QUELLO CHE RESTA: LA MIA ESPERIENZA ALLA BIENNALE DI FOTOGRAFIA FEMMINILE DI MANTOVA

Riceviamo e pubblichiamo con piacere questo articolo scritto dalla nostra socia Valentina Casalegno.

Ciao, sono Valentina. A marzo ho visitato la Biennale di Fotografia Femminile di Mantova e vi racconto la mia esperienza. Il tema era: cos’è quello che resta? Che eredità lasceremo?
Abbiamo sempre vissuto in un mondo maschilista in cui la donna viene tenuta indietro. Più tempo passa e più ho la convinzione che questo avvenga per la paura che l’uomo ha nel riconoscere che siamo effettivamente più brave a fare ogni cosa; anche perché ne facciamo più d’una, siamo magiche nel vestire
più panni contemporaneamente, quasi come delle splendide attrici di teatro
. Nella vita quotidiana gestiamo bollette, figli, spesa, lavoro, hobby, palestra, amici. Riusciamo a fare tutto e soprattutto a farlo bene.

Che meravigliosa scoperta poterlo nuovamente affermare in questa mostra, che ha un’unica linea comune, temi sparsi, tante sedi e ambienti meravigliosi, ma l’occhio del fotografo, l’obiettivo, è sempre femminile. Infatti la Biennale di Fotografia Femminile non a caso è gestita da un team prevalentemente di donne, il 99,9%.

Diamo voce alle donne, anzi, diamo loro una macchina fotografica e creeranno un nuovo mondo!
Tra tutte le artiste presenti, alcune mi hanno colpita particolarmente: Tami Aftab, che tratta con estrema delicatezza un tema a lei molto vicino, ossia la malattia del padre, che dopo un intervento al cervello ha perso permanentemente la memoria a breve termine.
Tami e il padre raccontano con ironia, attraverso una serie di scatti, il concetto di cura famigliare e i ricordi che si devono cercare di alimentare sempre, anche in circostanze più fragili.

Betty Colombo ci mostra come il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente sono una continua cura. Lotta, distruzione e poi rinascita. L’uomo distrugge l’ambiente e poi lo cura, un’eterna distruzione e riparazione.
Il ciclo e riciclo della vita.

Delphine Diallo: donna = sensualità e spiritualità. Attraverso maschere e segni cerca di dare un’idea universale di bellezza femminile creandone un’unione di anime. L’artista incorpora nelle fotografie il copricapo di J.Petit Frere per lasciare in eredità l’idea della donna eroina senza tempo.

Daniella Zalcman: a fine 1800 il governo canadese ha creato dei collegi e scuole per integrare e far assimilare ai piccoli indigeni la cultura occidentale canadese.
I bambini venivano prelevati dalle loro abitazioni e portati in luoghi in cui non potevano esprimersi nella loro lingua natia o portare tradizioni indigene in classe, pena molte punizioni, aggressioni sessuali o fisiche o sperimentazioni mediche.
Il governo canadese ha formalizzato le prime scuse solo nel 2008; le immagini sovrapposte che l’artista ha creato cercano di stabilire un legame tra i ricordi dei sopravvissuti e i luoghi che riportano le ferite delle loro esperienze passate.

L’obiettivo della mostra era immortalare un ricordo per rimanere vivi per i posteri, mettere l’accento sull’immortalità dell’anima delle persone e dei luoghi che spesso abitano i loro cuori.
Le grandi donne e artiste che hanno partecipato lo hanno fatto magnificamente!



La nostra socia Valentina Casalegno, autrice dell’articolo.

Ringraziamo tutti coloro che dedicano il proprio tempo alla gestione e alla crescita del CURVY PRIDE BLOG, impegnandosi nel volontariato.

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