Non so urlare

A volte nasce con alcune persone una sintonia tale che sembra di essere amici da sempre. Di essere cresciuti insieme, tanto da finire a confidarsi i segreti più profondi, le paure più nascoste. Quando sono stata testimone di queste parole, ho provato sentimenti contrastanti: la voglia di consolare ma non di compatire. Il desiderio di dire che andrà tutto bene, l’impotenza di non poter far nulla per l’altra. Ma una cosa posso fare, dare voce a lei che la voce non è mai riuscita a trovarla e riportare in queste righe il suo racconto, scrivendolo con il mio stile ma cercando di essere il più fedele possibile a come me lo ha confidato.

Ho ancora il senso di pugno allo stomaco.
Ecco le parole di Giulia (la chiamerò così).

” No, non so urlare.

Non so urlare come dovrei, come vorrei. Eppure il mio corpo ha urlato per anni, tra disturbi alimentari e attacchi di panico. Non so urlare tutta la rabbia che ho dentro.

Non so urlare. E me lo sono fatta andare anche bene, per una ventina d’anni.
Poi oh, il 2020 si vede che è proprio l’annata delle piaghe (ride nervosa *ndr). Perché per una evidente quadratura cosmica di beffa del destino, mi ritrovo dopo tutti questi anni a dover incontrare mio malgrado per lavoro qualcuno che mai avrei voluto vedere e sinceramente non so come reagirò.

Erano i tempi delle medie. Mi ero già fatta gli anni delle elementari tra bullismo vario, ma l’apice è toccato lì. Mi sono ritrovata in classe un compagno pluri ripetente, che oltre a tormentarmi come facevano gli altri, mi mise più volte le mani addosso.
Una volta sulle scale ai piani. Una volta nell’ora di disegno tecnico. Un’altra nell’ora di artistica. La mano sotto la maglietta, sotto la gonna a pieghe.
Mi ricordo benissimo come mi si raggevala il sangue e mi dissociavo in quella frazione di secondo che durava la “palpata distratta” la “toccata rapida”. Il panico che mi pigliava subito dopo e il pianto incontrollato che ne veniva. Le mani che mi tremavano. Le gambe bloccate. In fondo ero una bambina.
MAI, e ripeto MAI una sola volta che qualcuno dei miei compagni abbia detto niente. Branco di omertosi, vigliacchi, menefreghisti. MAI che qualcuno di loro mi abbia difesa. No, figurati, faceva più figo dargli corda ed incoraggiarlo. Però erano bambini anche loro. Speravo negli adulti ma nemmeno il professore di artistica che assistette una volta alla cosa, fece niente in merito. Si voltò dall’altra parte. Succube pure lui di uno studente che se ne approfittava della debolezza dell’insegnante, che gli dava del tu, che lo perculava durante le lezioni, solo perché era grosso di stazza tre volte lui (e dieci me). Noi invece tutti buoni ad alzarci in piedi e salutare quando entrava il prof (tutti tranne LUI).

E io?

Zitta, impaurita, un incubo recarmi a scuola ogni giorno. Mi coglieva la nausea ogni mattina, fingevo di avere influenza, febbre, qualsiasi cosa pur di non andare. Ma volevo anche essere una brava figlia e studentessa, mantenere la mia media alta di voti, e quindi non dicevo nulla ed andavo mio malgrado ad affrontare un nuovo giorno. Non volevo dare un dispiacere ai miei genitori. In fondo, in fondo me ne davo anche la colpa. Forse è il mio corpo che attira attenzione, forse ho detto qualcosa di sbagliato, forse sono una sfigata secchiona che se lo merita. O forse era semplicemente uno stronzo?

Tutto questo dovrebbe insegnare che anche la persona apparentemente più allegra e sorridente ha dentro di se tanto dolore, ma soprattutto che gesti e parole segnano la vita di chi ci sta di fronte.
Per lui magari era una ragazzata per farsi figo, per me una ferita mai rimarginata che mi ha segnata per sempre.

Ma un poco di speranza c’è: come ti ho detto ho avuto dei pessimi compagni di scuola. Anni dopo ne ho rivisto uno, che non era neanche tra i miei bulli “affezionati” ma era uno comunque di quelli che incoraggiava il mostro di cui sopra e che non faceva nulla per aiutarmi. Mi ha fermata e mi ha chiesto il mio numero. Sul momento non ho capito come mai ma appena congedato mi arriva un sms: ” scusami se hai tempi di scuola sono stato un po’ cattivo con te. Ho due figlie piccole e non vorrei mai che gli succedesse la stessa cosa che è successa a te, quindi ti chiedo di perdonarmi.”

