che forse l’impepata di cozze a giorni alterni non è che facesse poi tanto bene.

Pure io ci son finita dentro. E’ partita prima con mio marito che già si allenava di suo, così tanto per fare qualcosa insieme, alzando un po’ di pesi.
Poi la noia, le gnocche fotoniche su instagram che ti scorrono in bacheca ogni giorno e lo shopping on line…ed ecco che ora in camera ho step idraulico, mini cyclette, tappetino yoga e vogatore.

Precisiamo una cosa: se siete un po’ pesaculo come me, non è facilissimo approcciarsi all’home fitness. Perché siamo dei pessimi coach di noi stessi, ci diamo le pausette premio di più minuti rispetto al dovuto, gli sconti ripetizione… Non siamo severi abbastanza.
Non possiamo paragonarci ad un personal trainer e non possiamo pretendere di avere la qualità di una palestra vera.
Ma se affrontiamo il tutto con il giusto atteggiamento mentale, ce la si può fare anche così ad ottenere dei buoni risultati.

La quarantena ha anche aiutato, perché ogni 15 minuti qualche influencer era in diretta a fare la sua routine fitness, quindi non ti sentivi solo.
Poi il vantaggio di non aver sguardi di commiserazione da parte di altri utenti della palestra è un incentivo.
Ma come dicevo, serve forza di volontà.
E’ tutta una questione di approccio mentale, se pensate di stare in pigiama e ciabatte per allenarvi potete anche tornare a letto, non avrete risultati.
Dovete invece ingannare il vostro cervello, vestirvi come se doveste andare davvero in palestra. Togliere distrazioni di tv e cellulare e focalizzarvi sul movimento e sull’esercizio da fare.

E’ un percorso lungo (mai lungo quanto mantenere la posizione durante il plank) ma se vi ci mettete di impegno ne gioverete sicuramente! Vi sentirete pieni di energia e magari, perchè no, perderete anche qualche chiletto.

Ce la sto facendo pure io, il che è tutto dire!

Curvy Pride sostiene la pluralità della bellezza e dell’essere, spronando ad apprezzare la propria fisicità ed unicità, prendendosi cura di se stessi e valorizzandosi.


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COSPLAY E BODY SHAMING

Cosplay.
Per chi non lo sapesse il cosplay è l’arte di impersonificare ed interpretare un personaggio reale o di fantasia, proveniente dal cinema, animazione, fumetti ecc, riproducendone gli abiti, il trucco e le movenze.
Una community di appassionati e spesso definiti “nerd” che oltre a sfoggiare i propri costumi alle fiere di settore e ad immortalarli in servizi fotografici dedicati, spesso partecipa a vere e proprie gare dove vengono giudicate le abilità sartoriali, di crafting, l’interpretazione ed il make up.
Io stessa faccio parte di questi artisti, ed ho gareggiato per tanti anni portando a casa trofei e soddisfazioni personali.

Negli ultimi periodi però, anche questo settore è stato colpito dalla grassofobia, comportando flame quasi giornalieri sui social network, in particolare facebook.
Non so se sia dovuto ad un cambio generazionale di cosplayer, fatto sta che sempre più spesso ragazzine molto giovani vengono messe alla pubblica gogna, dove senza alcuna pietà le loro forme vengono mortificate, umiliate, sbeffeggiate.
Come se fosse umanamente possibile avere certi canoni anatomici sfoggiati da alcune delle protagoniste di fumetti e manga. E’ un po’ come tornare al discorso (finalmente superato) della fisicità della Barbie. Spesso le donne nei fumetti (soprattutto manga giapponesi) hanno vite sottilissime, seni enormi, gambe poco più larghe delle braccia. Insomma, non una fisicità compatibile con la maggior parte delle teenager. Che fare quindi?
La soluzione offerta dai leoni da tastiera è semplice: copriti e fai un altro personaggio, o meglio non uscire proprio di casa finché non sarai magra. Ma perché bisogna sempre distruggere i sogni degli altri? Quale perverso piacere porta?
Il Cosplay per come l’ho vissuto io, è sempre stato un’isola felice, in cui potevi essere chi volevi, indipendentemente dalla tua fisicità, dal tuo sesso, dalla tua età e dal colore della tua pelle. Ti piace Sailor Moon? Bene! Vestiti da Sailor Moon e divertiti! Questo è il Cosplay nella maggior parte del globo.
Ma chissà perché, qui in Italia ha preso questa piega spiacevole. Troppe volte ho visto ragazzine piangere e rinunciare di salire sul palco poco prima di una gara, solo perché qualcuno aveva bisbigliato “guarda, ha la cellulite”, rinunciando a mostrare il frutto di mesi di lavoro.
ll cosplay è un modo per sentirsi liberi di essere chi si vuole, perciò no grazie, almeno qui il body shaming non lo voglio vedere.