Ecco, a lui auguro ogni bene per le sue bimbe. Che non abbiano mai da soffrire quello che ho sofferto io. E che abbiano nel caso dei compagni più umani di quelli che ho avuto io.

All’altro invece…non auguro nulla. Gli voglio dedicare la mia futura indifferenza, perché di importanza ne ha avuta fin troppa. “.

Piange Giulia. E piango pure io, e penso a quante altre Giulia ci siano là fuori.

Se hai avuto anche tu esperienze come quella di Giulia e vuoi lasciare la tua testimonianza, Curvy Pride è qui. Non sei sola. Se per anni ti sei tenuta tutto il dolore dentro di te, se questa esperienza traumatica ti ha segnata portandoti a disturbi alimentari e vuoi raccontarci la tua storia contattaci. Noi ci siamo.

Il presente articolo è stato scritto dalla socia e blogger Silvia Massaferro che dedica del suo tempo alla crescita del CurvyPrideBlog.


Un grazie a tutte le socie e i soci che credono nell’Associazione CURVY PRIDE – APS impegnandosi nel volontariato.

Silvia Massaferro è un’appassionata di fotografia, antiquariato e…piante grasse, alla quale si sente molto affine! Osserva la vita da un punto di vista tutto suo, con ironia ed un tocco di sarcasmo

PERCHÉ DOBBIAMO PARLARE DI BULLISMO.. LA STORIA DI MICHELE

Ci sono argomenti di cui non vorresti mai e poi mai scrivere, ma durante la mia partecipazione a Storie Italiane su RAI 1 (30 settembre 2019) ho conosciuto due persone meravigliose che portano avanti la loro battaglia contro il bullismo a nome di loro figlio che ora non c’è più.

Mi sono entrati nel cuore subito ed io non posso rimanere indifferente davanti alla storia di Michele Ruffino.

Michele è stato vittima di bullismo per anni finché non ha più retto. Non resisteva più agli insulti.

Michele lo chiamavano ANORESSICO.

A Michele gli dicevano che non DOVEVA MAI NASCERE.

A Michele GLI SPUTAVANO ADDOSSO.

Ma lui non ha mai risposto perché come ogni genitore fa con suo figlio Maria e Aldo gli hanno insegnato la buona educazione. Ma non immaginavano che la buona educazione lo avrebbe portato a non sopportare più il dolore.

Non possiamo dire “Ma è colpa dei genitori che dovevano insegnare a loro figlio a rispondere a questi atti”.

Nessuna madre o padre deve insegnare a suo figlio che all’odio si risponde con altro odio anche perché non era nel DNA di Michele.

Questi ragazzi che lo hanno portato a questo gesto estremo lui gli considerava amici, gli invitava a casa alle grigliate e per quegli attimi Michele esisteva, aveva amici e si sentiva per un momento accettato.

Forse lui pensava che facendo queste cose gli altri avrebbero smesso di prenderlo in giro, ma non andava proprio così.

Dopo la grigliata Michele tornava ad essere il bersaglio preferito di questi ragazzi.

Michele era un ragazzo guerriero che ha conosciuto presto la sofferenza ed ha iniziato presto a combattere per la propria vita per colpa di un vaccino scaduto somministratogli quando lui aveva sei mesi.

Ma lui aveva superato questa battaglia e si era rimesso in piedi anche se ovviamente era rimasto con qualche “segno” di quello aveva passato.

Però Michele comunque era un ragazzo normalissimo, pieno di sogni con una famiglia che lo amava e lo sosteneva sempre.

Michele voleva fare il pasticcere e stava studiando per realizzare questo sogno.

Michele per i suoi 18 anni voleva fare la festa in un castello perché voleva essere un principe per un giorno.

Michele sorrideva sempre, anche se dentro stava soffrendo.

Michele aiutava gli altri, anche quelli che lo prendevano in giro.

Michele era altruista, vedeva il lato buono delle persone… Anche se a Michele hanno mostrato solo il lato oscuro.

Michele era un ragazzo come gli altri, che amava la sua famiglia, che amava viaggiare e che aveva già dimostrato che poteva superare qualsiasi difficoltà perché Michele si era rimesso in piedi.

Michele voleva degli amici perché si sa quando si è adolescenti è sempre bello avere qualcuno con cui parlare, uscire o fare le piccole “cavolate adolescenziali” che abbiamo fatto tutti.