Curvy Pride sostiene la pluralità della bellezza e dell’essere, e si impegna a contrastare i fenomeni di bullismo, discriminazione e body shaming. Perché tutte/i possano imparare ad apprezzare la propria fisicità ed unicità.


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#walkforcleanplanet Covid19 Edition

Durante la quarantena, per ovvi motivi, il progetto di #walkforcleanplanet (se non conosci il progetto ti invito a leggere gli altri articoli in merito qui https://curvypride.wordpress.com/2019/09/02/walk-for-clean-planet-e-tiny-people-big-problems-storia-di-una-curvy-ecofriendly-e-dei-suoi-progetti-di-sensibilizzazione-ambientale/ e qui https://curvypride.wordpress.com/2019/11/23/walk-for-clean-planet-prime-uscite/) si è dovuto fermare come tutti.

Parlando con i volontari durante questo periodo, era tanta la voglia di poter comunque andare sulle nostre amate spiagge per camminare e pulire ma abbiamo diligentemente aspettato perché (e qui lo dico con una nota di orgoglio) i miei volontari sono tra le persone col senso civico più alto che conosca.
Abbiamo aspettato. Guardato dai nostri balconi. Aspettato.
Si è fatto poi spazio alla speranza: sì, ragazzi, qualcosa sta cambiando! Il Mondo sta tirando finalmente il fiato! E via ad emozionarci nel vedere le immagini dei delfini nei porti, dell’acqua tornata limpida a Venezia (chi mai lo avrebbe detto che mi sarei commossa per una medusa che nuota nel canale), fiori ovunque…insomma, lo spettacolo della Natura che finalmente si riappropriava dei suoi spazi.
Che bello.
Abbiamo creduto che dopo questo momento difficile che ci ha avvicinati tutti, l’umanità si rialzasse con più rispetto per la terra che calpesta. Insomma, Madre Natura ci aveva appena mostrato quanto spettacolare sia senza di noi, quanto noi siamo la causa di degrado e sporcizia.


Ma poi hanno dato l’ok ad uscire. E qui uomo mi hai delusa.
Come diceva la nota canzone “come prima, più di prima” c’è stato il boom dell’usa e getta, e di conseguenza plastica ovunque.
Non vi è giorno che non trovi i marciapiedi pieni di guanti abbandonati a volteggiare nell’aria (finendo poi come sempre in spiaggia) e mascherine mollate dove capita.
Possibile che nulla vi abbia cambiati? Neanche una pandemia globale?
Ma davvero non siete capaci di buttare dei guanti e delle mascherine nei bidoni, anche solo per motivi sanitari?

Vabbè, tranquilli, la prossima volta che andrete in pescheria i guanti non dovrete neanche metterli, li troverete già dentro al pesce.
Tanto, #andràtuttobene (?)

Curvy Pride sostiene i progetti delle proprie socie e aiuta a sviluppare il potenziale di ognuna di loro. Ti piace il progetto di #walkforcleanplanet? Vuoi saperne di più e diventare referente per la tua città? Contattaci e ti daremo maggiori info!

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