Michele aveva il diritto di sentire l’ansia della notte prima degli esami.

Michele aveva il diritto di preparare la sua tesina.

Michele aveva il diritto di aspettare con ansia i risultati per poi festeggiare con chi gli voleva VERAMENTE bene, perché sono sicura… Michele la maturità l’avrebbe superata senza problemi.

Michele aveva il diritto di godersi la sua estate da maturando e di chi anche questo risultato se l’era portato a casa.

Michele aveva il diritto di crescere, avere la sua pasticceria a Torino e godersi ogni momento della sua vita come tutti i suoi compagni.

Michele aveva il diritto di avere sul passaporto innumeri timbri di entrata di Paesi diversi, ed aveva il diritto di inviare le cartoline o portare dei piccoli ricordi ai suoi genitori e a sua sorella.

Michele aveva il diritto di continuare a sorridere.

Michele poteva arrivare veramente lontano perché ci metteva passione nei suoi sogni.

Ma Michele non c’è più.

Michele non farà nessuna di queste cose di cui NE AVEVA IL DIRITTO.

Michele non ha avuto l’ansia da notte prima degli esami, non è andato a ritirare il suo diploma e non ha festeggiato il traguardo raggiunto con i suoi cari.

Michele non avrà la sua pasticceria, non avrà i timbri sul passaporto e i suoi genitori non appenderanno al frigo con la calamita le cartoline.

Perché Michele non farà più questo?

Perché appunto… Michele non c’è più.

Il 23 Febbraio del 2018 Michele ha deciso che era troppo da sopportare, non reggeva più agli insulti, alle botte, agli sputi.

Michele è saltato da un ponte.

Michele è morto.

Michele ha lasciato un vuoto nella vita di Mamma Maria, di papà Aldo e della sorella Jessica.

Michele ha lasciato un vuoto nel mondo che non lo vedrà mai scrivere la sua storia personale.

E se pensate che di mezzo c’è il fatto che la famiglia non prestava attenzione ai segnali… Bè posso dirvelo con certezza che avete sbagliato.

Michele aveva il supporto psicologico.

Michele aveva una famiglia che parlava con lui e cercava di risolvere i problemi insieme.

Ma Michele si sentiva un peso, non voleva portare altri problemi in casa dato che pensava che ne avevano già a sufficienza anche se ai suoi genitori non importava loro volevano solo aiutare il proprio figlio.

Quel peso che lui si sentiva è stata la sua pietra al collo.

Ma Michele non si è buttato… Michele è stato spinto.

Michele è stato spinto dalle parole e dalle violenze verbali e non che subiva OGNI SINGOLO GIORNO.

“Però i genitori potevano andare a denunciare il fatto a scuola”. Penserete.

Lo hanno fatto, ripetutamente ma la scuola non si è mossa… Non ha fatto niente per fermare quei bulli che hanno distrutto la vita ad un ragazzo che AVEVA IL DIRITTO di godersi ogni singola esperienza della sua esistenza.

Ma di tutta la storia, la parte che mi ha fatto più male è che Michele non ha avuto pace nemmeno il giorno del suo funerale.

Mentre ormai lui non poteva emanare più nemmeno un respiro, mentre i suoi cari piangevano perché avevano perso una delle persone più importanti della loro vita.

Fuori davanti all’epigrafe di Michele c’era uno dei bulli che lo aveva spinto al gesto estremo.

E pensate che era dispiaciuto per quello che era successo o comunque si sentiva in colpa?

La risposta è un grande, immenso e doloroso NO!

Quel ragazzo ancora una volta ha deriso Michele… “In questa foto è venuto bene… Nella realtà era molto più brutto e sgorbio”.

A casa mia questa si chiama insensibilità.

Il ragazzo è stato denunciato.

Il ragazzo è libero.

Chi ha spinto Michele a farla finita si sta godendo la propria vita, sta facendo le proprie esperienze e camminano per strada a testa alta.

Chi ha spinto Michele a farla finita non ha mai chiesto scusa.

Chi ha spinto Michele non si sente in colpa e non abbassa la testa dalla vergogna quando vedono mamma Maria, papà Aldo o la sorella Jessica.

Fanno finta di niente. Fanno finta che Michele non sia mai esistito.

Ma noi sappiamo che Michele è esistito e continua a vivere nel cuore dei suoi genitori ed acquisisce ancora più vita nel cuore di chi conosce la sua storia e l’abbraccia.

Io ho deciso di abbracciare la sua storia e di abbracciare Michele perché io ho vinto la battaglia, io ho vinto il dolore ed ora mi sento ancora più in debito con il mondo.

Perché lui non è qui, non ha voce per parlare e siamo noi la sua voce. Siamo noi che siamo stufi che sempre più giovani decidono di suicidarsi perché l’essere umano non ha più empatia, perché l’essere umano è indifferente al dolore dell’altro.

Mettetevi per tre minuti nei panni di questa famiglia distrutta dal dolore, fate finta che Michele sia vostro figlio.

La sentite quella fitta nel petto, quel nodo in gola e la mancanza di ossigeno?

Se io che non ho figli ho provato una sensazione di totale disperazione e impotenza immagino chi sta leggendo ed è un genitore.

Adesso immaginate portare quel dolore dentro ogni singolo giorno.

Perché è questo che si portano dietro Maria e Aldo e lo leggi dai loro occhi carichi di dolore perché non potranno più abbracciare il loro Michele.

Ed ora parlo ai giovani che stanno passando per questo momento e non vedono la luce alla fine del tunnel.

Cercate sempre aiuto, non sentitevi un peso perché non lo siete.

Si può uscire dal buio che vi circonda, non posso dirvi che sarà un percorso facile perché non lo sarà.

Ma ci riuscirete.

Perché vi posso assicurare che se decidete di porre fine alla vostra vita il dolore non se ne va via con voi e rimane con chi vi ama.

Però un ragazzo o ragazza giovane che si toglie la vita per colpa dei bulli non lo ha deciso da solo/a, sono stati influenzati.

Dentro la loro testa risuonano solo le parole che gli sono state attribuite dalle persone che avevano un solo scopo.  Prendersela con il più debole.

Il bullismo è ancora un tabù, il bullismo è ancora considerato “ragazzate che si fanno”.

NO, IL BULLISMO NON È UNA RAGAZZATA. IL BULLISMO È UNA PIAGA. IL BULLISMO UCCIDE.

Il bullismo si è portato via Michele.

Non permettiamo più che questo brutto mostro si porti via altre vite.

Nella stazione di Roma ho salutato con le lacrime agli occhi Maria e Aldo e ci siamo abbracciati stretti stretti ed ho promesso che sarei andata a Torino per un fine settimana per vederli e conoscere Jessica e per andare a visitare Michele nel suo castello.

Il castello in cui nessuno genitore vorrebbe vedere il proprio figlio.

E sono sicura che ovunque sia Michele lui ci sta guardando dal suo castello. Da quella finestra sulla torre e sorride. Sorride perché non è stato dimenticato, sorride perché la sua famiglia ha incontrato persone che gli donano amore e supporto e che insieme a loro mantengono in vita il suo ricordo.

Ma Michele quando chiude la finestra del suo castello sono sicura che piange.

Piange perché non può abbracciare i suoi genitori, piange perché non potrà realizzare i suoi sogni, piange perché non ha ancora avuto giustizia.

Concludo dicendo che c’è bisogno di più sensibilizzazione, tutte le scuole dovrebbero avere uno psicologo scolastico. Tutti gli insegnati come educatori dovrebbero parlare se sono a conoscenza di questi episodi e tutti i presidi dovrebbero dare punizioni esemplari a questi individui che si divertono a spingere i loro compagni verso l’oscurità come se la vita non fosse già abbastanza dura.

I genitori dei bulli non devono difendere i propri figli dicendo “sono ragazzi”.

Si sono ragazzi ma la violenza psicologica è grave. Quindi se venite a sapere che vostro figlio fa questo ad un’altra persona cercate di parlarne, portatelo da specialisti e seguite di più le dinamiche che portano vostro figlio a fare questo con un’altro essere umano.

Una persona che si toglie la vita per colpa di altre nella mia opinione può essere considerato omicidio.

Omicidio commesso dai troppi silenzi, dall’omertà, dalla paura di denunciare.

Sono piccole mani invisibili che hanno spinto Michele da quel ponte, lui non ha deciso di saltare da solo.

Non dobbiamo rimanere più a guardare, non più per Michele e per tutti quei ragazzi nel mondo che hanno deciso che la morte era il balsamo che poteva alleviare il loro dolore.

Uno spirito libero e avventuriera. Con la passione per la recitazione che sogni ogni notte con il suo discorso agli Oscar.
Follemente innamorata della vita e amante delle sue curve.
“Mai smettere di sognare e combattere per ciò che vuoi, metti i tuoi sogni in tasca e portali sempre con te e questo ti ricorderà che sei ancora vivo”.
Estela Regina Baroni